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Vuoto dei fisici
Vuoto dei fisici

L’ho visto camminare giù per la strada, in equilibrio precario tra i sanpietrini. Aveva una giacca gialla impermeabile, un po’ troppo cerata perché potesse essere ripiegata a casaccio come un k-way, i jeans sdruciti e strappati in maniera quasi adolescenziale, appena di lato, sotto il ginocchio sinistro. L’andatura palesava però la sua età… avanzata: era insicura  come sei il vento la influenzasse, come sfuggisse al controllo del cervello, come potrebbe esserlo quella di un giovane, a patto che fosse ubriaco e lui non lo era. Le scarpe dalle suole spesse sembravano attutire i colpi inferti ad ogni movimento in avanti del piede, la cosa curiosa era che una era consumata e l’altra, invece, decisamente esente da abrasioni di sorta. Il volto era privo di un espressione significativa escludendo una lieve smorfia, forse causata dal camminare. I capelli consunti ed appena sfumati sul grigio a contrastare l’incanutimento incipiente, lo stesso può dirsi della barba: semplicemente la versione inspessita e ispida di ciò che gli ricopriva il capo. Ma la parte più sfuggente era lo sguardo, nascosto da due lucidissime lenti, appena sorrette da una di quelle montature ultraleggere. Non si scorgeva nulla oltre quelle barriere solo apparentemente trasparenti.

A volte daresti qualcosa per sapere qualcosa di più dei passanti, la curiosità ti smuove quasi senza che tu te ne accorga e ti metti ad indagare su ogni particolare della persona che sfiora l’aria accanto a te. E quello che ne ricavi è un esercizio sterile che ti tiene impegnato qualche secondo. Perché, strano a dirsi, la vita è fatta di vuoto, di attesa, di attimi da riempire. Negatelo quanto volete ma se ci pensate bene è così, per quanto terribile possa essere, pochi ammettono che possa essere la parte preponderante della vita, nessuno ha imparato a gestirlo fino in fondo. Dal vuoto nascono le religioni, proliferano le droghe, si impongono lavori e scivolano fuori cose come la guerra e le malattie mentali. Ma anche l’arte nasce da lì, l’introspezione e l’ispirazione hanno lo stesso padre. Lo stesso spazio che separa gli atomi che ci compongono, lo stesso tempo tra un fotogramma e quello successivo, lo stesso che cerca di inghiottirti.

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