Mese: agosto 2012

Blue moon tonite!

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You saw me standing alone

Without a dream in my heart

Without a love of my own

Gli inglesi la chiamano impropriamente Blue moon, in realtà non sara propriamente blu il mio astro preferito, si tratta semplicemente (?) del secondo plenilunio nel giro di un mese evento piuttosto raro a verificarsi, nell’antichità invece si trattava della terza luna piena in una stagione che ne contenesse quattro.

Ovviamente poi l’umano, che ha da sempre la fascinazione dell’evento raro (si verifica ogni 3/5 anni), attribuiva alle notti di luna blu proprietà che le rendessero proficua alla divinazione e agli incantesimi più potenti (chi da mesi stia aspettendo un’opportunità del genere per farmi una fattura -per quanto riguarda i filtri d’amore la vedo assai più dura- si ritenga avvertito) alla divinazione e a fare un bilancio della propria esistenza. Dovrei allora essere contento che il cielo rimarrà, con tutta probabilità, coperto?

La luna blu

Neanche per idea! La bellezza ed il fascino di questo corpo celeste sbaragliano tranquillamente qualsiasi superstizione!!!

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Try not to lose yourself

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Notturno, Stoccolma, Svezia

La notte è scesa finalmente vincendo l’inerzia viscosa dei paralleli nordici. Un’ intera giornata sorridendo tra i vicoli di Gamla Stan: ad ogni incrocio uno sguardo pieno di meraviglia e soddisfazione, finalmente sono qui, finalmente respiro l’aria frizzante di questa città meravigliosa. Sono miglia lontano da casa e totalmente solo, forse per la prima volta, tutto sembra ricoprirsi di un alone magico, di una voglia di assorbire tutto quello che vedi ed ascolti per potertene portare un pezzo con te dovunque tu possa tornare o dovunque tu possa andare in seguto: voglio che un pezzo di Stoccolma mi segua esattamente come mi seguono da anni Praga e Londra e come mi seguiranno in seguito Trondheim e Berlino (ed anche un po’ di Oslo e Bergen).

Il punto è che sono qui, che ho voluto fortemente esserci, che sto facendo una cosa per me stesso e nessun altro ha voluto seguirmi, doveva andare così, dovevo andarmene così. Per permettermi questo viaggio, un anno di lavoro, di persone sgradevoli ed arroganti a strillare nelle mie orecchie, ma ne è valsa la pena se penso che ogni attimo trascorso tra quelle mura mi ha portato due settimane sotto questo cielo. Ogni tanto succede che io sia dannatamente sicuro di qualcosa. Ebbene sono stato sicuro di poche cose come questa, il fatto che io dovessi venire quassù: la Scandinavia è una sorta di polo magnetico per me, da sempre… è il primo posto sul quale poso gli occhi quando guardo una cartina o un mappamondo.

Ed ora è giunto il momento del riposo, di chiudere le palpebre, sperrando nell’elaborazione notturna perchè mi porti in giro per la città ancora, durante il sonno, proprio come successe nella capitale boema. E’ il 2007, cinque anni fa, sapevo che doveva uscire il nuovo lavoro di Justin Broadrick, dei Jesu, la sua ultima incarnazione dopo i vari Head Of David, Napalm Death, Godflesh e compagnia. Il primo disco mi aveva stregato e, camminando per la St. Eriksgatan, mi imbatto nella Repulsive Records, un negozio specializzato in musica estrema, non potevo mancare l’entrata. All’interno un simpatico e fiero alfiere del metallo con tanto di fisico imponente e barba smisurata tiene un santino di Quorthon dei Bathory (deceduto qualche tempo prima in giovane età) vicino al registratore di cassa. Tra le altre cose mi scivola tra le mani “Conqueror” l’ultima fatica del musicista di Birmingham in una bella edizione digipack di un bianco scintillante e patinato. La sera stessa, ritirato che fui nella mia stanza a Norrtull, misi mano al mio fido lettore CD e vi infilai dentro il dischetto ottico e chiusi gli occhi, un sorriso mi apparse sul volto, nel buio per tutto il tempo ma mi sentii avvampare quando Justin mi sussurrò all’orecchio: “Cerca di non perderti!”, mentre io ero lì per ritrovarmi e ci stavo anche riuscendo, nonostante poi finii per perdermi e riperdermi ancora.

Try not to lose yourself
I’m way past trying
I’m way past caring
I’m way past hoping

Try not to lose yourself
You’re always needing
You’re always hoping
Wash away your fears

Try not to lose yourself

Il Maestro e Margherita

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Michail A. Bulgakov

“Margherita socchiuse gli occhi al sole splendente, ricordò il suo sogno di quella notte, ricordò che precisamente un anno prima, nello stesso giorno e alla stessa ora, sedeva sulla stessa panchina accanto a lui. Ed esattamente come allora aveva la borsetta nera accanto a sé. Lui non era accanto a lei quel giorno e tuttavia Margherita Nikolaevna parlava mentalmente con lui: “Se ti hanno deportato perchè non ti fai vivo? Ai deportati non consentono di farsi vivi. Non mi ami più? Per qualche ragione non lo credo. Allora sei stato deportato e sei morto… Allora, ti prego, abbandonami, dammi finalmente la libertà di vivere, di respirare”. Ed era la stessa Margherita Nikolaevna a rispondere al suo posto: “Tu sei libera… forse ti trattengo?”. E poi gli obiettava: “No, che risposta è questa? No, vai via dalla mia memoria e allora sarò libera” “.

“Un miracolo che ognuno deve salutare con commozione”, l’ha detto Montale non l’ho detto io.  Crescendo si apprende la futilità di eleggere un qualsivoglia libro o disco preferito, talmente è sterminata la quantità di opere cui si può accedere, talmente varie e tortuose possono essere le strade con le quali ognuna di queste opere si fa largo nei nostri sentimenti che fare una classifica tra di loro equivale ad uccidere il trasporto che proviamo nei loro confronti. Difficile palesare dunque la punta dell’ iceberg, ci si sente a disagio e quasi intaccati da paurosi sensi di colpa. Eppure ci sono opere dalle quali non osiamo prescindere, che occuperanno per sempre un posto speciale nel nostro immaginario e, diciamola tutta, nel nostro cuore.

Quello che potete leggere in apertura è lo scorcio di romanzo nel quale sono incappato nuovamente stamattina, non uno scorcio particolare, solo quello che mi sono ritrovato davanti agli occhi… ed ogni volta è come tornare a casa, ogni volta che rileggo anche una semplice riga del “Maestro e Margherita” di Bulgakov. E’ un libro che fa parte di me nel senso più coinvolto e viscerale del termine.

Fa venire in mente un sedicenne in mimetica e kefiah che ascolta appassionato le lezioni di un professore a cui i panni del docente di chimica fisica di un istituto tecnico industriale di provincia vanno evidentemente stretti. E’ un ometto basso, con i baffetti e l’immancabile ascot (che fa sospettare agli allievi la presenza di un mantello da supereroe sotto ai vestiti), un professore che spiega la lezione talmente bene che quasi non hai bisogno di studiare a casa, ma che, durante le verifiche, si arma di un’inflessibilità militaresca e irreprensibile, con tanto di occhi fiammeggianti e passo felino quando ti si avvicina alle spalle cercando bigliettini che nessuno avrebbe mai, comunque, il coraggio di nascondere.

Durante le sue lezioni a volte si lancia in riflessioni storico/politiche/sociali e una volta menzionò anche il suddetto libro. Accidenti a me: non colsi nemmeno il suggerimento! Non fosse stato per il mio vicino di banco -un ragazzo talmente fuori luogo in un istituto tecnico che poi si laureò in filosofia teoretica!- che mi fece notare che il libro era veramente notevole credo che la tragedia si sarebbe consumata e probabilmente non l’avrei mai letto. Il professor Woland forse sarebbe stato in grado di beffarsi di me fino a quel punto.  E sarei stato perduto.

La prima volta che posai gli occhi su questo libro fu in questa edizione. ora ne possiedo altre tre, compresa quella per l’e book!

