Mese: settembre 2012

Satellite of love

Postato il

Motorpsycho

La luce che filtra dalle fessure della porta non mi ha svegliato stamattina, solo in controluce è possibile scorgere l’umidità che scende fitta. Ho messo a tacere ogni cosa e mi sono concentrato sul torpore del cielo grigio, sul verde dell’erba ravvivata dalla pioggia, sulla trasparenza dello spettro che mi ha dato il buon giorno nel buio della camera. Rideva al buio ed io non potevo muovermi.

Appena mi accorgo che il tempo sta passando, che c’è una vita di cui essere affamati. La sensazione è che tutto sia lontano stamattina, come una strada puntata verso l’infinito, che scorre illuminata da fari ansiosi.

Il moto di rivoluzione. Perpetuo, claustrofobico e circolare, crea il vuoto tra i pensieri.

Vuoto per non accorgersi del vuoto.

Voragine d’affetto. Abisso d’amore. Oblio di vita.

Ruoto attorno a te e non mi è dato di conoscere il chiarore lunare che arde riflesso nell’anima.

Si è nascosto tra le coltri, ai primi bagliori del mattino, lasciando a deridermi il suo pallido ricordo.

Annunci

Berlin calling

Postato il

Berlino

Da circa un anno la capitale tedesca mi perseguita, svolto l’angolo e mi ritrovo a Pankow. Non sarebbe nemmeno male. E’ una città talmente viva e vivibile che, senza dubbio, non avrei a dispiacermene.

E’ iniziato tutto con un viaggio, finché non ho dovuto andarci anche io, poi tutta una serie di coincidenze ultima delle quali un gruppo post-punk londinese scoperto per caso i Cold In Berlin. Non a caso suppongo che il loro disco d’esordio abbia finito per intitolarsi “Give me walls”, un titolo che mi ha fatto inarcare un sopracciglio, fin quando non mi sono messo ad ascoltarlo qui…e devo dire che le perplessità si sono un tantino fugate e mi è venuta una gran nostalgia. Di Siouxie, di Lydia Lunch,dei Joy Division e  dei primi anni ’80 anche un po’ di PJ Harvey e delle Riot Grrrls, se devo essere sincero. Era parecchio tempo che non ci pensavo più, eppure anche queste sonorità hanno avuto il loro posto nella mia formazione musicale, eccome se ce l’hanno avuto.

Cold In Berlin

Non aspettatevi il miracolo, nessun gruppo ne compie di questi tempi. C’è chi vive di nostalgia e si fa annebbiare da essa, almeno in questo posso assolvere il quartetto londinese, fresco di secondo album intitolato semplicemente “And Yet” e uscito da poco per la Candlelight (c’è una forte possibilità  che finisca quindi su bandcamp), perché è vero che i loro punti di riferimento sono piuttosto palesi, eppure è innegabile che ci sappiano fare, che una minima impronta l’abbiano lasciata in due albums. Sarebbe bello che la creatività spuntasse sui rami di un albero, sarebbe bello ci fosse ancora la voglia di sperimentare ed evolvere che c’era 40 o anche 30 anni fa: questa è un’epoca disgraziata nella quale non si fa altro che guardare al passato puntando sulla nostalgia (un grimaldello spesso efficace ma tutto sommato triste) di chi è sopravvissuto o sulla scarsa memoria storica di chi è venuto dopo o, peggio, produrre musica di plastica senza dignità. In un tale panorama diventa difficile muoversi, quando anche quei pochi gruppi con un minimo di personalità fanno fatica a sbarcare il lunario. Stavolta ho deciso di soprassedere e godermi la vendetta di sonorità che ammetto di aver trascurato. Finché dura…

Ps: Non so bene che senso abbia quella ridicola croce inversa di nastro argentato sull’amplificatore e nemmeno quella nel loro logo… un richiamo ai Christian Death?

Bergen-Torino, solo andata.

