Mese: giugno 2012

Il senso della vita

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C’è stato un attimo durante questa settimana, nel quale mi sono sentinto quasi a posto. Non che i soliti problemi si siano risolti, semplicemente per una qualche congiuntura astrale pesavano molto meno, impossibile capirne il perchè ma sono riuscito a districarmi tra paranoie e ricordi, a farli apparire molto meno gravosi e angoscianti. Di solito le prime due cose che saltano quando mi faccio assalire dalla negatività sono sonno e letture. Finalmente la colonna sonora precedente al sonno a base di Led Zeppelin pareva funzionare, ero fermo da un paio di settimane su Cocaine Nights di J.G. Ballard un po’ perchè è un giallo ed un po’ perchè starmene da solo a leggere può favorire l’insorgere dell’angoscia, anzi, per quel che mi riguarda, lo fa quasi sempre.

Poi, come è giusto che sia, durante un simpatico giro motociclistico, tutta la feccia è tornata a galla. Molte delle cose che mi sto adoperando per accettare e superare sono tornate indietro di colpo,  sian stati i libri o il mio provincialismo…

Gli unici due pensieri (attenzione: da qui in avanti la scurrilità potrebbe emergere nel post, vogliate considerarla una licenza poetica o leggere altrove: non è possibile esimermi dall’utilizzare certi termini, in questo contesto) in grado di farmi sorridere sono stati la risposta via mail mandatami in risposta alle mie lamentele durante un soggiorno gallese da un compagno di mille avventure, la suddetta mail recitava semplicemente:

“Nella vita l’importante è rompersi i coglioni”

Non diceva null’altro ed io pensai che, ammesso che dicesse il vero, potevo quasi considerarmi un personaggio importante.

Il secondo pensiero invece l’ho rivolto ad un personaggio che vide la luce quasi quarant’anni fa a San Martino di Trecate, si tratta di un fantautore con il raro dono della sintesi che ha saputo riassumere in 3 minuti e 21 secondi il senso della vita, addirittura meglio dei Monty Python… mi permetto di svelare l’arcano con un semplice link da youtube:

Till the shadows and the lights were one…

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Ho preparato la stanza con luci di natale e candele, lenzuola fresche e le nuvole dense che ci pervadono.

Tre giorni erano il mattino…

Era il tuo sguardo limpido, le tue iridi di smeraldo e le tue lentiggini timide che solo il sole era in grado di svelare, era il profumo inebriante dei tuoi capelli, la tua espressione persa dietro le palpebre, era l’aria fesca della notte, la stella cadente incendiata di passione…

Erano la mia goffaggine ed il mio stupore, erano le mie mani che stringevano ciocche castane lisce come un lago senza onde, era la mia paura ed il mio seguire ogni tuo gesto, era il mio sangue che ardeva in un lampo della tua luce di astro ribelle, era la liberazione dalla solitudine e dai suoi demoni, erano gli incubi tristi che non volevano lasciarmi libero.

Tre giorni nei quali il tempo non conta, tre giorni o tre mesi, tre giorni o tre anni… adesso che tutti noi abbiamo ali per librarci oltre l’orizzonte, adesso che il cielo si è spezzato, aspetterò finchè i giorni si confondano insensati oltre la finestra, finchè il vuoto diventi la mia proiezione ancestrale, finchè le luci si uniscano alle ombre…

Bron-Yr-Aur

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Bron Yr Aur. Un nome in impronunciabile gaelico, una delle lingue più ostiche a cui uno possa pensare, una delle più antiche d’Europa, assieme al basco, difficile anche solo immaginarne una pronuncia corretta. Bron Yr Aur significa, probabilmente, collina d’oro, nel caso è però il nome di un cottage nel sud del parco Snowdonia in Galles che fu usato come casa per le vacanze dalla famiglia Plant prima, come base strategica dai Led Zeppelin poi, soprattutto per scrivere canzoni, molte delle quali finirono poi su “Led Zeppelin III”.

Avrei dovuto ascoltarli da adolescente i Led Zeppelin, invece ho tenuto molti dei loro dischi in naftalina sapendo che il momento per ascoltarli sarebbe poi arrivato. Come le notti insonni. E adesso che mi coglie la mancanza di sonno lascio espandere il loro suono nell’aria mentre attorno tutti dormono strangolati dall’afa. La leggendaria Les Paul di Jimmy Page ha un groove assolutamente magnetico, profonda e selvaggia la batteria di John Bonham e la voce di Plant ha smesso di risultarmi fastidiosa, per il suo inseguire gli acuti. Funziona. Però John Paul Jones rimane il componente che preferisco. Come al solito il talento occultato, il personaggio schivo eppure dal grandissimo talento, organista, bassista e, niente meno, direttore d’orchestra.

