Mese: aprile 2013

Gimme a break!

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Travis Bickle in un momento di stress profondo da musica ascoltata ossessivamente
Travis Bickle in un momento di stress profondo da musica ascoltata ossessivamente.

Questo è un post che parla delle ossessioni sonore, sapete quel simpatico meccanismo nella testa delle persone e che fa in modo che certi motivetti (gli inglesi li chiamano “earworms”) si instaurino in qualche recondito spazio del cervello e non ti lasci più in pace: a volte piacevolmente, altre volte meno. Anzi, aggiustando il tiro, questo post parla del fenomeno che fa si che le persone ascoltino ossessivamente un brano per ore, giorni mesi anni, quella di prima può essere una conseguenza di un siffatto comportamento. Personalmente lo rifuggo come la peste. Anche dei miei artisti preferiti non riesco ad ascoltare ossessivamente più nulla, non riesco ad ascoltare due volte di fila lo stesso album, figuriamoci la stessa canzone.

E’ una cosa piuttosto comune farlo ma a me da un fastidio incredibile. Quando un disco finisce devo cambiarlo, devo. Iniziò con la paura che certe canzoni mi venissero a noia a forza di ascoltarle ma, gradualmente, si è trasformata in una sorta di ossessione al contrario. Le ultime “fisse” in tal senso sono stati i primi lavori del Litfiba (fino a “Pirata”) alle superiori ed i primi sei dischi dei Black Sabbath all’università, perché, ebbene sì, li ho conosciuti dopo. Ma dopo di questo basta. Non ne ho più voluto sapere e dev’essere per questo che la mia collezione di dischi si è ampliata a dismisura. Comunque, come tutti, anche io ho i miei periodi “di ascolto ripetuto” ma sono molto più dilatati di quelli degli altri, nel senso che per riascoltare il disco in questione è necessario che passi almeno un giorno… almeno.

Lascio immaginare quanto soffro con i tormentoni musicali ed in particolare con, chessò, “What’s up” delle 4NonBlondes, con “Roadhouse Blues”, “Smells like teen spirits”, “Knocking On Heaven’s Door”, “Losing My Religion”, “No Woman No Cry” o con “Somewhere Over The Rainbow” rifatta da tutto il mondo e fresca fresca colonna sonora di una qualche compagnia telefonica. Come dicono oltre manica: “Gimme a break!!!!”

We missed you hissed the lovecats…

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25 Aprile: partigiani sfilano per le strade di Milano

E quest’ anno mi sono perso il post per il venticinqueaprile, una delle poche feste che io mi senta ancora di festeggiare… mi sono perso qualche giorno nel quale stare davanti al PC e scrivere su queste pagine.

Meglio così: ultimamente l’ispirazione latita. Ho sentito il nuovo “singolo” dei Black Sabbath e non mi ha deluso molto: è già un gran risultato. Peccato per la produzione, signor Rubin, mi spiace ma, anche se ha fatto un buon lavoro facendo passare per ascoltabile il biascicare di Ozzy, il suono della chitarra del riffmaster non mi piace proprio… suona decisamente troppo pulito e moderno! Non si sente affatto la puzza di valvole, al punto che sembra di più una canzone degli Heaven And Hell che dei Black Sabbath, non so se mi spiego. Comunque i tempi sono proprio andati ed è già una vittoria che la canzone non sia un obbrobrio inascoltabile!

Andy Warhol ed io
Andy Warhol ed io

Ho guadagnato quattro giorni a zonzo lontano da casa e una visita al museo del 900 a Milano, sulle stesse vie percorse, a suo tempo, dai personaggi immortalati nella fotografia di cui sopra. Alcune opere le avevo già viste alla defunta CIMAC, però bisogna dire che, in ambito museale, credo che il museo del 900 offra il miglior rapporto qualità/prezzo possibile, avendoci passato dentro tre ore e mezza filate, senza soffermarmi sulle opere in maniera ossessiva, come mi è capitato di fare in passato. C’è veramente una collezione invidiabile ed affascinante, sempre se vi piace il periodo. Io sono rimasto maggiormente impressionato da Boccioni, Fontana (la sala dedicata è spettacolare!) e Modigliani, dal gruppo degli opticals e dell’arte povera, ma anche dai meno conosciuti Luigi Russolo o Emilio Scanavino. Poi c’erano anche, nella sezione mostre temporanee, alcune opere di Andy Warhol, che non guasta affatto… nonostante non mi faccia impazzire.

Schema originale di un Intonarumori di Luigi Russolo

Parlando di Russolo poi ho fatto una scoperta interessante: costui, pittore e futurista, fu colui che, firmato il manifesto “l’arte dei rumori”,  concepì per primo l’ idea di “noise music” e non si limitò a questo: inventò anche uno strumento denominato intonarumori: un apparecchio meccanico capace di sviluppare diverse tipologie di rumore che poi andranno sotto al nome di musica futuristica. Ovviamente più di un personaggio di mia conoscenza gli deve qualcosa…

Poi ci si risveglia al lunedì con una settimana che incomincia all’orizzonte, la pioggia che martella il suolo (e che io ringrazio altrimenti a quest’ora schiatterei già dal caldo) e una sensazione strana: come se ti mancasse qualcosa… ah e la voglia di ascoltare i Cure.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=fcW35t2Gtyk]

My generation (e non solo la mia)

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The Who: My Generation
The Who: My Generation

La generazione degli Who è antecedente alla mia, ma le canzoni epocali probabilmente sono tali perché c’è qualcosa in esse che travalica i tempi e spesso, anche a distanza di anni, risultano attuali. Questo è oltremodo vero con “My generation”, una canzone che ha quasi 50 anni e dimostra che razza di portata abbia ancora la composizione di Pete Townshend e compagni.

A quel tempo, i giovani stavano lottando con prepotenza per farsi riconoscere come categoria e gruppi con un’ incredibile presa sul pubblico giovanile si trovavano esposti mediaticamente in modo massiccio. Gli Who indubbiamente sono uno schiaffo in faccia violento: non solo propongono musica, ma anche un modo di essere. A partire dai vestiti e dalla voglia di aggregarsi, per finire con la personalità assolutamente fuori dalle righe del tarantolato Keith Moon (tra i primi batteristi rock ad usare una doppia cassa) e le chitarre sfasciate dello stesso Townshend. Trasgressivi ed irriverenti osano addirittura “sperare di morire prima di diventare vecchi” (cosa che per Moon diventerà una tragica realtà qualche anno dopo nel ’78).

Tuttavia queste sono cose risapute: quello che me li ha fatti venire in mente, in questo particolare momento storico, sono i puntini di sospensione cantati da Roger Daltrey nel passaggio che recita: “Why don’t you all f-f-f… fade away”!

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=594WLzzb3JI]

Record store day un anno dopo

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Record Store day 2013
Record Store day 2013

Un anno dopo la mono redazione di questo blog celebra un altro record store day. E dopo il post dell’anno scorso, nel quale parlo dei più bei negozi di dischi che io mi sia mai ritrovato a visitare, devo dire che, a distanza di un anno, non so nemmeno se ho più messo piede in un negozio di dischi, almeno per comprare qualcosa.

E sì, sto facendo mea culpa. Perchè adoro i vinili e anche un po’ i CD e non mi piacciono gli emmepitre, anche se ammetto di usarli (comunque a 320 kps, e presi dai CD sia chiaro) più che altro per una questione di praticità. Eppure qualcosa del mistico fascino di infilarsi in un negozio e mettersi a scartabellare tra gli scaffali è andato irrimediabilmente perduto col tempo. Mi manca, ma avrebbe ancora lo stesso fascino?

E non è solo (ma anche, ammettiamolo) perchè nel 90% dei casi non trovo nulla di mio gusto e nel 99% invece non trovo quello che stavo cercando, non lo so, la magia si è persa. Certo, se avessi sotto casa un negozio come Music Hunter o Sound Pollution (vedasi post dell’anno scorso) probabilmente non avrei mai smesso di frequentare quello che, un tempo, era un sacro luogo di culto.

Il punto, forse è che bisogna che i gestori di negozi di dischi diano una sorta di plusvalore a chi varca la soglia, in termini di competenza, di accoglienza e di celerità. Mi ricordo perfettamente che smisi di presentarmi al mio negozio di fiducia perché in sei mesi non furono in grado di farmi arrivare un disco! Con anche svariati passaggi a vuoto per vedere se fosse arrivato. No dai, siamo seri… se io, che sono un pusillanime privato, posso farmelo arrivare in una settimana dal Regno Unito o un mese dagli USA, spendendo anche meno, mi spiegate come mai un negoziante, che in teoria gode di canali di distribuzione migliori, ci può impiegare fino a sei mesi? E come fa a venirmi ancora voglia di entrare in un negozio di dischi? Lo spulciare ha indubbiamente il suo fascino ma non si può puntare solo su quello!

