Mese: marzo 2012

Gloomy sunday

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Sono incappato in questa canzone, forse non a caso (ah le coincidenze), documentandomi sui PallBearer… riporto quanto pubblicato su Wikipedia:

Gloomy Sunday (titolo originale ungherese: “Szomorú vasárnap”) è una canzone scritta dall’ungherese László Jávor e musicata da Rezső Seress nel 1933 in cui si fa riferimento al suicidio. Secondo la più accreditata delle versioni, nacque durante una cupa domenica parigina. Seress era piuttosto triste a causa di un litigio con la sua amata, dovuto ai suoi ripetuti (e vani) tentativi di sfondare nel mondo della musica.

La canzone, contrariamente alle altre da lui prodotte e inviate vanamente ai produttori parigini, ebbe successo, ma cominciarono a verificarsi una serie di eventi tragici che alla suddetta si potevano collegare.”

Omissis, in quanto leggende metropoilitane

“La BBC decise nel 1941 di non trasmettere la versione di Billie Holiday, ritenuta troppo triste in un momento in cui Londra si trovava sotto i bombardamenti tedeschi.

Seress morì nel 1968, gettandosi da una finestra del suo appartamento a Budapest e la sua amata cercò la morte per avvelenamento.Eppure si hanno ancora dei dubbi (peraltro giustificabili) sul fatto che una canzone abbia fatto così tante vittime e c’è anche il sospetto che le indagini siano truccate.

Il testo originale è caratterizzato da una melodia molto malinconica e deprimente, che ha una cadenza quasi da marcia funebre e racconta la storia di un amore che ormai è morto. È la lamentazione priva di speranza di chi non ha altra speranza che la morte che lo possa riunire alla persona amata. E nessun balsamo al dolore proviene da chi sta intorno a chi ama, troppo avido e malvagio e perfino la natura sembra partecipare alla sofferenza degli innamorati, piangendo lacrime di dolore e sofferenza.”


Sunday is gloomy
My hours are slumberless
Dearest the shadows
I live with are numberless
Little white flowers
Will never awaken you
Not where the black coach
Of sorrow has taken you
Angels have no thoughts
Of ever returning you
Would they be angry
If I thought of joining you?
Gloomy Sunday
Gloomy is Sunday
With shadows I spend it all
My heart and I
Have decided to end it all
Soon there’ll be candles
And prayers that are said I know
But let them not weep
Let them know that I’m glad to go
Death is no dream
For in death I’m caressing you
With the last breath of my soul
I’ll be blessing you
Gloomy Sunday
Dreaming, I was only dreaming
I wake and I find you asleep
In the deep of my heart here
Darling I hope
That my dream never haunted you
My heart is telling you
How much I wanted you
Gloomy Sunday

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Inestinguibile

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A volte capita di avere a che fare con qualcosa che all’apparenza sembra perfetto. Come questo strumento… è un basso fretless artigianale dal suono morbido, caldo  e meraviglioso, le corde liscie ed elastiche, assolutamente piacevoli al tatto, maneggevole al punto che non smetteresti mai di suonarlo, soprattutto quando scopri che, oltretutto, fa una coppia quasi perfetta con il tuo amplificatore.

Una sera un tuo amico te lo porta a casa per provarlo e dopo due note ti vengono le lacrime al pensiero di doverglielo ridare.

Nell’ultimo periodo ho riempito posts interi di lamentele, riflessioni e quant’altro sul periodo che sto affrontando, tuttavia finisco spesso col domandarmi cosa ci sia dietro a tutto quel pessimismo, a quell’astio nei confronti del mio prossimo, a quel malessere che non accenna a diminuire. Quello che si è nascosto tra le parole e le fratture è che le persone non sono perfette, non possono esserlo ed è sbagliato volere che lo siano.Vorrei comprendere ed accettarlo ma…  neppure io lo sono, nemmeno i miei sentimenti e le mie sensazioni, tantomeno le mie reazioni scomposte.

Non lo sono a tal punto che, certi sentimenti non sono riuscito a seppellirli sotto chilometri di riflessioni assolutamente razionali, non sono riuscito a spegnerli anche se sarebbe stato assai più comodo: fanno parte di me.

Rimane comunque qualcosa che trascende ogni ragionamento, travalica la volontà e ogni possibile ragione contraria, anche la più corretta. Rimane comunque qualcosa che non puoi spiegare, una luce che una volta accesa non si può più spegnere, anche se non fa nessuna differenza. Se non quella di lacerarti dentro ancora di più, di far pesare ogni attimo di solitudine come un macigno sul petto che opprime la respirazione.