Ho sempre amato l’idea di chiudere la porta in faccia al mondo intero. Ho sempre amato l’idea di avere un rifugio, un posto impossibile da invadere, dove sono messe alla porta le brutture e le ingiustizie, dove tentare di tenere alla larga le paranoie. Di notte occorrerebbe allontanare ogni tristezza, dimenticare ogni malinconia, uccidere ogni paura e lasciarsi pervadere dal buio e dalla musica, ipnotizzati dal cielo spoglio del sole. Allontanare ogni cosa e ascoltare la propria interiorità, ma non quella infestata di fantasmi come capita di solito. Resistere all’assedio del mondo esterno, gioire delle cose belle, della musica, della libertà, che smette di essere un’utopia solo nei nostri pensieri… in quel modo raggiungere la collina d’oro. Isolati nelle proprie stanze, travalicare tempo e spazio, realtà e sogno… l’amore coagula sulle pareti, la poesia si comprime tra pavimento e soffitto, dalle finestre solo luce lunare e fulgida bellezza. Bron Yr Aur attende ogni sera.

Repetita Patty

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Alle volte le parole che ti servono arrivano da dove non te l’aspetteresti, anche dal te stesso di qualche tempo addietro. Due giorni fa uno sconosciuto visitatore del segnale zero è casualmente capitato sul #617, facendo in modo che, incuriosito andassi a leggermelo anche io… caso vuole che fosse esattamente ciò di cui avevo bisogno, quindi più per me stesso ma anche per chi passa e legge lascio questo scritto del me stesso che fu, sperando di non dimenticare ancora le mie vecchie parole e lo spirito che ci sta dietro e senza il quale non sarei più io.

Utopia e demenza senile Patapim e patapam. Ad un certo punto ti prende la paura di invecchiare, anche se ancora così vecchio non sei. I tuoi amici cominciano a costruirsi una vita classicamente intesa: casa, automobile, moglie, figli e tu niente. E succede che tu ti senta pressato a fare lo stesso… perché più tempo passa più diventa difficile farlo. Un giorno chiesero al buon Hank Rollins se avesse mai rimpianto di essersi fatto tautare in modo così pesante… lui rispose che avrebbe molto più facilmente rimpianto di avere moglie e figli… grande Hank. Per quanto alcuni a volte tentino di farmi sentire vecchio e stanco, ed altri tentino di farmi test sulla “gioventù interiore” (ahahah. Bella trovata Roarche!) dai quali, se non fosse che mi sono rifiutato di rispondere, risulterebbe che la mia età reale si aggira attorno ai 150 anni. Magari é vero, perché faccio poco moto, é un sacco di tempo che non mi sento amato da una gentil donzella, ho qualche acciacco e alcune otturazioni… forse mi salvano solo gli amici che ancora non mi hanno abbandonato… Eppure non basta questo per sentirsi invecchiare. Saluterò definitivamente la gioventù solo il giorno in cui non crederò più alle utopie, il giorno in cui abbandonerò la speranza di divetare una persona migliore meritevole di trovare cose migliori per se stesso. In troppi si piegano alle consuetudini e questo li ingrigisce come persone, le fa sedere irrimediabilmente. Non voglio che succeda a me. Poiché quel giorno equivarrà al mio funerale morale ed io non voglio assistere ad una tal scena.
 La scusante classica é che le utopie per loro stessa natura sono irrealizzabili quindi non vale la pena nemmeno provarci a realizzarle. Non sono un ingenuo, conosco bene la natura delle utopie ed ancora di più conosco la capacità della razza umana di trasformare idee corrette in tragedie efferate. Non credo, nemmeno io, alla realizzazione delle utopie, adesso sono semplicemente degli asintoti ai quali tendere. Non é meno difficile, eppure se nessuno ci prova niente cambierà sul serio.
 Spesso sono qui a lamentarmi di troppe cose che sono una conseguenza inevitabile di questo modo di agire, me ne rendo conto: basterebbe assuefarsi, basterebbe dare agli altri esattamente quello di cui hanno bisogno senza inserire alcun elemento che possa turbarli. Sfortunatamente non fa per me e, anche se me ne lamento, in fondo sono pronto per l’emaginazione, per l’incomprensione e l’esclusione… solo la mia umana natura mi fa ancora sperare che ci sia qualcosa per me. Una vita giusta, l’amore di una ragazza, il riconoscimento di tutti gli sforzi che ho fatto e sto facendo per restare quello che sono e credere in ciò che credo, se fossi razionale al cento per cento avrei già smesso di sperarci e, conseguentemente, avrei già finito di soffrirci. Eppure non é ancora successo.Eppure sono vivo.
In calce aggiungerò che alcune delle cose scritte sopra sono andate modificandosi nel frattempo, ciò che non è cambiato è la sostanza della mia condizione, se vogliamo aggravata del tempo trascorso e dalle esperienze non proprio rassicuranti collezionate nel frattempo… Ed ho tutti i giorni la tentazione di buttare tutto all’aria e di smettere di lottare una volta e per sempre. A volte lo faccio anche, ma non in modo definitivo come vorrebbe la mia parte più nichilista e tetra, finora mi autodistruggo sempre per ricostruirmi. Finora, finchè terrò a mente le parole di cui sopra.

