Grazie, no. Questo è un post contro il matrimonio: non mi serve, non serve, ha poco senso. L’unico senso possibile si ostinano a darglielo la chiesa e lo stato, due entità che hanno probabilmente una ragione di esistere, ma dalle quali non intendo farmi guidare. Prima di essere un cittadino o eventualmente (visto che sono agnostico) un credente, sono me stesso e se, in coscienza, mi sento di dissentire lo faccio.
Circa il sacramento religioso non mi pronuncio, giacchè è una questione di fede, se si ha la fede non serve ragionarci sopra, se si ha la fede si accettano i precetti istituzionali della fede e si va avanti. Ho un profondo rispetto della fede, ma non rientra nelle mie facoltà averne, sono abituato a riflettere, sono abituato a ragionare e tali abitudini mi hanno portato a dubitare dell’esistenza di Dio e a dubitare enormemente di più di chiunque dica di rappresentarlo su questa terra: sarei un enorme ipocrita a presentarmi, eventualmente, all’altare.
Per quanto concerne l’istituzione civile, trovo ingiusto che lo stato chieda a due persone di formalizzare i propri sentimenti: appartengono alla sfera del privato e, per quanto mi concerne, lì devono rimanere, non sopporto che per godere di determinati diritti civili (sacrosanti) ci si debba presentare di fronte ad un sindaco (o a un prete): i miei sentimenti sono miei e riguardano solo me e la persona alla quale eventualmente li dovessi rivolgere.
Non desidero essere frainteso però: nel corso del tempo ho avuto la (s)fortuna di innamorarmi un misero totale di due volte (si beh, non sono affatto un soggetto facile), in entrambi i casi avrei voluto trascorrere l’esistenza accanto quelle due persone, non ho mai avuto dubbi su questo, ma non mi ha nemmeno mai sfiorato il pensiero di chiedere alle (s)fortunate di sposarmi. Questo non è un post contro la monogamia, non è nemmeno un post di una persona cinica che non crede nei sentimenti e nel fatto che possano durare, questo è un post contro l’invadenza delle istituzioni: le vostre coreografie non mi riguardano!
Detto questo Kirsten Dunst è bellissima, Von Trier va preso con le molle e Morrisey invece ci va giù più pesante…
Sabato mattina, si soffoca dal caldo. Greve capo a peso morto sul cuscino e offuscati ricordi della serata precedente, ogni mattina mi sveglio e non mi sembra vero.
Apro una finestra con il sonno sulle palpebre piombate, la luce che entra nelle pupille come un lampo gremito di elettricità. Non un’ altra mattina su questa terra, su questa arida crosta di terra. Non un altra sera, spesa a rimanere appesi ad una speranza mal riposta. Non un altro sguardo sfuggevole. Non un’altra promessa non mantenuta. Non un’ altra compagnia vacua. Non un altro ostacolo da affrontare con la volontà a pezzi.
Ogni mattina mi sveglio e non mi sembra vero.
Esiste una sindrome per la quale ci si convince di essere morti e ci si convince a tal punto che alcune parti del corpo cominciano sul serio ad andare in putrefazione. Esiste una sindrome per la quale l’anima giace esausta e lo spirito comincia sul serio ad appassire.
Ogni mattina mi sveglio e non mi sembra vero.
Come può essere la mattina dopo un incontro perduto con la vita. Zigomi gonfi di sconfitta, arcate sopraccigliari squarciate dalla delusione. Labbra tumefatte dalla tristezza, mani contuse dall’impotenza. Denti scheggiati e costole incrinate.
Quando ancora c’era splinder e questo blog era alla sua prima incarnazione sussistevano una serie di posts intolati “Il sabato sera dell’ alternativo”, suddetti posts narravano di un personaggio che da una vita, da quando aveva 18 anni per la verità, esce al venerdì/sabato sera annoiandosi mortalmemente fino ad accarezzare la conclusione che, alla fine, uscire non serve a niente.
