Mese: marzo 2013

Compiti a casa

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Alle scuole medie esisteva (e non so se esista ancora) una materia chiamata forse educazione musicale, quello che so di sicuro è che tutti la abbreviavano in un semplice “musica”. Musica era una materia un po’ defilata, poche ore che servivano principalmente ad imparare a maneggiare il flauto dolce, il che tradotto significava imparare a “suonare” la musica del gingle di una nota marca di biscotti senza riempire il malcapitatissimo strumento di bava, almeno questo è ciò che ne ho ricavato io. Se non fosse che, una volta, la professoressa ci diede un compito a casa: prendere una cassetta dalla discografia dei nostri genitori e portarla a scuola. Se mia madre mi ha trasmesso la passione per i quattro di Liverpool, mio padre mi ha lasciato quella per Jimi Hendrix così presi una cassetta, con il suo astuccio di plastica rossa, e la portai a scuola.

Jimi Hendrix
Jimi Hendrix

Credo che, al tempo, mio padre non abbia mai posseduto nulla del chitarrista americano, la cassetta era sicuramente molto postuma. Quando erano giovani i miei, comprare un disco non era una cosa usuale o da farsi con leggerezza, era un lusso, qualcosa che ti faceva essere guardato con sospetto dai tuoi amichetti che probabilmente pensavano che tu avessi dei soldi da buttare. Per non parlare di cosa potevano pensare i tuoi genitori: i giovani avevano, forse, appena iniziato ad esistere come categoria, figuriamoci se avevano il diritto di avere delle opinioni, leggere dei libri, possedere dei dischi o qualcosa per farli suonare. Quindi nulla. Però a volte lo sentii parlarmi di questo chitarrista di colore mancino che non solo girava la chitarra per poterla suonare, ma arrivava a suonarla coi denti imitando il suono del treno se non addirittura a darle fuoco sul palco. Uno che padroneggiava il suo strumento come nessuno aveva mai fatto prima, con i suoi vestiti sgargianti era l’unico a tirare fuori un suono selvaggio ma anche pieno di poesia dalla sua stratocaster, una sei corde che nessuno ha mai più  fatto suonare a quel modo. E poi esibizioni dal vivo leggendarie con due pallidi ragazzi alla sezione ritmica, tre dischi ufficiali ma una marea di registrazioni e di idee. Un vero e proprio innovatore e, nelle parole del mio genitore, una figura ancora più leggendaria perché apprezzata dalla persona che ogni ragazzo ha davanti come modello.

E la professoressa, dall’alto della pedana della cattedra, non sapeva chi fosse. Io avevo preso quella cassetta apposta, perché volevo che mi dicesse meglio chi era l’idolo del mio genitore e niente. Che tristezza. Dev’essere stata una di quelle occasioni in cui ho realizzato che la mia cultura musicale doveva crescere autonomamente e non seguendo i canali ufficiali. Quando fui più grande e capii finalmente chi fosse stato Jimi Hendrix, mi chiesi come facesse una cosiddetta docente di musica a non sapere nemmeno chi fosse, non pretendevo che ne riconoscesse il ruolo o (non sia mai!) arrivasse ad apprezzarlo, ma almeno sapere chi fosse almeno quello sì, era il minimo sindacale.

Tre giorni fa usciva “People Hell and Angels”, disco postumo del chitarrista di Seattle, chissà se ne giunta la voce alla mia ex-insegnante. No, perché manco a dirlo, il disco è bellissimo e commovente!

Stavolta ho fatto i compiti a casa!

Melvins per i lavoratori

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Melvins Lite 01/05/2013 al Bloom di Mezzago
Melvins Lite 01/05/2013 al Bloom di Mezzago

Evidentemente il post su Trevor Dunn è stato evocativo: i Melvins (in versione Lite, quindi in trio con lo stesso Dunn al basso) suoneranno il 1 maggio al Bloom, Storico locale di Mezzago (MI), dopo la delirante impresa di suonare in 50 stati americani in 51 giorni (!!!). Il bassistico duo sarà assolutamente presente, i biglietti sono stati presi un nanosecondo dopo aver ricevuto l’informazione e stiamo già fibrillando quasi due mesi prima: abbiamo già le corde dei nostri strumenti che vibrano in risonanza. Non vedevamo il gruppo di Aberdeen  dal lontano 2008 all’allora Musicdrome di Milano, quindi adesso, all’alba dei 30 anni di carriera e di sodalizio tra Buzz e Dale, l’occasione è quantomai propizia, vista anche la penuria di concerti che ultimamente sta affliggendo lo stivale (vedremo mai gli High On Fire?).  Una migliore festa dei lavoratori non potevo certo aspettarmela! Hell Yeah \m/

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Letteratura e cinematografia: una relazione impossibile!?

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Pizza cinematografica?
Pizza cinematografica?

