There’s a light that never goes out

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 Non avresti mai creduto che una tale meraviglia in cielo sarebbe stata foriera di sventura, eppure il 1997 si trasformò presto in un incubo terribile, in parte imposto, in parte cercato, provando a soddisfare quella voglia di autodistruzione che a tratti assale dritta alla gola. E continui a vorticare su te stesso in una spirale che punta verso il basso, non accorgendoti affatto del male che fai a chi ti sta vicino, perchè di quello che fai a te stesso ne sei fin troppo consapevole. Non accorgendoti affatto dell’ inutilità di fare del male a se stessi nella speranza che il mondo se ne accorga. La notizia è che al mondo non importa nulla e le persone non sono troppo portate ad avvicinarsi ad un essere dedito all’auto distruzione. [Questo però, si sappia, è un ragionamento a posteriori e, soprattutto, a mente fredda].

Può darsi dunque che al mondo non importi della tua afflizione, eppure il mondo stesso può curarti mostrandoti che le quattro mura astratte che ti sei scelto come prigione non corrispondono esattamente a tutta la realtà che ti circonda. Mentre annaspi nel tuo dolore salta fuori un amico con un programma grandioso: una settimana a Parigi e dieci giorni a Londra. Questo non sarà un resoconto di quel viaggio, bensì di un incontro quello con la musica degli Smiths e di Morrisey.

E non mi importa di come un certo numero di persone li giudica… a parer mio, e senza che mi piaccia poi tutto quello che hanno prodotto, hanno il pregio di essere popolari senza essere scontati (o venduti), sentimetali (e, in un certo qual modo, “sensibili”) senza essere sdolcinati e non è poco.

Dunque nell’anno 1998 mentre sto per lasciare Parigi mi assale la voglia di possedere un CD di musica che suonasse incontestabilmente “british” e, non solo, doveva anche essere lontana dalla musica britannica che avevo conoscuito fino ad allora (Iron Maiden, Black Sabbath, Pink Floyd e tutta la compagnia). In virtù del fatto che avessi apprezzato a dismisura “Everyday Is Like Sunday” (una canzone che, a mio parere, coniuga magistralmente il desiderio di autodistruzione -anche abbastanza estremo- con la dolcezza dell’atmosfera che crea) acquistai “Bona Drag” di Morrisey in un megastore sui campi elisi.

A distanza di tempo, lo scorso anno è stato un ulteriore concentrato di sventure, la differenza con il passato sta nella strenua resistenza all’ autodistruzione, all’annichilimento ed alla voglia di inferire su se stessi. Benchè non sempre ci si riesca, non manchino pensieri che ti assalgono col loro gelo, benchè la solitudine si dimostri spesso insopportabile ed il dolore tenda a sopraffarmi in ben più di un occasione… ancora le canzoni mi sono venute incontro ed una di queste è “There’s a light that never goes out”.

A volte, se la vita finisse in determinati momenti, acquisterebbe senso (sarebbe quasi, paradossalmente, una celebrazione della vita stessa), ma siamo sicuri che tutto questo debba avere senso (vedi post precedente)? E comunque i sentimenti, per quanto adesso facciano male, non si possono eliminare a piacimento. Elementare, mio caro Morrisey. C’è una luce che non si spegne mai.

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