Il prologo di Melancholia

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L’impossibilità del desiderio è qualcosa che occorre accettare, il premio è la serenità. Eppure Tristano arde per Isotta la Terra arde per Melancholia. La razionalità non può vincere sul sentimento. E tali unioni sono impossibili a meno che si ammetta che la loro unica conseguenza è l’annichilimento, la distruzione, il nulla. Poiché il loro amore non è di questa Terra, non appartiene a questo mondo e non può realizzarsi qui, ma solo in un altrove assoluto (a cui allude anche la buca n°19) e distinto dalla realtà materiale e terrestre. Allegoria di questo altrove è la notte, regno di visioni ed illusioni e nemica del giorno dove tutto è esplicito, assoluto, palese per azione della forza rivelatrice della luce del Sole che però, insieme all’incertezza, fa svanire anche ogni altra possibilità.

Ed in tutti quei movimenti lenti, in tutta quella resistenza al moto, in quell’affondare nel terreno fino alle ginocchia della madre che cerca di salvare il figlio, nella sposa trattenuta da mille trame oscure,  c’è il marciare dell’ Agrimensore K. verso il Castello di Franz Kafka. Nel suo avanzare, c’è la perdita di senso, il disintegrarsi della ragione, il meticoloso scomporsi dell’essere umano, che, paradossalmente, può ritrovare se stesso solo in una realtà avulsa dall’esistenza terrena e legata a doppio filo con le distanze siderali tra le stelle, con il vuoto gelido del cosmo. Il Castello che si staglia inquietante su tutti i personaggi di Melancholia è la fine definitiva dell’umanità a causa della collisione della Terra con Melancholia, ma  a questo evento tragico non viene data una valenza necessariamente negativa, poiché attraverso la collisione si realizza un amore supremo che nessun umano, che ragioni con una mente condizionata dal suo appartenere alla razza umana, potrà mai capire, un Amore del quale, tuttavia, l’intero universo è pregno, ne sono testimoni le stelle e ne sono pervase le galassie. Ad un simile sentimento tutto, l’arte compresa (la dissoluzione del capolavoro di Brueghel), può essere sacrificato.

Una tale maestosità filmica, una tale riuscita unione tra immagini e suoni, ha il suo padre riconosciuto in Stanley Kubrick (“2001 Odissea Nello Spazio”) e ne accetta ed espande il lascito. Questo post è rispettosamente dedicato a tutti i sentimenti che non hanno potuto concretizzarsi sotto il limitato orizzonte terrestre, perché possano trovare la loro dimensione.

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9 pensieri riguardo “Il prologo di Melancholia

    Scribacchina ha detto:
    27 ottobre 2012 alle 13:30

    Ma c’è un’altra dimensione?… E soprattutto, ipotizzando che esista, siamo disposti a lasciare andare i nostri sentimenti incompiuti perché trovino la loro dimensione?…

      nxero ha risposto:
      27 ottobre 2012 alle 15:44

      Mi verrebbe da girare la domanda a Wagner, credo che direbbe di sì, da buon romantico quale fu… io sono il solito agnostico dubbioso che non si preclude mai nulla, però posso dire che la costruzione mentale intercorsa tra Wagner e Von Trier è assolutamente affascinante, stavo lì al cinema ad osservare il prologo ed era un susseguirsi di immagini prossime alla bellezza assoluta, qualcosa che riusciva a far scorgere l’esistenza di ciò di cui si stava farneticando (può essere che sia solo suggestione, ma può anche darsi di no). La cosa strana è che poi il “Tristano” ha una connotazione prossima a Shopenhauer ed all’ ateismo e lo stresso Von Trier non mi sembra certo un credente provetto… in conclusione non so rispondere, non credo che lasciare i sentimenti incompiuti sia una scelta cosciente, penso sia semplicemente quello che a volte accade, indipendentemente dalla nostra volontà. Forse l’idea che possano sublimare in un’altra dimensione è consolatoria e stupida. Quello che so è che, quando sono al cospetto della bellezza, tante domande finisco per non pormele affatto: mi sconvolge! Questo post è stato ovviamente compilato a mente molto fredda e dopo aver rivisto lo spezzone molte volte.

        Scribacchina ha detto:
        27 ottobre 2012 alle 15:53

        Consolatoria sì; stupida no, mai 🙂

        nxero ha risposto:
        27 ottobre 2012 alle 16:02

        A volte sono tentato di associare le due cose, ma, in effetti, hai ragione: non era questo il caso 😉

    © Vera Marte ha detto:
    27 ottobre 2012 alle 17:05

    Su tutto, incantevole la tua dedica, davvero.

    Detto questo, non mi trovi affatto d’accordo su una cosa: l’arte non è MAI sacrificabile. Per nessun motivo.

      nxero ha risposto:
      27 ottobre 2012 alle 22:08

      Credo tu ponga l’accento su un aspetto interessante della questione. Non ho detto di essere d’accordo, sul fatto che sia sacrificabile, semplicemente mi sembra che attraverso la dissoluzione dei “Cacciatori Sulla Neve” Von Trier abbia voluto suggerire ciò. Del resto, se seriamente la terra entrasse in collisione con un altro corpo celeste, l’arte sarebbe, volente o nolente, sacrificata. Sarebbe senza scampo come ognuno di noi.
      Detto questo sia chiaro che l’Arte è (e sarà sempre) uno dei beni più preziosi ed insostituibili, probabilmente rappresenta la parte più nobile del genere umano, per questo l’unica parte che meriterebbe sul serio di salvarsi, ammesso che tale possibilità sia contemplata.

        © Vera Marte ha detto:
        28 ottobre 2012 alle 17:06

        Abbi pazienza, ma la mia mente non riesce a concepire in maniera concreta alcuna circostanza che preveda la distruzione dell’Arte…

        nxero ha risposto:
        28 ottobre 2012 alle 20:01

        In realtà ammetto che la cosa mi ha dato da pensare… io tendo a non vivere di assoluti e a non escludere mai nulla, oltre ad essermi domandato:
        – Avrebbe senso l’arte senza l’umanità?
        – Essendo l’arte l’espressione umana più prossima al divino (o a una dimensione “alternativa”) qualora questo dovesse palesarsi, che senso avrebbe allora l’arte?
        – La distruzione dell’arte è qualcosa che certi artisti (vedasi nel caso i futuristi che volevano bruciare i musei) sono arrivati a teorizzare, sono dunque dei pazzi?
        La conclusione è che non lo so. Non c’è una dimensione univoca, temo di rapportarsi alla cosa. Certo la distruzione dell’arte è comunque da considerarsi una tragedia di proporzioni immani …argh!

        nxero ha risposto:
        28 ottobre 2012 alle 20:01

        In realtà ammetto che la cosa mi ha dato da pensare… io tendo a non vivere di assoluti e a non escludere mai nulla, oltre ad essermi domandato:
        – Avrebbe senso l’arte senza l’umanità?
        – Essendo l’arte l’espressione umana più prossima al divino (o a una dimensione “alternativa”) qualora questa dovesse palesarsi, che senso avrebbe allora l’arte?
        – La distruzione dell’arte è qualcosa che certi artisti (vedasi nel caso i futuristi che volevano bruciare i musei) sono arrivati a teorizzare, sono dunque dei pazzi?
        La conclusione è che non lo so. Non c’è una dimensione univoca, temo, di rapportarsi alla cosa. Certo la distruzione dell’arte è comunque da considerarsi una tragedia di proporzioni immani …argh!

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