Veramente è inutile. Sarò io che sono particolarmente sfigato eppure in anni di uscite senza una meta precisa nel fine settimana se raggiungo quota 5% nel totale delle volte che si è abbandonata casa senza annoiarsi è già un risultato di tutto rispetto. Non per fare il superiore (o forse sì, dopotutto…) ma non mi spiego come la gente non si annoi, o forse sono solo io a sorbirmi sparate sui temi più vuoti e banali del secolo? A tediarmi a morte coi luoghi comuni e la musica pessima, a respirarmi le sigarette degli altri, a non incontrare persone che suscitino un minimo di interesse… mi sono anche stancato di risolverla col tasso alcoolico, tra l’altro non proprio un amico per la patente e per il fegato… per dirla con parole d’altri:
Quindi, sostanzialmente, il risultato è che se si restasse a casa, si risparmierebbero soldi risorse e fiato per qualcosa di più produttivo. Tipo, dopo essersi annoiato a morte al solito ritrovo, mollare tutto e tutti ed asserragliarsi nella propria magione e guardare fino a notte fonda “Apocalypse Now Redux” in lingua originale e pensare a che sapore possa avere una giornata uggiosa… di napalm, sulla mia città. Sicuramente profumerebbe di vittoria!
Ho percorso strade intere piene di nomi e di memorie, di battaglie e di silenzio, silenzio degli occhi che ci fissano lontani nel tempo e nello spazio. Foto ingiallite di volti scavati dalla sofferenza, dilaniati dalla vita e dagli eventi subiti, dalle privazioni, dalla miseria e dalla costrizione di idee e di pensieri.
Essi sono laggiù e ci fissano senza lasciare trasparire un giudizio su cosa siamo diventati attraverso il tempo, sanno che il sacrificio non può essere dimenticato, sanno che l’orrore non deve essere rivissuto. Non hanno gli strumenti per comprendere i loro figli ed i loro nipoti, spesso sono stati addirittura impossibilitati ad incontrarne lo sguardo, eppure sono loro ad esserci stati, ad aver resistito, infine ad esserne usciti.
Non voglio che vedano solo persone insensibili ed assetate di soldi e di apparenza, non voglio che ci vedano rotolarci nel superfluo e nel capriccio, nella superficialità e nell’ipocrisia.
Voglio poter ricambiare il loro sguardo ed esser loro grato per non essersi arresi, voglio dirgli che sono fiero di loro.
Il metal è un genere che ha sempre avuto questa patina dura e pura sulla superficie, non importa quanti Mike Patton, Les Claypool, Greg Anderson possano comparire improvvisamente sulla scena, poco importa anche che esisatano gruppi che rimescolano tutto come l’ondata crossover, certe regole non scritte non le puoi tralasciare.
Non puoi, fanno parte del metal come la musica stessa, l’essere duri e puri, alieni ad ogni compromess (…Freud ed il sess, scusate mi si è intrufolato il Sig. Gaetano…) assolutamente insofferenti a tutto ciò che non contempli una chitarra distorta ed una batteria con due casse…
E’ anche anche divertente ad un certo punto, fa molto naif, per voler sintetizzare. All’inizio quel che mi attraeva di questo genere era assolutamente il fatto che respingeva automaticamente il 95% delle persone (una scrematura notevole, ne converrete), era il fatto che non sopportavo assolutamente di farmi riempire le orecchie con i sentimentalismi da quattro soldi di TUTTA la musica leggera italiana (anzi, visto che non avevo una vita sentimentale, mi sarebbe piaciuto rispondere per le rime con testi che parlano di sbudellamenti assortiti), oppure di mischiarmi anonimamente alla massa. Per me il metal era una bella risposta al disagio, solo dopo ho imparato ad apprezzarne i tratti nascosti sotto la superficie ed è diventata la MIA musica ufficiale.
Ma non divaghiamo: mi infervoro sempre troppo a parlare di certe cose… il punto, questa volta, è un altro: alcuni dei miei scheletri nell’armadio , almeno quelli di cui voglio trattare oggi, riguardano il periodo pre-metal. Cose insignificanti come “Thriller” Michael Jackson (a mia difesa il video e la voce di Vincent Price), un po’ di DJ Television e una radio alessandrina che trasmetteva un demenziale programma di dediche e richieste con tutte le peggiori nefandezze del periodo.
