Mese: aprile 2019

La scena locale biellese anno 2019

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Avedo più volte fatto mio l’assunto di (freak) antoniana memoria secondo cui “l’Italia è la provincia di qualche altro posto” sarebbe spontaneo chiedersi cosa sia, a sua volta, la provincia italiana. Verrebbe da pensare ad un anticamera del purgatorio dove arriva tutto in ritardo, la cultura sonnecchia, la gente ha vedute ridotte, il lavoro -soprattutto ultimamente- latita così come gli stimoli. Tutto vero. Però forse è proprio per queste condizioni non proprio colme di possibilità che in provincia si nascondono realtà interessanti che, magari proprio in virtù di quanto scritto prima, risaltano maggiormente rispetto a quanto potrebbero fare perdendosi nel marasma culturale di una grande città. oltre al fatto che la mancanza di stimoli spesso porta a creartene autonomamente.

Dopo un passato colmo di astio e risentimento (in parte ingusto) per la città attorno alla quale gravito ho iniziato ad apprezzarne molti aspetti tra cui la natura, la pace e quel minimo di tranquillità in più della quale possiamo godere da queste parti. Con il tempo impari a farti scivolare addosso i giudizi della gente, la grettezza e l’ignoranza del volgo e persino la loro malcelata e sciatta attitudine da ignoranti e contenti: con il tempo tutto assume dei contorni migliori.

Biella è sempre stata un posto fuori dalle logiche, anche quando l’industria tessile girava a pieno regime, qui non è mai arrivata nemmeno l’autostrada (arrivarono a fatica anche l’adsl e il metano) e personalmente ne sono quasi contento. Attualmente sono anche contento della iniziale diffidenza che siamo soliti risevarci anche l’un l’altro. Solitamente, sorpassata questa impasse iniziale, si stringono rapporti lunghi e duraturi esattamente il contrario di quello che di solito succede in realtà più vaste dove si è tutti subito amici ma poi l’amicizia si rivela evanescente come le bollicine di una bibita gassata di terz’ordine.

Non essere considerati toglie tante cose ma offre anche la possibilità di nascondersi e lo sa bene anche la nostrana autrice Aislinn che ambienta da queste parti un suo romanzo urban fantasy nel quale il fatto di nascondersi gioca un ruolo fondamentale. Che vi devo dire a me piace il fatto di essere al di fuori di certi giri.

Detto questo lo scopo di questo post è quello di parlare della scena locale. Ovviamente senza avere la pretesa di essere esaustivi, posso però parlare di quattro realtà che conosco molto bene essendo, in alcuni casi, in contatto personale con alcuni (se non tutti) musicisti coinvolti. Quattro (più uno) casi in cui c’è da essere orgogliosi della terra che ti ha visto crescere.

1. Closer to the sun

Precedentemente noti con il nome di Fermat’s last theorem, si prendono un anno di tempo per cambiare nome e bassista ma, soprattutto, per realizzare il nuovo Lp sulla lunga distanza. Rispetto alla proposta musicale della denominazione precedente occorre rilevare una maggiore componente progressiva e melodica, che ora trova più spazio che in passato. Partiti da un approccio hadcore/punk, si muovono gradualmente verso un genere riconducibile a Meshuggah, Tool, Deftones e Periphery con una forte attenzione per l’eletronica (non a caso erano soliti suonare brani di Aphex Twin ed Enter Shikari, tragli altri) adesso alleggeriscono leggermente la loro furia fatta di chitarroni a otto corde, risultando più ragionati e maturi nell’approccio (uno dei pochi casi in cui questa non è una parolaccia). Un esordio assolutamente in grado di raccogliere la loro eredità sonora pregressa, facendola ulteriormente salire di livello. Preparazione tecnica e compositiva di altissimo livello, senza paura di affondare il colpo quando serve. Io li seguo da poco dopo che esordirono con la vecchia denominazione (ormai sono anni) e spero che con la nuova formazione raccolgano i frutti del loro duro lavoro: se li meritano tutti, anche perché dal vivo sono stupefacenti per precisione e potenza.

2. Electric Ballroom

Questo trio, che prende il nome da un noto locale londinese, è un’altra eccellenza del nostro territorio. Forse anche grazie al genere maggiormente accessibile rispetto ai Closer to the sun, hanno raccolto molto di più in termini di critica e pubblico. Con un EP auto intitolato ormai piuttosto datato alle spalle (Bagana rec.), si sono fatti le ossa su palchi italiani ed inglesi mettendo in mostra un’innata attitudine live. Suonano un blues elettrico, distorto e molto fisico ma comunque piuttosto lontano dalla banalità. Chitarra batteria e voce: tre componenti alle quali è difficile trovare un difetto che si amalgamano alla perfezione. Marco ha un drumming possente e tira fuori passaggi assolutamente pregevoli ed energici da un drum kit ridotto all’essenzale, la chitarra di Filippo, inventa passaggi slide e distorti dal sapore terroso e riarso che sembrano usciti da qualche anfratto dimenticato della Lousiana e la voce della minuta Giulia sfodera un feeling invidiabile e nient’ affatto distante da una consumata e corpulenta blues woman. La componente fisica esce alla grande dal vivo, dove il trio si distingue per presenza scenica e trasporto emozionale. Davvero bravi. Sono in fase di produzione del primo lavoro sulla lunga distanza (pare che sia un parto un po’ travagliato…), le premesse per una ottima prova ci sono tutte.

