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Primo amore
 
 Questo è il titolo di un film, trasmesso di recente, di Matteo Garrone. L’ho guardato con estrema attenzione (mi si scusi per il ritardo, ma è notorio che io registri tutto) poiché ne avevo sentito parlare. Mi ha lasciato perplesso, mi ha lasciato contrariato. E’ scarno, non dice nulla più dell’essenziale, non fuga dubbi, come dire: "la parte in eccesso, viene eliminata, resta l’oro, la cosa più importante". Non riesce a piacermi appieno ed un po’ me ne dispiaccio poiché ne intuisco le potenzialità, tuttavia mi fa inorridire a livello concettuale. Si tratta della storia di un uomo ed una donna (Vittorio e Sonia), lui è ossessionato dalle anoressiche e dopo un periodo iniziale tutto sommato tranquillo, cerca di iniziare (anche violentemente) lei al suo culto dell’esile, sulle prime ha successo poi lei si ribella e lo uccide… sullo sfondo le loro vite: orefice lui, modella e commessa lei, con un fratello che si preoccupa…
 Il fulcro della storia, a mio parere è riscontrabile nel lavoro del protagonista, lavoro che lo ossessiona, molto più di quanto lasci trasparire, desiderando ardentemente modellare il corpo della sua compagna come farebbe con le sue creazioni, ottenute separando l’oro dagli altri materiali per fusione, da qui la citazione all’inizio del post. Per questo si pone come obbiettivo quello di far dimagrire la sua compagna di 17 chilogrammi (da 57 a 40), obbiettivo macabramente preannunciato nelle battute iniziali del film quando si vede Sonia posare all’accademia di belle arti con a fianco uno scheletro.
 Non riesco ad apprezzarlo poiché è assolutamente al di fuori della mia mentalità, tanto da risultare quasi disturbante. Un costante stridìo sembrava essersi impadronito della mia testa mentre guardavo questo film, che pare fatto apposta per rimettere in discussione le mie convinzioni (il che, comunque non è affatto poco, sia chiaro).
 Non sopporto tutta questa attenzione che durante il film si focalizza sul corpo ("la prima cosa che ho sempre cercato era il corpo, poi veniva la mente" dice il protagonista), non sopporto l’ideale estetico di uomini/donne ridotte a pelle ed ossa, non sopporto la sottomissione. Il corpo è materia, in quanto tale è greve, cedevole nella forma, labile nella sostanza, non sarei mai in grado di affidargli sentimenti duraturi poiché è destinato a scomparire… come a dire che il corpo è un’entità accidentale e non essenziale, le parole hanno la possibilità di sopravvivere, la bocca che le ha pronunciate assolutamente no, appare piuttosto senza senso porre qualcosa di così effimero su un tale piedistallo, almeno per me. Inoltre credo di aver già espresso la mia preferenza per l’ideale Rubensiano (quindi rubicondo e florido, se vogliamo) della bellezza femminile, ciò ha un motivo: ne “Il pendolo di Foucault” Umberto Eco fa dire ad un suo personaggio femminile che il vero Santo Graal è, in realtà, il ventre femminile, capace di donare vita alla materia; premessa questa affermazione, che faccio mia, dovrebbe risultare chiaro come l’associazione tra la culla della vita ed un corpo scheletrico (dove lo scheletro è da sempre visto come l’icona della morte) sia, dal mio punto di vista, esteticamente inaccettabile, quasi blasfema.
 Una forte sensazione di rigetto mi viene poi data dalla sottomissione alla quale la ragazza viene sottoposta, ovviamente va considerata anche la mente disturbata del protagonista, eppure questa è un’altra cosa che non mi lascia amare questo film come meriterebbe.
 Infatti il film è girato molto bene, sono estremamente curate fotografia e colonna sonora, anche l’ambientazione mi piace molto: l’accento veneto del protagonista dona una sensazione di familiarità alle scene e la provincia italiana risulta essere lo sfondo ideale alla storia, visto che è considerata da molti come la culla ideale delle nevrosi (vedasi anche “la casa delle finestra che ridono” di Pupi Avati e certe affermazioni di Dario Argento), tesi che trova qui l’ennesima conferma. Eppure ci sono troppi contrasti, questo film non riesce a far parte di me, è anzi assolutamente all’opposto della la mia visione delle cose (che tuttavia non mi aspetto che venga condivisa per forza) e questo genera un gran disagio interiore che mi porta a respingere la narrazione a rifiutarne assolutamente i contenuti… tenendo ben presente, comunque, che solo mettendosi in discussione si evolve, e questo non sempre è un processo piacevole.
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