I will light the match this morning, so I won’t be alone
Watch as she lies silent, for soon light will be gone
Oh I will stand arms outstretched, pretend I’m free to roam
Oh I will make my way, through, one more day in…hell

How much difference does it make
How much difference does it make…

I will hold the candle, till it burns up my arm
I’ll keep takin’ punches, until their will grow tired
Oh I will stare the sun down, until my eyes go blind
Hey I won’t change direction, and I won’t change my mind

how much difference does it make
how much difference does it make..
how much difference…

I’ll swallow poison, until I grow immune
I will scream my lungs out till it fills this room

How much difference
How much difference
How much difference does it make
How much difference does it make…

[Per la cronaca il suddetto basso mi ha fatto passare attimi di panico per una banale pila esaurita al suo interno… la perfezione, eh?]

Non proferire parola

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All’improvviso, come se l’annata 1994 mi perseguitasse, mi torna in mente la prima volta che ascoltai “Cantspeak” di Danzig. Fino a quel momento era stato una sorta di idolo, per il suo passato con Misfits e Samhain, ma anche per i tre lavori con il suo gruppo omonimo, che mi impressionarono molto. “4p” esce, anche esso dopo lunga attesa, nell’anno che mi sta in qualche modo ossessionando e “Cantspeak” fa un certo effetto la prima volta, spariscono i chitarroni, la batteria tuona quasi con gentilezza e lui abbandona il suo solito cantato, per uscirsene con una voce molto più pulita ed alta nel registro che viene quasi da domandarsi dove possa portare (verso il declino, considerati i lavori successivi…). Una canzone sofferta ed intensa, che parla dell’impossibilità di parlare dopo che turbini di pensieri e parole ti hanno attraversato il cervello, che finisce per essere quasi ridicolizzata da un video ufficiale non propriamente all’altezza del messaggio.

Che tuttavia rimane. Il fondo del Vaso di Pandora, sembra essere il silenzio, per la speranza ho poco posto. L‘impossibilità di essere capiti, l’inulità di mille pensieri che permangono ma non possono, comunque, cambiare le cose… possono farti perdere il sonno, la fiducia, l’allegria e la speranza, ma la sostanza non cambia. A questo punto, tanto vale seppellirli nel profondo sapendo che sopirli non sarà possibile, sapendo che stagneranno in qualche angolo buio, pronti a scattare, premendo i tasti giusti, come feroci incubi a serramanico che ti trafiggono con crudele consapevolezza.

can’t speak
can’t talk
can’t do anything they want

can’t hide
or change your mind
gonna live w/ all my soul
inside

can’t speak
can’t talk
can’t stop for the reeling cause
or love
i told ‘em all about it
can’t talk
cause i’m already lost

can’t think
can’t cry
keep thinking of a suicide
it’s hard
i just can’t forget it
gonna fade cause i’m already dead

can’t think
can’t dream
don’t care if i live or die
don’t talk
i just can’t believe it
gonna fade cause i’m already dead

can’t speak
can’t lie
don’t go anywhere to hide
can’t think
can’t cry
keep thinking of a suicide

can’t speak
can’t talk
can’t do anything i want
can’t hide
or change your mind
gonna live w/ all my soul inside

Irrefrenabile

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A tratti mi coglie irrefrenabile. Il desiderio di mandare tutto al diavolo. Il desiderio di mandare tutti al diavolo. Senza starci a pensare, solo perchè va fatto. Per mantere le distanze dall’assurdità delle situazioni che mi ruotano attorno.Per sentirsi più leggeri, per dare un senso alla propria rabbia e frustrazione.

Fuck-it attitude, that’s what they call it

Al diavolo le mode, i sentimenti spezzati, la correttezza, le consuetudini sociali, l’autorità, l’ordine imposto, le regole non scritte, il lavoro, la politica, il denaro, la mercificazione, gli allevamenti intensivi, le industrie, il commercio, la musica e le persone senza personalità e qualità.

Al diavolo le paranoie, la tristezza, la solitudine, il dolore.

Al diavolo i pensieri ossessivi, l’insonnia, le strade senza uscita, le situazioni senza un domani,  la mancanza di rispetto e di fiducia.

Al diavolo chi tace, chi inganna, chi ferisce sapendo di ferire, chi umilia, chi insulta la nostra dignità di esseri umani. Al diavolo chi non capisce pur avendo tutti gli stumenti per farlo, al diavolo chi scambia la disperazione con la violenza, al diavolo chi uccide il dialogo.

