It doesn’t matter if I die…

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Sottotitolo: Deliberata ricerca del linciaggio, tramite recensione (forse) ipercritica di “Pornography” dei Cure.

I Cure sono stati sicuramente tra i primi gruppi che io abbia mai ascoltato, si tratta di tantissimo tempo fa, avevo un amico assolutamente gotico negli ascolti che finì per farmi appassionare alla loro musica, fino a diventarne un fan piuttosto accanito, a vederli dal vivo due volte (Torino, 1992 e Milano, 2000), ad essere stato uno dei primi nella zona a comprare il mai troppo celebrato “Disintegration” pressando da vicino il malcapitato rivenditore di turno che fu cotretto a procurarsene una copia per liberarsi del sottoscritto… fa molto provinciale e sfigato ma vero. “Subway song” fu una delle canzoni che mi terrorizzarono maggiormente con quel suo urlo agghiacciante nel finale (la prima volta la ascoltai al buio di notte…), non credo di essermi mai liberato dalla ragnatela magnetica intessuta dal dittico “The funeral party”/”All cats are grey”, dalla solitudine angosciante e sempiterna di “A forest”, dalla amorosa paranoia urticante di “10:15 On a saturday night”, dalla consapevolezza funerea di “How beautiful you are” oppure chessò da “To wish impossible things”, “Play for today” o “Push”… però…

C’è un però… quando mi chiedono di esprimermi circa i loro dischi non mi stanco di citare la magnificenza post punk della triade iniziale “Three imaginary boys”/ “Seventeen seconds”/ “Faith” (con quest’ ultimo ho sempre identificato il loro disco migliore), oppure la deriva pop di “The head on the door”, il catastrofismo lirico di “Disintegration” e il ritorno alle chitarre di “Wish”. Raramente cito “Pornography” e spesso rischio il disprezzo per questo e non ho mai capito il perchè. In tanti (troppi?) lo considerano il capolavoro della band albionica, a me non è che non piaccia ma… non lo so, mi sembra “minore” in una qualche misura ai dischi citati in precedenza… (pausa per lasciare teampo al lettore di sfogarsi…)

Sarà il fatto che le liriche di Sir Robert Smith si fanno ancora più tetre, il fatto che cominciano a diventare gotici sul serio con questo disco, forando l’ozono con le lacche nei capelli o vestendosi completamentedi nero… qualche strana forma di fascino di “Pornography” colpisce molti e a me prende solo di striscio chissà come mai…. Non che il disco non mi piaccia, è sicuro che sia memorabile per molti motivi, tuttavia a me sembra il classico disco di transizione che, come tale, soffre delle due anime del gruppo che si stanno scontrando. La prima è chiaramente quella post punk dei primi dischi, la seconda è la deriva new wave che fa capolino in questo disco per trasformarsi (come splendidamente anticipato dal singolo contemporaneo “Charlotte sometimes”) già dal successivo in una mutazione pop che si protrarrà protarsi nel disgraziato (almeno musicalmente) decennio altrimenti noto come anni ’80. La riprova si sente soprattutto a livello musicale quando fanno capolino soluzioni inusuali (fino ad allora) come il tribalismo di “The hanging garden”, la distorsione surreale di “One hundred years”, per tacere del rimescolamento esistenziale della title-track… tutto questo però non riesce a farmi elevare l’album a capolavoro assoluto nemmeno se considero la canzone a mio parere meglio riuscita ovverosia “Cold” (ok, magari perchè è quella che ricorda di più le atmosfere di “Faith”).

A volte questo stato di sospensione proprio di quando un gruppo rimane in bilico tra diversi stili più o meno consolidati produce capolavori, eppure non mi sembra questo il caso: non ha l’urgenza di “Three imaginary boys”, il minimalismo di “Seventeen seconds”, la tetra ed ineluttabile presa di coscienza di “Faith”… la vellutata disperazione di “Disintegration” e nemmeno l’appeal pop di “The head on the door” o “Kiss me kiss me kiss me”, se proprio la vogliamo dire tutta. Secondo me il suo fascino sta proprio nel tormento lancinante del cantante (che non sta affatto vivendo un momento facile) e nella sua strenua ricerca interiore che si concretizza in una mutazione stilistica e ricerca di sonorità, che però, non avendo ancora preso una direzione concreta, ottiene un risultato mirabile, ma alla lunga stentato, per quanto il mio parere possa valere.

