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Passione immortale

 Credo di aver già disquisito su come si possa "innamorarsi" di un quadro, adesso mi va di tornarci sopra. In realtà questo è il classico caso nel quale il linguaggio non ci viene in aiuto, si dentifica con "amore" infatti un sentimento certamente intenso e coinvolgente, ma è già difficile trovare una definizione a questa parola se definita ad una persona in carne ed ossa, per un’immagine si tratta, necessariamente, di una forzatura. Un’immagine non possiede, infatti, un carattere, delle idee, dei pensieri… al limite può suggerirne e noi possiamo sentirci attratti dai pensieri suggeriti da quella immagine, così come la linea di un collo, il profilo di un naso o il colore di un occhio possono farci emozionare in modo quasi ancestrale, poi si va oltre e si conosce la persona.
 Col quadro, al massimo si possono apprendere nozioni su chi l’ha dipinto, sulle sue idee ed ideali ed anche sul suo stile e convenire con lui nel sentire attrazione per certe immagini. Resta il fatto che, nel caso di un dipinto, si tratta di una folgorazione puramente estetica, fortunatamente non intesa come l’ aderire pedissequamente ad un canone, quanto piuttosto come un ascoltarsi ad un livello profondo per allontanare le influenze esterne e capire ciò che genera in noi una sensazione di trasporto. Il mio caso principe è sicuramente la Danae di Klimt, quadro che mi catturò completamente quando ebbi la fortuna di vederlo "dal vivo" ad un’esposizione a Vienna un paio di anni fa. Fu un vero colpo di fortuna riuscire a vederla ed il fatto che si trovasse ad una mostra mentre io ero in città (il quadro appartiene ad una collezione privata) può apparire come una fortunata coincidenza, ma a me piace pensare che non lo sia. In quel quadro tutto mi scatena violente passioni interiori: dall’espressione di cui è pregno il viso della protagonista, alle dita scheletriche abbandonate eppure rigide (non mi so spiegare altrimenti, mi spiace), alla massa di capelli di un rosso intenso che cattura  gli occhi, persi quasi a seguire ogni singolo filo ramato, nello stesso modo nel quale si perderebbero le nostre dita se, per miracolo, ci fosse concesso di affondarle in quel mare incendiato. Eppure qualcosa di Danae ancora sfugge: gli occhi celati dietro le palpebre chiuse, quasi ad esprimere la sua volontà di distacco dal mondo (dopotutto sta avendo un amplesso con il padre degli dei!) e la grande coscia madreperlacea  posta in primo piano quasi a nascondere parte del suo corpo. Quella stessa coscia oggi verrebbe vista con stegno da chi detta legge con i suoi risibili canoni estetici filiformi e macabri; ebbene la bellezza di Danae ride di tutto questo dal profondo di ogni singola pennellata, ed anche in questo risiede il suo fascino: nella riconquistata libertà dai guidizi degli altri, nel suo essere indipendente e consapevole in faccia al mondo: piochè lei è più forte di ogni moda passeggera che può infettare la terra, si eleva al di sopra di pensieri e giudizi polverizzandoli in nome della bellezza immortale, lasciando l’effimero ai mortali e regalando alla storia un’immagine che non può morire poiché è concepita per insuarsi nel profondo di chiunque abbia l’animo di apprezzarla e segurla nei meandri dell’intimo, al centro di ogni sensazione. Il quadro stesso punta alla profondità in modo clamoroso, con la sua struttura a spirale che pare lanciare un recondito invito ad affondare nella tela e a dimenticarsi della realtà che ci circonda o, almeno, a guardarla con un occhio differente.
 Strano: a me l’amore fa un effetto molto simile… rende sopportabile l’esistenza ignobile, cancella la realtà crudele, accende una scintilla di senso nell’assurdo e freddo buio che ci circonda. Mentre con una persona in carne ed ossa ci si illude che tutto questo sia reale per sempre e ci si ferisce con i cocci delle proprie convinzioni quando tutto questo va, fatalmente, in mille pezzi, con un quadro si può fare finta che tutto questo sia eterno, almeno finchè durerà nella memoria e nell’anima il segno lasciato da ogni singola pennellata…

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