Via d’uscita?

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Ophelia di Hippolyte Delaroche

Ho sempre pensato che cedere alla follia fosse una delle possibili vie d’uscita. Non sto parlando della follia da baraccone, da sabato sera, sto parlando di quella che riempie i manicomi. Ho sempre pensato che, se un giorno non dovessi più reggere la vita comunemente intesa, sarei impazzito, come la protagonista di “Lanterne Rosse”, oppure come l’ Ophelia di Shakespeare, un personaggio che mi ha sempre affascinato nella sua capacità di impazzire piuttosto che rinnegare l’ amante (o i suoi principi). Non so cosa sia la follia, non so cosa scatta nella testa delle persone che li faccia ritrarre in loro stessi o scappare lontano, tuttavia sono sicuro che peccavo di presunzione nel ritenere la follia come una semplice via d’uscita. Sono sicuro che è qualcosa che va aldilà della mia capacità di comprensione attuale. Ho anche pensato che fosse un estrema conseguenza del senso di inadeguatezza, che per altro provo, nei confronti delle regole sociali e non è nemmeno questo. Resta una parte inspiegabile, una linea che divide le zone del cervello, qualcosa nascosto dai farmaci negli occhi a mezz’asta, nelle mani gonfie, nel ripetere le parole ancora ed ancora, nel sapore dei sali di litio. Qualcosa da tenere sedato, qualcosa che la medicina ambisce a controllare, qualcosa che mette in seria discussione il predominio dell’uomo inquadrato, che fa paura proprio perché ignoto e non esiste cosa più terrorizzante di ciò che non puoi comprendere, incasellare, in qualche modo sottomettere. E ci hanno provato, ci hanno provato per anni, anni terribili e crudeli, illuminati da scariche elettriche, immobilizzati da camicie di forza o corde strette, calmanti e convulsioni, al riparo dallo sguardo di tutti piegavano gli spiriti, estraevano i lobi da crani colpevoli… e probabilmente lo fanno ancora. Eppure non si può estirpare, si può solo tentare di capire accettando un molto probabile fallimento…

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2 pensieri riguardo “Via d’uscita?

    Scribacchina ha detto:
    10 novembre 2012 alle 10:13

    Ammetto che la pazzia comunemente intesa mi inquieta, ma se la guardo come al rifugio che il cervello si costruisce per sfuggire ad un enorme dolore, l’inquietudine cede il posto ad una grandissima compassione (intesa come «sentire su di sé quello stesso dolore e capirlo»). E se la pazzia arriva da un dolore, credo che un pochino siamo tutti pazzi 🙂

    ps: il quadro di Delaroche è stato una folgorazione, lo conoscevo col titolo «Giovane martire cristiana»; avrei voluto metterlo anch’io non sai quante volte sul blog, ma non ho osato proprio per via del titolo e della paura di legarci argomenti non attinenti alla religione o non all’altezza del suo incanto come opera. E’ splendido, mi ci perderei le ore a guardarlo 🙂
    ps2: il concerto dei Therapy? com’è andato? 🙂

    nxero ha risposto:
    10 novembre 2012 alle 14:46

    Per il concerto dei T? leggi quassù!
    Circa la pazzia, mi riesce difficile commentare oltre quello che ho scritto, perché in qualche modo sono troppo coinvolto… il dipinto invece io l’ho conosciuto grazie a un gruppo doom metal danese, i Saturnus, lo usarono come copertina in un loro disco intitolato, appunto “Martyre” oramai secoli fa. Probabilmente hai ragione tu circa il titolo, l’associazione con l’eroina shakesperiana è comunque piuttosto comune a quanto ne so il dipinto è anche intitolato “L’Ophelia cristiana”… mah! Il dilemma permane!!!

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