Postato il

Xerosaves: Paul Chain "Alkahest" (Godhead 1995)

 Tutto ha inizio con dei semplici rigraziamenti. Lee Dorrian ha appena dato vita(?) alla sua nuova creatura, i Cathedral, e ha dato alle stampe il loro disco d’esordio, un disco destinato a fare scuola e storia nel mondo del doom metal: il gigantesco "Forest of equilibrium" (Earache 1991) e, se ci si prende la briga di spulciare la lista dei ringraziamenti, ci si accorge che viene citata una band storica del metal nostrano. Prima di diventare quella sorta di baraccone non meglio identificato che sono ora, i Death ss erano una band di proto-doom che non ha mancato di raccogliere consensi anche all’estero non potendo evitare di incuriosire lo stesso Dorrian. Da questi ringraziamenti (chi l’avrebbe detto: a volte ringraziare paga!) prende il via una serie di contatti tra il cantante di Coventry ed il chitarrrista più oscuro d’Italia, al secolo Paolo Catena da Pesaro. Alla fine, ma siamo già nel 1995, i due decidono di rendere concreta la loro collaborazione, Dorrian si reca presso i day studios di Pesaro, di proprietà del chitarrista marchigiano per dare vita ad "Alkahest": a tutt’oggi una delle massime vette del doom nostrano, almeno per chi scrive.  Il concept dell’album ruota attorno ad atmosfere oscure e catacombali, nelle quali però spiccano inserimenti legati alla antica scienza(?) alchemica, molte illustrazioni, a partire dalla copertina e dal titolo, rimandano esplicitamente a questi argomenti avvolgendo il disco stesso in un manto misterioso ed affascinante. Musicalmente il disco si divide in due parti, nella prima parte, più eterea e sognante, è lo stesso Chain ad occuparsi del cantato, ritorna quindi in grande spolvero l’uso dei fonemi (le "parole" che canta sono volutamente suoni senza senso) e del suo quasi-falsetto che fa da contraltare alla pesantezza del suono. Tuttavia, alla sesta traccia c’è lo spartiacque: entra finalmente Dorrian nelle vesti di cantante e i due riportano alla luce un vecchio classico del repertorio di Chain, è infatti "Voyage to hell" ad aprire la strada ad una seconda parte maggiormente votata all’oscurità ed alla pesantezza, gli incredibili vocalizzi grevi dell’inglese aprono nuove voragini di fuoco ed ombre sul disco… i suoni diventano sulfurei, quasi oppressivi e, naturalmente, il cantante non può che sentirsi a perfettamente a suo agio nel suo ambiente naturale. Il risultato è ancora ampiamente apprezzabile a distanza di anni anche grazie alla sapienza dimostrata da Chain anche in fase di produzione. Dopo svariati sconfinamenti sperimentali Paul Chain decide dunque di ritornare alla musica che egli stesso a contribuito a far evolvere per mettere un nuovo punto fermo (e piuttosto definitivo) sul genere… tutto questo è "Alkahest", non una malattia di protagonismo quanto un’indiscutibile e sotterranea gemma che resterà a lungo nella memoria di chi ha avuto l’attenzione e la dedizione necessaria per scoprirla: canzoni come "Three water", "Roses of winter", "Sepulchral life" o la dilatata "Lake without water" (ma in definitiva tutte quante) sono destinate direttamente a chiunque si trovi in assonanza con queste sonorità e sono destinate a fissarsi nella memoria come oscure visioni scopite nella pietra.

Per chi volesse reperire il cd: In bocca al lupo, che io sappia la godhead è fallita e non credo ne esistano ristampe!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...