10 anni dopo Carboniferous: la vera eccellenza italiana!

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Vista la pochezza dell’offerta musicale attuale, spesso si è costretti a guardare indietro per trovare dei lavori che veramente abbiano rappresentato un significativo apporto alla causa della musica. Su “Carboniferous” degli Zu mi auguro non ci siano dubbi. Dopo dieci anni i romani tornano a riproporre quello che, probabilmente, risulta essere il loro lavoro più popolare dal vivo e l’occasione è clamorosa perché alla batteria torna a sedere, dopo anni di defezione, il Signor Jacopo Battaglia. Un mostro di bravura, stile, potenza e tecnica. Ho visto gli Zu con almeno tre batteristi diversi e, per quanto tutti bravi, Jacopo è IL loro batterista e non si discute.

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Personalmente non ho mai avuto ben chiare le motivazioni della scissione, tuttavia solo rivederlo dietro ai tamburi mi rincuora, vederlo agitarsi con le bacchette in mano, mi rimette in pace con il mondo. Quanto ci sei mancato Jacopo. Alla fine gli avrei anche fregato le bacchette, ma  mi son trovato davanti la batteria e mi sembrava di profanarla. Ci ha comunque pensato una ragazza, senza troppe remore reverenziali.

Tutto questo, forse, andava scritto alla fine. Questo è stato un concerto voluto, bramato, inseguito fin dall’annuncio, dato con mesi di anticipo. Lo Spazio 211 (locale cui siamo affezionati da anni dopo averci visto Suffocation, Unsane, Electric wizard, Neurosis, Isis et cetera) finalmente si risolleva da un torpore atarassico e propone una serata degna di questo nome (magari poi vedremo se presenziare anche per The Messthetics di fugaziana sezione ritmica).

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Gli Zu, come i Sunn 0))) o gli Einstürzende Neubauten, sono un gruppo che VA VISTO DAL VIVO. I dischi vanno bene, ben fatti anche dal punto di vista estetico, ma la fisicità di un loro live è un’altra cosa. Sono di un’intensità senza pari o quasi. Suonano per circa un’ ora e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti di quanto siano bravi talmente ti lasciano senza fiato. Seguirli mentre suonano ipnotizza e la musica diventa una scheggia impazzita che rimbalza da ogni parte mentre tu tenti di seguirne invano la traiettoria come farebbe un gatto con un puntatore laser. Ed il bello è che, come nel caso del felino, ti sembra la cosa più emozionante del mondo. Come per gli altri due gruppi citati in precedenza, la mia sensazione, quando si assiste ad una loro esibizione, è quella di essere trasportato in un altrove fantastico dove, per la durata del concerto, esistono solo la musica, lo stupore e la meraviglia. Qualcosa di molto vicino al concetto di felicità. Se non proprio ad uno stato di grazia.

Basterebbe questo per parlare del concerto di ieri sera. Esibizioni come le loro ti ricordano perché ami così tanto la musica, cosa di essa ti smuove così tanto l’anima. E’ qualcosa che, se non lo provi, non lo puoi spiegare. Ma è dannatamente reale.

Stasera Jacopo è loquace: presenta i brani come se fossimo a sanremo e l’ospite Stefano Pilia risulta, senz’altro, un gradito inserimento… poi ad un certo punto dichiara “questa è l’ultima volta che sentite Carboniferous a Torino” gettando tutti nello sconforto. Finché un valoroso lo prende in contropiede “Vi aspettiamo a Grugliasco!!!!”. Anche a Biella, quando volete!

Postilla: Questo post era nato come un immenso pippone sul fatto che i concerti di grandi dimensioni sono pessimi: costano un sacco di soldi, sono male organizzati, spesso con suoni indecorosi e gruppi bolliti da seguire magari solo su megaschermo, asfissiati da troppa gente che se va bene poga, se va male ti prende a pestoni o a spintoni senza conoscere il passato glorioso del gruppo. Il tutto adesso viene reso ulteriormente inaccettabile con biglietti vip il cui prezzo rasenta la follia, per non parlare del bagarinaggio legalizzato del secondary ticket. Dopo aver assistito ai Sabbath sull’ asfalto nel ’98 ho chiuso con festival e megaconcerti… in giro c’è di molto meglio e alla fine se la gente non lo capisce, peggio per loro. Del resto quando continui a seguire un gruppo nonostante abbia usufruito dell’illegalità per poi scagliarsi contro di essa e nonostante 25/30 anni di dischi pessimi, te li meriti i metallica a 90€ (o anche dippiù).

2 pensieri riguardo “10 anni dopo Carboniferous: la vera eccellenza italiana!

    Pippo ha detto:
    26 maggio 2019 alle 20:11

    carissimo, ma tu che sei un duro e puro come l’hai preso il fatto che i tuoi paladini Zu abbiano fatto uscire un disco come Jhator dove Pupillo e Mai si dilettano con l’elettronica ? E come l’hai preso il fatto che il buon Jacopo Battaglia sia andato a suonare coi i Bloody Beetroots .. si proprio quel Bloody Beetroots che aveva partecipato a Sanremo …

      nxero ha risposto:
      27 maggio 2019 alle 06:00

      Ciao Pippo!
      Che piacere un contraddittorio su queste pagine. Che piacere un contraddittorio con qualcuno che almeno conosce un minimo delle discografie dei gruppi.
      Chiariamo un punto: io non ho nulla contro l’elettronica, ho parecchio contro dei gruppi che si spacciano per alternativi ed in realtà sono solo tamarri vestiti a festa. Indi per Jhator l’ho presa bene: avercela con gli Zu per quel disco è un po’ come avercela con Lou Reed per Metal Music Machine: io non ci riesco. Non lo capisco molto e nemmeno mi ha fatto impazzire (stessa sorte del disco con David Tibet per altro) però ci sta. Io magari avrei denominato diversamente il progetto ma son sfumature.
      Circa la dipartita di Battaglia per Bloody Beetroots, non so che dirti. Non mi piace il personaggio e non mi piace la musica che fa. Ma non mi sento nemmeno di mettere in croce Battaglia, non credo che ne avrò mai occasione eppure mi piacerebbe sapere le sue motivazioni in merito, resta comunque una curiosità da fan. Se è tornato indietro magari c’è un motivo. Non provo disistima per questo: forse perchè il nostro passa anni nell’underground a sfornare dischi dal valore assoluto che nonostante questo hanno un successo limitato o magari perchè ci ho fatto due chiacchiere e mi sembra comunque un personaggio genuino, direi soprattutto perchè pur avendo appartenuto alla scena per anni non ha mai avuto pose da “l’alternativo sono io” come certa gente poi finita a sanremo o nei talent.

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