Libri o cinema, cinema o libri? In una vecchia barzelletta piemontese c’era una volta una trappola per topi costituita da un seghetto con, alle estremità, poste una mela ed una pera. Colto da indecisione estrema, l’ingenuo roditore, una volta posizionato il suo esile collo sul seghetto, finirà per  segarsi automaticamente la carotide guardando alternativamente l’uno o l’altro frutto! Con la letteratura ed il cinema per quanto mi riguarda potrebbe essere tranquillamente la fine che farei io, visto che amo profondamente entrambi, scegliere diventa difficile.

O lasagna letteraria?
O lasagna letteraria?

Quando poi da un libro si trae un film è una tragedia per me. Potrei darvi un consiglio: nel dubbio mettetevi sotto con la lettura. Di solito il libro è meglio, ma richiede impegno e tempo. Il film è veloce, facile e si adatta al mercato, soprattutto se fatto senza troppo rispetto per l’originale letterario. Di esempi ce ne sono a volontà, il primo che mi viene in mente è il famoso “Trainspotting” che, benché lo stesso Welsh abbia collaborato alle riprese, sembra quasi un’altra storia tali e tante sono le variazioni di trama. Tutt’ora non ne capisco il motivo… è chiaro che, dovendo far stare tutto in un paio d’ore, occorra adattare lo scritto, ma perché stravolgerlo? Se i tagli sembrano essere necessari, come la mettiamo quando si introducono cose nemmeno accennate nel testo? Peggio di tutto è quando il racconto è a carattere biografico e si cambiano gli avvenimenti… ma se lo scopo del film è raccontare la vita e le esperienze di una persona, come mai poi le si cambiano a piacimento? Un conto è farlo con un’opera di fantasia (che già non ha molto senso ma soprassediamo) ma con avvenimenti reali è completamente senza senso. Se siete dei sentimentaloni, come il sottoscritto, e vi innamorate non solo di ogni personaggio, ma quasi di ogni paragrafo di un libro, spesso vederli trasposti da cellulosa a celluloide diventa un cataclisma.

E non saprei nemmeno se consigliare di leggere prima il libro o vedere prima il film… sembrano entrambe scelte azzardate: nel primo caso sicuramente si viene a contatto con la storia per quella che è, senza adattamenti, eppure la visone del film perde un po’ di senso e facilmente se ne esce schifati. Nel secondo si rischia di rovinarsi la lettura successiva, a meno che il film non serva a farci conoscere certi autori, allora questo percorso acquista un qualche senso. Probabilmente la cosa migliore sarebbe scrivere sempre delle sceneggiature nate per essere esclusivamente dei film ma, in un periodo in cui lo sbocciare di rifacimenti su rifacimenti sembra dirla lunga sulla scarsa creatività residua degli sceneggiatori, probabilmente è chiedere davvero troppo. Fortunatamente almeno pare che il rapporto sia molto migliore (e meno conflittuale) tra la musica e la cinematografia, altrimenti davvero sarebbe stata una partita impossibile da giocare.

Stanley Kubrick
Stanley Kubrick

Non che sia tutto così nero l’orizzonte, ma occorre essere dei geni. Occorre essere Stanley Kubrick! Uno dei pochi registi  in grado non solo di produrre pietre miliari per ogni genere (“Shining” per i thriller, “Full Metal Jacket” per i film di guerra, “Barry Lyndon” per quelli storici e così via…), ma anche di far rivaleggiare la sua arte con la letteratura e, nel caso del citato Lyndon, addirittura con la pittura. Nel caso di “2001 Odissea nello spazio” il romanzo si sviluppò addirittura parallelamente alla sceneggiatura, con una stretta collaborazione fra il regista e lo scrittore Arthur C. Clarke: credo che sia uno splendido esempio di come sia possibile un connubio fra i due mezzi espressivi. Va detto che, comunque, anche un grande come lui sceglieva scritti che riteneva non brillantissimi, proprio per non fare l’errore di confrontarsi con dei capolavori, sapendo benissimo che si trattava di una battaglia persa in partenza. Occorrerebbe comunque un maggiore rispetto ed un rinnovato impegno nel trattare una materia così delicata.

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Accidenti a te, Trevor Dunn!

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Trevor Dunn
Trevor Dunn

Che ne sapevi quando iniziasti a suonare a 13 anni della fine che avresti fatto? Che ne sapevi che avresti suonato con Mike Patton, King Buzzo e, ninetemeno che, John Zorn? Che ne sapevi che saresti saltato da un genere all’altro come una cavalletta semi ubriaca? Che ne sapevi che il tuo futuro fosse quello di martellare quei quattro (o più) cavi? Che avresti rifatto “Il Padrino” o preso il mano il contrabbasso per “Mr. Rip-off”? C’era questo gruppetto che suonava un misto di funk- metal e musica per nintendo chiamato Mr. Bungle e, a risentirli adesso, sembra quasi che quella California di fine anni ’80 (inizio ’90) rinasca ancora da quei solchi, ma soprattutto da quei suoni che sanno di crossover totale come era usanza all’epoca… basterebbe chiedere a Flea o a Les Claypool. C’era tutto questo e poi venne il resto, supportato da una rara bravura ed anche da una presenza scenica non comune. Accidenti a te, quasi quasi ti invidio.

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