E’ un cane che si morde la coda perchè avere una personalità a volte è ciò che ti emargina e “ti fa vivere una vita che per altri è assurdità” ma, paradossalmente, è una delle poche cose che mi fa sembrare la vita degna di essere vissuta, avere delle idee maturate con l’esperienza e l’osservazione e cercare di scendere a compromessi il meno possibile. In una parola esserci per se stessi e non pare compiacere regole sociali o i voleri degli altri, avere una testa ed usarla…. Un amico mi ha fatto notare che questa intransigenza -che potrebbe essere alla base della mia solitudineè un atteggiamento molto adolescenziale, sarà per questo che non invecchio???

Domanda: “Ma se dici di avere ben chiaro chi sei e cosa vuoi, cosa hai in comune con un diciottenne che dice chiaramente di non sapere cosa vuole?”

Risposta: “Intanto l’età. Poi esiste una differenza quasi nulla tra il “non sapere quello che si vuole in generale” ed “il non sapere ciò che si vuole, perchè quel che si vorrebbe realmente è impossibile da ottenere”… diciamo qualche chilo di fiele in più che, a parte per il mio fegato, non fa alcuna differenza”.

Postilla:

Auf Wiedersehen

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Voglio rifugiarmi sotto il patto di Warsavia, voglio il piano quinquennale e la stabilità!!!

Una soluzione come un’altra, in braccio a mille fantasmi riflessi sulle superfici a vetri dei palazzi di Postamer Platz, dove una volta non c’era nulla come si ricorda il vecchio de “Il cielo sopra berlino” che non riesce più a ritrovare la piazza, gli amici di un tempo, l’atmosfera della vecchia Berlino travolta dal nazismo prima e dalle bombe poi. Un fine settimana a Berlino non è sufficiente, sposta appena la prospettiva di una vita rinchiusa nei suoi pensieri autodistruttivi. Non è sufficiente a scrutare ogni angolo di una città così complessa ed in bilico tra passato e presente, est ed ovest. E’ sufficiente però a sentire il sibilo del passato dietro ogni angolo: non si può fare a meno di chiedersi come potessero essere le cose tempo fa, che volti potessero aver quelle persone scavate dalla sorte, ipnotizzate e sedate con la forza. Berlino ha un fascino implicito che può essere svelato solo dalla sensibilità di chi la visita.

Sotto i palazzi nuovi c’è la cenere che arde ancora. Dentro il cemento ci sono le anime di chi ha rimesso in piedi la speranza di una grande città, di un grande popolo che si è risvegliato, dopo aver generato mostri tra i più terribili che l’umanità abbia mai conosciuto. Nell’aria c’è una brezza che mantiene lontana l’umidità stagnante e spinge avanti ogni cosa tranne me, che proprio non riesco a capacitarmi, che in fondo sono passato di qui anche per calpestare la terra sulla quale ha camminato, poco tempo prima, qualcuno che non smette di mancarmi, per vedere se fosse rimasto qui qualche suo frammento, uno sguardo, un sorriso… forse un pensiero rivolto a me. Di sicuro non c’è traccia del silenzio che mi sfonda i timpani adesso.

Il muro non si scorge che in piccoli frammenti lasciati in piedi come moniti, l’est ha smesso di essere est e l’ovest di essere ovest, eppure i ricordi sono ovunque. Alexander Platz ha un volto nuovo, la Sprea ed i giardini sono un angolo quieto e dolce, dopo aver nutrito un popolo distrutto, così armonioso e tranquillo. Berlino ha davvero superato la sua angoscia? Le persone hanno ritrovato la fiducia e gli occhi limpidi di un tempo, hanno smesso i logori abiti intrisi di sospetto e paura, quando ogni sospiro poteva essere udito. Berlino vive, si agita, innamorata dei cittadini che non hanno mai smesso di volerle bene, la statua della vittoria brilla alta sulla sua colonna e lo spazio arioso allontana ogni asfissia. Berlino ha un’anima grande ed eterna, nel suo essere nuova nello spirito, Berlino ha la fronte alta e fiera e non ci sono fiamme sulla cupola del Reichstag, trasparente e lucida: dello stesso colore del cielo, qualunque esso sia. Berlino è un esempio di come ci siano speranze che, per quanto le si pieghi, non si possono spezzare, sentimenti che resistono al delirio (qualunque forma esso assuma) ed alla violenza, pensieri che non si possono ridurre al silenzio, luci che non si possono spegnere, che non possono svanire.