E al diavolo me stesso, troppo comodo chiamarsi fuori.

I don’t belong here

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Davvero non c’entro niente. Non c’entro niente con tante cose e non c’entro nulla nemmeno con gli Smashing Pumpkins. La voce di Billy Corgan mi ha sempre respinto con il suo stridere che fa vibrare l’aria, il suo atteggiamento da despota non mi lascia scampo, come quando si mise a ri-registrare le parti di James Iha e Darcy su “Siamese Dreams” perchè non era soddisfato del loro lavoro. Fossi stato io una cosa del genere mi avrebbe mandato su tutte le furie, eppure Butch Wig, il produttore, sostiene che siano stati la migliore band con la quale abbia mai lavorato.

Ho avuto molti amici che hanno tentato di farmi appassionare alla sua opera ed una sera d’autunno, le sue canzoni fecero da colonna sonora in modo perfetto ad un tramonto da sogno, mentre un’altra sera, più tardi nel tempo e nella stessa stagione, ce l’avevo a due metri e gli sono stato vicino, ormai c’era solo lui, l’essenza del gruppo. Ed anche questo non è vero, in quella occasione non era lui, per una volta, al centro dell’attenzione. Chissà come l’avrebbe presa a saperlo.

Anche due persone, come lui e me, che non c’entrano nulla possono avere un’ esperienza, una sensazione, una canzone in comune. Come una sorta di ossessiva profezia che si autodetermina in modo disastroso e lacerante, esattamente come le sue urla che si mischiano alle mie. Ogni secondo, senza tregua.

La solitudine trionfa, incoronata dalle lacrime e dal dolore.

La fuga

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Per anni, sin dalla mia infanzia, sono rimasto ostaggio di questo cartone animato. Si intitola “il Fantastico Mondo Di Paul” e devo averne visti a malapena un paio di episodi quando ero davvero in tenerissima età, un paio di episodi che, evidentemente, mi stregarono parecchio. Eppure non sono mai più riuscito a capire che cartone animato fosse… (cartone animato: curioso che noi chiamiamo così le anime, mentre i giapponesi chiamano “ombre elettriche” il cinema)

Fino all’altra sera, quando ho potuto consultare una sorta di “enciclopedia del cartone animato” a casa di un amico, non avrei mai potuto scovare il cartone nello specifico, se non fosse che un’illustrazione me ne ha svelato l’identità. Fa uno strano effetto scoprire una cosa che hai cercato per così tanto tempo (magari non così assiduamente a giudicare dal fatto che l’anime in questione sia davvero piuttosto conosciuto in rete…) ed arrivare finalmente a capire cosa stavi cercando. A prescindere dal fatto che il cartone visto con gli occhi di adesso sembri ingenuo e bizzarro, a tratti quasi lisergico e visionario… evidentemente la mia fantasia di bambino ne rimase colpito aldilà di qualsiasi considerazione di tipo oggettivo e a posteriori so anche il perchè.

Quello che mi colpiva era la possibilità di poter scappare dalla realtà, ed anche il fatto che il mondo reale esplicito non fosse l’unico mondo possibile, ma ne esistesse almeno un altro, dove ci sarebbe stata la possibilità di avere amici che fossero solo tuoi ed una vita da non dover per forza condividere con tutti gli altri. Una sorta di egoismo probabilmente generato dal fatto di sentirsi poco a proprio agio nel mondo reale, una cosa molto infantile anche in considerazione del fatto che tutto questo mondo parallelo possa essere frutto essenzialmente della tua fantasia.

Un perfetto intronauta (per dirla alla Allen Ginsberg: sì, la cosa proseguì anche nell’adolescenza, quando, in genere, si scoprono il sig. Kerouac ed i suoi simpatici amichetti), assolutamente in grado di controllare e creare il suo mondo (il controllo: altro tema affascinante).

Anche in una fiaba sonora (incise sui vinili, quando ero davvero piccolo) c’era una storia che mi colpì molto quella di un bambino che possedeva un cavallo a dondolo che diventava un vero cavallo quando erano soli, il tema ripreso poi anche dal mirabile Calvin and Hobbes, fumetto di Bill Watterson, che non a caso, è un fumetto che mi è molto caro.

Il tema non ha smesso di appassionarmi, anche se la mia fantasia è molto, molto più limitata ora… la speranza lasciarmi questo mondo (e le sue brutture) alle spalle non è morta.