Mese: giugno 2015

La tentazione del professionismo, il gelo sotto il palco

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Ho assistito, in vita mia, ad un numero imprecisato di concerti, ognuno con un suo significato, ognuno con una sua motivazione, una spinta che ti porta sotto al palco. Nel 90% delle occasioni la motivazione è stata la passione, il brivido del suono, il calore della parola se non la devozione al culto della valvola (kt88, di solito), altre volte è stata la casualità, altre la curiosità, ma obbiettivamente queste sono molle che non spingono quanto la passione.

Poi capita una sera di assistere ad un concerto di un gruppo che hai solo sentito nominare, che magari è importante per qualcuno che conosci e che si esibisce gratis ad una specie di festa del paese. E ti torna in mente quel mondo ai limiti del professionismo: quel limbo ai confini tra il fare della musica il tuo sostentamento e il continuo camminare sul filo tra il lavoro e la musica suonata sui piccoli palchi sputando l’anima per farsi un nome, sgomitando in un mare di squali.

E sai che là in mezzo è pieno di promoter che giocano coi sogni dei ragazzi che ci provano, ci sono fenomeni squallidi come l’invida tra gruppi, gli sgambetti e i tiri mancini… c’è tutto questo ma ci sono anche persone che ci credono, che si aiutano e che sono capaci di un calore umano e di slanci di generosità che comunque non vanno dimenticati, persone che non perdono la loro positività, nonostante tutto. Gente che getta letteralmente il cuore oltre l’ostacolo con un coraggio che stinge il cuore.

Non so se diventare professionisti sia sempre un bene, certo dedicarsi alla propria passione a tempo pieno senz’altro è un traguardo, mi domando solo fino a che punto sia lecito sacrificare se stessi per raggiungere questi risultati. L’ideale sarebbe che il proprio modo di esrimersi attraverso la musica venisse capito e compreso senza compromessi da tutti e che tu fossi in grado di crearti un seguito almeno sufficente a vivere dignitosamente. Tuttavia che fare, se questo non succede?

Perchè quando si diventa professionisti si entra in un ingranaggio: il lavoro significa mangiare, come si suol dirsi. E dunque tutto è lecito per fare in modo che questo succeda? E dunque si può scendere qualsiasi compromesso per mantenere questo status, magari scrivendo canzoni potenzialmente più accessibili ma artisticamente scadenti? L’idealista che è in me risponderebbe di no ed in modo sdegnato.

Tuttavia è anche vero che io non mi ci sono nemmeno mai avvicinato ad una tale situazione, non ho nemmeno mai sfiorato il sogno, figuriamoci essere ad un pelo dall’afferrarlo. E poi posso parlare  solo per me, il che è un nonsense, me ne rendo conto, però il quesito ha una risposta che può essere solo personale.

Però a ripensarci un simile atteggiamento mi riempie di tristezza, mi lascia un sentore di rose rinsecchite ed appassite in silenzio nemmeno fosse il finale de “le relazioni pericolose” o chessò io. Una volta tanto senza che questo implichi nessun giudizio. Dall’alto di quale pulpito poi. E chissà quanti dei gruppi che apprezzo sono caduti in questo barartro senza che io lo nemmeno lo sappia.

E poi capita anche un pezzo di ghiaccio sotto al palco. Quello sono io, mi space io non mi agito mai, quasi mai. Mi rendo conto che sia scoraggiante per un musicista ma che ci posso fare, sono un contemplativo, credo di esserlo sempre stato. Quando assisto ad un concerto vado in una specie di trance agonistica, mi cibo letteralmente di tutto quanto accade sul palco e non distoglierei l’attenzione per nulla al mondo. Capita così quasi sempre, non posso perdere nemmeno un gesto, una plettrata, un finger picking, uno schiacciamento di pedale. E detesto che mi si dica di alzare le mani, saltare, andare in delirio, io sono in ascolto delle mie sensazioni che credete! E dimenarmi mi distrae da me stesso.

Quando si dice un pubblico difficile.

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