Perduto perchè quel libro aperse la strada a tutto quello che lessi in seguito, perduto perchè forse non crederei più nei sentimenti che legano un uomo ad una donna, perduto perchè avrei smarrito la fiducia che qualcosa di fantastico e chiarificatore possa presentarsi nella vita di ognuno di noi, perduto perchè il gatto Behemot non mi avrebbe mai fatto sorridere, perchè non avrei mai potuto immaginare come poteva apparire Margherita con un mazzo di mimose in mano o quando fece gli onori di casa per il gran ballo, non avrei mai pensato al dolore del Maestro (e di Bulgakov stesso) mentre brucia il suo manoscritto. Perduto, insomma, per un’ infinità di motivi.

La lettura dei primi capitoli mi lasciò quasi sconcertato: cosa significano queste due storie parallele che sembrano non condurre da nessuna parte, questo parallelo tra Mosca e Gerusalemme a secoli distanza, tutto si ingarbugliava ma lo faceva in modo magistrale. Bulgakov riesce nella mirabile impresa di tenere sul filo il lettore fino a circa la metà del libro, addirittura Margherita nemmeno appare prima!

Korov’ev e Behemot discorrono amabilmente su una panchina a Mosca.

Bisogna avere pazienza, concedersi il lusso del tempo per apprezzare appieno questo libro, e saper lasciare correre l’immaginazione quando finalmente te ne viene data la possibilità… e quelle pagine vibrano tra le mani e sotto gli occhi, si agitano di un fascino e di un trasporto che difficilmente può essere reso a parole, almeno da me che ho (quasi) perso il conto delle volte che ho letto questo libro.

Poi certo un’influenza primaria è riconosciuta in Goethe (nel “Faust”, specificatamente citato in apertura), alcuni dicono che sia troppo visionario e sognatore come racconto, si possono trovare i difetti anche in un diamante, ciò non toglie nulla alla sua fulgida luminosità. Amo questo libro con tutto me stesso e, come ogni amante che si rispetti, lascio ragione e critiche fuori dalla porta e, come recitava una scritta su un muro moscovita, “Anche se non sono Margherita, troverò il mio Maestro!”.

L’equipaggiamento ideale

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Chiunque di noi ha dei sogni nel cassetto, ed io, da buon appassionato di suoni grevi, in un momento di sfrontata inattività, mi sono messo a pensare a quale potrebbe essere il mio equipaggiamento ideale per quanto riguarda la strumentazione. Fortunatamente pensarci non costa nulla altrimenti a quest’ora sarei già in bancarotta. Le scelte sono state volutamente limitate a strumenti veri e propri e testate, per quanto riguarda le casse ho le mie idee sul fatto che i coni debbano superare tassativamente i 12″ di diametro, ce ne sono troppe e quindi ne metto una a titolo esplicativo.

Direi di cominciare con le testate:

-Matamp series gt200: Mat Mathias ha tutta la mia stima!

Matamp series gt200

-Ampeg heritage SVT-CL: Spettacolare!

Ampeg Heritage SVT

Sezione vintage:

-Sound city bass 150: I progenitori dell’ Hiwatt

Sound City Bass 150

-Sunn 0))) 1200s: Un nome, una garanzia!

Sunn 0))) 1200s

Per quanto riguarda le casse direi che qualsiasi cosa si avvicini a una 2×15″ possa andare bene, una cosa tipo questa:

Sunn 2×15″ Cabinet

Ora veniamo ai bassi:

-Rickenbacker 4003: Uno strumento che non necessita di ulteriori presentazioni!

Rickenbacker 4003

-Gibson Thunderbird IV: Già il fatto che ci sia la parola “Thunder”…

Gibson Thunderbird IV

-Hagstrom: Viking Bass BK …una curiosità più che altro: fatto in Svezia, semiacustico a scala corta e con il manico in “Resinator”, chissà come suona… visivamente fa venir voglia di suonare con Elvis o Brian Setzer!

Hagstrom Viking Bass BK

Adesso occorre trovare uno sponsor adeguato… non spingete eh!

High On Fire: “The Art Of Self Defense”

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High On Fire

Alle volte il talento deve essere rivelato attraverso strade tortuose. Ne sa qualcosa Matt Pike che, reduce dalla disavventura degli Sleep, fonda un gruppo con il solo proposito di non smettere di suonare la chitarra. Fortunatamente andrà ben oltre.

