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Tutti morimmo a stento

 Probabilmente non é una grande idea dedicare un post a Fabrizio De André.
 In primis perché, per parlare di un autore del suo livello, servirebbe ben altro, poi perché, dalla sua morte in poi, é stato un continuo susseguirsi di nuove uscite discografiche ed editoriali, di trasmissioni televisive, di eventi commemorativi (mi riferisco anche al concerto tributo con la storica figuraccia di Celentano) che hanno finito per saturare l’ambiente… voglio però concedermi di ricordare questo autore per un motivo: credo sia stato l’autore italiano in grado di concepire una sorta di disco-concettuale che é fra i più incredibili esempi di disperazione messa in musica.
 Pur essendo, probabilmente, il lavoro più "arrangiato" e "prodotto" di De André "Tutti morimmo a stento" (1968) é questo: disperazione e sconforto messi in musica. Ancora oggi non mi spiego come un’ opera del genere possa aver trovato posto nel panorama discografico italiano di fine anni ’60 ed inizio ’70, un periodo al quale, io penso, si é soliti dare un’immagine di una certa qual spensieratezza e gioia di vivere (morte di Tenco a parte): bene questo disco é l’esatto opposto. Ci presenta un’umanità sull’orlo del baratro, soprattutto assai misera ed in balia di se stessa. Un’umanità sconfitta e senza speranza cui si addicono perfettamente titoli come "cantico dei drogati" o "ballata degli impiccati". Incredibile vederlo sommesso e umile parlare in quest’intervista di morte e desolazione ed anche il piccolo spiraglio che lascia aperto alla speranza sembra in qualche modo acuire la sensazione di claustrofobia per una condizione che, in qualche modo, si é fatta assolutamente tragica ed irrecuperabile… la fessura lasciata aperta dall’autore sembra portare con se l’amaro sapore di una speranza che sappiamo essere vana fin dal principio, senza avere la durezza e la spietatezza di confessare a noi stessi che lo é.
 Raramente un disco di musica italiana é stato in grado di avvicinarsi a certi miei pensieri e sensazioni, raramente i colpi inferti all’anima sono stati così profondi e chirurgici nel toccare i miei nervi scoperti; qualche post or sono mi lamentavo che nella mia patria si producesse musica melensa e rassicurante (fino quasi alla parodia) ebbene questo disco è un immenso calcio sui denti a tutto questo, la riprova che se cerchi a fondo forse puoi trovare qualcuno che abbia una visione delle cose molto vicina alla tua anche negli ambienti più impensati, benché sia dannatamente dura trovarlo ed accorgersene. A tutto si aggiunga poi la presenza (che, a mio modo di vedere, spicca nel disco) di una canzone come "inverno" che rappresenta un fragile equilibrio tra voglia di andarsene e di restare, tra disperazione e speranza, tra sentimenti d’amore e di sconforto unita ad una visione affranta del mondo ("dove anche l’alba diventa sera/ ed i volti sembrano… teschi di cera"), una canzone, sarà anche perché vi sono legati ricordi strazianti e personali, che non riesco ad ascoltare senza almeno un minimo di pelle d’oca.
 Buona visione.

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