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Then later a movie too…

 Questo è un altro sabato in cui la mia solitudine –per una volta mi illudo che non sia vana- rimpingua le casse di un cinema d’essai. E vado a vedere un film –In Bruges- ambientato in una città che mi attrae senza che io l’abbia mai vista, in una città che sognavo di visitare non da solo, in una città che gli scorci proiettati sullo schermo argentato mi fanno desiderare ancora di più di vedere.
 Ma non è del film che voglio scrivere, anche se merita. Voglio scrivere del mio ritorno a casa. All’uscita scorgo, nel buio della sala, una sagoma femminile, riconoscibile come un’ombra, che mi fissa in silenzio. Non prendo mai una copia del giornale edito dall’associazione cinema d’essai dalla biglietteria… ne raccolgo una che qualcuno, incurante della maleducazione, dimentica sulle poltrone della sala, involontariamente o meno. Del perché lo faccia non so disquisire… eppure mi succede sempre.
 Esco senza trovare nessuno a cui rivolgere un saluto, mi viene spontaneo alzare lo sguardo lungo i datati muri fatti di pietre ammassate, poi mi rimetto in marcia verso l’automobile. Un tossico mi lancia un’occhiata abbagliante di inquietudine e, più avanti, un gatto siamese getta i suoi occhi azzurri su di me che vorrei dirgli di mettersi al sicuro lontano dalla strada. Per lui i fari delle auto che passano devono essere anche più intensi del sole…. Infine raggiungo l’auto che ho preso in prestito soprattutto per il suo lettore cd.
 Oggi ho con me un cd che suona come un carillon incrinato di malinconia, perfetto per la notte, perfetto per allungare la strada tra boschi e strade nere, perfetto per farmi passare la voglia di tornare a casa. Ne seguo le linee armoniche cercando di mantenere un’andatura rilassata, senza il sentore di alcuna urgenza… e mi lascio trasportare dai miei fantasmi, perché le persone che vorrei qui con me hanno mostrato di non volermi al loro fianco, una l’ha fatto per ferirmi, l’altra per non essere ferita da me anche se ferirla è l’ultima cosa che vorrei al mondo.
 Poi arriva quella canzone, quella che ho cantato mille volte con una volta di mattoni e una cappa di fumo come tetto, con un amico ad accompagnarmi con la sei corde. Mi vengono i brividi, getto un rapido sguardo allo schermo a cristalli liquidi del contachilometri che mi informa che posso ancora percorrere seicentosessantasei chilometri prima che il carburante finisca e piove: quasi che il cielo sapesse che la vita ed il tempo mi stanno scivolando sterili tra le dita inermi, quasi come queste lacrime d’acqua che sciamano sul parabrezza di vetro temperato, mentre affronto l’ennesima curva, prima di essere ancora a casa.

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