Postato il Aggiornato il

Bergen, Norway

Il cielo sopra Bergen è mutevole, soffre il respiro rabbioso dell’oceano, si anima di un’instabilità isterica, inquieta ed ispirata nel mutare scenario rapidamente. Il cielo sopra Bergen non offre sicurezze né punti di riferimento, tanto meno appigli, eppure si illumina come un viso ai raggi di luce. Occorre plaudere alla pioggia, resistere al sole, lasciarsi stravolgere dal vento. Non offrire resistenze ai mutamenti che irrompono senza riguardo alcuno. Bergen non conosce pace, non reclama stabilità: si snoda in mille stradine uncinate, si aggrappa alla montagna ed alla foresta e si abbandona all’oceano, alla sua imponente presenza che permea ogni angolo.

Da questa cittadina, in passato patria di Edvard Grieg, provengono gli Enslaved, anche loro in procinto di fare uscire un disco nell’anno di grazia 2012, perché, a questo punto, di anno di grazia trattasi, senza dubbio.

Confesso di non aver mai avuto una particolare simpatia per il Black Metal, non amo particolarmente il cantato in screaming, le chitarre stridule e soprattutto i riferimenti satanici che ormai fanno pena più che infondere terrore.

Dio, e Satana di riflesso, sono argomenti sfruttati fino all’osso e soprattutto tendenzialmente sterili, visto che nessuno è mai riuscito, né probabilmente riuscirà, a dimostrarne l’esistenza e considerato che rifuggo dalla dottrina cristiana ben più che millenaria e radicata nella mia cultura, non vedo come possano uno o più gruppi musicali indurmi ad abbracciare un nuovo credo, per altro anch’esso dogmatico e costrittivo.

Fatta questa precisazione, apprezzo moltissimo gli Enslaved. Similmente al clima della loro città sono riusciti a non fossilizzarsi in un unico stile, in una sola tonalità di colore più o meno tendente al nero. Se all’inizio si potevano accodare al carrozzone black metal, seppur con forti influenze e richiami alla cultura vichinga e norvegese, sono andati via via avvicinandosi ad una dimensione più personale e meno definita e definibile, rivendicando la loro personalità ed arrivando a creare un suono inimitabile. Ormai solo le parti vocali fungono da forte richiamo al passato, adesso ogni loro composizione si anima  e muta piacevolmente forma, con una trasformazione assolutamente armonica, mutuata dal progressive.

Quando uscì il loro disco “Axioma ethica odini”, nel 2010, camminavo per il parco del Valentino a Torino, con l’autunno come orizzonte e una pioggia lieve a rispecchiare il mio stato d’animo. In quel momento il cielo era grigio ed immoto, presto sarebbe scesa l’oscurità su di me… avrei dovuto essere pronto, eppure l’ oscurità che ancora non mi abbandona. Le loro parole risuonavano in me, aiutandomi a trovare la forza per non essere vulnerabile e farmi sovrastare dagli eventi, possibilmente pronto ad accorrere, pronto a sacrificarmi, pronto a reagire…

Hold on, don’t fade away
Don’t be afraid to bleed, afraid to dream
Let the elders enlighten the path
They have cried for you, died for you

Autunno al parco del Valentino

Il nuovo “RIITIIR” esce dopodomani:

M

Postato il Aggiornato il

“Levin diceva quello che pensava negli ultimi tempi. In tutto vedeva solo la morte o l’avvicinarsi di essa. Ma l’opera da lui intrapresa l’interessava ancora di più. Era pur necessario concludere in qualche modo la vita, finché non fosse giunta la morte. L’oscurità per lui copriva tutto; ma proprio a causa di questa oscurità sentiva che l’unico filo conduttore era la sua opera, e con le sue ultime forze si aggrappava ad essa e vi si teneva stretto.” (Lev Tolstoj)