Le vicissitudini patite a causa della strenua decisione di insistere nel progetto “Dopesmoker” nonostante il suo scarso appeal commerciale (si tratta di un unico brano della durata di circa un’ora evidentemente non rispondente alle esigenze della major London che li aveva messi sotto contratto) aveva, dopo lunghi tira-e-molla, comprensibilmente portato allo scioglimento del gruppo che vedeva tra le sue file anche Al Cisneros e Chris Hakius. Dopo un periodo di scoramento però le due parti si rimettono al lavoro: Matt Pike recluta una nuova sezione ritmica con l’adrenalinico Des Kensel alla batteria e George Rice al basso, gli altri due, come noto, daranno vita agli OM.
Il suono cambia radicalmente, dalla fascinazione tutta anni ’70 degli Sleep, devoti al credo sabbathiano e valvolare, ad una proposta egualmente interessante ma dai connotati decisamente più contemporanei in termini di suono. Alla enorme grevità del suono aggiungono una componente metal decisamente più marcata riscoprendo influenze come Celtic Frost e Mötorhead, prima piuttosto estranee alla proposta del chitarrista originario di Denver, Colorado. Il suo leggendario suono di chitarra rimane decisamente roboante sebbene meno old-fashioned che in passato, nel contempo però l’energia sprigionata dal terzetto aumenta esponenzialmente, come se gli Sleep avessero compiuto un balzo in avanti di vent’anni e, giunti nella nuova dimensione temporale, avessero ricevuto un’iniezione robusta di adrenalina in regalo.

Il gatto della Man’s Ruin

Il disco, dopo essere stato pubblicato in prima battuta dalla misconosciuta 12th records, viene ristampato, praticamente subito, dalla leggendaria Man’s Ruin di Frank Kozik nell’anno 2000. E’ inevitabile che i fan si ritrovino a contatto con una nuova creatura difficilmente gestibile, una sorta di isterico mostro dalla voce tonante. Tuttavia nonostante l’inevitabile malinconia dei vecchi fan, tutti sembrano accorgersi fin da subito della portata del nuovo gruppo di Matt.

La registrazione, con il fido Billy Anderson che era già stato al lavoro con gli Sleep, oltre alle collaborazioni con Neurosis, Fantômas, Altamont e Acid King tra gli altri, fa risaltare appieno l’aggressione continua del gruppo, relegando in un angolo la voce di Pike, per far risaltare appieno la pienezza ed il corpo di un suono che rompe decisamente con il passato, per far affiorare una rinnovata attitudine  estremamente determinata a reggersi in piedi da sola.

Versione Tee Pee records

L’abbonamento alle traversie tuttavia non si esaurisce qui: ben presto l’etichetta dell’artista americano che, con le sue copertine, era giunto alle porte del mainstream (ricordate la copertina di “Americana” degli Offspring?) collassa su se stessa ed il disco esce fatalmente dal catalogo. Subisce una prima ristampa (con bonus tracks, tra cui la cover di “The Usurper” dei Celtic Frost) tramite la volenterosa Tee Pee records (che tra l’altro ripropone anche “Dopesmoker”, ultimo lavoro degli Sleep, dopo una prima pubblicazione non autorizzata su Rise Above/ The Music Cartel) che, prontamente, provvede a rendere nuovamente disponibile il disco.

Il resto è storia recente: il progetto prosegue per la sua strada, raggiungendo un ragguardevole status nel movimento metal, cambiando spesso bassista (ci sarà posto anche per Joe Preston, già con Melvins e Sunn 0))), in “Blessed Black Wings”, il loro terzo lavoro) fino all’arrivo di Jeff Matz, Matt passa dalla leggendaria Les Paul degli esordi ad una First Act a 9 corde progettata appositamente su sue speicifiche, mantiene sempre altissima la propria ispirazione fino a giungere al loro capolavoro defininitivo quest’anno con  “De Vermis Mysteriis”, per chi scrive, finora, disco metal dell’anno.

