Mese: aprile 2012

Another time, another place

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Ci sono posti lontani nello spazio e nel tempo nei quali avremmo voluto vivere ma, a causa dell’ anagrafe, non ci è stato possibile visitare o conoscere… personalmente ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto vivere principalmente in questi tre posti…

Praga, seconda metà del 1500: Da sempre affascinato dalla capitale boema, soprattutto durante il regno di Rodolfo II D’Asburgo. Praga è un luogo meraviglioso anche oggi, ma allora doveva essere assolutamente grandiosa, con una rinascita artistica, culturale, esoterica veramente affascinante. Poter calcare le stesse strade di Arcimboldo e vedere all’opera gli alchimisti, quando ancora molto della chimica aveva a che fare con la magia, registrare da vicino i cambiamenti di una città che di venta di giorno in giorno sempre più la capitale della bellezza e della cultura, non ha veramente prezzo.

Vienna, inizio del 1900: Un’epoca difficile, dura, inquieta, dove lo spettro della guerra rimane sempre nascosto dietro l’angolo, la paura è palpabile. E la decadenza che segurà la guerra, la fine di un impero millenario… soprattutto però la secessione viennese, il culto della bellezza che anima anime fiammeggianti di passione come quelle di Gustav Klimt o Egon Shiele, il fermento delle nuove idee, la voglia ed il coraggio di infrangere il perbenismo e la morale, contrapponendo semplicemente l’abbagliante bellezza di un corpo femminile, come le famose naiadi che mostrano le terga ai critici in “Pesci d’oro”. Un’atmosfera unica e ricca d’ispirazione, arte e svavillante meraviglia.

Londra, 1969: Il quinquennio ’68/’73 viene da molti identificato come fondamentale per la musica, per l’orgoglio giovanile per il rinnovamento culturale. Tuttavia, per quanto ne riconosca l’importanza e la valenza “Storica” non credo che mi sarebbe piaciuto così tanto nè prendere parte al maggio sesantottino a Parigi nè partecipare alla Summer of love a San Francisco, il mio posto sarebbe stato indubitabilmente Londra. Con gruppi come Pink Floyd, Led Zeppelin o anche la Jimi Hendrix Experience, protagonisti di uscite discografiche assolutamente memorabili, nonchè di concerti in città, mentre il famoso “concerto sul tetto” dei Beatles stava per avvenire e gli Stones prima o poi sarebbero pure tornati a farsi vedere. Senza contare il fatto più rilevante a livello personale: il 13 febbraio del 1970 usciva “Black Sabbath” amici miei… ed il 18 settembre “Paranoid”! Forse non sarei mai arrivato al 1971…

Oggi invece, se dovessi scegliermi una dimora credo proprio che sarebbe Stoccolma, la capitale svedese.

Un ringraziamento

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Ho percorso strade intere piene di nomi e di memorie, di battaglie e di silenzio, silenzio degli occhi che ci fissano lontani nel tempo e nello spazio. Foto ingiallite di volti scavati dalla sofferenza, dilaniati dalla vita e dagli eventi subiti, dalle privazioni, dalla miseria e dalla costrizione di idee e di pensieri.

Essi sono laggiù e ci fissano senza lasciare trasparire un giudizio su cosa siamo diventati attraverso il tempo, sanno che il sacrificio non può essere dimenticato, sanno che l’orrore non deve essere rivissuto. Non hanno gli strumenti per comprendere i loro figli ed i loro nipoti, spesso sono stati addirittura impossibilitati ad incontrarne lo sguardo, eppure sono loro ad esserci stati, ad aver resistito, infine ad esserne usciti.

Non voglio che vedano solo persone insensibili ed assetate di soldi e di apparenza, non voglio che ci vedano rotolarci nel superfluo e nel capriccio, nella superficialità e nell’ipocrisia.

Voglio poter ricambiare il loro sguardo ed esser loro grato per non essersi arresi, voglio dirgli che sono fiero di loro.

Agguati

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A volte le cose semplicemente ti piovono addosso.

Mi è piovuto addosso il libro di Chuck Klosterman “Il giorno in cui il rock è morto” e mi è piovuto addosso anche il modo in cui l’autore della redazione di SPIN magazine mette in relazione i fatti dell’undicisettembreduemilauno con “Kid A” dei Radiohead, descrivendo dei parallelismi assolutamente incredibili tra gli avvenimenti e le canzoni contenute in quel disco. E mi affascina… mi affascina parecchio. I Radiohead hanno stazionato tra i miei ascolti in modo quasi accidentale, per quanto mi piacciano, in qualche modo c’era sempre qualcosa che mi impediva di entrare direttamente nella loro musica e all’interno delle loro parole e, in qualche modo, Klosterman ha rimosso quell’ostacolo, almeno per “Kid A”. Quindi corro in camera a cercare freneticamente a cercare il CD, per riscoltarlo per capire se effettivamente l’autore avesse ragione.

Caso vuole che mi piova prima tra le mani “I might be wrong” che io decida di ascoltarlo mentre cerco di trovare l’altro disco ma, quando il primo disco sta per finire, l’aria si congela bruscamente su di me, mi paralizzo come se mi avesse raggiunto una coltellata di improvvisa consapevolezza e realizzo che quel muro che gravava sull’ ascolto dei Radiohead era già stato abbattuto tempo prima, da un’altra persona e per una singola canzone.

Pietrificato, tento di raccogliere le forze, richiamo a me tutte le residue e tristi volontà di piegare un ricordo lacerante, i sentimenti mai sopiti, che sono sempre stati presenti ma che fin’ora non si erano mai palesati con questa veemenza, e continuo a ripetermi, mentendo senza sosta, che “True love waits” è solo una canzone, solo una canzone, solo una canzone, solo una canzone, solo una canzone, solo una canzone, solo una canzone, solo una canzone, solo una canzone, solo una canzone, solo una…

More than I can say

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Ogni metallaro ha i suoi scheletri nell’armadio.

Il metal è un genere che ha sempre avuto questa patina dura e pura sulla superficie, non importa quanti Mike Patton, Les Claypool, Greg Anderson possano comparire improvvisamente sulla scena, poco importa anche che esisatano gruppi che rimescolano tutto come l’ondata crossover, certe regole non scritte non le puoi tralasciare.

Non puoi, fanno parte del metal come la musica stessa, l’essere duri e puri, alieni ad ogni compromess (…Freud ed il sess, scusate mi si è intrufolato il Sig. Gaetano…) assolutamente insofferenti a tutto ciò che non contempli una chitarra distorta ed una batteria con due casse…

E’ anche anche divertente ad un certo punto, fa molto naif, per voler sintetizzare. All’inizio quel che mi attraeva di questo genere era assolutamente il fatto che respingeva automaticamente il 95% delle persone (una scrematura notevole, ne converrete), era il fatto che non sopportavo assolutamente di farmi riempire le orecchie con i sentimentalismi da quattro soldi di TUTTA la musica leggera italiana (anzi, visto che non avevo una vita sentimentale, mi sarebbe piaciuto rispondere per le rime con testi che parlano di sbudellamenti assortiti), oppure di mischiarmi anonimamente alla massa. Per me il metal era una bella risposta al disagio, solo dopo ho imparato ad apprezzarne i tratti nascosti sotto la superficie ed è diventata la MIA musica ufficiale.

Ma non divaghiamo: mi infervoro sempre troppo a parlare di certe cose… il punto, questa volta, è un altro: alcuni dei miei scheletri nell’armadio , almeno quelli di cui voglio trattare oggi, riguardano il periodo pre-metal. Cose insignificanti come “Thriller” Michael Jackson (a mia difesa il video e la voce di Vincent Price), un po’ di DJ Television e una radio alessandrina che trasmetteva un demenziale programma di dediche e richieste con tutte le peggiori nefandezze del periodo.

Non so più se fu a causa del programma radiofonico o di quello televisivo che venni in contatto con la canzone della quale sto per parlare… poco importa, importa che al mio cosiddetto lavoro, ascoltiamo spesso Radio Capital ( già di per sè ascoltare la radio è una cosa che non farei, ma alla fine non è male e c’è Mixo, un dj al quale sono affezionato, per aver fatto parte di Planet Rock della Rai, ed aver suonato dischi in un locale che ero solito frequetare) che ad un certo punto ha deciso di trasmettere una canzone finita troppo velocemente nel dimenticatoio insieme alla paccottiglia pre-metal.

Quando vai in Gran Bretagna, ti accorgi di aver fatto il salto di qualità, dal punto di vista linguistico, quando incominci a cogliere le singole parole nelle canzoni, cosa che, con un inglese da superiori, è sempre piuttosto difficile. Ebbene, la suddetta canzone, non ti respinge con milioni di watt, anzi ha un tono calmo, sofisticato e quasi consolatorio, ti invita ad entrare per poi pugnalarti con gli stiletti inseriti subdolamente nel testo, accidenti a loro ed anche a me che mi ci ritrovo. Buon ascolto.