Ed allora ben vengano iniziative come questa, come il singolo dei Pink Floyd “See Emily Play” uscito per l’occasione (ma ha senso che lo venda amazon?) o l’ “Album più corto del mondo” fatto uscire dalla Earache, ben vengano i concerti nei negozi, ma che non si finisca per dimenticare tutto, puntualmente, il giorno successivo come succede con le “giornate dedicate” alle donne, al lavoro, alla poesia e a tutto quello che vi può venire in mente… i negozi di dischi sono un patrimonio sia per chi vende che per chi acquista, ma sta ad entrambi non far sì che questo patrimonio vada inesorabilmente perso.

[youtube http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=xWSDMYWJzDY]

The interview

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Unimog
Unimog

Quello che potete leggere qui sotto è un’intervista che ho recuperato in una oscurissima webzine che, non si sa come, è riuscita ad intervistare un oscuro rappresentante del bassistico duo. Non è chiaro molto alto al riguardo e mi scuso con i lettori non in grado di leggere la lingua inglese, ma tradurre tutto sarebbe laborioso e, ammettiamolo, non ne ho poi molta voglia: probabilmente ci sono anche degli errori dentro ma quelli non dipendono da me… onestamente non so nemmeno bene chi possa essere interessato ma tant’è…

Unimog is an italian band. We don’t really know much more than that… two people playing “music”. The word is quoted because you can’t really call it that way and even try to describe what they play gets difficult, what we heard was basicly a distorted bass-line and the kind of vocals you can expect to came out of a cave. Low distorted tunes, primordial growls but fascinating in some way. Don’t even ask how we get in touch with them, they aren’t exactly familiar with what you can call interviews and stuff like webzines, just enjoy the chat and hope not to hear them play. Ever.

Q: Would you like to introduce the band? A: Well we have known each other since more or less a lifetime ad at a certain point we just grab our basses and raised the volume. I don’t know if this could be called a proper “band” we just do what we feel like and obviously we don’t care. Most of the time it’s just us jamming for an endless time. And don’t think about complicated stuff, because one starts playing a riff and the other one follows adding what he feels like to the main theme, so our so-called “jams” are nothing serious, we have respect for those who jam the right way (laughs).

Q: What about the band’s name? A: It is a off-road vehicle made by Mercedes-benz. We prefer the 70’s vehicles to be honest, the ones without all that electronic shit, they were so great. Nowadays there’s too much electronic stuff everywhere, even in music, and we’d like to react going the other way with what we play, I don’t really think we will ever sound like much modern bands do. To hell with pro-tools! (laughs) We decided to call ourselves like that because we like to go outdoors where noone usually go, and that vehicle can bring you there, pretty much like when Kyuss used to play in the Death Valley, what we dreamt about was playing in a rather inaccessible place.

Q: And where do you usually play? A: It depends on how high the volume can be! Usually we play in one of our places at a low volume, but when it becomes necessary to make some serious noise we just rush in a workshop. In a workshop? Yeah, we know the right people to do that.

Q: Before you were talking about Kyuss, what artists have influenced you? A: Kyuss were absolutely among those who had a leading role in influence what we do. It’s always a matter of attitude and, of course, of the way they sound. I could say that Sunn 0))) are perhaps the biggest influence, great people and deep, slow and low-tuned  sound. Dark Throne are another if not for the music, for sure for the attitude and for doing what they want and what they feel. Then I can’t forget the Melvins, perhaps the biggest example of indipendence in today’s music… and tons of other bands like Neurosis, Converge, Electric Wizard, Sleep, Winter and, what the hell, the first six Sabbath albums!!! (laughs)

Q: But you don’t sound like any of them, do you? A: No. (laughs) Maybe a bit like Sunn 0))), but it’s a bold statement, man.

Q: What do you think Unimog is all about, then? A: Damned if I knew! (laughs) We are just a couple of friends doing what we like. If I wanted to be pompous I’d say we are about freedom of experssion, darkness, heavy music, but that’s bullshit and I don’t believe it at all. We are just free and we can’t really take any kind of label on what we do. We don’t like to discuss about it, we don’t like to give explanations or anything, that’s it. This is not something made to get a contract or to please people, like it or not. If it is so… why are you answering now? Because you were so kind to ask for an interview and because I felt like it!!! You know, usual things (inclucing people and music) are so damn boring, and I haven’t answered an interview yet!!!

