Mese: marzo 2015

I hit the city

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Il foglio con i biglietti stampati è stagionato quattro mesi sotto al giradischi.

Un giovedì sera scendo in città con l’oscurità come mantello e la luna come faro: un disco d’oro pallido che gira a 33 e 1/3 sulle nostre teste. Sul lavoro che surriscalda le meningi di una febbre vibrante d’ansia e tremante di stress, sulla vita che si contorce in una canzone, in un alito di musica.

Un giovedì sera mi agito tra nastri d’asfalto e trapasso le abitazioni della Ghisolfa con raggi luminescenti a mezz’aria. Nella stessa città freme anche una voce che arde di magia e sentimento. La voce appartiene a Mark Lanegan.

Certo prima ci sono stati gli elettronici Faye Dunaways, che invero mi hanno tediato un po’. Poi Duke Garwood con la chitarra rombante e le metriche impossibili. Ma è quella voce il richiamo più alto, la ferita che mi procura è il dolore più dolce, lo struggimento più intenso che non posso condividere.

Mark è sempre più statico nel suo afferrare il microfono quasi fosse un sostegno alla sua postura malferma. Mark è la sua voce. Le luci bassissime lo proteggono dalle fotografie e forse dagli sguardi. Non è quello l’importante. L’importante è sentire le corde vibrare nel torace, l’importante è offrire il proprio corpo come una cassa di risonanza umana, l’importante è far librare il proprio spirito al di sopra della città. Le sue mani tatuate stringono gonfie l’asta del microfono e quando parla sembra che stia raschiando il carbone. Oscuro e profondo, non interrompe quasi mai il flusso delle canzoni come se avesse paura che non possano trovare il loro percorso nel tempo.

Invece sono in simbiosi.Scorrono fluide ed inarrestabili: un retrogusto di torba e i rivoli di fumo di tabacco che si svolgono sinuosi. Scendono in città.

Duke Garwood
Duke Garwood
Lanegan
Mark Lanegan