Ho letto e riletto queste righe che sembrano ferite che non si rimarginano. Un dolore solo raramente ingannato, forse solo in quei giorni in cui hai la sensazione di potercela fare, solo in quei giorni in cui riesci ad essere positivo, giorni che portano con se’ sorrisi ed immagini da fotografie scolorite. Quei sorrisi non possono essere tutti veri, ma nemmeno tutti falsi… e con loro hai riempito muri, pannelli e memorie. In molti sorridono davanti alle lenti, alcuni riflettono nelle iridi l’immagine di ciò che gli sta davanti: può essere meraviglioso e terribile al tempo stesso o in momenti diversi. L’unica cosa sicura è che il momento è andato per sempre. L’aprirsi di un diaframma, lo spazio di un respiro o sicuramente di meno. E poi l’oscurità, nella quale ti muovi seguendo un filo sottile rimanendo cieco rispetto a ciò che sta attorno. Lo spiraglio che, rapido, permette alla luce di imprimersi adesso è serrato, ossidato, inceppato: ed ogni corpo macchina resiste solo per un certo numero di scatti prima di far sprofondare tutto nell’ oblio.

Ogni mattina mi tormenta un’immagine, ogni mattina mi sveglio abbracciando un fantasma, ogni mattina una consapevolezza mi assale. Che aprirò gli occhi e sarà comunque tutto buio. Che chiuderò gli occhi e mi illuderò di nuovo. Ma questo è successo la sera prima. L’immagine si illude di dominare il tempo, di incarnare la memoria. Spesso ci riesce, ma solo ad illudersi.

Musica come estasi

Postato il Aggiornato il

Defilatomi da cotanto matrimonio (vedasi post precedente) in evidente stato di nausea spirituale e in compagnia di una buona dose di acidità di stomaco e di spirito che non smetterà di seguirmi ancora per qualche ora, torno a casa e, con una velocità superiore al normale, mi preparo per Mr. Cisneros e le sue valvole incandescenti. La connessione ad internet fa ovviamente le bizze e mi ci vuole una mezz’ora buona a connettermi e a prendere informazioni sul luogo del reato, il teatro colosseo a Torino. C’eravamo già stati per la verità (per il trentennale degli Einstürzende Neubauten), però essendo io assalito puntualmente da mille paranoie, devo sempre ricontrollare tutto mille volte, comunque alla fine ci riesco.

Raggiungo il mio partner in crime (che continuerò qui a chiamare Oltranzista come facevo sullo xerosignal n°1) che non ha tutta questa voglia di sbattersi fino a Torino, lo rincuoro dicendogli che siamo “a secco” ormai da mesi e che il sig. Cisneros vale la pena. Saltiamo sulla Panda 4×4 oramai fida compagna di avventure campestri e metropolitane e via verso nuove esplorazioni. Come concordato parcheggiamo nei pressi del Valentino dove, oltre al parchetto curatissimo, c’è anche una qualche disco-stunz frequentata dalla Torino bene. Infatti in capo a pochi minuti si presenta una di quelle limousine lunghissime di un disgraziato color rosa (!!!) dalla quale scendono allegre e festanti donzelle massimo ventenni vestite di tutto punto e pronte a rendere gloria ad una di loro che, evidentemente, compiva gli anni. La scena mi sembra surreale e alquanto grottesca ma, dopotutto, mi ricordo che sono un provinciale sfigato e accorro verso la meta.

Qui, dopo aver visto Mr. Cisneros consumare d’un fiato un caffè americano (per me è una bestemmia il caffè americano, se può interessare) appena corretto con il latte, vengo avvicinato dal tour manager (e dal batterista Emile Amos) che, sinceratosi che sapessi un minimo di inglese, mi chiede di dargli una mano perché nessuno si è ancora premurato di fargli pervenire i pass. Mi  verrebbe da rispondergli “Organization is what we do best, here!” ma mi astengo, parlo (sempre in inglese!) con una delle maschere finché il suddetto tour manager mi fa notare che avrei dovuto parlarle nella mia lingua madre 😀 e poi, classicamente, la cosa si risolve in una bolla di sapone perché i pass nessuno li ha (!!!) e comunque le maschere assicurano di aver memorizzato le loro facce (sì ma tutti gli altri??). Mah.

