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I sei dischi che cambiarono il (mio) mondo.

Probabilmente ho passato da un poco di tempo il periodo in cui si eleggevano (credendoci sul serio) i propri gruppi preferiti. Avere un "gruppo preferito" mi pare un pò puerile in qualche modo, eppure se mi dovessero costringere ad una cernita così assurda tra tutti i gruppi che ascolto penso che un nome verrebbe fuori, alla fine, e quel nome corrisponderebbe ai Black Sabbath!
 Ho un blog da tanto ormai e non dedicargli un post mi sembra un atto irrispettoso, se non l’ho fatto fino ad ora è solo perchè li ascolto (e li venero) da talmente tanto tempo che (purtroppo) magari do per scontata la loro presenza al mio fianco, ma loro ci sono, ci saranno sempre! E sono uno di quei rari gruppi nei confronti dei quali posso dire che la mia devozione non è mai scemata… come potrebbe del resto? Quando ascolti per la prima volta un gruppo e ti rendi conto di quale sia la provenienza del 90% di quanto hai ascoltato fino a quel momento come puoi negare la grandezza di un gruppo? Ne rimani fatalmente prigioniero. E conosco a memoria tutte le critiche mosse al gruppo negli anni, ma mi basta un singolo riff di mr. Tony Iommi per dimenticarmi tutto. E subito.
 Tutto ha inizio il 13 febbraio 1970 (era venerdì!), giorno di pubblicazione del loro primo disco… no, per essere sincero prima c’era un passato fatto di nomi come Mithology e, soprattutto, Earth… c’era un  giovane squattrinato macellaio dalla cantilena indemoniata, un taciturno chiarrista dalle falangi mozzate a causa di un saldatore (e che per pochissimo tempo suonò con i Jethro Tull), c’era una sezione ritimica da urlo con un batterista folle e un bassista incredibilmente creativo… ma è solo in quel tenebroso (?) giorno di febbraio che vede finalmente le tenebre una creatura nata per inquietare, trascinare ridisegnare i confini conosciuti della musica.
 Inizia a piovere ed in sottofondo si sentono alcune campane a morto, poi ci sono le note della magica canzone che, prendendo spunto da un film di Boris Karloff, da il nome ai nostri. Nessuno era mai stato così ossessivo, sulfureo, oscuro, travolgente, pesante ed opprimente. Mai. La leggenda vuole che davanti alla locandina del film gli Earth si misero adiscurere su cosa attraesse la gente in un film che metteva i brividi… per poi pensare ai figli dei fiori e ritrovarsi in una umida e tetra Birmingham (ho ancora davanti l’immagine di Ozzy che dice "where the fuck is San Francisco?") da qui i nostri capiscono che c’era ancora un lato da esplorare in musica: quello oscuro! Non che sia una band di occultisti, certi altri loro coetanei, tipo Led Zeppelin o Black Widow, sono sinceramente molto più addentro alla cosa, ma direi piuttosto che sono un insieme di ragazzi attratti dalla cosa a livello di immagine e di iconografia piuttosto che altro. In ogni modo appare chiaro fin dalle prime note della canzone che da il nome al gruppo che qualcosa è cambiato per sempre nel mondo della musica: sono apparse le ombre! Il disco contiene già alcuni dei classici della band: brani come "Nativity in black", "The wizard" o "Behind the wall of sleep" sono destinate a mietere più di una vittima nelle loro infuocate performances. Il disco vende abbastanza bene (pare che le prime 10.000 copie siano andate esaurite in tempi stretti) tanto da far rientrare in studio i nostri in studio nei mesi successivi per pubblicare un ulteriore lp entro la fine del 1970, un disco che permetterà loro di fare il botto.
 Doveva intitolarsi "War pigs" avere una copertina differente… invece qualcuno(?) teme che mettere in copertina un titolo anti-militaresco come quello possa creare problemi alla band. E fu così che il disco passerà alla storia col nome di "Paranoid" ed avrà una copertina abbastanza strana nella quale il sottoscritto ha sempre pensato di vedere una foto mossa dello stesso Iommi vestito improbabilmente e con una spada luminosa in mano… mah! In ogni modo la title-track è diventata la canzone simbolo della band, nonostante  sia stata composta in poco più di mezz’ora mentre il baffuto chitarrista stava accordando la sua leggendaria gibson SG nera. A me sinceramente il pezzo ha stancato ma tant’è… mi appare davvero poca cosa rispetto a classiconi come "War pigs", "Iron man", "Electric funeral" o "Fairies Wear boots". I nostri balzano in testa alla classifica e si preparano a conquistare tutti gli amanti delle loro sonorità nel mondo… penso che sentrli per la prima volta nel ’70 potesse essere veramente scioccante: avevano aperto la porta ad un filone musicale che avrebbe continuato ad evolversi fino ai giorni nostri (quasi 40 anni dopo!!!)… e scusate se è poco… senza di loro niente metal e musica pesante, in nessuna forma.