Potsdamer Platz
Berliner Dom
Pankow Bahnhof
Der Mauer
Checkpoint Charlie
Brandenburger Tor
Der Reichstag
Alexander Platz
Berlin

Il futuro ed io

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Il post di ieri e’ stato piuttosto frettoloso, non avevo sufficienti risorse per poter esplicitare ulteriormente il mio rapporto con gli scritti di Ray Bradbury, ne’ con il gruppo spezzino dei Fall Out (insieme ai Negazione un gruppo cui sono molto legato) e neppure con il futuro, con quello che aspetta sia me stesso che il mondo in generale.

Non sono mai stato molto noto per la mia visione positiva della vita, particolarmente quando ero verso la fine delle superiori ed anche al primo anno di universita’, magari complici anche gli ormoni impazziti ed inascoltati, propri del periodo, la mia visione delle cose si inabissava giorno dopo giorno. Avevo una trilogia di libri, cui pensavo, al tempo, come “la trilogia del futuro”: c’era, ovviamente, “Farenheit 451”, “1984” di George Orwell ma anche ” Un mondo nuovo” di Aldous Huxley… tutto veniva “splendidamente” riassunto poi dalla frase di O’Brien che recita: “Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre” ero, insomma, un personaggio solare ed innamorato della vita e delle persone che mi circondavano.

Sia bene inteso che quanto narrato nei tre libri fossero avvenimenti molto tragici, eppure mi affascinava anche l’idea di una piccola porzione di umanita’ che si ribella, che non si adegua, che tenta strenuamente di opporsi ai tentativi di controllo da parte del potere, mi interessava anche verificare fino a che punto fosse possibile manipolare le persone e renderle un mero strumento della volonta’ altrui.

Nello stesso periodo o, se vogliamo essere precisi, poco tempo prima, mi nutrivo molto di Hardcore, la deriva forse piu’ oltranzista e lucida del punk settantasettiano: in Italia c’era un distaccamento piuttosto nutrito e agguerrito di questo movimento giovanile che ha le sue radici in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Uno di questi gruppi, con cui entrai in contatto, erano i Fall Out di La Spezia. Lessi del loro disco dell’88 “Mondo Criminale!” sempre su H/M  scrissi loro e me ne mandarono una copia (ah che sensazione inviare i soldi nascosti nella carta a carbone e poi accorgersi che il nero ti ha invaso il volto!) e mi si aprì davanti qualcosa di nuovo, i testi, le citazioni (alcune delle quali destinate a diventare una costante fonte di riflessione), l’artwork curato dall’indimenticato prof. Bad Trip!

Nella copertina interna il gruppo si prefiggeva di risvegliare le menti di coloro che ascoltavano il disco e devo dire che con me centrarono il bersaglio. Parlavano il mio linguaggio dell’epoca: claustrofobiche visioni di un mondo spogliato di ogni umanità, sia attraverso l’abominio del passato, che attraverso la prospettiva di un futuro senza speranza… pane per i miei denti di allora quando mi cibavo di visioni apocalittiche e di negatività in tutta risposta all’esuberanza marcia e arrivista propria di fine anni ’80/inizio ’90. In realtà non ero un personaggio totalmente negativo che passava le sue giornate a deprimersi e a farsi del male… ok, anche, ma non c’era solo quello… il punto fondamentale era che la realtà mi sembrava totalmente diversa da quella che traspariva da radio e televisione, mi sembrava che tutto fosse una colossale menzogna che si andava raccontando alla gente ed ero terrbilmente schifato dall’ipocrisia generale. Questo nascondeva però una persona passionale che ricercava la verità sopra ogni cosa, che credeva (e crede) negli ideali e nei sentimenti nonostante si attenti a queste cose da più parti, in continuo.  I Fall Out Parlavano per iperboli, ma sembravano infinitamente più concreti e reali di tutto quello che la cultura massificata tendeva a raccontarmi. E all’inizio della seconda facciata del vinile c’era “Farenheit, il giorno della fenice”, canzone ispirata dal libro di Bradbury che finì per divorare ed adorare, qualche tempo dopo esattamente come il fim di Truffault.

Oggi riguardo con tenerezza a quel tardo-adolescente, soprattutto per via della sua passione e trasporto che col tempo hanno un po’ allentato la presa, a favore di un certo cinismo e disillusione e non so dire effettivamente se il cambiamento sia positivo. Il mondo, certe persone, gli interessi, il potere e tutto ciò che ci gira attorno continua a far paura. Ed il domani non appartiene a nessuno…

L’innamorato, come il poeta, è una minaccia per la catena di montaggio (Rollo May, Love And Will, citazione dal libretto di “Mondo Criminale”)