Mese: giugno 2012

Il senso della vita

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C’è stato un attimo durante questa settimana, nel quale mi sono sentinto quasi a posto. Non che i soliti problemi si siano risolti, semplicemente per una qualche congiuntura astrale pesavano molto meno, impossibile capirne il perchè ma sono riuscito a districarmi tra paranoie e ricordi, a farli apparire molto meno gravosi e angoscianti. Di solito le prime due cose che saltano quando mi faccio assalire dalla negatività sono sonno e letture. Finalmente la colonna sonora precedente al sonno a base di Led Zeppelin pareva funzionare, ero fermo da un paio di settimane su Cocaine Nights di J.G. Ballard un po’ perchè è un giallo ed un po’ perchè starmene da solo a leggere può favorire l’insorgere dell’angoscia, anzi, per quel che mi riguarda, lo fa quasi sempre.

Poi, come è giusto che sia, durante un simpatico giro motociclistico, tutta la feccia è tornata a galla. Molte delle cose che mi sto adoperando per accettare e superare sono tornate indietro di colpo,  sian stati i libri o il mio provincialismo…

Gli unici due pensieri (attenzione: da qui in avanti la scurrilità potrebbe emergere nel post, vogliate considerarla una licenza poetica o leggere altrove: non è possibile esimermi dall’utilizzare certi termini, in questo contesto) in grado di farmi sorridere sono stati la risposta via mail mandatami in risposta alle mie lamentele durante un soggiorno gallese da un compagno di mille avventure, la suddetta mail recitava semplicemente:

“Nella vita l’importante è rompersi i coglioni”

Non diceva null’altro ed io pensai che, ammesso che dicesse il vero, potevo quasi considerarmi un personaggio importante.

Il secondo pensiero invece l’ho rivolto ad un personaggio che vide la luce quasi quarant’anni fa a San Martino di Trecate, si tratta di un fantautore con il raro dono della sintesi che ha saputo riassumere in 3 minuti e 21 secondi il senso della vita, addirittura meglio dei Monty Python… mi permetto di svelare l’arcano con un semplice link da youtube:

Till the shadows and the lights were one…

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Ho preparato la stanza con luci di natale e candele, lenzuola fresche e le nuvole dense che ci pervadono.

Tre giorni erano il mattino…

Era il tuo sguardo limpido, le tue iridi di smeraldo e le tue lentiggini timide che solo il sole era in grado di svelare, era il profumo inebriante dei tuoi capelli, la tua espressione persa dietro le palpebre, era l’aria fesca della notte, la stella cadente incendiata di passione…

Erano la mia goffaggine ed il mio stupore, erano le mie mani che stringevano ciocche castane lisce come un lago senza onde, era la mia paura ed il mio seguire ogni tuo gesto, era il mio sangue che ardeva in un lampo della tua luce di astro ribelle, era la liberazione dalla solitudine e dai suoi demoni, erano gli incubi tristi che non volevano lasciarmi libero.

Tre giorni nei quali il tempo non conta, tre giorni o tre mesi, tre giorni o tre anni… adesso che tutti noi abbiamo ali per librarci oltre l’orizzonte, adesso che il cielo si è spezzato, aspetterò finchè i giorni si confondano insensati oltre la finestra, finchè il vuoto diventi la mia proiezione ancestrale, finchè le luci si uniscano alle ombre…

Bron-Yr-Aur

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Bron Yr Aur. Un nome in impronunciabile gaelico, una delle lingue più ostiche a cui uno possa pensare, una delle più antiche d’Europa, assieme al basco, difficile anche solo immaginarne una pronuncia corretta. Bron Yr Aur significa, probabilmente, collina d’oro, nel caso è però il nome di un cottage nel sud del parco Snowdonia in Galles che fu usato come casa per le vacanze dalla famiglia Plant prima, come base strategica dai Led Zeppelin poi, soprattutto per scrivere canzoni, molte delle quali finirono poi su “Led Zeppelin III”.

