Mese: marzo 2016

Il suono della sofferenza

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Ho appena ripreso a scrivere parlando di una strage a un concerto. E dopo pochi giorni l’orrore riprende forma.

E va oltre le mie possibilità stare a sentire.

Stare a sentire tutti gli sciacalli mediatici che si avventano famelici sull’ennesimo pasto di carne cruda e sangue fresco.

Stare a sentire le lacrime socialmente espresse da milioni di persone.

Stare a sentire le vacue opinioni di prezzolati urlatori che gonfiano il petto e dimenano la coda.

Stare a sentire i rimedi semplicistici di farneticanti cacciatori di schede elettorali.

Stare a sentire chi comunque non può cambiare l’immutabile con la retorica.

L’unica cosa che vorrei veramente sentire è il silenzio che di solito si invoca in questi casi ma che nessuno rispetta mai fino in fondo. Tacete un attimo.

Non è indifferenza, al contrario, oggi l’indifferenza si urla, si manifesta, si espone. Almeno io non riesco a percepirla diversamente. Tutte queste voci che si assommano fino a formare un insopportabile frastuono indistinto, caotico, cacofonico. Questo è il suono dell’indifferenza. L’unico suono che non viene amplificato da quell’enorme cassa di risonanza che è la terra.

La sofferenza invece tace. E tace di un silenzio greve e profondo. Tace di un silenzio che nessuno è più in grado di udire.

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Avevo dimenticato la password

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A volte, per giustificare le assenze, si inventano delle scuse.

Questa regge poco, anche se è quasi vera. La verità è che sono stato a corto di argomenti, di voglia di ispirazione di… occhi. Il nuovo lavoro cui devo aver accennato prima di mettere mi assorbe molto, soprattutto gli occhi, spesso non riesco nemmeno a tollerare l’idea di uno schermo oltre l’orario di lavoro, magari questa regge un po’ di più.

Poi, forse, si perde anche l’abitudine allo scrivere. E invece adesso mi sembra di avere mille cose da raccontare. Di tutte le cose successe mentre non ero qui a scrivere. Me ne è venuta in mente una e chissà perché, adesso magari suona anacronistica, visto che se ne è parlato e riparlato. La sera del Bataclan io ero a Venaria a vedere i Godspeed you black emperor.

Non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di farci fuori, forse. Eppure aver assistito ad un concerto quel giorno mi ha messo i brividi, soprattutto quando ho appreso cosa era successo parecchie centinaia di chilometri più sù, nel cuore dell’Europa.

Ora probabilmente dovrei scrivere delle belle frasi sul fatto che nessuno ucciderà mai la musica o la libertà di espressione e blah blah blah. Non mi va la retorica. Mi annoia la correttezza a tutti i costi. I Godspeed sono un gruppo eversivo, scomodo, solo in apparenza etereo e atmosferico, io sono un semplice ascoltatore.

No non lo sono. Sono carne, sangue, ossa ed anima. Un’anima ferita e confusa, ma anche appassionata e partecipe. Soprattutto indomita, almeno nelle intenzioni. Un’anima che urla e tenta costantemente di espandersi e di non rimanere ferma, seduta sulle proprie sicurezze, sui propri punti di riferimento.

Un proiettile può bloccare tutto questo, il terrore può frenare questo impeto, la paura può spremere questo sangue fino a farlo diventare acqua. Sono vulnerabile. Ma non sono in grado di rinunciare a me stesso.

Non vi prometto che sarò qui spesso, ma vi ringrazio tutti.