Postato il

Rain when i die*

 Non fa altro che piovere, non fa altro cha cadere sulla terra, con uno schianto fragoroso: giovedì sera sulla strada ad aspettarmi c’era un muro d’acqua ed il rischio che i tunnel per tornare a casa si allagassero. L’umidità serra la gola, ogni cosa, ogni centimetro cubo d’aria odora di nebbia. Siamo usciti nel buio, abbiamo percorso lo sterrato per cercare un posto riparato dove accendere un fuoco ed ascoltare le gocce cadere ma la vista di altri uomini ci ha intimorito e siamo tornati a casa. Non è successo niente. Un sabato sera si è spento assieme all’ennesima sigaretta.
 Ad occhi chiusi non posso impedire ai pensieri di fluttuare tra le meningi. E non lasciarmi dormire. So che c’è qualcosa di sbagliato in questa vita, che ci dovrà essere un punto di svolta ed ho paura di adagiarmi sull’abitudine e buttare via altri giorni nella comodità della consuetudine.
 Perché è comoda: ti fa spegnere il cervello e devi solo proseguire con il pilota automatico inserito. Per questo in troppi si incastrano in soluzioni eterne o a lunghissima scadenza, per non pensare, nemmeno al fatto che ci sia ben poco da sentirsi vivi. A tempo indeterminato… come un contratto di lavoro. Sicuro, quotidiano e ineludibile come una condanna. Eppure anche inquietante come un lunedì mattina che ti afferra alla gola fin dal giorno prima con la sua angoscia. Mi chiedo se restare qui sia realmente così orribile vista la quantità di cose che le persone fanno per non pensare: si drogano, fanno sesso, si ubriacano, i più estremi arrivano a lavorare anche 12 ore al giorno. Mi chiedo se realmente sia così dura guardare in faccia alle cose per quello che sono, se sia così dura semplicemente per il fatto che esisti. La mera esistenza a volte assomiglia a fissare il vuoto e c’è chi lo trova insostenibile.
 Il tamburo battente concede una tregua per asciugare i panni. So che non continuerà così in eterno, in un modo o nell’altro dovrà pur finire, in un modo o nell’altro. Nello spazio tra una goccia e l’altra si può ancora passare attraverso tutto questo, uno slalom vorticoso e chirurgico per non bagnarsi, per non rimanere fermo ad inzupparmi per l’ennesima volta. Con l’umidità che si instaura tra le ossa di chi sta fermo. So che non posso restare solo ancora a lungo. So cosa mi aspetta domani. So abbastanza bene chi sono. Ma realmente serve a qualcosa se non posso esserlo fino in fondo? Non sarà anche questo motivo di frustrazione?
 Il discorso non è chiaro. Mette solo su schermo pensieri sconnessi. Come quelli sull’idiota…
“Immaginati una persona che cresce tanto stupida da non sapere che la speranza non è che una delle tante fasi che prima o poi si superano. Che davvero ha pensato che fosse possibile fare qualcosa, una cosa qualsiasi, che durasse per sempre.”** Certo che me la immagino. Mi sembra persino che qualche anno fa, decine di sogni infranti or sono, probabilmente  io ero quella persona. Ero io a sognare Nastasa Filipovna incurante della sua crudeltà. Vorrei aver mantenuto quella dose di ingenuità che mi manteneva più vivo di adesso… vorrei che nessuno avesse mai avuto il potere di cancellare certe parti di me. Invece domani è lunedì e probabilmente si muore. Ed è facile che ritorni a piovere.

*Questo post può anche partire da una base biografica, ma è per buona parte inventato come un racconto, ma senza presunzione letteraria alcuna, la domenica mattina può succedere che uno si senta una sorta di scrittore, passerà.

** La frase virgolettata è una citazione di Chuck Palahniuk.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...