Avrei dovuto ascoltarli da adolescente i Led Zeppelin, invece ho tenuto molti dei loro dischi in naftalina sapendo che il momento per ascoltarli sarebbe poi arrivato. Come le notti insonni. E adesso che mi coglie la mancanza di sonno lascio espandere il loro suono nell’aria mentre attorno tutti dormono strangolati dall’afa. La leggendaria Les Paul di Jimmy Page ha un groove assolutamente magnetico, profonda e selvaggia la batteria di John Bonham e la voce di Plant ha smesso di risultarmi fastidiosa, per il suo inseguire gli acuti. Funziona. Però John Paul Jones rimane il componente che preferisco. Come al solito il talento occultato, il personaggio schivo eppure dal grandissimo talento, organista, bassista e, niente meno, direttore d’orchestra.

Ho sempre amato l’idea di chiudere la porta in faccia al mondo intero. Ho sempre amato l’idea di avere un rifugio, un posto impossibile da invadere, dove sono messe alla porta le brutture e le ingiustizie, dove tentare di tenere alla larga le paranoie. Di notte occorrerebbe allontanare ogni tristezza, dimenticare ogni malinconia, uccidere ogni paura e lasciarsi pervadere dal buio e dalla musica, ipnotizzati dal cielo spoglio del sole. Allontanare ogni cosa e ascoltare la propria interiorità, ma non quella infestata di fantasmi come capita di solito. Resistere all’assedio del mondo esterno, gioire delle cose belle, della musica, della libertà, che smette di essere un’utopia solo nei nostri pensieri… in quel modo raggiungere la collina d’oro. Isolati nelle proprie stanze, travalicare tempo e spazio, realtà e sogno… l’amore coagula sulle pareti, la poesia si comprime tra pavimento e soffitto, dalle finestre solo luce lunare e fulgida bellezza. Bron Yr Aur attende ogni sera.

Repetita Patty

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Alle volte le parole che ti servono arrivano da dove non te l’aspetteresti, anche dal te stesso di qualche tempo addietro. Due giorni fa uno sconosciuto visitatore del segnale zero è casualmente capitato sul #617, facendo in modo che, incuriosito andassi a leggermelo anche io… caso vuole che fosse esattamente ciò di cui avevo bisogno, quindi più per me stesso ma anche per chi passa e legge lascio questo scritto del me stesso che fu, sperando di non dimenticare ancora le mie vecchie parole e lo spirito che ci sta dietro e senza il quale non sarei più io.

Utopia e demenza senile Patapim e patapam. Ad un certo punto ti prende la paura di invecchiare, anche se ancora così vecchio non sei. I tuoi amici cominciano a costruirsi una vita classicamente intesa: casa, automobile, moglie, figli e tu niente. E succede che tu ti senta pressato a fare lo stesso… perché più tempo passa più diventa difficile farlo. Un giorno chiesero al buon Hank Rollins se avesse mai rimpianto di essersi fatto tautare in modo così pesante… lui rispose che avrebbe molto più facilmente rimpianto di avere moglie e figli… grande Hank. Per quanto alcuni a volte tentino di farmi sentire vecchio e stanco, ed altri tentino di farmi test sulla “gioventù interiore” (ahahah. Bella trovata Roarche!) dai quali, se non fosse che mi sono rifiutato di rispondere, risulterebbe che la mia età reale si aggira attorno ai 150 anni. Magari é vero, perché faccio poco moto, é un sacco di tempo che non mi sento amato da una gentil donzella, ho qualche acciacco e alcune otturazioni… forse mi salvano solo gli amici che ancora non mi hanno abbandonato… Eppure non basta questo per sentirsi invecchiare. Saluterò definitivamente la gioventù solo il giorno in cui non crederò più alle utopie, il giorno in cui abbandonerò la speranza di divetare una persona migliore meritevole di trovare cose migliori per se stesso. In troppi si piegano alle consuetudini e questo li ingrigisce come persone, le fa sedere irrimediabilmente. Non voglio che succeda a me. Poiché quel giorno equivarrà al mio funerale morale ed io non voglio assistere ad una tal scena.
 La scusante classica é che le utopie per loro stessa natura sono irrealizzabili quindi non vale la pena nemmeno provarci a realizzarle. Non sono un ingenuo, conosco bene la natura delle utopie ed ancora di più conosco la capacità della razza umana di trasformare idee corrette in tragedie efferate. Non credo, nemmeno io, alla realizzazione delle utopie, adesso sono semplicemente degli asintoti ai quali tendere. Non é meno difficile, eppure se nessuno ci prova niente cambierà sul serio.
 Spesso sono qui a lamentarmi di troppe cose che sono una conseguenza inevitabile di questo modo di agire, me ne rendo conto: basterebbe assuefarsi, basterebbe dare agli altri esattamente quello di cui hanno bisogno senza inserire alcun elemento che possa turbarli. Sfortunatamente non fa per me e, anche se me ne lamento, in fondo sono pronto per l’emaginazione, per l’incomprensione e l’esclusione… solo la mia umana natura mi fa ancora sperare che ci sia qualcosa per me. Una vita giusta, l’amore di una ragazza, il riconoscimento di tutti gli sforzi che ho fatto e sto facendo per restare quello che sono e credere in ciò che credo, se fossi razionale al cento per cento avrei già smesso di sperarci e, conseguentemente, avrei già finito di soffrirci. Eppure non é ancora successo.Eppure sono vivo.
In calce aggiungerò che alcune delle cose scritte sopra sono andate modificandosi nel frattempo, ciò che non è cambiato è la sostanza della mia condizione, se vogliamo aggravata del tempo trascorso e dalle esperienze non proprio rassicuranti collezionate nel frattempo… Ed ho tutti i giorni la tentazione di buttare tutto all’aria e di smettere di lottare una volta e per sempre. A volte lo faccio anche, ma non in modo definitivo come vorrebbe la mia parte più nichilista e tetra, finora mi autodistruggo sempre per ricostruirmi. Finora, finchè terrò a mente le parole di cui sopra.