Q: Will you ever record anything? Will you ever play live? A: Uhm… I don’t know, how did you get to hear us? I won’t say that… that’s right, you get the point. As I said before we do what we feel like, we live the moment, you know? If we will be able to record anything satisfying and the moment is right, then it could happen (there might be some bootleg recordings, I don’t really know). And we even played live once. It was a kind of a festival and a friend of ours asked if we’d like to join in. He had to ask several times, really (smiles)… but finally we played and had a good feeling out of it, it was just bass and vocals but i guess we scared the shit out of someone! There was no plan, we just dropped in and play, we preferred the version with “vocals” so there was a bass only. Some said we sounded like an elephant, others, linstening to our rehearsals, said like a dinosaur, we appreciated that! Horns up!

This time I don’t wanna listen!

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Chi Cheng (1970/2013)
Chi Cheng (1970/2013)

Comincio davvero ad essere stanco di questo tipo di notizie che, ultimamente, si stanno susseguendo terribilmente una dietro l’altra. Davvero, vedere delle persone che ti sono state accanto con la loro arte che si spengono  in successione aggiunge una tristezza difficile da esprimere a parole al già problematico quotidiano che ci troviamo ad affrontare.

Difficile non intristirsi di fronte alla dipartita di Jannacci e adesso, per quanto artisticamente distante,  di fronte a quella di Chi Cheng dei Deftones che è tragicamente mancato (lasciando anche un figlio piccolo) sabato scorso a Sacramento.

Nel novembre 2008 era stato vittima di un serissimo incidente stradale, aggravato dal mancato utilizzo della cintura di sicurezza. Da allora il bassista era rimasto in coma per diverso tempo e solo ultimamente sembrava avviarsi verso una lunga e difficile riabilitazione avendo cominciato a muovere difficoltosamente gli arti. Purtroppo questi segnali di ripresa non sono stati sufficienti perché Chi ha cessato di vivere alle tre di mattina.

Basterebbe dire questo ed unirsi idealmente alla fiaccolata silente che ha avuto luogo alla Cesar Chavez plaza a Sacramento. Di fronte ad una simile tragedia in termini si resta senza parole o si ricordano dentro di se’ le circostanze legate al gruppo al quale Chi apparteneva.

I Deftones fecero la loro comparsa nei miei padiglioni auricolari nel 1997, con il loro secondo album “Around The Fur” e, almeno fino all’uscita del disco omonimo, sono rimasti costantemente nei miei ascolti. Mi raccolsero in uno dei periodi più bui e desolati della mia esistenza, esattamente quando le prime speranze incominciano ad infrangersi contro il cemento armato dell’esistenza e seguirono da vicino il declino delle utopie giovanili e l’amaro loro trasformarsi in disillusione e miscredenza. Misero una colonna sonora in sottofondo all’indurimento dell’anima che si verifica spesso, ad un certo punto, a chi fa degli ideali l’asintoto a cui tendere. Quando lo scontro con la realtà si fece cruento e disperato, la voce di Chino Moreno cantava: “stai tranquillo e guida, non importa dove, ma lontano” ed il basso di Chi scandiva il tempo sulle quattro corde, dietro di lui. Ed il suo suono non sarà dimenticato.

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…quasi sabato!

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E alla fine c’è voglia di divertimento e spensieratezza, nonostante la mia pesantezza intrinseca, quindi pronti a fare festa? Io proprorrei una mini-playlist in tema, una volta tanto sarebbe il caso di lasciarsi tutto alle spalle e divertirsi come la fine della settimana comanda:

3- Black Flag- “TV Party”: Ed ecco l’idea! Birra e televisione, dopotutto è l’inizio degli anni ottanta, come perdersi i “Jefferson” o “That’s incredible”, quindi se siete dell’idea seguite Rollins e compagni!

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2- Beastie Boys- “Fight For Your Right”: A volte la festa va conquistata combattendo!

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1- Kiss- “Rock’n’roll All Night”: Il sogno di ogni rocker, Rock’n’roll tutta la notte e festa tutto il giorno, nientemeno! Buon fine settimana!

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