Sugli altri due “gruppi” ammetto di saper dire decisamente poco: Lichens mi esaspera da morire con i suoi suoni a bassa frequenza con sottofondo di colori psichedelici in movimento… dopo 2 minuti (massima resistenza possibile) ho già le orecchie che mi ululano “Uuuuuuuu” e vado al bar. Quindi con Demdike Stare me la prendo comoda ed entro dopo un bel pezzo dall’inizio della loro esibizione… il risultato non cambia molto: le immagini proiettate sembrano provenire dall’immaginario degli Electric Wizard piene come sono di satanassi e donzelle nude molto anni’70. Per questo mi strappano un minimo di simpatia in più, però la musica mette a dura prova la mia sopportazione con tutti quegli alinenanti campionamenti in loop e nessuno che si prenda la briga di imbracciare un maledetto strumento. Sarà anche bello ma decisamente non fa per me.

Chiaro che con gli OM è un’altra storia e, posso anche dirlo, finalmente!

La (Sempre più invidiata) strumentazione di Al Cisneros

Innanzitutto vorrei porre l’attenzione sulla strumentazione del bassista americano: rastrelliera di bassi Rickenbacker e conseguente amplificazione ampeg. Solo a vedere tutto quel ben di dio mi spunta un sorriso chilometrico. Poi il concerto… effettivamente il suono di Al è bellissimo, direi estremamente vicino all’idealità per quanto mi riguarda: tutto vibra attorno, ma non si tratta di una vibrazione molesta ed invasiva come potrebbe essere quella dei Sunn 0))), tutt’altro: è incredibilmente morbida e si armonizza perfettamente con l’ambiente circostante, personalmente mi comunica uno strano senso di armonia che perdurerà anche nelle parti maggiormente distorte del concerto.

Locandina di Steuso per “Musica come estasi”

Ammetto tranquillamente che io e l’Oltranzista siamo dei nostalgici riguardo agli OM, che vorremmo vedere ancora Chris Hakius seduto dietro il kit, con il suo stile sbracciato e potente, però occorre che rendiamo onore anche ad Emile Amos (Grails) probabilmente molto più professionale ma meno affascinante ai nostri occhi, che comunque sostiene i mantra bassistici del mastermind con una percussività nervosa e precisa, decisamente incastrata nel contesto. Le altre velleità strumentali vengono affidate ad un polistrumentista a noi ignoto che interviene con tastiere, chitarre e brani probabilmente campionati, nulla più che un mero figurante. Il concerto si svolge splendidamente, con un repertorio interessante: come detto i suoni soddisfano soprattutto a una certa distanza dal palco, e l’atmosfera si fa avvolgente e anche in qualche modo meditativa, secondo anche la filosofia adottata da Cisneros, molto addentro al settore spirituale delle cose ed anche alla meditazione propriamente detta. Se posso fare un appunto riguarda la durata piuttosto risicata dell’esibizione, avrei volentieri fatto a meno delle due esibizioni precedenti per uno o due brani in più… pur rimanendo comunque soddisfatto.

All’uscita ci accaparriamo il poster di Steuso di rito, stavolta un po’ sottotono nell’eccesso di autocitazioni: l’idea degli occhi sembra presa dal poster degli Electric Wizard, mentre quella della valvola da quello dei Neurosis, comunque è sempre una rappresentazione di un evento cui si è partecipato che è bello appendere al muro. Speriamo solo di non dover nuovamente digiunare così a lungo in futuro!