E’ un cane che si morde la coda perchè avere una personalità a volte è ciò che ti emargina e “ti fa vivere una vita che per altri è assurdità” ma, paradossalmente, è una delle poche cose che mi fa sembrare la vita degna di essere vissuta, avere delle idee maturate con l’esperienza e l’osservazione e cercare di scendere a compromessi il meno possibile. In una parola esserci per se stessi e non pare compiacere regole sociali o i voleri degli altri, avere una testa ed usarla…. Un amico mi ha fatto notare che questa intransigenza -che potrebbe essere alla base della mia solitudineè un atteggiamento molto adolescenziale, sarà per questo che non invecchio???

Domanda: “Ma se dici di avere ben chiaro chi sei e cosa vuoi, cosa hai in comune con un diciottenne che dice chiaramente di non sapere cosa vuole?”

Risposta: “Intanto l’età. Poi esiste una differenza quasi nulla tra il “non sapere quello che si vuole in generale” ed “il non sapere ciò che si vuole, perchè quel che si vorrebbe realmente è impossibile da ottenere”… diciamo qualche chilo di fiele in più che, a parte per il mio fegato, non fa alcuna differenza”.

Postilla:

Auf Wiedersehen

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Voglio rifugiarmi sotto il patto di Warsavia, voglio il piano quinquennale e la stabilità!!!

Una soluzione come un’altra, in braccio a mille fantasmi riflessi sulle superfici a vetri dei palazzi di Postamer Platz, dove una volta non c’era nulla come si ricorda il vecchio de “Il cielo sopra berlino” che non riesce più a ritrovare la piazza, gli amici di un tempo, l’atmosfera della vecchia Berlino travolta dal nazismo prima e dalle bombe poi. Un fine settimana a Berlino non è sufficiente, sposta appena la prospettiva di una vita rinchiusa nei suoi pensieri autodistruttivi. Non è sufficiente a scrutare ogni angolo di una città così complessa ed in bilico tra passato e presente, est ed ovest. E’ sufficiente però a sentire il sibilo del passato dietro ogni angolo: non si può fare a meno di chiedersi come potessero essere le cose tempo fa, che volti potessero aver quelle persone scavate dalla sorte, ipnotizzate e sedate con la forza. Berlino ha un fascino implicito che può essere svelato solo dalla sensibilità di chi la visita.