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11 pensieri riguardo “It doesn’t matter if I die…

    Scribacchina ha detto:
    12 luglio 2012 alle 09:38

    Un minimo, minimissimo accenno a Boys Don’t Cry potevi farlo però 😉 post gustoso, sarà che sono di parte (i Cure li adoro)?

      nxero ha risposto:
      12 luglio 2012 alle 09:58

      Sicuramente i Cure sono un ottimo argomento di discussione e credo che non mancherà occasione (appena l’ispirazione mi coglie) di parlare di un fantastico disco d’esordio come “Boys don’t cry”… tipo l’influenza di Camus in un brano come “Killing an arab” o la passione incendiaria di “Fire in Cairo” o la malinconia di “Another day”. Ecco sto già cominciando a scriverlo in testa, però avevo un conto in sospeso con “Pornography” da un sacco di tempo… cose che non ti riesce mai di dire perchè ti subissano subito di insulti, proteste, uova ed areoplanini di carta, senza contare il riso e la penna bic… 😀

        nxero ha risposto:
        12 luglio 2012 alle 10:12

        Tra, l’altro, giusto per essere esaustivi, del primo disco dei Cure esistono almeno due versioni, quella con gli elettrodomestici su sfondo rosa intitolata “Three imaginary boys”, e quella con il collage bruciacchiato con palme e piramide, in evidente riferimento a “Fire in Cairo”, intitolata invece “Boys don’t cry”, si tratta praticamente dello stesso lavoro con edizioni discografiche diverse… probabilmente, se la memoria mi aiuta, differiscono leggermente per i brani e per il fatto che la seconda versione, quella con le palme, viene rilasciata negli Stati Uniti… una cosa del genere…

        Scribacchina ha detto:
        12 luglio 2012 alle 17:33

        Vorrà dire che mi riascolterò Pornography, in attesa di vedere pubblicato il pezzo su Boys Don’t Cry 😉 e… confessa: anche tu, almeno una volta nella tua vita, hai provato a rifare il giro di basso di The Lovecats (un classico!)

        nxero ha risposto:
        13 luglio 2012 alle 16:26

        …farò di più dicendo che le linee di basso di Simon Gallup mi sono sempre piaciute tantissimo, anzi direi che in ottica darkwave il basso è uno strumento fondamentale (vedasi anche Bauhaus e, soprattutto, Joy Division: il suono di Peter Hook resta un pezzo di storia!!!). Circa il giro di basso, direi che quello che ho provato a rifare più spesso è quello di “A forest” (con un finale del genere non potevo non rifarlo!) o quello di “Primary”… con “The lovecats”, confesso, non l’ho mai fatto… però il brano è veramente simpatico e poi io adoro i gatti… dove ho messo lo strumento?!?

        We missed you hissed the lovecats!

    Endorphin ha detto:
    12 luglio 2012 alle 19:39

    Bello quì (e bello il post)!
    Per quanto mi riguarda, il disco che più mi piace in assoluto penso che sia Disintegration.
    Un saluto e buona serata!=)

      nxero ha risposto:
      13 luglio 2012 alle 09:36

      🙂 Grazie della visita ed anche dell’apprezzamento! Un saluto a te!

    Mira Queen ha detto:
    3 settembre 2013 alle 12:24

    Ho scoperto per caso (come sempre su internet) il tuo blog e lo trovo molto interessante.
    Mentre tu scrivevi questo pezzo io mi trovavo a Bilbao a vedere un concerto dei Cure a dire poco memorabile e… a Torino nel 1992 c’ero anch’io.
    Pornography l’ho apprezzato pienamente nell’ultimo anno sebbene abbia il cd in casa da almeno 20 anni, mi piace anche molto Disintegration ma il mio preferito resta sempre Seventeen Seconds, forse anche per tutta una serie di ricordi ad esso legati.
    Complimenti ancora per quello che scrivi, ti ho aggiunto ai preferiti e tornerò a leggerti presto.

      nxero ha risposto:
      3 settembre 2013 alle 13:23

      Ma che bello scoprire qualcuno che è stato ad un concerto al quale sei stato anche tu quasi vent’anni dopo. Fa davvero piacere!
      Personalmente ricordo bene quel concerto anche per il fascino dei Cranes, ma soprattutto per il fatto di essere finito “sotto” al pubblico in seguito alle ondate di pubblico, non me lo sarei mai aspettato ad un concerto dei Cure. Comunque “Pornography” galleggia ancora un po’ nel limbo anche se non ho mai tentato di sminuirlo. Il patrimonio dei Cure è talmente ampio che il trasporto che ti trasmettono i loro lavori può agevolmente cambiare con il tempo, anche in questo sta la loro grandezza.
      In ogni modo grazie, sarà un piacere avere una lettrice come te e…
      Che invidia un concerto a Bilbao!
      A presto!

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