Non so più se fu a causa del programma radiofonico o di quello televisivo che venni in contatto con la canzone della quale sto per parlare… poco importa, importa che al mio cosiddetto lavoro, ascoltiamo spesso Radio Capital ( già di per sè ascoltare la radio è una cosa che non farei, ma alla fine non è male e c’è Mixo, un dj al quale sono affezionato, per aver fatto parte di Planet Rock della Rai, ed aver suonato dischi in un locale che ero solito frequetare) che ad un certo punto ha deciso di trasmettere una canzone finita troppo velocemente nel dimenticatoio insieme alla paccottiglia pre-metal.
Quando vai in Gran Bretagna, ti accorgi di aver fatto il salto di qualità, dal punto di vista linguistico, quando incominci a cogliere le singole parole nelle canzoni, cosa che, con un inglese da superiori, è sempre piuttosto difficile. Ebbene, la suddetta canzone, non ti respinge con milioni di watt, anzi ha un tono calmo, sofisticato e quasi consolatorio, ti invita ad entrare per poi pugnalarti con gli stiletti inseriti subdolamente nel testo, accidenti a loro ed anche a me che mi ci ritrovo. Buon ascolto.
Ciò che deve accadere accade. E quando hai cullato un sogno per un momento, sei stato in uno stato di grazia, hai pensato che dal letame potessero nascere i fiori o hai ritenuto, sempre a torto, che tutto facesse parte di un disegno ultraterreno, che ogni cosa si spostasse in un unica direzione: avesse finalmente un senso ogni sforzo fatto per essere attento, per essere padrone di te stesso, forse anche nella speranza che qualcuno potesse apprezzare semplicemente quello che nascondi nel petto… quando hai fatto tutto questo prima o poi il momento nel quale la realtà ti ripiomba addosso arriva.
Perchè l’idillio fatalmente, giustamente si è spezzato. E tutto quanto riaffiora. Riaffiorano inutili relazioni interpersonali basate sulla noia, serate colme di vuoto da colmare alternativamente con parole inutili, locali affollati, alcool, pensieri squallidi, disgusto per l’umanità, sigarette amare fumate da tutti gli altri, sensi di nausea, disagio e paranoia.
La vita di prima insomma, quella dalla quale sei fuggito, ma che finisce sempre per riattrarti come un gigantesco elettromagnete farebbe con carcasse ferrose d’automobile. Probabilmente è nell’ordine delle cose che una calamita attragga il ferro e non l’oro e l’alchimia ha già fallito miseramente secoli fa… solo che non posso pensare che ci sia solo questo nel mondo, non posso pensare che tutto quanto finisca sempre e comunque per appassire verso la stessa, degradante, umiliante tonalità di grigio. Eppure lo fa.
All’improvviso, come se l’annata 1994 mi perseguitasse, mi torna in mente la prima volta che ascoltai “Cantspeak” di Danzig. Fino a quel momento era stato una sorta di idolo, per il suo passato con Misfits e Samhain, ma anche per i tre lavori con il suo gruppo omonimo, che mi impressionarono molto. “4p” esce, anche esso dopo lunga attesa, nell’anno che mi sta in qualche modo ossessionando e “Cantspeak” fa un certo effetto la prima volta, spariscono i chitarroni, la batteria tuona quasi con gentilezza e lui abbandona il suo solito cantato, per uscirsene con una voce molto più pulita ed alta nel registro che viene quasi da domandarsi dove possa portare (verso il declino, considerati i lavori successivi…). Una canzone sofferta ed intensa, che parla dell’impossibilità di parlare dopo che turbini di pensieri e parole ti hanno attraversato il cervello, che finisce per essere quasi ridicolizzata da un video ufficiale non propriamente all’altezza del messaggio.