Sotto i palazzi nuovi c’è la cenere che arde ancora. Dentro il cemento ci sono le anime di chi ha rimesso in piedi la speranza di una grande città, di un grande popolo che si è risvegliato, dopo aver generato mostri tra i più terribili che l’umanità abbia mai conosciuto. Nell’aria c’è una brezza che mantiene lontana l’umidità stagnante e spinge avanti ogni cosa tranne me, che proprio non riesco a capacitarmi, che in fondo sono passato di qui anche per calpestare la terra sulla quale ha camminato, poco tempo prima, qualcuno che non smette di mancarmi, per vedere se fosse rimasto qui qualche suo frammento, uno sguardo, un sorriso… forse un pensiero rivolto a me. Di sicuro non c’è traccia del silenzio che mi sfonda i timpani adesso.

Il muro non si scorge che in piccoli frammenti lasciati in piedi come moniti, l’est ha smesso di essere est e l’ovest di essere ovest, eppure i ricordi sono ovunque. Alexander Platz ha un volto nuovo, la Sprea ed i giardini sono un angolo quieto e dolce, dopo aver nutrito un popolo distrutto, così armonioso e tranquillo. Berlino ha davvero superato la sua angoscia? Le persone hanno ritrovato la fiducia e gli occhi limpidi di un tempo, hanno smesso i logori abiti intrisi di sospetto e paura, quando ogni sospiro poteva essere udito. Berlino vive, si agita, innamorata dei cittadini che non hanno mai smesso di volerle bene, la statua della vittoria brilla alta sulla sua colonna e lo spazio arioso allontana ogni asfissia. Berlino ha un’anima grande ed eterna, nel suo essere nuova nello spirito, Berlino ha la fronte alta e fiera e non ci sono fiamme sulla cupola del Reichstag, trasparente e lucida: dello stesso colore del cielo, qualunque esso sia. Berlino è un esempio di come ci siano speranze che, per quanto le si pieghi, non si possono spezzare, sentimenti che resistono al delirio (qualunque forma esso assuma) ed alla violenza, pensieri che non si possono ridurre al silenzio, luci che non si possono spegnere, che non possono svanire.

Potsdamer Platz
Berliner Dom
Pankow Bahnhof
Der Mauer
Checkpoint Charlie
Brandenburger Tor
Der Reichstag
Alexander Platz
Berlin

Il futuro ed io

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Il post di ieri e’ stato piuttosto frettoloso, non avevo sufficienti risorse per poter esplicitare ulteriormente il mio rapporto con gli scritti di Ray Bradbury, ne’ con il gruppo spezzino dei Fall Out (insieme ai Negazione un gruppo cui sono molto legato) e neppure con il futuro, con quello che aspetta sia me stesso che il mondo in generale.

Non sono mai stato molto noto per la mia visione positiva della vita, particolarmente quando ero verso la fine delle superiori ed anche al primo anno di universita’, magari complici anche gli ormoni impazziti ed inascoltati, propri del periodo, la mia visione delle cose si inabissava giorno dopo giorno. Avevo una trilogia di libri, cui pensavo, al tempo, come “la trilogia del futuro”: c’era, ovviamente, “Farenheit 451”, “1984” di George Orwell ma anche ” Un mondo nuovo” di Aldous Huxley… tutto veniva “splendidamente” riassunto poi dalla frase di O’Brien che recita: “Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre” ero, insomma, un personaggio solare ed innamorato della vita e delle persone che mi circondavano.

Sia bene inteso che quanto narrato nei tre libri fossero avvenimenti molto tragici, eppure mi affascinava anche l’idea di una piccola porzione di umanita’ che si ribella, che non si adegua, che tenta strenuamente di opporsi ai tentativi di controllo da parte del potere, mi interessava anche verificare fino a che punto fosse possibile manipolare le persone e renderle un mero strumento della volonta’ altrui.

Nello stesso periodo o, se vogliamo essere precisi, poco tempo prima, mi nutrivo molto di Hardcore, la deriva forse piu’ oltranzista e lucida del punk settantasettiano: in Italia c’era un distaccamento piuttosto nutrito e agguerrito di questo movimento giovanile che ha le sue radici in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Uno di questi gruppi, con cui entrai in contatto, erano i Fall Out di La Spezia. Lessi del loro disco dell’88 “Mondo Criminale!” sempre su H/M  scrissi loro e me ne mandarono una copia (ah che sensazione inviare i soldi nascosti nella carta a carbone e poi accorgersi che il nero ti ha invaso il volto!) e mi si aprì davanti qualcosa di nuovo, i testi, le citazioni (alcune delle quali destinate a diventare una costante fonte di riflessione), l’artwork curato dall’indimenticato prof. Bad Trip!