OM e ospite
OM: Al Cisneros e Emile Amos
OM: Al Cisneros e Emile Amos
Al Cisneros

Mi scuso per la pessima qualità delle foto, stavolta anche peggio del solito: la sala era praticamente buia ed il palco piuttosto distante anche alla prima fila!

Macabre scene da un matrimonio

Postato il Aggiornato il

Ho ancora un cugino che potrebbe maritarsi ma spero che non lo faccia. Davvero risparmiami. Non ce la faccio, non ce la posso fare. Sabato si è consumato il matrimonio di un altro cugino -siamo a due- non ho avuto cuore di mancare ma… non posso negare di essere stato come minimo a disagio per  tutto il tempo. Diciamo che resistere è stato il più bel regalo che potessi fargli, mi sono impegnato, lo giuro!

Innanzitutto lo ringrazio per aver scelto il rito civile, perché forse la chiesa sarebbe stato troppo per me. Ma detto questo il matrimonio è un coacervo di cose che non sopporto, il sindaco dice che è una festa quando due giovani condividono i loro sentimenti con la comunità, per me è una tristezza infinita: non ho bisogno che la comunità sappia i fatti miei, non ho bisogno di parlare ad alta voce dei miei sentimenti e meno che mai ho bisogno di sfoggiarli, per me è una questione strettamente privata. Trovo assurdo dover istituzionalizzare cose come queste, trovo assurdo che per poter godere di determinati (e sacrosanti) diritti si debbano mettere delle firme. Ci sono dei problemi su questo, anche per le coppie gay, allora lancio un appello: aboliamo il matrimonio e piantiamola con queste menate, se paghiamo le tasse abbiamo certi diritti, matrimonio o meno.

Non sopporto:

– I vestiti eleganti e le cravatte tolte dopo cinque minuti dalla fine della cerimonia

 
– Gli anelli, il riso, gli scherzi degli amici, le latte dietro alla macchina (a proposito: adesso vendono latte con sopra scritto “oggi sposi” non si riciclano nemmeno più quelle dei pelati!) e il “taglio della cravatta”

– I maledetti preparativi e le scaramanzie annesse

– I viaggi di nozze o luna di miele che dir si voglia

– Le mamme che si commuovono

– I maledettissimi pranzi di nozze che durano una giornata con menù antivegetariani e bambinetti scorrazzanti, il gonfiore/acidità di stomaco susseguente

– Gli atteggiamenti di circostanza e i discorsi fatti di nulla tra parenti che non si vedono mai

– La stramaledetta torta nuziale ed il relativo taglio

– I baci “a comando”

– Le auto di lusso ed il canonico “ritardo della sposa”

– Le fotografie odiose con pose melense e false, tipo harmony o settebello, il relativo costo del fotografo professionista ingaggiato all’uopo

– Le allusioni alla prima, patetica, notte di nozze per altro già consumata anni prima

– I complessini ingaggiati per intrattenere il pubblico, in particolar modo se si mettono a suonare i Ramones, uccidendo quel poco del punk che ancora sopravviveva, oppure eseguono canzoni che inneggiano al tradimento (tipo “Ma che disperazione nasce da una distrazione”… “Mi dispiace devo andare il mio posto è là” e oscenità del genere del tutto fuori luogo)

– (Una che mi ero clamorosamente dimenticato!!!) I detestabili e fastidiosi cartoncini con foto degli sposi ed immagini varie, i nomi e la scritta “Oggi sposi” che oramai dalle mie parti, ma suppongo dappertutto, infestano le strade, come se a me o a chiunque altro importasse qualcosa.

– Gli istinti suicidi che regolarmente mi assalgono in queste circostanze

– Gli istinti omicidi che regolarmente mi assalgono in queste circostanze

A tutto questo bisogna trovare il coraggio di dire: NO!