3. Sabbia

Altra compagine molto interessante, propone brani strumentali con suggestioni desertiche e nomadi, inserti tastieristici e sassofono sempre piuttosto in primo piano. Si muovono in territori che sembrerebbero richiamare un certo tipo di rock di stampo cinematografico e dinamico: sarebbero ottimi come compositori di colonne sonore, in questo verrebbe spontaneo accomunarli a gruppi come i Calibro 35 sebbene presentino un taglio meno settantiano, più rock e a tratti quasi sfiorati dallo stoner. Buona personalità ed idee decisamente ispirate ed interessanti. Al link bandcamp sono presenti un paio di lavori in download gratuito, non si potrebbe desiderare di meglio.

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4. Crushed curcuma

Decisamente la proposta più sperimentale ed ostica tra tutte. Duo che si divide tra sax e tastiere, loops ed effettistica varia. Il risultato, ancora una volta è meramente strumentale e di difficile classificazione tuttavia, una volta entrati nell’ottica, i Crushed curcuma si distinguono per originalità ed inventiva e sono in grado di regalare un panorama sonoro molto personale ed architettato molto bene tra elettronica ed oscura psichedelia. Finora non hanno pubblicato molto ma dal vivo vantano una buona attività dal vivo che sta fruttando una serie di concerti molto evocativi ed intensi.

 

4+1. Totem

Da biellese di residenza, ho sempre considerato Verbania come la provincia maggiormente affine alla nostra per indole ed attitudine, per tanto, anche se non sono di Biella, voglio parlare comunque dei Totem. Stellare trio dedito al prog-rock strumentale di taglio moderno. Autori di un ep “Manitou” e di un singolo “Fight or flight” hanno appena pubblicato su bandcamp un nuovo brano (vedi video) dal loro imminente nuovo lavoro “Oculus mundi”. Posso solo dirvi che rispetto alle precedenti proposte sembra si stiano muovendo maggiormente su territori prog rispetto al passato. Tuttavia il lavoro completo si deve ancora ascoltare nel suo complesso. Le aspettative sono altissime, anche loro in sede live sono estremamente validi sia dal punto di vista tecnico che scenico… essendo un trio perdono un po’ degli arrangiamenti curati dei quali godono in studio per diventare rocciosi e con meno fronzoli. All’indirizzo bandcamp è possibile trovare dei brani scaricabili gratuitamente, quindi non resta che visitare la pagina.

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Per motivi di spazio/tempo non approfondisco però, di diritto, vanno citati anche:

Luca Sigurtà, Jot Not One, Seaphic eyes, Bultaco DC (della gloria locale Rudy Medea ex-Indigesti), T.s.O. , Barbarian pipe band ed altri che al momento non mi sovvengono…  se credevate che la nostra fosse una provincia morta spero di avervi fatto ricredere!

 

25 anni dopo

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Venticinque anni dopo è tutto un fiorire di ricorrenze. Di fotografie postate a memoria, di video nostalgici, di lacrime a comando. Mi chiedo se le ricorrenze servano a qualcosa, gli anniversari, le cifre tonde o semi-tonde. Oppure sono solo scadenze autoimposte per guardarsi indietro e rendersi conto del tempo passato, magari fare un bilancio che, a ben vedere, non serve a nessuno. Perchè quello che conta è il quotidiano quello che si vive sulla propria pelle giorno dopo giorno. Lo sanno bene quelle persone che si sono svegliate dieci anni fa senza una casa e sono corse in strada nel cuore della notte. Tutto questo è senza senso, non ha alcun peso reale. Non hanno peso le fotografie, non hanno peso le parole, le fiaccolate, i ricordi.

Venticinque anni fa moriva Kurt Cobain. Da allora di suo ho ascoltato ben poco perchè mi metteva a disagio. C’era quasi da sentirsi in colpa ad aver acquistato un suo disco, secondo quello che trapela da una sua canzone (e non solo da quella), ad avergli dato parte di ciò che non voleva. E alla fine i CD hanno continuato a prendere polvere su uno scaffale, ripresi in mano pochissime volte, quasi a voler guardare dentro un abisso non mio, un’ operazione non sempre delle più agevoli o costruttive. Anzi.

Intanto il tempo è passato ed ogni cosa si è trasformata. Tutto si è spento lentamente, al contrario di Kurt che, invece, è bruciato in fretta. E adesso stanno tutti a ricordarselo più o meno all’improvviso. Negli anni trascorsi dalla suo morte sono usciti alcuni dischi, alcuni libri suoi e non suoi (mi piace ricordare Tommaso Pincio e anche Tuono Pettinato), il ricordo non si è mai più o meno spento. Anche grazie a tutti i dubbi del caso sulla sua morte, sulla sua signora e su El Duce.

