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Manderlay
 
 Premessa: Con un considerevole ritardo sul mondo civile ieri sera sono riuscito a vedere questo film di uno dei maggiori registi contemporanei (Lars Von Trier), la mia pazienza è stata però ripagata dal fatto che ho avuto l’opportunità di vederlo in un cinema d’ essai, con una platea effettivamente interessata all’opera e non attirata dall’altisonante nome esposto sul cartellone.
Con “Dogville” (primo capitolo della trilogia del regista sugli Stati Uniti) c’erano infatti, tra il pubblico, molte persone che, fregandosene di chi fosse il regista e senza prendersi la rogna di informarsi sulla storia narrata, erano stati attirati al cinema dal nome della Kidman (non che io voglia discuterne le doti artistiche o l’inconfutabile avvenenza, sia chiaro) dopo una mezz’ora di smarrimento, iniziarono a rumoreggiare perché, secondo il loro giudizio illuminato, il film era privo di senso, non arrivando affatto a capire che la cosa priva di senso era la loro presenza in quel luogo, vista la loro chiusura mentale inconcepibile e la loro assoluta mancanza di capacità di travalicare gli stereotipi di cui si nutre l’utenza media dei cinema italiani… per non parlare della loro sensibilità artistica assolutamente assente, tutto incommensurabilmente triste, com’è triste da morire vivere in mezzo a questa gente.
 Il fillm: Questo lungometraggio appare al sottoscritto come una smisurata riflessione sulla libertà e sulle sue conseguenze. Sull’opportunità di concedere libertà a persone che non siano in grado di gestirla, su come questa concessione sia praticamente impossibile da ottenere se non ricorrendo a minacce o violenza, sul ruolo di “deus ex machina” di chi giunge a portare libertà e su come questa stessa persona, pur essendo in buona fede, possa arrivare a diventare a sua volta carnefice, su come cambiano gli strumenti con cui vengono sottomesse le persone (da palesi e cruenti a sottili ed invadenti) ed anche sul fatto che i più nobili propositi sociali possano venire irrimediabilmente corrotti dalla natura umana stessa che finisce per scoprirsi meschina. Il film è tutto questo, il film è molto più di questo. Le trovate del regista si sprecano, l’interpretazione è buona e coinvolgente (Bryce Dallas Howard non fa rimpiangere la Kidman), l’intensità non viene mai meno ed i dialoghi (anche quello tra la protagonista ed il padre- Dafoe) assolutamente rimarchevoli… su tutto poi aleggia l’ineluttabilità del destino sottoforma di genio di Von Trier, da sempre maestro nell’incastonare sconvolgenti colpi di scena nel finale (vedasi il finale di “Dogville” stesso oppure del magistrale “Riget- The Kingdom”). Incredibilmente azzeccata anche la scelta delle immagini per i titoli di coda che, riprendendo un concetto fondamentale del film (e cioè che la verità debba, sempre e comunque venire a galla), dopo aver assistito ad una storia legata alla sottomissione delle persone di colore -“Manderlay” è il nome di una grande tenuta nella quale si coltiva cotone ed i neri sono tenuti in schiavitù nonostante questa fosse stata abolita da 70 anni su tutto il territorio nazionale- ci mostra fotografie REALI che testimoniano la brutalità della razza bianca nei confronti delle persone di colore, con una significativa “Young Americans” di David Bowie in sottofondo.
 Lars Von Trier offre un’altra inequivocabile prova del suo talento, resta da vedere se il pubblico è pronto a recepirlo, personalmente non vedo l’ora che la trilogia si completi.
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