Versione Southern Lord (Arik Roper)

Sempre durante l’anno in corso, la Southern Lord decide di ristampare definitivamente  sia  “Dopesmoker” che a “The Art Of Self Defense” con due sontuose edizioni che rendono del tutto giustizia ai due lavori e che, soprattutto nelle versioni viniliche, saranno presto oggetto di pingui speculazioni su ebay. Va detto che sono oltremodo curate: la versione del classico degli High On Fire presenta infatti sia un ricco libretto con fotografie dell’epoca che un nutrito numero di tracce aggiuntive tra cui il 7″ con “The Usurper”/”Steel Shoe”, già presente nella versione Tee Pee, oltre a tre tracce in versione demo interessanti per valutare l’evoluzione del loro suono rimasterizzato a dovere per l’occasione da Brad Boatright.

Steve Von Till: “Looking For Dry Land”

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A lonely man on the mountain looks down at what he sees
All those who lie beneath him and the station of his peak
He cannot bear the weight of being so high
An island unto himself clouds obscure the sky

Looking for dry
Looking for dry land
Waiting for
His ship to come in

A worried man at the river stares across to the other side
To the risks he won’t afford and the failures he can’t hide
The levee can’t hold back the flood, the banks start to breach
He surrenders himself to the flow while the crossing lies just out of reach

Looking for dry
Looking for dry land
Waiting for
His ship to come in

A broken man in the ocean, drawn in by its sound
Clinging to the shallows afraid of going down
Sings a shanty of his life in a dialect now gone
His compass points away from himself the constellations move on

Looking for dry
Looking for dry land
Waiting for
His ship to come in

Però non ho mai detto che a canzoni, si fan rivoluzioni, si possa far poesia…

(Non l’hai mai detto, ma di sicuro l’hai pensato)

Dance dead dance!

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A volte il rapporto che si può avere con un gruppo di musicisti può essere pesantemente influenzato dal momento storico che uno sta vivendo oltre che dalla sua predisposizione intima a confrontarsi con determinata musica. Confesso che sono anni che non prendo in mano un disco dei Dead Can Dance, confesso che un giorno, stregato dalla loro musica, sono andato a Milano a fare incetta dei loro CD e poi, a causa del vuoto pneumatico nelle mie tasche, non sono uscito più di casa per due mesi beandomi senza ritegno dei miei acquisti.

Dire stregato dalla loro eterea beatitudine è poco. Soprattutto per quanto riguarda The serpent’s egg e Within the realm of a dying sun. Adesso dopo l’addio con Spiritchaser nel 1996, i vari progetti e collaborazioni, la colonna sonora de “il gladiatore” per la Gerrard, nell’anno domini 2012 decidono di rifarsi vivi (almeno su disco, dal vivo l’avevano già fatto) per l’esultanza dei loro fan. Personalmente, riprendendo le fila del discorso da dove era stato interrotto, Spiritchaser era stato l’unico disco a non impressionarmi troppo favorevolmante della loro discografia, decisamente troppo affetto da una manipolazione del suono fin troppo sintetica e plastificata che rendeva il disco una pallida copia della grandezza di quello che il gruppo aveva saputo produrre in passato… nella loro proposta si spaziava dalla darkwave alla world music, dalla ambient alla neoclassica, cosa aspettarsi adesso?

Posso dire ad un  primo ascolto che almeno i suoni sono decisamente migliorati rispetto all’ultima uscita, risultando decisamente meno artefatti e più naturali, il disco ha, al solito, un grande ed ampio respiro, sfumature di derivazione etnica e rimandi neoclassici, una sorta di versione dei Dead Can Dance che abbraccia molte delle loro passate influenze (comprensibilmente meno la parte darkwave propria degli esordi) senza che nessuna prevalga troppo sulle altre. Un lavoro ragionato ma, direi, non studiato a tavolino, con al suo interno gemme come “Amnesia” dove Brandon Perry ci traghetta su un lago oscuro mente minacciose nubi plumbee incombono all’orizzonte, “Kiko” dove si rifà vivo il lato etnico del gruppo australiano di nascita ma albionico di adozione o la fascinazione pseudo medioevale di “The return of the she-king”, la solennità di “Children of the sun”… è lecito supporre che difficilmente qualcuno possa rimanere deluso da questa nuova proposta, gli ingredienti ci sono tutti, la classe ed il talento non sono stati dissipati col tempo… bentornati dead can dance!

“Amnesia” è scaricabile gratuitamente ed il disco può essere ascoltato in streaming andando su deadcandance.com