Nella copertina interna il gruppo si prefiggeva di risvegliare le menti di coloro che ascoltavano il disco e devo dire che con me centrarono il bersaglio. Parlavano il mio linguaggio dell’epoca: claustrofobiche visioni di un mondo spogliato di ogni umanità, sia attraverso l’abominio del passato, che attraverso la prospettiva di un futuro senza speranza… pane per i miei denti di allora quando mi cibavo di visioni apocalittiche e di negatività in tutta risposta all’esuberanza marcia e arrivista propria di fine anni ’80/inizio ’90. In realtà non ero un personaggio totalmente negativo che passava le sue giornate a deprimersi e a farsi del male… ok, anche, ma non c’era solo quello… il punto fondamentale era che la realtà mi sembrava totalmente diversa da quella che traspariva da radio e televisione, mi sembrava che tutto fosse una colossale menzogna che si andava raccontando alla gente ed ero terrbilmente schifato dall’ipocrisia generale. Questo nascondeva però una persona passionale che ricercava la verità sopra ogni cosa, che credeva (e crede) negli ideali e nei sentimenti nonostante si attenti a queste cose da più parti, in continuo.  I Fall Out Parlavano per iperboli, ma sembravano infinitamente più concreti e reali di tutto quello che la cultura massificata tendeva a raccontarmi. E all’inizio della seconda facciata del vinile c’era “Farenheit, il giorno della fenice”, canzone ispirata dal libro di Bradbury che finì per divorare ed adorare, qualche tempo dopo esattamente come il fim di Truffault.

Oggi riguardo con tenerezza a quel tardo-adolescente, soprattutto per via della sua passione e trasporto che col tempo hanno un po’ allentato la presa, a favore di un certo cinismo e disillusione e non so dire effettivamente se il cambiamento sia positivo. Il mondo, certe persone, gli interessi, il potere e tutto ciò che ci gira attorno continua a far paura. Ed il domani non appartiene a nessuno…

L’innamorato, come il poeta, è una minaccia per la catena di montaggio (Rollo May, Love And Will, citazione dal libretto di “Mondo Criminale”)

Ray Bradbury 1920-2012

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Dearly missed writer and future teller.

Fall Out: Underground Italian Hardcore Band from La Spezia.

Mental wounds not healing, life’s a bitter shame

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Foto tratta dal libretto del CD di “Blizzard Of Ozz”

Devo aver già parlato dei dischi come beni rifugio (altro che oro), e sicuramente devo aver già parlato di questi due dischi perchè sono una costante che ritorna. I dischi sono indiscutibilmente beni rifugio, avere un paio di armadi pieni di CD, diverse scatole piene di vinili, altri scatoloni pieni di cassette e cassetti pieni di articoli, foto, autografi, oggettistica della più varia sulla musica, significherà pure qualcosa: significa che ogni oggetto racconta e racchiude una storia, significa che ogni passaggio ha in se la potenzialità di riflettersi nel tuo spirito e di commuoverti col suo carico di ricordi e sensazioni, con il suo immaginario, la sua atmosfera, i suoi testi, il suo momento storico… le sue note.

La musica ha la potenzialità di dialogare direttamente con la tua parte più intima con un linguaggio assolutamente unico, atavico, affascinante ed è l’unica arte che non necessita di un supporto materiale perchè è puro lirismo che si impadronisce dell’etere, fa vibrare l’aria con un’intensità lacerante eppure bellissima. Ed è tua, è una comunione di forza che finisce per mantenerti vivo, anche se dopo 1000 dischi ascoltati sembra scemare, diventare banale e già sentita, basta un’ unica nota, un unico attacco per ricordarti che tu sei ancora qui, che la storia continua, che nessuno ha ancora zittito le casse della tua camera, le cuffie del tuo apparecchio portatile, che la bellezza ancora esiste ed è commovente, che anche se stai solo sopravvivendo potresti tornare a vivere presto.