Nooooooooo
No Judge me no
No Fuck around
No Trust no one
No Criticize
No Fake smiles
No Sympathize
No Enemies
No Redneck shit

No Bullshit
No Slaveship
No Muthafucking Hootie & The Blowfish
No Radio songs
No Bow to none
No Follow none
No Politricks…

No Judge me no
No Fuck around
No Trust no one
No Criticize
No Fake smiles
No Bow to none
No Follow none
No Redneck shit

No!
No Worship
No Bullshit
No Muthafucking Hootie & The Blowfish
No Fuck around
No Trust no one
No Enemies
No Redneck shit

Rock sisters!

Postato il Aggiornato il

Dopo aver trattato della divina Liz Buckingham nel post precedente e grazie al sempre prezioso intervento di Scribacchina ho deciso di dedicare un articolo alle sorelle del rock. Prima avevo sempre evitato perché mi sembra di ghettizzarle in qualche modo o di porre in rilievo questioni che con la musica hanno poco a che fare. Preoccupazioni legittime, oltre al fatto che credo che l’idea sia tutt’altro che originale e un tantino sfruttata per dirla tutta.

Quello che posso provare a fare però è rendere un personale tributo a tutte le donne che ho ammirato per il loro impegno in campo musicale… certo sarei un tantino ipocrita a dire che non sono anche un ammiratore del loro fascino e della loro avvenenza, quindi lo faccio esplicitamente: ebbene molte di loro mi piacciono anche per la loro immagine, non posso farci niente e, da un certo punto di vista, spero converrete che sarebbe anche più preoccupante se non lo facessero! Posso solo aggiungere che ho evitato volutamente campi come le riot grrrls (ebbene sì: personalità come Kathleen Hanna, Kat Bjelland o Jennifer Finch hanno lasciato un segno in me, magari se ne riparlerà!) o il metal sinfonico (dove spadroneggiano le varie Simone Simons, Tarja Turunen e Annette Olzon) perché la presenza femminile in questi campi è tutt’altro che marginale!

Quindi ecco a voi, passibile di omissioni ed in ordine rigorosamente sparso, il mio personale tributo alle seguenti eroine della musica pesante!

Laura Pleasants, Kylesa

Dalla stessa cittadina, Savannah (Georgia), che ha dato i natali a Mastodon e Baroness ecco emergere i Kylesa compagine dedita allo sludge che ha in Laura Pleasants, la sua cantante e chitarrista. Piuttosto innervosita e penalizzata (nel suono) all’ edizione 2011 del MiOdi, ha delle innegabili qualità musicali anche palesate in ottimi dischi come “Static Tensions”  e “Spiral Shadows”  ai quali sarebbe anche il caso di dare un seguito, magari ci sta lavorando!

Wata, Boris

Chitarrista del magico trio nipponico che deve il nome ad una canzone dei Melvins, ammirata anch’essa all’edizione 2011 del MiOdi. Il trio propone musica di difficile classificazione: dal rumorismo (“Dronevil”, “Absolute Ego”), al rock largamente inteso (“Heavy Rocks”, “Smile”), all’inclassificabile (il bellissimo “Flood”), alle collaborazioni (l’eccellente “Altar” con i Sunn 0))) o “BXI” con Ian Astbury dei Cult). Ultimamente sono votati alla stranezza (il pop-giapponese  di “Attention Please”), rimangono comunque nella leggenda!

Lori Black, The Melvins

Anche conosciuta semplicemente come Lorax o come la figlia di Shirley Temple è riuscita a tenere testa ai due despoti King Buzzo e Dale Crover quel tanto che basta per incidere dischi fondamentali per il gruppo statunitense come “Ozma” e “Bullhead” (per tacere del loro disco più noto “Houdini”), converrete che non è impresa da poco!

