Postato il

Xerosaves: Sleep

 Nel bel mezzo del periodo, i primi anni novanta, che vide emergere gruppi di "spessore" come Kyuss, Electric wizard, Orange goblin, Celestial season e molti altri, ci fu un gruppo che rimase assolutamente fedele alla lezione impartita dai Black Sabbath, rimanendo tutt’ora una delle formazioni maggiormente devote al culto dei quattro di Birmingham: gli americani Sleep.
 Esordiscono nell’ombra con una oscura formazione a quattro elementi per la piccola etichetta Tupelo all’inizio degli anni ’90 con un disco in cui, a partire dal titolo ("Volume One"), i richiami al sabba nero si sprecano… anche nelle scarne note di copertina, che non a caso recava un dipinto di Dalì incentrato sul tema del sonno, gli unici ringraziamenti che appaiono sono per i tre Black Sabbath (per qualche misterioso motivo viene escluso mr. Osbourne). Il disco suona ancora un tantino acerbo, sono tuttavia presenti già molti degli elementi che contraddistingueranno la band negli anni a venire. Sembra proprio che gli Sleep, quasi vent’anni dopo, riprendqano il discorso là dove i Black sabbath avevano interrotto, suoni grassi, grevi, psichedelici e, inevitabilmente "stonati", chitarra e basso quasi uniti in un magma sonoro difficilmente districabile, mentre la voce si lancia in un cantato/recitato assolutamente ipnotico… le composizioni sono lente ed ossessive quasi che paiono composte apposta per gettare l’ascoltatore in una sorta di "trance narcolettico" nel quale si cade, inevitabilmente, ascoltandoli.
 Il disco successivo però è quello che i consacra all’attenzione degli appassionati, la formazione vede il passaggio da quattro a tre elementi (che poi verranno identificati stabilmente con la band) ma, soprattutto, si avvale del passaggio alla britannica Earache records che in quegli anni si era ritagliata un posto di tutto rispetto nel cuore degli amanti delle sonorità esterme in giro pr il globo. Chris Hakius (dr) Matt Pike (gt) e Al Cisneros (bs, vc) danno vita, nel 1992, al loro lavoro forse più noto, quello "Sleep’s Holy Mountain" che scosse dalle fondamenta lo zoccolo duro dei sabbath-fans… il disco poteva vantare alla produzione Billy Anderson (che aveva registrato anche il loro esordio e noto anche per i suoi lavori con i Neurosis, prima dell’era Albini) e conteneva brani in grado di far esplodere più di una valvola di amplificatore. Con un suono che pareva essersi fermato a vent’anni prima (il che, non mi si interpreti male, in questo caso è un pregio) rimane forse il loro testamento sonoro più vivido, fatto di vibrazioni assolutamente fuori dallo spazio e dal tempo.
 Il riconoscimento ricevuto dalla scena underground e il crescente interesse suscitato dal movimento stoner (odio le classificazioni ma, nel loro caso non si può che definirli così… guardate la foto sul retro di "Holy mountain" e poi datemi torto, se ci riuscite!) porta il gruppo a firmare nientemeno che per una major come la london records! Tuttavia quest’ultima non fa bene i conti con la band che, per il suo nuovo lavoro, ha in mente un lavoro molto ambizioso ma sostanzialmente esente da logiche di mercato. Si tratta di "Jerusalem" un’ unica lunga e ossessiva canzone dalla dilatatissima durata di ben 52 primi e 8 secondi: praticamente una sorta di mantra valvolare, difficilmente inquadrabile e giudicabile, completamente immerso negli anni ’70. Ovviamente la casa discografica non capisce, li scarica quasi subito e la band si scioglie ma… il disco che fine fa? Viene pubblicato con diverse copertine con qualche anno di ritardo: l’edizione in mio possesso è quella del 1998 per pubblicata dalla rise above di Lee Dorrian, ma so di sicuro che ne esiste almeno un’altra edizione con copertina diversa ed un’altra ancora intitolata "Dopesmoker" più completa, senza certi tagli che caratterizzavano le edizioni precedenti.
 I componenti della band non si sono certo fermati qui, la loro dedizione e determinazione li ha portati a continuare, separatamente il loro percorso artistico. Matt Pike è il primo a muoversi accasandosi con la defunta man’s ruin di Frank Kozik e formando un nuovo gruppo a nome High on fire, il gruppo ha avuto una certa fortuna e riconoscimento tanto che è recente l’uscita del loro ultimo lavoro su relapse "Death is this communion". Idem dicasi per la sezione ritmica, che dopo qualche anno, è tornata a farsi viva con il nome Om, proseguendo la sua esperienza come un interessante duo basso/voce- batteria, anche in questo caso il gruppo ha dato alle stampe da poco la loro nuova fatica (su southern lord) a titolo "Pilgrimage".
 
Nota: Se vi racconto tutto questo è anche perchè, in pieno tedio biellese, il sottoscritto e l’Oltranzista qualche settimana fa passarono un ilare sabato sera a spulciare You tube alla ricerca degli artisti più improbabili e dimenticati, scovando questo bellissimo video dei nostri eroi (prego notare il numero di volte in cui vengono inquadrati gli amplificatori!).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...