Dopo un fine settimana passato ad essere ostaggio dell’angoscia e del dolore esistenziale a tratti viola come un livido, a tratti nero come un abisso (vedasi post precedente) lunedì mattina si presenta come una scommessa persa in partenza con i soliti incubi a girarti attorno come un branco di squali. Finchè un pensiero si fa strada, una semplice passeggiata per i boschi, senza troppe pretese, visto che non mi va di portarmi dietro il CD portatile, prendo in mano lo stumento di tortura meglio noto col nome di cellulare, guardo fra i vari album presenti all’interno finchè l’occhio non mi cade su “Blizzard Of Ozz” e mi dico perchè no? Se non mi salva questo, son messo male sul serio…

Inutile dire che dopo due note il disco mi salva in pieno, ho davanti la faccia sorridente di Ozzy e la chitarra a pois (lo sfondo di questo blog, pur essendo neve che cade, diventi per un momento un orgogliosissmo tributo!) di Randy e loro ritornano vivi davanti ai miei occhi ed è come se dalla loro amicizia, della quale si può avvertire la presenza in ogni singola canzone che hanno inciso assieme, del loro innegabile momento di grazia, fossi invitato a partecipare anche io. E rieccomi lì a seguire ogni assolo con la pelle d’oca, a canticchiare ed annuire ad ogni parola, a sorridere pensando a come possano cambiare le cose quando sei in presenza di qualcosa di assolutamente unico, della magia pura.

Lacrime che rimangono negli occhi durante “Goodbye To Romance”, che per molti può apparire come l’esnnesima ballatona strappalacrime degli anni ottanta, personalmente invece è un tributo nei confronti di tutte le persone che, per un motivo o per un altro, non fanno più parte della mia vita. Sia stato un evento tragico, una furiosa litigata, un triste malinteso o una dolorosa impossibilità a negarci la possibilità di stare ancora vicini, non importa, io li porto ancora tutti con me, specialmente gli ultimi due che si sono allontanati, due ai quali, per ragioni diverse, non ho mai smesso di pensare e per i quali non riesco a smettere di soffrire. Brividi sulle braccia durante gli assoli in “Mr. Crowley” mi riportano alla mente quando li vidi eseguiti dall’allievo Joe Holmes al Palatrussardi (che magari aveva già cambiato nome) nella seconda metà degli anni ’90, la solita frase in “Steal Away (The Night)” quando Ozzy canta “Runaway with me tonight” ed io penso (fin da quando la sentii per la prima volta) che si riferisca a me e che, da buon amico, possa davvero allontanarmi da tutta questa miseria… questo disco ha tanto, ha tutto al suo interno e nemmeno il pessimo gusto in fatto di suoni (batteria e testiere soprattutto) propri del periodo è riuscito a rovinarlo. Magari rimango mesi senza ascoltarlo, ma, come un buon amico che abita lontano, so che ogni volta che lo rispolvero, lui fa lo stesso con me e con le mie sensazioni, i miei sentimenti.

Si può dire tranquillamente lo stesso del disco successivo “Diary Of A Madman” dal quale è tratta la canzone che forse più di tutte è in grado di toccarmi l’anima ovvero “You Can’t Kill Rock And Roll”, la stessa che mi piacerebbe sentire al mio funerale… inutile dire che quando questi due capolavori hanno compiuto trent’anni e sono stati rimessi in vendita sottoforma di cofanetto, ho messo immediatamente mano al portafoglio: apparirà come una bieca operazione commerciale, ma per me, stavolta, era solo un modo colossale di dire GRAZIE!!!

Per quelli che all’epoca seguivano aggiungerò che questa, per ingenuità, sembra quasi una lettera ad H/M e la cosa mi inorgoglisce, sappiatelo!

Il caos regna!

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Dopo averlo citato in modo ironico, sono due giorni che questo adagio di Von Trieriana memoria mi ossessiona. Proviene da uno dei due films che sono stati realmente in grado di terrorizzarmi perchè, da buon aderente alla cultura metallara, in gioventù sono stato bombardato di horror movies, nessuno nei quali ha finito per terrorizzarmi come avrebbe dovuto, anche se mi sono innamorato della bravissima Sissi Spacek in “Carrie-lo sguardo di satana” di Brian De Palma.