Che tuttavia rimane. Il fondo del Vaso di Pandora, sembra essere il silenzio, per la speranza ho poco posto. L‘impossibilità di essere capiti, l’inulità di mille pensieri che permangono ma non possono, comunque, cambiare le cose… possono farti perdere il sonno, la fiducia, l’allegria e la speranza, ma la sostanza non cambia. A questo punto, tanto vale seppellirli nel profondo sapendo che sopirli non sarà possibile, sapendo che stagneranno in qualche angolo buio, pronti a scattare, premendo i tasti giusti, come feroci incubi a serramanico che ti trafiggono con crudele consapevolezza.
can’t speak can’t talk can’t do anything they want
can’t hide or change your mind gonna live w/ all my soul inside
can’t speak can’t talk can’t stop for the reeling cause or love i told ‘em all about it can’t talk cause i’m already lost
can’t think can’t cry keep thinking of a suicide it’s hard i just can’t forget it gonna fade cause i’m already dead
can’t think can’t dream don’t care if i live or die don’t talk i just can’t believe it gonna fade cause i’m already dead
can’t speak can’t lie don’t go anywhere to hide can’t think can’t cry keep thinking of a suicide
can’t speak can’t talk can’t do anything i want can’t hide or change your mind gonna live w/ all my soul inside
A tratti mi coglie irrefrenabile. Il desiderio di mandare tutto al diavolo. Il desiderio di mandare tutti al diavolo. Senza starci a pensare, solo perchè va fatto. Per mantere le distanze dall’assurdità delle situazioni che mi ruotano attorno.Per sentirsi più leggeri, per dare un senso alla propria rabbia e frustrazione.
Fuck-it attitude, that’s what they call it
Al diavolo le mode, i sentimenti spezzati, la correttezza, le consuetudini sociali, l’autorità, l’ordine imposto, le regole non scritte, il lavoro, la politica, il denaro, la mercificazione, gli allevamenti intensivi, le industrie, il commercio, la musica e le persone senza personalità e qualità.
Al diavolo le paranoie, la tristezza, la solitudine, il dolore.
Al diavolo i pensieri ossessivi, l’insonnia, le strade senza uscita, le situazioni senza un domani, la mancanza di rispetto e di fiducia.
Al diavolo chi tace, chi inganna, chi ferisce sapendo di ferire, chi umilia, chi insulta la nostra dignità di esseri umani. Al diavolo chi non capisce pur avendo tutti gli stumenti per farlo, al diavolo chi scambia la disperazione con la violenza, al diavolo chi uccide il dialogo.
E al diavolo me stesso, troppo comodo chiamarsi fuori.
Evidentemente certe tematiche sono destinate e perseguitarmi. Non c’è scampo. Ho sempre sentito una certa affinità di pensiero con Massimo Gramellini, vice-direttore della stampa, esattamente la stessa persona che va da Fazio al sabato. Detto per la cronaca non vado pazzo per il programma del conduttore ligure, mi piace poco il suo stile sempre un po’ troppo corretto e buonista. Mi piace invece lo stile del signor Gramellini, perchè riesce a dire cose scomode, a tratti scomodissime, con una naturalezza ed una sicurezza che mi appare sinceramente invidiabile. Mi è sempre sembrato informato, lucido ai limiti dell’irreprensibile. Marginalmente, poi, trovo geniali i suoi “buongiorno”, i suoi “granata da legare” ( tifiamo per la stessa squadra di calcio… anche se quest’anno ho litigato definitivamente con il calcio e con lo sport in genere) e perfino le risposte che ho letto nella sua rubrica “cuori allo specchio”. Sembrava infallibile.
Quando ha mostrato un suo lato indiscultibilmente fragile ed intimo la scorsa settimana nell’intervista con Fazio, mi sono detto che avrei dovuto leggere il suo libro, che avrebbe potuto avere molto da dirmi, l’ho ordinato e mi è arrivato oggi, indi non posso entrare nel merito del suo contenuto, nè posso mettermi a disquisirne sulla base di quanto ho sentito nell’intervista, o letto in giro su internet.
Ho letto però la citazione posta sulla sovracopertina e ho già iniziato a rifletterci sopra…
Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perchè altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi.
