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Inverno
 
Sale la nebbia sui prati bianchi
Come un cipresso nei camposanti
Un campanile che non sembra vero
Segna il confine tra la terra ed il cielo
 
Ma tu che vai, ma tu rimani
Vedrai la neve se ne andrà domani
Rifioriranno le gioie passate
Col vento caldo di un’altra estate
 
Anche la luce sembra morire
Nell’ombra incerta di un divenire
Dove anche l’alba diventa sera
E i volti sembrano teschi di cera
 
Ma tu che vai, ma tu rimani
Anche la neve morirà domani
L’amore ancora ci passerà vicino
Nella stagione del biancospino
 
La terra stanca sotto la neve
Dorme il silenzio di un sonno greve
L’inverno raccoglie la sua fatica
Di mille secoli, da un’alba antica
 
Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
Cadrà altra neve a consolare i campi
Cadrà altra neve sui camposanti
 
[Fabrizio De Andrè da “Tutti morimmo a stento” 1970]
 
 Tempo fa ebbi modo di parlare delle “canzoni maledette” e piano piano credo che i miei posts finiranno per trattare, in tempi imponderabili al momento, tutte le canzoni che faccio veramente fatica a trattare e ad ascoltare per i motivi più disparati. Spesso hanno a che fare con i ricordi, altre volte descrivono fin troppo bene i miei pensieri o stati d’animo oppure basta anche solo una nota a far scattare dentro qualcosa che non mi sento in grado di affrontare (da bambino la sigla di quark, ad opera di Bach, con quei picchi che si muovevano verso l’alto mi metteva addosso un’angoscia tale da non riuscire a dormire se avevo la disgrazia di vederla).
 La regina delle “canzoni maledette” per quel che mi concerne la potete trovare qualche riga più in alto, per me è straziante ogni volta risentirla. L’insieme delle immagini evocate, i ricordi ad essa associate rendono l’ascolto assolutamente teso. Il disco dal quale è tratto è quello che preferisco della discografia di De Andrè. Mi rendo conto che un’affermazione del genere rischia di risultare molto ingenerosa nei confronti delle altre opere di questo cantautore, tuttavia io non denigro assolutamente tutto quanto l’autore ha prodotto al di fuori di questo album, so solo che l’atmosfera plumbea e priva di un qualsiasi spiraglio di speranza che il disco trasmette sembra calzarmi addosso su misura con una precisione impressionante. Probabilmente non condivido l’uso di arrangiamenti fin troppo sofisticati, ma questa è una "divergenza di vedute" che spesso non riesco neppure a considerare se prendo in esame i testi delle varie canzoni, assolutamente scevre da una qualsivoglia indulgenza o speranza nei confronti del mondo. Indulgenza e speranza che del resto non appartiengono nemmeno a me.
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