Comunque un conto è far saltare sulla sedia quando, chessò, uno zombie appare sullo schermo, un altro conto è terrorizzare, farlo sul serio… inoculare una paura profonda e radicata, colpire violentemente l’immaginario con immagini in grado di farti spegnere ogni speranza nelle persone e nel futuro, farti intuire di quali sordidi abissi sia capace l’animo umano in modo tale che ti sia impossibile eludere, da quel momento in poi, certi pensieri e, nei momenti peggiori, nemmeno conviverci, fino al punto di interrogare se stessi allo sfinimento per poter considerare se, in effetti, anche noi stessi, in quanto appartenenti alla stessa specie, in determinate condizioni, saremmo in grado di sviluppare certi pensieri e, cosa ancora più grave, tradurli in azioni.

“Antichrist” di Lars Von Trier è stato un film in grado di scardinarmi l’animo, nonostante un doppiaggio criminale inflitto a Charlotte Gainsbourg. In una dimensione intima, quella della coppia, si vede chiaramente come, di fronte ad un evento tragico come la morte di un figlio, gli equilibri saltino e si possa impazzire fino alle estreme conseguenze. E’ devastante, l’atmosfera claustofobica e delirante, la malcelata misoginia, il dolore astringente che sembra grondare come da un limone spremuto con un’estrema violenza, per tacere della tremenda (nel suo lirismo deviato e morboso) scena iniziale con un solenne “lascia ch’io pianga” di G.F. Händel a fare da contraltare alla tragedia. Posso ben dire di essere uscito dalla mia sala di fiducia visibilmente scosso.

In tutto questo la scena della volpe ha in se qualcosa di ridicolo, tanto che qualche risatina sommessa, nell’inquetante sala di proiezione, a qualcuno è scappata… però a ben pensarci la frase inserita in quel contesto appesantisce ancora di più il fardello di un film ai limiti della sopportazione, per quello che mi riguarda. Il caos è lo stato al quale tutto finisce per tendere, secondo il concetto di entropia che scaturisce dal secondo principio della termodinamica, quindi il messaggio è che non c’è scampo non c’è via d’uscita, in senso assoluto. Altro macigno.

Se questo film riguarda la sfera intima, l’altro film in grado di segnarmi riguarda quella pubblica e ha messo nuovamente a durissima prova il mio equilibrio interiore durante la visione.

L’ultimo lavoro cinematografico di Pier Paolo Pasolini “Salò o le centoventi giornate di Sodoma” è infatti uno di quei film che non si possono non chiamare opere d’arte, in quanto solo un artista dalla sconfinata bravura può essere in grado di metterti di fronte ad un simile spettacolo, generando in te una tale repulsione ed un tale disgusto per tutto quanto succede sullo schermo che da quel momento tu conosca vicino l’abominio di cui può essere capace un insieme di uomini pur non avendolo vissuto direttamente sulla tua pelle.

Un film il cui messaggio scava solchi profondi e dolorosi come faglie transoceaniche dell’animo, soprattutto perchè parla con il linguaggio della follia liberticida che il nostro paese ha vissuto in prima persona sulla pelle, l’abisso di civiltà e di umanità meglio noto con il nome di regime fascista. Viene spontaneo chiedersi se, alla luce delle dichiarazioni rilasciate (provocatorie o vere che siano) a Cannes durante la conferenza stampa di presentazione a “Melancholia”, Von Trier abbia visto questo film e che effetto gli abbia fatto….

Non ho intenzione di soffermare le parole in modo morboso sulle singole scene, tuttavia sia in questo caso che in quello precedente, dopo aver messo alla prova se stessi con certe visioni, ho avvertito la necessità di tenerle con me in qualità di moniti estremi, senza indugiare oltre, sia pure solo con lo sguardo, in certi tetri pozzi dell’animo. Poichè non puoi dire di conoscere te stesso se non li hai mai sondati, ma, per dirla con Nietzsche, “Se guardi a lungo nel’abisso, l’abisso guarda in te”.

Il caos regna ed ho perso qualche speranza anche oggi.