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Keep the cult alive!

 Questa volta la prenderò volutamente larga: c’è stato un tempo in cui gli autori  di “Appetite for destruction” dominavano letteralmente la scena, nello stesso tempo accadeva che l’unico locale dedito al rock del circondario passasse regolarmente il loro hit più conosciuto e i miei compagni di istituto mi chiedessero con insistenza se fossi in grado di registrare loro “Sweet Dynamite” o come diavolo si chiamava quel brano… ed io mi lasciassi andare ad un sorriso beffardo essendo il disco fuori da almeno un anno ed essendo l’unico a possederlo… eppure quella che chiamano l’ultima band di vero rock’n’roll, gli ultimi veri miti dello stardome per me dei divi non lo furono mai, tanto meno dei miti… il loro primo disco era ben fatto ed estremamente appetibile (mi si perdoni il gioco di parole ahahah) ma poi il vuoto: chi si credevano questi, per uscire a distanza di anni con due doppi (!!!) dischi prolissi e sfiancanti da morire (con qualche brano di pregio, ma troppo pochi), per tacere dell’ inutile ep con gli spaghetti (vomitati o vomitevoli?) in copertina!
 Mentre i miei compagni ci sbavavano ancora sopra io avevo cercato le mie alternative che puzzassero pur sempre di rock’n’roll: saltarono allora fuori i Love/Hate, un misconosciuto gruppo americano con il bassista che disegnava le copertine, che risultavano assai meno pacchiani e boriosi dei ganzi e rozzi (belli “Black out in the red room” e “Wasted in america”), i simpatici danesi D.a.d. (una volta Disneyland after dark) autori di un rock ironico e sornione (ho letteralmente consumato, a suo tempo, i mitici “No fuel left for the pilgrims” e “Riskin’ it all”), oppure i W.a.s.p. decisamente più sguaiati e provocatori prima (“W.a.s.p.”, “The last command”) e introspettivi poi (“The crimson idol”) con la voce ed il carisma di Blackie Lawless a farla da padrone… ma soprattutto mi imbattei nei Cult di Billy Duffy e Ian Astbury.
 Difficile dire come mi appassionai a loro, forse perché una ragazza di cui mi infatuai si scatenava volentieri sulle note dell’ immortale “Rain” (questo devo averlo già scritto qui!), quello che so che ancora oggi è che sono tra i miei gruppi preferiti nell’ hard rock, per il timbro di voce inconfondibile di Astbury ed i riff ispirati di Duffy (ma è meglio tacere del loro look in alcuni video e mi riferisco anche alla citata “Rain”) e anche per essere stati in grado di produrre dischi anche molto diversi tra loro ma pur sempre di qualità, confrontate ad esempio il monumentale “Love” e “Ceremony” per farvi un’idea! Ora accadde che dopo una carriera che partiva da lontanissimo, quando il loro nome suonava ancora come “Southern death cult” e loro si posizionavano ancora ai confini con il dark (sono stati i primi ad avvicinare i generi) ed un ultimo disco omonimo i due decidano di sciogliersi e di seguire ognuno la sua strada. Per alcuni anni il nome ha smesso di circolare fino a che nel 2001 i due decidono di incidere nuovamente insieme. Mi sono sempre chiesto se le reunion abbiano senso ed ogni qualvolta me lo domando mi viene in mente ciò che furono in grado di produrre e mi rispondo che, in effetti, qualche volta le reunion hanno ragione d’essere! Infatti “Beyond good and evil” è un disco straordinario contro ogni possibile previsione, al punto da chiedersi come avessimo fatto a stare senza di loro per anni! Solo all’inizio di “War (the process)” ci viene scaricata addosso una manciata di watt di potenza che non ci aspetteremmo mai da una band di “arzilli vecchietti” come in molti si affrettano ad etichettarli… ma le chicche non mancano certo in questo disco del ritorno, a detta di chi scrive, tra i pochi lavori a mantenere alto il nome del rock (in questo caso il suffisso “hard” si dimostra quanto mai azzeccato) negli anni 2000:  ci sono l’orecchiabilità di “The saint” e l’urgenza di “Speed of light”, la melodia di “Nico” (eh, qui è una ragazza però!), la trascinante “True believers”, ma soprattutto il vero highlight del disco “American gothic” che impressiona per ispirazione ed esecuzione!  Non tutta la nostalgia viene per nuocere e i nostri ci prendono gusto facendo uscire un altro disco “Born into this” (buono ma non al livello del suo predecessore) lo scorso anno… giù il cappello: dubito molto che il  recente ritorno sulle scene del moniker (dico così perché il gruppo vero e proprio non esiste più) con le pistole possa fare altrettanto!

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