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Cold dark dungeon
 
 Una domenica pomeriggio, mentre ti attingi a scrivere l’ennesimo patetico post sul tuo blogghe, senza troppe idee in testa ti si risveglia la coscienza e vieni urtato dalla acquisita consapevolezza di essere in procinto di mancare un piccolo evento per di più organizzato da un amico di lunga data. Oramai assuefatto al tedio misto tristezza proprio della domenica pomeriggio, rassegnato a lasciar trascorrere quelle scarse ore di libertà in modo inerte, non mi sembrava possibile avere qualcosa di significativo da fare…
 Le comunità biellesi, soprattutto quelle della valle strona, sono caratterizzate da una presenza industriale quasi oppressiva, per la dislocazione, sul territorio, di una quantità incredibile di fabbriche dall’aspetto tetro, austero e inquietante, soprattutto se si riflette sulla miriade sconfinata di persone che ha trascorso una parte notevole della propria esistenza a lavorare tra quella mura che trasudano sacrificio e fatica, se non di peggio. Ora il paesaggio si è colorato di un’ulteriore sfumatura: la decadenza. A fronte delle rinnovate sfide imposte dal libero mercato globalizzato (lo so: è uno scempio linguistico quanto ho appena scritto) solo in pochi hanno saputo sopravvivere e restare attivi, le carcasse delle fabbriche in disuso appassiscono in silenzio tra queste valli.
 In una di queste mi sono recato per assistere all’inaugurazione di una mostra caratterizzata da installazioni sonore competentemente (e sapientemente) ideate e realizzate da Mr. Roarche e Mr. Fhievel e fotografie incalzanti scattate dal loro regista preferito. Occorre puntualizzare che la fabbrica scelta per l’installazione non presenta particolari segni dello squallore post-industriale propria di quelle abbandonate negli ultimi vent’anni, si tratta infatti di una fabbrica in disuso già molto tempo prima, i cui macchinari si sono però salvati dal degrado diventando una testimonianza singolare di ciò che doveva essere il lavoro dei nostri nonni e bisnonni… una sorta di archeologia industriale che mi ha quasi fatto sentire in colpa a lamentarmi del lavoro che attualmente svolgo.
 I nostri si sono distinti nel catturare l’atmosfera sonora che doveva caratterizzare il luogo, carpendo agli antichi macchinari la loro voce, a tratti atroce, e riproponendola con l’ausilio visivo di fotografie sapientemente proiettate su pannelli trasparenti di fianco ai macchinari. Procedendo con ordine dirò che all’entrata dell’installazione si è avvolti da un manto tetro, che lascia spiazzati a confronto con il sole esterno, non appena però gli occhi si abituano alle mutate condizioni di luminosità emergono dal buio gli strumenti di lavoro, come fantasmi di un passato remoto inquietanti nel loro essere rudimentali all’occhio contemporaneo, la loro voce emerge alternativamente in un’ incredibile testimonianza sonora composta da diverse identità separate: la ripetitività ossessiva e martellante dei telai, gli stridii delle presse, le sonorità minute della cardina e via discorrendo fino a giungere a zone correlate alla vita degli operai come la sala mensa nella quale cessa l’oppressione cupa, per lasciare lo spazio a suoni che rinfrancano dalla fatica, come lo scorrere del fiume o il rassicurante crepitio del fuoco nella stufa, catturato dal duo con sorprendente fedeltà.
 Anche grazie al colloquio con Roarche rifletto sull’incredibile (oggi sembra quasi inumano) sforzo dei lavoratori anche solo di qualche decennio or sono. Il rumore generato dai telai era tale da non poter essere sopportato da chiunque si trovasse nella sala, tanto che si è resa necessaria una notevole diminuzione di intensità sonora per poter permettere alle persone di non uscire assordate dall’installazione… e i lavoratori dovevano resistere, giorno dopo giorno, anno dopo anno…
 Mi ritorna alla mente il buio della prima sala… non so quanto fosse intenzione degli autori scoperchiare simili pensieri, eppure io ho avuto costantemente sotto gli occhi la fatica, il dolore, il disagio di intere generazioni di operai mentre visitavo la mostra… mi trafiggeva l’angoscia nel pensare alle loro vite mutilate fra quelle quattro mura, stretto nella morsa di pensieri e paralleli con la mia stessa vita che, sebbene non debba conoscere la crudezza di un lavoro senza l’ausilio della tecnica acquisita col progresso, sarà fatalmente segnata da un destino analogo… tutto per poter restare vivi, per poter mangiare, vestirsi, avere un tetto sopra la testa e via discorrendo…
 Non ho potuto reprimere un pensiero in considerazione di tutto quanto sopra: mi sento una sorta di vittima impotente di un ineludibile ricatto che tiene in scacco l’umanità intera.
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Un pensiero riguardo “

    mr.roark ha detto:
    8 maggio 2007 alle 12:02

    caro dottore,
    lei riesce sempre mediamente a commuovermi!!!

    ammiro il suo supporto!!!

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