Punto di partenza

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Ciò che deve accadere accade. E quando hai cullato un sogno per un momento, sei stato in uno stato di grazia, hai pensato che dal letame potessero nascere i fiori o hai ritenuto, sempre a torto, che tutto facesse parte di un disegno ultraterreno, che ogni cosa si spostasse in un unica direzione: avesse finalmente un senso ogni sforzo fatto per essere attento, per essere padrone di te stesso, forse anche nella speranza che qualcuno potesse apprezzare semplicemente quello che nascondi nel petto… quando hai fatto tutto questo prima o poi il momento nel quale la realtà ti ripiomba addosso arriva.

Perchè l’idillio fatalmente, giustamente si è spezzato. E tutto quanto riaffiora. Riaffiorano inutili relazioni interpersonali basate sulla noia, serate colme di vuoto da colmare alternativamente con parole inutili, locali affollati, alcool, pensieri squallidi, disgusto per l’umanità, sigarette amare fumate da tutti gli altri,  sensi di nausea, disagio e paranoia.

La vita di prima insomma, quella dalla quale sei fuggito, ma che finisce sempre per riattrarti come un gigantesco elettromagnete farebbe con carcasse ferrose d’automobile. Probabilmente è nell’ordine delle cose che una calamita attragga il ferro e non l’oro e l’alchimia ha già fallito miseramente secoli fa… solo che non posso pensare che ci sia solo questo nel mondo, non posso pensare che tutto quanto finisca sempre e comunque per appassire verso la stessa, degradante, umiliante tonalità di grigio. Eppure lo fa.

Time to muff!

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Record Store Day!

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Ok, ci siamo, il prossimo 21 Aprile si terrà il Record Store Day 2012, il giorno ufficiale dei negozi di dischi. Alla mia veneranda età ed essendo giunto (anche se non da molto) la quadrupla cifra in fatto di dischi originali, posso affermare di aver dato una mano a tenere in vita questa gloriosa istituzione. Anzi posso ben dire che siano stati una visita costante, se non proprio una seconda casa, sia dove vivo, sia in tutti i posti che ho avuto la fortuna di visitare.

Spero mi si perdoni, in virtù di un simile passato, anche la mia attuale tendenza a servirmi presso mailorder e download legali (bandcamp.com in particolare)… mi spiace davvero che una simile istituzione si stia estinguendo, non sono nessuno per narrare il piacere sottile di far scivolare le copertine alla ricerca di questa o quella rarità, di scambiare quattro chiacchiere con commessi preparati o anche solo di annusare l’ambiente: semplicemente… bellissimo!

Purtroppo la crisi e il fatto di abitare in una provincia disgraziata (che però mi ha dato qualche soddisfazione, tipo quando trovai “Walk Among Us” dei Misfits nel negozio più chic della zona… yeeee!!!), mi ha fatto propendere per la scelta on-line… i prezzi dei mailorder americani sono imbattibili! Tuttavia le buone abitudini non si perdono e uno dei primi posti che cerco in una città nuova è sempre il negozio di dischi!

Di seguito riporto alcuni (purtroppo solo alcuni!!!!) negozi di dischi che mi sono entrati nel cuore:

Biella: Paper Moon, Cigna Dischi, Sound & Vision (RIP).

Ivrea: CD Mail, Discoccasione.

Torino: Rock and Folk, Vero Vinile (ora di chiama Blast), Videomusic, Pagan Moon, Maschio Dischi (RIP).

Milano: Maryposa Duomo (un sentitissimo ringaziamento a Valerio e Dario, tenete duro, ragazzi!), Sound Cave, Supporti Fonografici, Zabrinskie Point (RIP?), Virgin Megastore, Ricordi e Messaggerie Musicali.

Bologna: Disco d’oro, Feltrinelli.

Cremona: Disc Jockey ’70.

Stoccolma: Sound Pollution (uno dei migliori, con commessi che ti consigliano sulla vita notturna!!! Vedi foto!), Repulsive Records.

Helsinki: Music Hunter (uno dei più forniti, se ci capitate DOVETE farci un salto!), Combat Rock Shop (Bello!), Fennica Records.

Oslo:Tiger, Platekompaniet.

Trondheim: Aftermath, Platekompaniet.

Copenhagen: Sexy Beat Records (gran bel posto, incontrato Michael dei Volbeat!), TP.

Amsterdam: Fame.

Londra: Tower Records (in centro ma, soprattutto, a Camden Town).

Cardiff: Spillers (probably the oldest record store in the world, recita lo slogan!).

Chester: Music Zone, Hmv.

Dublino: Borderline Records (“Sons Of Kyuss” in vinile verdeeee!!!!Bellissimo).

Grazie a tutti ed anche a quelli che ho dimenticato, è stato un piacere avervi visitato!