 Intanto nella band si incominciano a delineare alcune differenze che poi porteranno anche, in qualche modo alla scissione: da una parte i "riflessivi" Iommi e Butler, dall’altra i "casinisti" Osbourne e Ward. Tuttavia queste sono solo minuscole ombre… arriva il 1971 e si porta con se anche il terzo capitolo dei nostri "Master of reality" chiude perfettamente il cerchio che i due predecessori avevano iniziato a tracciare… ancora una volta una manciata di classici immortali e, anche se una certa voglia di rinnovamento nel suono e nelle tematiche comincia ad affacciarsi ("After forever" fece storcere qualche naso), il disco è un concentrato incredibile di canzoni indelebili e geniali per concezione e struttura. In cima, forse, c’è "Into the void" che contiene uno dei più bei cambi di tempo fra quelli che li hanno resi celebri, ma come non citare "Children of the grave", "Sweet leaf", "Lord of this world" o la malinconica "Solitude"… c’è poco da fare: già solo con questi tre dischi hanno "cagato in testa a tutti"! (Per usare una gentile esclamazione di stampo oltranzistico). Eppure non si fermano affatto qui, e l’anno nuovo porta con sè il quarto capitolo della loro sfavillante carriera. Intitolato semplicemente "Vol.4" il disco è il primo che gode di una certa qualità in fase di produzione ed il primo ad aprire anche più di un varco a certe influenze di stampo progressivo (anche iniziando ad incorporare le tastiere) che, tuttavia, nemmeno si sognano di cambiare il "corpus" del loro suono oscuro e potente come sempre. La canzone forse più conosciuta del disco è "Snowblind" canzone che, storicamente si vuole ispirata al bellissimo fumetto argentino "L’eternauta" dove la gente viene uccisa da una misteriosa nevicata, nonostante Ozzy in "Speak of the devil" pare dare tutt’altra interpretazione al testo (ehm…). I bei momenti nel disco però non mancano con le tre canzoni di chiusura per esempio o con "Wheels of confusion" o "Tomorrows dream".
 Quando ancora giocavo all’elezione del "Preferito" però, il disco del 1973, "Sabbath bloody sabbath" vinse la palma per tanto tempo… chi coglie qualche assonanza tra "Sunday bloody sunday" e "Sabbath bloody sabbath" è nel giusto: le due canzoni si riferiscono infatti allo stesso fatto di cronaca: una domenica del ’72 a Londonderry l’esercito apre il fuoco su manifestanti irlandesi disarmati causando la morte di 13 persone e ferendone gravemente almeno altre 50… emblematiche le frasi cantate da Ozzy "…Nobody will never let you know/ when you ask the reasons why/ They just tell you that you are on your own/ Fill your head all full of lies…". In ogni modo il disco ancora una volta fa centro ed è staordinario come in sei dischi, ci siano così pochi brani non in grado di suscitare interesse.
 Correndo il rischio di annoiare chi legge a furia di titoli a scorrere la tracking list c’è da stare male… ma mi limito a citare una piccola canzone come "Looking for today", non la più significativa o bella del disco, ma la dimostrazione che anche i Sabbath sanno essere positivi: dal testo alla musica assolutamente rincuoranti, almeno per me… il resto scopritelo da soli. Nonostante i due ultimi album con la formazione storica siano "Technical ecstasy" e "Never say die" (grande però la title track!) chi conclude la rassegna è "Sabotage" un disco che a lungo ho ascoltato poco, forse perchè temevo di bruciarlo a furia di ascolti come gli altri. E’ venuto fuori alla distanza ed è venuto fuori alla grande! "Symptom of the universe" ha forse il più bel riff mai partorito dalla "diavoletto" nera di Iommi, "Hole in the sky" apre il disco a pugni nello stomaco, "Thrill of it all" (oltre ad essere un brano cui l’Oltranzista è molto legato) ha dei cambi di tempo e d’"umore" assolutamente spettacolari e come non ridere con Ozzy in "Am I going insane (radio)"?
 Qui termina anche la disquisizione che voleva essere una sorta di tributo ai miei quattro eroi, qualunque cosa facciano adesso: questi sei lavori mi si sono tatuati nell’anima… non potrei vivere senza ormai! In chiusura, come spesso capita una citazione dell’Oltranzista (stavolta più urbana): "I Black Sabbath sono come il latte materno: fondamentali per la crescita!"    

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