Mese: aprile 2016

Far away

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Sto in cima a una collina attendo il vento.

Questo paese non è il mio, (vorrei) essere veloce a scappare via. Non mi importa dove ma portami lontano (da questo vuoto che ho nell’anima). Non mi importa dove ma portami lontano.

C’è stato un periodo nel quale odiavo ogni centimetro della mia terra. Del mio paese, delle sue consuetudini. C’è stato un periodo nel quale ero estraneo a chiunque, in primis a me stesso. Un momento nel quale non mi sarei sentito a casa tra queste quattro mura, come in nessun altro posto. E volevo solo andarmene. Lontano. Non essere costretto a guardare nella mia miseria e nemmeno in quella di tutti coloro che mi circondavano. Una sensazione di vuoto e inadeguatezza ed al contempo di codardia. Volevo scappare. Solo scappare.

Una volta mi sono domandato dove siano finiti quei gruppi in grado di durare vent’anni: qui ce n’è uno e si chiama Deftones. E sono in giro da più di vent’anni. Hanno appena pubblicato il loro ultimo disco “Gore” e sono sopravvissuti al tempo come ho fatto io.

Sono ancora qui ed ho trovato la forza di restare vivo, di rimettermi in gioco, di perdonare me stesso, di trovare il mio posto, senza muovermi poi di molto. E loro mi hanno seguito con le loro canzoni, sono stati più importanti di quanto io stesso sia riuscito ad ammettere. Ho smesso di scappare e, nel frattempo, ho incominciato ad affrontare, anche se significa sporcarsi le mani. A volte gli ideali finiscono per diventare alibi e soffocare. Stingono alla gola, sono prigioni per l’anima. Diventano sonno della ragione e generano mostri. Che avvolgono nelle loro spire e stringono. Invece bisogna restare vivi. Anche se è faticoso, non avremo una seconda possibilità.

Il 13 aprile 2013 Chi Cheng lasciava questa terra, il bassista che vedete nel video non c’è più. A volte i gruppi decidono di sciogliersi quando uno di loro viene a mancare, altre volte continuano, ma quale che sia la loro scelta va rispettata. Nessuna crisi dura per sempre. Ci sono morti che insultano la vita e vite che insultano la vita. L’importante è uscirne, sempre. Restare in movimento, provare e riprovare. Essere in pace e non dimenticare.

Chi Cheng (Stockton, 15 luglio 1970 – Santa Clara, 13 aprile 2013)

 

10 anni dopo

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Rimanere attoniti di fronte a una canzone non è cosa che succeda tutti i giorni.

Dieci anni fa queste note, questa voce, avvolgevano tutto di una nebbia morbida e nera che attutiva ogni altro suono. La bellezza che sprofonda dentro, verso il centro del petto e diventa tutt’uno col suo battito regolare e calmo. Una melodia che suona familiare come se l’avessi già ascoltata in un altra vita, tra le stelle incendiate e cadenti, in mezzo alla notte accogliente, mentre all’intorno ogni altra cosa tace.

Tace di un silenzio che riempie i sogni, che arde di un sentimento dimenticato. E sprofonda ancora più in basso. Una voce quasi incerta, uno stentato sussurro che serpeggia fra le note eppure capace di essere commovente e intensa. Non si può spiegare una sensazione ma, se ci si provasse, si dovrebbe parlare di quanto affascinate possa essere una coltre di tenebra, di quanto amore si possa nascondere inespresso nel buio.

Sprofonda ancora in me languida bellezza, se il tempo non ti ha intaccata, non lo farà nemmeno con me.

Passing by
Rows and rows
In silence I
Stand alone

And out of you
Grey birds fly
On a gravel path
You qualified

We tended to
The feverfew
The walls of vine
In hollow time

The shape I’m in
Oh, she knows so well
My hearts become
Her sinking belle

This sinking belle
Oh, this sinking belle
Are you worried now?
You’re worried now?

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now?

We’re smaller than
We used to be
What came from you
Is now inside me

Don’t ask me why
Oh, don’t ask me why
All my life
All my life
Was in black and white

This sinking belle
Oh, this sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
This sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now

 

 

Premi il grilletto, Soldato Joker!

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Prima o poi il momento arriva, il momento di premere il grilletto. E non è un atto di pietà, è un rito di passaggio. La prima vittima della guerra è l’innocenza, l’innocenza che svanisce la prima volta che uccidi qualcuno e, nello stesso tempo, uccidi una parte di te.

Ovviamente è una metafora, ma mi ha sempre colpito come in “Full metal jacket” il fulcro di tutto sia l’uccisione di un nemico e, soprattutto come questo atto segni un passaggio fondamentale per il protagonista, il passaggio da ragazzo a uomo, il passaggio da innocente a carnefice, il passaggio da sognatore a soldato.

In questo guadagna il rispetto dei compagni ma, a ben vedere ,dovrebbero disprezzarlo per quello che ha fatto, per aver preso una vita ed averla distrutta, invece non lo fanno per il solo fatto che adesso è colpevole quanto loro, si è sporcato le mani e non sarà mai più puro come lo era una volta. MAI. E sono meschini i suoi compagni perchè il loro è semplicemente uno squallido mal comune, mezzo gaudio che fa una gran tristezza.

Il punto è che quel momento fatalmente arriva per tutti, il momento in cui una parte di te muore e sarà morta per sempre. Non tornerà mi indietro, nulla potrà restituirtela, had it and lost it come diceva Sick Boy in Trainspotting.

Fa parte del “crescere” ma fa schifo. Come nel caso di joker, non ci sono alternative: uccidere o essere uccisi e quando si uccide, ogni volta che si uccide, non si torna indietro: a quel punto la propria vita fa schifo ma, sempre per dirla con joker “almeno sono vivo”.

Ironico come la vita abbia in se stessa una dose di speranza inclusa nel prezzo, come un’offerta speciale sul nulla. La stessa speranza che ti fa continuare a marciare ,la stessa speranza che ti fa cantare la marcia di topolino invocando la tua infanzia annichilità dal presente, la stessa speranza che ti fa credere di poter perdonare te stesso per aver ucciso la tua parte più nobile e sincera (forse anche ingenua), la stessa speranza che ti fa illudere di aver perso una battaglia ma di poter vincere la guerra, la stessa speranza che ti fa credere che il tempo possa guarire le ferite.

La sola speranza è quella di saper cogliere un insegnamento da tutto questo e l’insegnamento è non permettere mai più a una parte di te stesso di morire, non permettere mai più a nessuno di soffocare il tuo spirito, di umiliare i tuoi sentimenti, di ammorbare i tuoi pensieri, di avvelenare le tue lacrime.

fmj-cecchino

Non illudetevi, non ci si riesce.