Ed eccomi qua, perseguitato dalla verità e dalle sue implicazioni. Credo che in questo caso mi tocchi dissentire con lo scrittore. Probabilmente le cose mi appariranno più chiare durante la lettura del libro e sicuramente la verità ha un valore diverso da bambini che da adulti, come sono io, il fatto che la verità gli sia stata nascosta quando era un bambino non è un dato da sottovalutare, assolutamente. E so che ci faccio sempre la figura del bastian contrario. Tuttavia sono sincero quando dico che invece la verità è una delle poche cose che non sono in grado di farmi soffrire sul lungo termine.
Al contrario, restare allo scuro delle cose mi dilania letteralmente, non sto scherzando. Non so se la verità abbia a che fare con l’essere completamente vivi, ma, come dissi in un altro post, ha sicuramente a che fare con l’essere liberi ed essere inconsapevolmente (o anche consapevolemente) schiavi di un silenzio o di una menzogna (differenza lieve ma apprezzabile) lo trovo orribile. Come essere chiusi in una stanza buia con un nemico: hai la certezza che ci sia, ma non sai nè che forma abbia, nè, tanto peggio, quando e dove ti colpirà. Al confronto Damocle ha qualche fortuna in più: almeno sa che è una spada.
Nel mio caso (e magari sono davvero un caso limite di paranoia, me ne rendo conto), la reazione solitamente consiste nel restare annichilito in un silenzio saturo di angoscia e di terrore, sempre che non incominci a sragionare e a dire e fare cose senza senso, se non proprio distruttive. E vivere in quel modo è insostenibile. Se almeno conosci l’ aspetto del tuo nemico, come attacca, come si muove, come ragiona, puoi affrontarlo ad armi pari, non è detto che tu vinca, ma almeno siete sullo stesso livello.
Decontestualizzando la citazione e, quindi, non tenendo conto del fatto che la verità gli veniva nascosta a causa della sua tenera età, che non gli forniva sicuramente la possibilità di affrontarla nel modo corretto (e qui sta probabilmente il nodo del mio dissentire, nel senso che, in quelle circostanze, nasconderei anche io la verità ad un bambino, ma non ad un adulto), devo dire che mi lascia sgomento un mondo popolato di persone che nascondano la verità per paura di soffrire o di far soffrire. Meglio soffrire che vivere nel dubbio e nell’incertezza, cullato da mille congetture sterili eppure (almeno per me) inevitabili che finiscono per renderti succube se non per farti impazzire. Inoltre la facoltà di soffrire non dovrebbe essere negata alle persone poichè la sofferenza a volte ripaga e comunque arrogarsi il diritto di negare una corretta comunicazione ad una persona a cui teniamo è un atto di vile codardia e una mancanza di rispetto enorme.
Adesso sotto con la lettura, che a commentare le citazioni fuori dal contesto originale, si commette comunque un’ingiustizia. Nel mio caso però volevo solo prenderlo come uno spunto per la riflessione.
You didn’t need, to do that to me!
(il sole ritorna! Sulla copertina e sulla schiena di Henry Rollins)
I choose not to choose that life… and the reasons? There are a lot of reasons!!!
Principalmente perchè troppe di quelle cose non mi interessano o mi fanno direttamente schifo, se non pena.
Ho scelto di essere me stesso, ho scelto i miei principi, le mie idee, la mia musica, le mie compagnie, la mia curiosità, i miei tormenti e perfino, forse soprattutto, le mie paranoie. Ho scelto di vivere al di fuori del gregge, ho scelto di provare a combattere la paura ed i luoghi comuni, ho scelto di ragionare con la mia testa e di non vergognarmi di quello che sono (ehm… almeno quando non cado verso il basso), ho scelto di andare contro le idee preconcette ed in molti casi alla morale comune, ho scelto l’asintoto obliquo al quale tendere. Ho scelto di non seguire la massa, ho scelto di non spegnere il cervello, ho scelto di essere fedele a me stesso e di provare a scoprire cosa, in realtà, io sia. Ho scelto di giocarmi la vita in questo modo. E questo blog fa parte dell’esperimento…
Nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo, no… l’eroina invece non ne fa parte!