Mese: settembre 2016

Nero in copertina

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Nick Cave appartiene a quel periodo della mia (fortunata) formazione musicale nel quale ogni nuovo artista che incrociava il mio udito rappresentava un viaggio, un mondo da scoprire, una terra incognita da esplorare. E di cose da scoprire con lui ce ne sono state tante, molto poche rassicuranti, comode o semplici ma molto spesso intense, ispirate e sincere.

Nick Cave ha rappresentato, per me, un prototipo dell’artista, uno che non teme di mettersi a nudo, fin sotto la pelle, tra i muscoli, in mezzo alle ossa, dentro al midollo. Nick the stripper, appunto. E quando uno con quella fama pubblica un disco dalla copertina nera e dal titolo Albero scheletrico cosa puoi aspettarti?

Ammetto che ci eravamo allontanati: album come Nocturama o Dig, Lazarus, dig!!! (ma non il meraviglioso doppio Abbattoir blues/Lyre of orpheus) o anche il secondo Grinderman mi avevano un po’ deluso ma poi Push the sky away aveva magicamente riacceso la luce sul gruppo, tutto in quell’album (a partire dalla copertina sovraesposta) appariva pieno di luce anche se rarefatto (non che sia un male, beninteso) e comunque distante dalle vecchie produzioni, ma in modo interessante e fresco.

Poi la tragedia che una volta ancora ha colpito quest’uomo, la tragica perdita del figlio. Il nero che scende su di lui. E lui che ritorna alla radice: al suono delle sue corde vocali. E’ un processo che mi sembra familiare, di fronte ad una tragedia torna a ciò che conosci, ad un porto sicuro a qualcosa su cui puoi contare e riparti da lì. E lui riparte dal nero, riparte dalla sua voce dalla sua fedele compagna, anno dopo anno, incisa sui suoi dischi. Ha portato la sua poesia a tante, tantissime persone che in essa si sono riconosciute, perse, ritrovate ed in fine ammantate di bellezza, per quanto a volte tragica o sporca, sicuramente mai facile.

Stavolta la musica gli fa da cornice, resta in sottofondo, lo accompagna facendosi sentire, ma con discrezione, quasi rispettosa dell’abisso nel quale Cave è stato costretto a guardare.

Ho letto parole come capolavoro per definire quest’album. Non so se lo è, so che non ha bisogno di esserlo. Il tempo dirà come potrà incastrarsi nel suo immaginario, nelle sue esperienze, nella sua vita. Ma a ben pensarci, importa davvero?

Se volete la mia opinione, no non importa. Liberatevi dalle domande e ascoltate, riascoltate e ascoltate ancora poiché questo lavoro ha tanto da dire, senza inutili sovrastrutture o classificazioni. Non perdete tempo a analizzare, a formulare opinioni, una volta tanto non ce n’è bisogno. Tutto è sotto i vostri occhi, a cavallo di quel particolare filo che unisce musicista ed ascoltatore.

Un weekend da dro)))ni

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Quanto state per leggere è la cronaca di un’ idea meravigliosa venuta all’altra metà (rispetto a quella che sta scrivendo) del bassistico duo, ovvero seguire due date consecutive del recente tour dei Sunn 0))) in Europa. Ne scrivo con colpevole ritardo, lo so, comunque le due date in questione sono quelle di Fontaneto (labirinto della Masone) e Vevey (Svizzera).

Un totale di circa 1400km in due giorni, inframezzati pure, per l’Oltranzista, da un sabato mattina lavorativo. Converrete che per due veterani come noi non c’è male.

Si parte venerdì nel tardo pomeriggio per la provincia di Parma, finito il lavoro, con tanto di vettovaglie e bevaraggi vari. La destinazione era fantastica (almeno nelle previsioni): un labirinto nel mezzo del nulla! Dopo le prigioni di Torino ovviamente il seguito era assolutamente degno di attenzione e sforzo da parte nostro, quindi: on the road again!

La tangenziale di Milano è un piccolo calvario nell’ora di punta. Traggo la cena-panino da una borsa e la condisco con abbondanti gas di scarico, al mio compare invece toccano le esalazioni da allevamenti di suini che giungono copiose nell’abitacolo all’altezza di Casalpusterlengo e non ci abbandoneranno fino a destinazione.

Quando ci siamo vengo colto da un accesso di ignoranza e grettezza come non mi capitava da anni: quando ci sono di mezzo i signori del drone, tutto il resto che la serata abbia da offrire passa in secondo piano. In un secondo piano infinitamente distante dall’evento principale. Questo comporta: polemica, intolleranza e sarcasmo verso qualunque cosa mi separi da quel muro di Model T.