Inger Lorre

Avuto un discreto successo con il suo gruppo originale i Nymphs nei primi anni ’90 è sparita dalla circolazione fino alla vanificata collaborazione con Jeff Buckley per “Sweetheart the drunk”. Riemerge nel ’99 grazie all’aiuto di Henry Rollins e riesce ad incidere un bellissimo solo album dal titolo “Trascendental Medication” che ospita anche un duetto con lo sfortunato Buckley (“Thief without the take”). Sparisce nuovamente fino a qualche sporadica apparizione live nei 2000 con il suo ex gruppo, fino alla morte del batterista. (sigh!)

Kari Rueslatten

Norvegese ex cantante dei favolosi Third and the Mortal da Trondheim, con i quali ha inciso un EP “Sorrow” ed un disco “Tears laid in earth” del tutto intrisi del suo carisma vocale, ha perfino collaborato con Fenriz (Dark Throne) negli Storm, prima di veleggiare decisamente verso lidi più leggeri, raggiungendo anche un certo successo in patria.

Ann Mari Edvardsen

Raccogliere l’eredità della Rueslatten nei Third and the mortal non era certo un’impresa alla portata di tutti, eppure lei non solo ha dato continutà al gruppo, ma la sua collaborazione è andata anche oltre crescendo assieme a loro, fino alle porte del trip-hop.

Monika Edvardsen, Atrox

Sorella d’arte è nota per la sua collaborazione con la medesima negli elettronici Tactile Gemma e, soprattutto, negli Atrox, eclettico gruppo death metal, tutt’altro che canonico ed interessante nella sua personalità, per il quale firmava anche le copertine.

Runhild Gammelsæter, Thorr’s Hammer

Quando era ancora studente si unì a Greg Anderson e Stephen O’Malley nei Thorr’s Hammer, rendendo, con il suo growling, il loro esordio indimenticabile. Oggi è una ricercatrice all’università di Oslo (!!!), ma continua a collaborare con il duo per alcune uscite dal vivo e per l’album “White One”. Ha poi collaborato con James Plotkin per i Khlyst e fatto uscire un lavoro solista “Amplicon” nel 2008.

Jo Bench, Bolt Thrower

Storicissima bassista dei Bolt Thrower è stata per anni una mosca bianca nel death metal. Oggi l’attività del gruppo ha rallentato notevolmente, tuttavia si esibiscono ancora: L’anno scorso si è infatti tenuta la boltfest il cui incasso è stato devoluto alla ricerca contro il cancro.

Kira Roessler, Black Flag

Anche lei tra le prime a saltare su un van e a percorrere suonando tutti gli stati uniti con gentaglia come Henry Rollins e Greg Ginn, rimarrà sempre nei nostri cuori!

Jarboe

Ecco la classica artista che non ha bisogno di presentazioni: basta e avanza la sua militanza negli Swans, comunque vanta anche una carriera solista di tutto rispetto ed un meraviglioso lavoro con i Neurosis!

Paz Lenchantin

Polistrumentista di tutto rispetto vanta una collaborazione con Billy Corgan, nonchè la partecipazione ai lavori degli A Perfect Circle, supergruppo di Billy Howerdel e James Maynard Keenan dei Tool.

Melissa Auf Der Maur

Evidentemente Mr. Corgan deve avere un palese interesse per le donne alle quattro corde, visto che anche Melissa ha collaborato con lui. Oltre a questo la ricordiamo nelle Hole e, finalmente, alle prese con una brillante carriera solistica.

Grace Perry, Landmine Marathon

Per chiudere una forza giovane: Grace Perry dei Landmine Marathon, compagine statunitense di death metal. I soui growls farebbero tranquillamente impallidire quelli di molti colleghi maschi, ha grinta e talento da vendere e spero che si faccia largo come merita.

Liz Buckingham, Electric Wizard

Di lei abbiamo già parlato ma meritava un secondo passaggio! Ricorderei soltanto la sua collaborazione precedente ai ‘Wizard con 13 e Sourvein.

Con sentitissime scuse a tutte quelle che, certamente, ho dimenticato!