V come Von Trier, V come vuoto

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Nymphomaniac nella metropolitana di Milano
Nymphomaniac nella metropolitana di Milano

Stai andando a vedere una mostra di Kandinskij e ad un tratto ti ritrovi lì, spiattellato bellamente davanti agli occhi il cartellone di un film che, a un certo punto, non pensavi nemmeno di poter vedere. Dov’è la fregatura? Dal non trovare lo straccio di un distributore a finire in cartelloni alle fermate della metro, non me la date a bere.

E in fine la spiegazione arriva in una frase, bianco su nero all’inizio del film, che avverte che il film è stato rimaneggiato e che lo stesso Von Trier non ha avuto voce in capitolo. Che tristezza. Cose del genere rendono tristi, rendono amara la visione di un film. Almeno una volta li vietavano ai 18 anni e finiva lì. Adesso li tagliano come gli pare. Nynphomaniac, come buona parte dei film di Von Trier, non sono comunque adatti ai minori. Devi avere almeno un po’ di dimestichezza con l’angoscia che non si addice a chi dovrebbe sprizzare di vita e non sentirsi schiacciare dal vuoto opprimente che si nasconde tra le sue pieghe. Invece Nymphomanic non mi risulta sia stato vietato anche se, per una volta, avrebbe senso farlo a prescindere dal tema trattato. Non ci vedrei nulla di male. Invece ci vedo molto di male in quella maledetta scritta iniziale. Ma del resto noi siamo quelli delle mutande a Michelangelo perché illudersi che possano cambiare le cose, dopotutto?

Con quella sensazione più amara della fiele in bocca inizia il film. Fortunatamente riesco a dimenticarmela col proposito di acquistare il DVD appena esce, sperando che non abbiano tagliato anche quello. Magari tra qualche anno (almeno una ventina, direi) la versione originale verrà proposta con grande enfasi. Evviva.

Lo schermo nero attrae l’attenzione verso i suoni “ambientali” della pioggia che cade, dei rumori di fondo, solo pochi, interminabili secondi: il nero è tornato, l’assenza è qui, il vuoto avvolge ogni cosa, subito dopo l’esplosione della terra di Melancholia. E poi arrivano i muri rossi di mattoni, i movimenti claustrofobici, il cielo che fa capolino scuro come la pece, presente in pochi frammenti. La telecamera cerca, la telecamera scruta, la telecamera si sposta tra i muri. La telecamera penetra un pertugio oscuro nel muro, il presagio è fin troppo evidente. Poi, solo dopo, scova Joe. Tumefatta e ferita a terra.

Quello che segue sono solo mie riflessioni. Il vero protagonista di molti film di Von Trier è il vuoto, l’assenza di una ragione plausibile, di una spiegazione, di un qualsivoglia senso. Scordatevi l’amore, scordatevi il senso. Scordatevi una delle poche cose che potrebbero far acquisire un senso alla vita. Perchè la madre di Antichrist impazzisce e lascia morire il figlio? Come mai Melancholia brama la terra e la sposa sembra impazzire? Cosa fa di Joe una ninfomane? Sono domande senza risposta. Non solo: la matematica più astratta porta all’oblio, la musica più sublime converge verso il nulla, ogni cosa tende al caos. Il caos regna come diceva la volpe.

E non è un caos calmo. E un caos che conduce al niente, un caos che arriva ad implodere e a lasciare il nulla come una tetra coltre su ogni cosa. Ineludibile. Angosciosa come un abisso che continua a fissare il tuo abisso.

Per questo Von Trier è un regista sadico e chissà se ha mantenuto il sorriso sardonico che aveva alla fine dei suoi commenti finali in “The kingdom”. Fa male, ma fa anche riflettere. Dopo ogni suo film la mente diventa un focolaio che si agita e propaga infezioni dell’anima. Del resto seguendo pazienti sani non si impara nulla. Anzi ci sono dottori che si fanno trapiantare un fegato malato pur di poterlo studiare. I suoi fan lo sanno. E non sono necessariamente masochisti, forse vogliono solo scoprire cose che nemmeno riescono a confessare a loro stessi.

Due brani della colonna sonora sembrano suggerire uno stretto collegamento tra Von Trier, Lynch e Kubrick. Rammstein e Shostakovich. La connessione è forte. Kubrick è il pieno, il controllo, la necessità di avere ogni singolo particolare studiato a livello maniacale per costruire una visone immortale, qualcosa di megalitico, di ineluttabile, di magnificamente imponente. Von Trier è il vuoto, è l’agente dell’assenza e del caos, in lui il controllo si abbatte sul film ma solo per condurre verso il silenzio concettuale più cupo. E Lynch è la dimensione onirica, anche in lui si avverte pesante l’assenza di senso, ma è la stessa assenza di senso che avrebbe un sogno, che potrebbe (ma non è detto che lo faccia) svanire in un senso di inquietudine al mattino, ovvero alla fine del film. Lasciandoti lì a vita a fare congetture, per altro inutili.

Shostakovich è lì che ti fissa beffardo da dietro al suo Waltz no.2, che sia la colonna sonora di un ballo vorticoso o quella del ballo solitario di una giovane donna impegnata a farsi beffe dell’amore e della sacralità di cui è falsamente (il più delle volte) investita la sua componente fisica. E i Rammstein che, accidenti a loro, ho sempre considerato dei beceri tamarri teutonici invece, visti i personaggi che li hanno chiamati in causa, avranno pure qualcosa da dire, oltre ad essermisi piazzati in testa per i due giorni successivi. Argh.

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Un pensiero riguardo “V come Von Trier, V come vuoto

    Rocco ha detto:
    20 aprile 2014 alle 14:44

    Pensavo che i film di Von Trier ti piacessero a prescindere

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