Non siamo qui per parlare di questo. Come per tutte le persone morte, non serve a nulla parlarne quando sono andate. Occorreva vivere assieme a loro il tempo concesso per calpestare la stessa terra. Tutto il resto è una sorta di esercizio masturbatorio anche se non sempre fine a se stesso.

Gli anni novanta erano il mio decennio e quindi c’ero. Non ringrazierò mai abbastanza di aver avuto vent’anni in quel periodo: ero depresso ma mai quanto avrei potuto esserlo se avessi avuto vent’anni negli anni 80 o nei duemila. In primis per la musica che, salvo rare eccezioni, avrebbe fatto pena e che, invece, mi ha pressappoco salvato la vita . Poi anche per l’atmosfera che era elettrica, ti caricavi anche solo respirando… peccato che me ne sia accorto solo dopo. Ero un ragazzetto universitario insicuro con una fragilità interiore che non ero in grado di identifcare, perfettamente in linea con i turbamenti esistenziali dell’epoca. Dopo un decennio di eccessi e di apparire ma non essere, gli anni ’90 furono una brusca frenata, un rimettersi in discussione, ma anche una sorta di rinascita spirituale, uno strenuo tentativo di riprendere in mano la propria anima dopo averci sputato sopra per un decennio. Non a caso tutti guardavamo con ammirazione agli anni ’70, vera epoca d’oro per la musica e per mille altri motivi, solo che ora avevamo una cosa in più rispetto ai ragazzi di quell’epoca: la consapevolezza, qualcosa di decisamente scomodo con cui confrontarsi.

Avevamo la consapevolezza che le utopie sarebbero rimaste tali, che eravamo manovrati tutti e legati ad un futuro del quale avremmo deciso ben poco, che certi fantasmi non potevano essere elusi. Se ci pensate suona assai similare alla storia di Kurt Cobain. Non era la voce di una generazione, ne faceva parte. Era un ragazzo comune che si è trovato ad aver scritto qualcosa che non era progettato per il successo ma che ne ebbe a dismisura. E nessuno era pronto per questo. Nessuno era pronto, ma era fatale che succedesse, era proprio nell’aria. Doveva succedere che quel sentimento strisciante, quell’aura di inquetudine trovasse una valvola di sfogo. Quella più evidente si chiamava “Smells like teen spirits”, la conoscete tutti.

Non sopporto quando parlano di Cobain come l’icona di una generazione, come il portavoce di una cultura, quelli che si esprimono in questo modo non hanno capito nulla. Peggio per loro. Peggio per tutti quelli che continuano ad affibbiagli un ruolo che detestava apertamente. Era uno di noi messo sotto dei riflettori che non aveva cercato. Non c’era poi molto da stupirsi se è andata come è andata, soprattutto se aggiungiamo anche i malanni fisici oltre ai sentimenti che aveva dentro.

Nello scorso fine settimana ero in viaggio con la mia auto e mi sono messo a riascoltare “In utero”: bastava quello, dentro quel disco c’è già tutto, c’è scritta ogni cosa, ogni testo è un presagio, un’indicazione, uno sfogo. Risentirlo è stato come rivedere un amico che non senti da vent’anni: schiaffi e carezze, vuoti e pieni, tristezza e allegria. Con il panorama che ti sfreccia a lato e la meta davanti. Bastavano i suoi occhi quando parteciparono a tunnel, introdotti con difficoltà/imbarazzo dalla Dandini continuamente disturbata da Guzzanti. Un’ apparizione che, ancora adesso, mi domando se fosse reale.

Il tempo non conta un accidente di niente, basta un attimo e tutto ti investe di nuovo, come se fossero passati cinque minuti. Mi ricordo lo sbeffeggiamento di amici e professori quando seppero che si era suicidato (?), mi ricordo i concerti persi nei quali avrei potuto vederli (tra l’altro con i Melvins di supporto, parliamone!), mi ricordo le mie sensazioni autodistruttive amplificate dal suo gesto. Durò poco. Non era la mia tragedia, che si sarebbe consumata di lì a tre anni, avevo una vita da vivere (almeno provarci) e tirai avanti. Fino a scoprire che, ma questa è storia fin troppo recente, il centro di tutto stava lì, nel non permettere a niente e nessuno di fermarti, nel non dare a niente e nessuno tutto quel potere su di te. Nel comprendere che chi si ferma è davvero perduto, ma che a volte nel mare dei sargassi si trovano gli strumenti per guardare le cose nella giusta prospettiva. Questo si impara ad essere stati morti per tanti anni. Ma c’è chi l’ha detto meglio di me:

“Tra gli undici e i quattordici anni la bambina era morta per molti secoli. Quegli anni da celacanto le avevano fornito l’accesso all’archivio degli inferi. Adesso che era tornata alla vita poteva richiamare quella memoria a suo piacimento. Si guardò dal dirlo e si accontentò di un’alzata di spalle.

La persona che ama è sempre la più forte”

A. Nothomb.