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Il punto di non ritorno*
 
 Non ho mai fatto mistero della mia ammirazione per l’operato di uno dei più geniali cineasti che abbiano mai avuto l’onore di sedere su una sedia di tela con il loro nome stampigliato dietro: Sir Stanley Kubrick.
 
 Il film è “Full Metal Jacket” ed i due protagonisti di questo post sono il soldato Palladilardo (Vincent D’Onofrio) ed il soldato Jocker (Matthew Modine). Due facce della stessa medaglia: la guerra, il corpo dei marines.
 Palladilardo è il ribelle: strano a dirsi eh? Eppure egli per il sottoscritto incarna l’anima del ribelle e ribelle lo è a partire dal proprio aspetto fisico: in evidente soprappeso cosa può fare per il suo paese e per l’amato corpo dei marines? E’ un perdente in partenza, giustamente diventa il cruccio del suo simpatico istruttore, una perfetta incarnazione dell’autorità violenta ed intollerante verso ciò che ai suoi occhi, ed a quelli dell’esercito, risulta inutile o peggio ancora un peso. Naturalmente è amore a prima vista: persecuzioni, umiliazioni, male parole e violenza psicologica… modella i soldati, li rende pronti per uccidere, li rende forti, decisi, spegnendone ogni peculiarità… una forgia di esseri senza volontà propria, solo le parole del loro istruttore, solo il dovere venuto dall’alto. Palla lo lascia apparentemente vincere e si innamora del suo fucile. Senza il fucile lui non è niente. E l’istruttore alla fine ha la sua vittoria, trasformando un rifiuto umano in un eccellente tiratore, ce l’ha fatta: anche Palla ha contratto il virus dell’obbedienza, anche lui può dare il suo contributo in termini di vietcong uccisi, anch’egli è finalmente utile. Che soddisfazione! Ora si che l’istruttore può godere del sonno dei vincenti.
 SBAGLIATO! Perché nella notte Palla si introduce nel bagno della caserma e lucida l’amato fucile. Ha lo sguardo di un pazzo negli occhi, del pazzo furioso, di colui che corre incontro alla morte come un samurai, senza incertezze. Il futuro è già deciso aspetta solo di risentire per l’ultima volta la voce che l’ha schernito, denigrato, offeso per insegnargli a soffrire e ad essere sottomesso. Attende, come una pistola carica puntata alla tempia del sergente, che il medesimo prema il grilletto, lo sfida a farlo. Jocker lo scopre e cerca di farlo ragionare: INUTILE, una volta insegnata la determinazione non si può disimparare. E Palla è dannatamente determinato. E la sua determinazione viene, in qualche modo, premiata perché l’istruttore lo scopre a sua volta ed incomincia il suo show, reso finalmente obsoleto da una fucilata repentina che lo raggiunge uccidendolo. Palla sa che il suo gesto non può non avere conseguenze: rivolge l’arma verso se stesso e si uccide, sapeva fin dall’inizio che sarebbe andata a quel modo eppure non si è fermato.
 Jocker invece è l’iniziato, schernisce l’istruttore ma in fondo ne accetta gli insegnamenti, disegna un simbolo della pace sull’elmetto e sotto ci scrive “nato per uccidere”, è un dissacratore che si può richiamare all’ordine, un indeciso che non ha ancora ben chiaro da quale parte stare: va in guerra ma fa il giornalista. Tutto bene, ma prima o poi dovrà fare la sua parte. Una carenza nell’organico lo fa venire a patti con la realtà: la guerra, l’orrore, la violenza estrema. Vaga da qualche parte nel Vietnam con un manipolo di disperati come lui, tra una peripezia e l’altra evita, in qualche modo, il contratto con l’omicidio. Finché un cecchino comincia a falcidiare i suoi compagni ed egli si trova di fronte alla cruda realtà quella di dover decidere, dentro o fuori. La compagnia accerchia il cecchino, lo ferisce e a Jocker tocca il compito di finirlo. A Jocker tocca il compito di diventare una macchina per uccidere a tutti gli effetti. Secondi interminabili. Alla fine uccide, oltrepassa il punto di non-ritorno, imbocca la strada a senso unico per diventare parte di qualcosa. Supera la prova di iniziazione. E subito dopo celebra la morte della sua innocenza, perita assieme alla vietcong, cantando “viva Topolin” (non a caso la cosa più inoffensiva e innocente possibile, quasi che si debba lavare la coscienza ricordando a se stesso ed agli altri di essere stato puro, di essere stato un bambino…), si aggrega ai dannati, prosegue la sua “vita”: “vivo in un mondo di merda, ma sono vivo e non ho più paura”.
 
Do you want to take a life?
Do you want to cross that line?
‘Cause it’s a long way back from hell [Danzig]
 
 A ciascuno decidere se sia accettabile uccidere per continuare ad esistere. A ciascuno giudicare se è “vita”, se può essere “vita”, quella che attende ora il soldato Jocker.
 Se ho parlato di tutto questo è perché una delle mie paure più grosse è legata ai punti di non-ritorno, mi aspetto di vederne spuntare uno dietro ogni angolo, mi aspetto di risvegliarmi un giorno e non riconoscere più me stesso. E questo mi riempie di terrore, è per questo che (tento) di rifuggere dai compromessi: credo ci sia una linea sottile varcata la quale si sta sulla terra solo per fare numero… e questo non me lo perdonerei mai. Eppure spesso essere se stessi è impossibile, dire quel che si pensa diventa quasi una forma di presunzione (provateci ad un colloquio di lavoro: è un’esperienza interessante), avere una personalità in disaccordo con il pensare comune è quasi una maledizione.
 Rimango convinto che il senso di questa esistenza abbia a che fare con l’essere in grado di farsi spazio, nel cercare di farsi accettare per quello che si è, facendo in modo di cambiare menti fossilizzate su posizioni immutabili… Un’impresa da poco, eh? Certo, adeguarsi è comodo, “ma come dire: POCA SODDISFAZIONE”[CSI]
 
 
 
 
*[Lo spunto per questo post mi è venuto anni fa durante la lettura del magnifico libro monografico sul Regista Maestro edito da “il castoro cinema” e curato da quell’eccelso luminare in materia filmica che è Enrico Ghezzi (e chi altri sennò?), ebbene in questo libro quadrato esiste anche una sezione curata da Fernaldo Di Giammatteo su “Full Metal Jacket”, a loro la mia stima.
 Il film finisce sulle note di “Paint it black”. Forse è proprio vero, come dice il libro, che non esiste film più nero di questo.]
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