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Sabato pomeriggio milanese

 Questo sabato non si lavora e, dopo un venerdì sera mediamente dedicato ai bagordi, non riesco a dormire fino a tardi. Avendo toccato il guanciale verso le tre antimeridiane uno si aspetterebbe di dormire almeno otto ore e svegliarsi alle undici in piena forma. Niente da fare, alle nove ho già gli occhi spalancati e me ne rimnango lì, tra le coperte a domandarmi perché io non riesca più a prendere sonno. Quando una giornata comincia in questo modo é forte il rischio di farsi prendere dal lassismo. Invece no, stavolta ho deciso di ribellarmi, di fare qualcosa. So che a Milano ha già aperto da un po’ i battenti una mostra su Francis Bacon che non mi sembra il caso di perdermi (magari prendendo anche in prevendita i biglietti per i Boris, che però non troverò!). Di solito torno a casa sempre a casa esausto da quella città, non mi importa: la serata comunque sempre non lasciar presagire nulla a cui sia il caso di sacrificare la mostra. Al diavolo le serate nei miei paraggi, non c’é nulla per me qui, da quel punto di vista (…e pensare che stasera nei Paesi Bassi c’é il Roadburn festival!). Controllo gli orari del treno e verso l’una e mezza mi imbarco verso quella città che, un tempo, fu testimone delle mie vette di gioia più alte come dei più profondi baratri di disperazione.
 Mi fa sepre effetto tornarci, mi aspetto di veder spuntare persone e situazioni dritte dritte dai miei ricordi. Non é successo e non so nemmeno se VOGLIO che succeda, so che una parte di me (forse la parte migliore?) é rimasta là, seduta tra le colonne di San Lorenzo, dentro il Maryposa centro, in fiera o alla stazione centrale ma soprattutto il fantasma del me stesso che fu abiterà sempre all’ Accademia di Brera.
 Ma questa é un altra storia. Durante il viaggio sonnecchio (dormire quando é ora no, eh?) ascoltando gli ultimi lavori di Meshuggah e Unearthly Trance, che rimangono fra le cose migliori uscite di recente e cerco di cacciare qualche ricordo insidioso. Poi arrivo, scendo gli scaloni della centrale, mi avvio ai cunicoli della metropolitana con passo affrettato ed un animo che, stranamente, trabocca d’urgenza.
 Una volta giunto sulla metropolitana rimango folgorato da una persona che entra quasi al volo: ha l’aria stanca, i capelli a posto ovunque tranne che sulla nuca dove sono schiacciati, é ingombra di bagagli e chissà dove sta andando. Spero di non essere stato troppo invadente o molesto perché ho dovuto fissarla per qualche istante per identificarla. Si tratta della patologa forense Cristina Cattaneo, autrice di due libri molto interessanti ("Morti senza nome" e "Turno di notte") riguardanti la sua professione che io, curioso come sono sull’argomento, ho divorato letteralmente. Mi sono piaciuti soprattutto perché, oltre ad essere esaustivi, non spettacolarizzano la sua professione come i serial televisivi, anzi la rendono umana e reale. Sto per complimentarmi personalmente per il suo lavoro quando mi assale l’imbarazzo: le lancio un ultima occhiata e mi rendo perfettamente conto di ciò che mi blocca. Sono i rari riferimenti alla sua vita presenti nei suoi due lavori letterari, mi risulta strano guardare una persona sulla metropolitana e conoscerne già alcune abitudini, il suo lavoro, qualche frammento della vita privata e così via. Sono incredibilmente imbarazzato e non voglio più rivolgerle la parola. Me ne manca improvvisamente il diritto. Certo lei non avrà scritto di sè ciò che non riteneva di voler far sapere agli altri, eppure mi sembra di aver già scavato (anche se in buona fede e senza volere) fin troppo in quella persona: che di diritto ho ancora di importunarla ora che é stanca, per dirle poi due frasi di circostanza, dei complimenti che non so se le potranno far piacere. Non mi sembra cortese e lascio stare.
 Alla fine giungo comunque all’agognata mostra. Ho sempre apprezzato Francis Bacon ed i suoi dipinti per molteplici motivi. Mi piace come deforma la materia, i volti soprattutto sembrano appartenere ad un’ altra dimensione che non ha parentela con le regole di proporzionalità della nostra. Mi piace perché riesce a vedere le cose in modo totalemente differente da chiunque altro. Mi piace il suo soffermarsi sui particolari, il suo modo di "costruire" strutture geometriche attorno ai suoi soggetti che mettono in risalto le proporzioni degli umani con quelle degli oggetti che li circondano (in questo sembra una sorta di Ballard pittore), sono gabbie di spazio che, particolarmente nel caso del ritratto di Innocenzo X, aggiungono una dose notevole di inquietudine scaturita da questa sorta di inscatolamento del personaggio. Mi piace il senso di sofferenza che si estrae dai suoi quadri, come se l’umanità fosse talmente malata ed umiliata nei suoi valori base da non poter essere rappresentata più semplicemente per come appare… figure che urlano, denti che si stringono, anime che si intrecciano e si fondono… sfondi assurdi e sterili, lampadine e quarti di bue che calano dal soffitto come ghigliottine, lenti immaginarie che si soffermano su particolari agghiaccianti, volti che sfumano nel nulla, asimmetrici e sconnessi, ma solo in apparenza.
 Peccato però che, pur soffermandomi su quasi ogni singola opera, il giro finisca dopo nemmeno un’ora… mi aspettavo una mostra faraonica, invece… invece sono indispettito dalla velocità al punto che mi chiedo se io non sia stato troppo frettoloso nel guardare i dipinti… gambe in spalla e ritorno a guardarmela ancora dall’inizio per poter dire che, in effetti, il materiale esposto é di ottima qualità, ma a me pare scarso: Mi aspettavo almeno una sala intera dedicata ai papi con conseguente dipinto ispirato da Vélazquez… invece ci sono solo un  paio di tele… mah mi sentoo un po’ deluso, poi però prevale la gioia di poter assistere vis-a-vis alla magnificenza del lavoro di Bacon, non capita tutti i giorni, dopotutto.

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