Questa sera si tratta di: esibizione di pseudo tamburi giapponesi, video installazione precedente l’esibizione e percorso labirintico per raggiungere  il palco. Infatti il labirinto si dimostra essere una struttura finto-storica dal fascino praticamente assente: almeno per il sottoscritto le prigioni risultano essere decisamente più pregne di realismo e fascino, delle due altre esibizioni taccio giacché non mi suscitano il minimo interesse. Comunque alla fine ci arriviamo e mi piazzo direttamente sotto la postazione di Greg Andreson, alla faccia di tutti.

Il concerto inizia con Attila Csihar che emana sciamaniche litanie vocali in posizione soprelevata, da una (fintissima) piramide posta dietro al palco… Il concerto è la solita cosa indescrivibile ma piena di fascino, vibrazioni ed eccessi sonici. Inutile dire che li adoriamo all’istante, loro sembrano più esaltati del solito: l’ebbrezza enologica appare particolarmente presente questa sera (anche se è una loro costante) soprattutto per Stephen O’Malley, che ad un certo punto si esalta, sposta le macchine per il fumo ed esorta il pubblico alla partecipazione. Mr. Anderson stappa una bottiglia con la bocca sputando il tappo che, a forza di vibrazioni, arriva fino a me…

In definitiva circa due ore e venti di spettacolo che ci lasciano assolutamente esalatati per il giorno seguente… Oltre alla gratitudine per aver rivisto amici di lunga data anche se, fatalmente, con poco tempo per conversare.

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Sunn 0))) Live @ Labirinto della Masone
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Sunn 0))) Live @ Labirinto della Masone

Dopo la trasferta della serata precedente la metà lavorante del duo è abbastanza e comprensibilmente ko, quindi mi tocca la guida fino in Svizzera: la tangenziale fino ad Aosta è stato uno strazio incredibile grazie a dei simpatici automobilisti valdostani la cui velocità massima si aggirava al massimo ai 30km/h… abbastanza snervante, se me lo concedete. Comunque, dopo una cena, nuovamente a base di panini, consumata quasi sull’apice del passo del Gran San Bernardo, senza alcuna interruzione scavalchiamo la collina e siamo in Svizzera… che ci accoglie con la sua selva di limiti di di velocità, divieti e amenità varie.

Montreux appare come una città in grado di attentare ai nervi di chiunque sia per gli automobilisti (evidentemente imparentati con i cugini valdostani), che per la luccicante via dello shopping, che per aver favorito il concepimento di “Smoke on the water”: fonte di fiducia in se stesso per ogni chitarrista alle prime armi e di alienazione per tutti gli altri. Ce la lasciamo alle spalle non senza una certa dose di insofferenza alla volta di Vevey dove avrà luogo il concerto nel locale Rocking Chair.

Arriviamo a destinazione dopo vario girovagare a causa dell’impossibilità di trovare un parcheggio. Il locale ricorda molto da vicino il caro, vecchio, Babylonia, per grandezza ed impostazione. Come in precedenza il pre-concerto ad opera di tali canadesi Big Brave ci lascia annoiati e intolleranti (anche se un po’ meno della sera precedente, almeno arriviamo a metà esibizione), il pubblico sembra tremendamente più finto-alternativo e trendy che in Italia, non che la cosa importi in alcun modo, come detto, quando ci sono i signori del drone, il resto non conta.

Essendo al coperto il concerto è infinitamente più rumoroso e intriso di ghiaccio-secco della sera precedente. Risulta anche meno lungo e decisamente più compresso nella durata, divagano meno e sgretolano tutto con la sola forza del suono, infinitamente più concreti e diretti della sera precedente, in un’ ora e mezza abbondante di durata (quasi un’ora meno della sera precedente) tagliano le divagazioni (il prologo di Attila iniziale) e vanno dritto al punto. Siamo ancora sotto Mr. Andreson ma, pur essendo più vicini, l’aura di fumo che li circonda rende la stessa distanza della sera precedente. Ancora una volta, nell’arco della performance, trasportano tutto e tutti in una sorta di trascendenza del tutto avulsa dalla realtà che poi è uno dei motivi che mi fanno amare così tanto le loro live performances. Alla fine è come un risveglio, un ritorno alla realtà, niente di così bello insomma.

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Sunn 0))) Live @ Rocking Chair – Vevey (CH)

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Sunn 0))) Live @ Rocking Chair – Vevey (CH)

Comunque dopo la strada del ritorno condita da barretti tristissimi (costante della Svizzera), dancing deprimenti e bordelli malcelati arriviamo in piena notte sul colmo del passo del Gran San Bernardo. Le papere, infreddolite nel laghetto, dormono (e c’è da chiedersi come fanno con quella temperatura artica) tenendo la testa sotto un ala. L’assenza di luna e di illuminazione ci riportano in una dimensione onirica stupefacente: il cielo è uno spettacolo senza paragoni, come non se se vedono più alle nostre altezze collinari, essenzialmente per questo bellissimo e quasi perso motivo: