Mese: Maggio 2021

Cosa starà facendo?

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Non chiedetemi per quale motivo ma Roberto “Tax” Farano ha sempre suscitato in me e nel mio compare di avventura e concerti un fascino particolare. Certo era il chitarrista dei Negazione, aveva un volto che abbiamo sempre considerato particolarissimo, girava il mondo in furgoni scalcagnati, era vissuto in una Torino aspra, quella a cavallo tra i settanta e gli ottanta… ma non era solo questo. Avevamo preso anche a storpiarne il nome (ci perdoni) in qualcosa di onomatopeico che suonava circa come “tazfarrein” o “tazzefarrein” (pronunciato rigorosamente al rallentatore) e spesso c’era un ritornello che si ripresentava: “chissà cosa starà facendo tazfarrein?”. Non che volessimo fare gli stalker o altro, semplicemente in certi momenti finivamo col chiederci dove potesse essere e cosa stesse facendo, così senza motivo: saltava fuori la domanda e basta.

A forza di chiedercelo un paio di volte la nostra curiosità è stata soddisfatta: abbiamo avuto l’onore di incontrarlo in maniera del tutto fortuita. La prima volta all’ auditorium RAI di Torino per il concerto del tour di “Lament” degli Einstürzende Neubauten: non potevamo credere che ci fosse passato davanti e soprattutto non potevamo non salutarlo. L’Oltranzista pretese di lavarsi le mani prima di andare a stringergliele! Fu una cosa che ci fece un enorme piacere e sperammo di non averlo infastidito più di tanto.  La seconda volta ad un concerto di MGZ all’ Hirosgima Mon Amour. MGZ è un nostro eroe da sempre e come non ricordare in questa sede delle hit fantastiche come “Muovete le manine”, “Sempre più veloce”, “Sopravvivo senza un motivo” o “La belva del condominio”? Ma a parte questo ero ben consapevole che fosse in contatto con tazfarrein visto che al mio primo concerto in assoluto dei Negazione (e della vita) al “2” di Cigliano sul palco c’era anche lui che protestava vistosamente perché qualcuno gli aveva rubato la coda. oltre al fatto che, naturalmente, sono collaboratori di lunga data.

Ebbene, a distanza di pochi mesi, rieccolo li, al bancone dell’ Hiroshima, questa volta ci vede lui e ci saluta e noi restiamo quasi di sasso. Avevamo smosso delle energie cosmiche con il mostro tormentone? Resterà un mistero ma qualcosa ci fa sperare di avere dei poteri sovrannaturali.

Tutto questo per dire che Area Pirata ha ristampato “Voglio di più”, secondo lavoro degli Angeli. Chiedersi “chi sono gli Angeli” è come chiedersi “Cosa starà facendo tazfarrein” dopo i Negazione e la collaborazione con i Fluxus (assieme all’altro transfuga Marco Mathieu a cui va sempre un pensiero di speranza e forza) che aveva prodotto il bellissimo “Non Esistere” cosa poteva mai fare? Creare un nuovo gruppo e questi sono gli Angeli.

Nati dalla collaborazione con Massimino Ferrusi (e Marco Conti al basso), diedero alle stampe il primo album intitolato come il nome del gruppo e cantato in massima parte in inglese. Il tocco del nostro è sempre pienamente presente, il suo suono di chitarra si impone subito all’attenzione, ma le sfumature sono più varie che in passato e Farano sfodera una bella voce abrasiva in contrasto con lo stile urlato di Zazzo Sassola che aveva caratterizzato i Negazione e anche con il timbro particolare di Franz Goria nei Fluxus. Ne risulta una miscela interessante che non rinnega le proprie origini HC ma aggiunge delle componenti in più che troveranno una forma compiuta nel secondo lavoro, quello oggetto di ristampa.

Rilasciato all’ inizio del ’99 dopo aver chiamato Luca Marzello in qualità di bassista, ritorna al cantato in italiano ed inizialmente lascia un minimo spaesati: i testi sembrano ingenui e fin troppo naif e quasi incastrati a forza nelle metriche delle canzoni. Dopo alcuni ascolti però, una volta abituati alla madrelingua, il disco mostra appieno il suo valore.  E allora la soddisfazione prende corpo nell’ascoltare l’impatto iniziale della canzone che dà il titolo al disco, l’assalto esplosivo di “Vivo”, la melodia di “Con le mie scuse”, lo sconfinamento nel metal dell’unica traccia cantata in inglese “Breakfast in hell”. A distanza di 22 anni ritorna un disco assolutamente da riscoprire. Chi c’era lo sa già, gli altri si facciano sotto e gli rendano giustizia come merita! Noi ci chiederemo ancora “chissà cosa starà facendo tazzefarrein?” Ma adesso ne sappiamo un po’ di più e, soprattutto, qualsiasi cosa stia facendo gli si vuole bene!

Per noi chiedersi cosa starà facendo tazfarrein è un po’ come chiedersi dove vanno le anatre in inverno a Central Park quando il lago ghiaccia.

Stringere alleanze

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Nonostante il mio amore incondizionato per i negozi di dischi, c’è stato un bel periodo nel quale non li ho frequentati affatto. Tra gli svantaggi del vivere in provincia c’è senz’altro quello di avere la possibilità di imbattersi in negozianti che sembra siano lì per caso. Come già detto nel caso del Discclub, negli anni ’80 era normale: la provincia era un luogo d’ombra assolutamente refrattario a qualsiasi cosa non fosse la norma, sembrava di vivere in farenheit 431 e coloro che avevano una cultura musicale sembravano uomini-disco, votati alla conservazione del patrimonio musicale avulso dal contesto comune. Quando dico questo intendo che anche trovare un semplice fan, chessò, dei Led Zeppelin era difficile e facevi la ola quando qualcuno capiva di che diavolo stessi parlando. La situazione migliorò molto negli anni ’90, complice forse il Babylonia o il ruolo assunto dal suo gestore che contribuiva anche con un negozio di dischi (Paper moon). Aveva un pessimo carattere, trattava tutti con sufficienza, ma alla fine, dopo mille patimenti, i dischi te li trovava: rimembro ancora il giubilo per “Blues for the red sun” dei Kyuss o “How the gods kill” di Danzig in edizione cartonata lunga americana e primo incontro -alien escluso- con H.R. Giger.

Quando lasciò il negozio, per un po’ le cose continuarono a girare. Poi ricominciò un tira e molla fatto di mille difficoltà a reperire quello che chiedevo, poi diciamolo… era arrivato internet. E non sto parlando di canzoni scaricate da Napster (che usai davvero poco rispetto alle sue potenzialità) e nemmeno di streaming (quello arrivò dopo), sto parlando di ordinare on-line. Per un bel periodo ordinai dagli USA, laggiù avevano dei prezzi talmente bassi da compensare tasse e spese di spedizione (purtroppo quella cuccagna è finita da un pezzo, ho completato fior di discografie a quel modo), poi arrivarono ebay, discogs, amazon, la feltrinelli, IBS, qualsiasi sito dal quale fosse possibile farsi arrivare della musica.

Se uno come me abbandona i negozi di dischi sicuramente ha un motivo valido per farlo, altrimenti negozi di dischi tutta la vita. Per quanto mi concerne i motivi sono i seguenti:

  • L’attesa: capisco che sia impossibile rivaleggiare con amazon et similia in rapidità ma, inserite un’imprecazione pesante a scelta, attendere 3 mesi un disco che a me arriverebbe in due settimane dagli USA, io non lo trovo accettabile. Voglio dire: io sono un privato qualsiasi e riesco a farmi arrivare la roba mesi prima di te che dovresti avere dei canali di distribuzione come si deve? Qualcosa non va. Alle volte (vedi il disco dei Coriky) ho perfino disdetto il disco dalla disperazione: il disco era stato posticipato causa covid e poi si erano bellamente dimenticati di rimetterlo in ordine (inni sacri a volume assordante a coprire gli improperi): chissà perché non mi son fatto più vedere.
  • La competenza: senza troppi giri di parole (e scusando la volgarità in  veneto) mi sono rotto il casso di dover fare lo spelling del nome dei gruppi. Non pretendo che conoscano l’ oscuro progetto underground della, chessò, Bielorussia, ma se ordino (perché non sia mai che tu li abbia già in negozio) un disco degli High On Fire o dei Clutch, almeno che tu sappia come si scrivono (altre imprecazioni, ma si sappia che sono esempi reali).

Totalmente deluso dai rivenditori della mia zona, fortunatamente non sono il tipo che demorde. A circa una mezz’ora da dove vivo per fortuna c’è  Ivrea e Discooccasione. Frequentavo già il negozio saltuariamente non essendo particolarmente comodo andarci, tuttavia vedevo che era assortito e che il titolare, Roberto, sapeva assolutamente il fatto suo. Più tardi scoprii che teneva banchetti in varie occasioni di concerti dal vivo (vedi Desertfest e altri) e mercatini dell’usato, comunque stringemmo alleanza quando acquistai un CD dei Belzebong ( …sì è un gruppo stoner, per giunta polacco), quando mi disse “finalmente qualcuno che ascolta roba pesante!”

Galeotto fu il disco e chi lo registrò!

… da allora mi faccio mezz’ora di strada (di solito in moto) con il sorriso stampato sulla faccia, ordino via whatsapp e sono felice alla faccia di amazon e di tutti gli altri. Credo di aver avuto le lacrime agli occhi quando, l’ultima volta che ci siamo visti gli chiesi se aveva delle copie in vinile dell’ultimo dei Godspeed you! Black emperor, conscio dell’impresa impossibile visto che era esaurito su bandcamp, e ne aveva ben tre copie in casa, di cui una sotto il mio naso imbarazzato. Poco importa se avevo già ordinato il CD che sarebbe arrivato con nota autografa (!) tre settimane dopo dal Canada: ne ho preso una copia per me e una per l’Oltranzista (è in salute, grazie per l’interessamento).

Lacrime!

Il negozio è piuttosto piccolo, ma è stipato di dischi, in penombra si scorgono anche manifesti e riviste musicali, tutto molto bello, tutto molto vecchio stile. Situato in una via laterale rispetto al corso pedonale principale della città eporediese, va quasi scovato ma difficilmente lascia indifferenti. Il titolare è in contatto con diverse distro, garantisce sempre prezzi al di sotto della media ed è ben difficile che gli chiediate un disco di un gruppo che non ha sentito almeno nominare; spesso si trovano dischi lì direttamente, ma anche ordinandoli non si resta delusi.

Il momento non è facile per tutti i negozi di dischi tra covid (i negozi di dischi restano chiusi più delle librerie: evidentemente è cultura di serie B rispetto ai libri, se ci devi campare peggio per te), filesharing e streaming. Quelli meritevoli vanno assolutamente supportati, datevi da fare a trovarli perché esistono!

Vinyl is not dead, long live record shops!

Dieci dischi per gli anni 10

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Traggo ispirazione per questo post dagli amici di Metalskunk per stilare una lista dei dieci dischi del passato decennio che ritengo maggiormente meritevoli… spesso poi non sono gli stessi che hanno vinto il classificone di fine anno, con il tempo gli ascolti si stratificano e le cose cambiano. Io sono un tipo solitamente categorico e monolitico, ma mi vengo a noia spesso, quindi può succedere anche un clamoroso cambio di idea o che con gli ascolti emergano cose che mi convincono poco. Poi c’è il fattore affettivo, poiché accade spesso che ci si affezioni a un disco con il passare del tempo… ma bando ai sentimentalismi in nessun ordine particolare ecco la lista:

Edda: Graziosa Utopia (2017).

Se dovessi (a forza) scegliere un disco di musica popolare italiana sceglierei Edda a mani basse. Questo disco rappresenta probabilmente il miglior disco di musica italiana degli anni 10. E “Spaziale” nello specifico la migliore canzone italiana del decennio. Edda è un personaggio vero, schietto, imprevedibile, appassionato e stralunato. In una parola: unico, questo è il suo pregio più grande. E non conosce pudore, fa saltare gli schemi, irride i filtri. Non so quanti, oggi giorno, possano fare altrettanto nel panorama italiano, sicuramente nessuno al suo livello. Questo è il suo disco più popolare, quello che maggiormente lo vede avvicinarsi alla tradizione italiana, ma niente paura: la sua versione della musica italiana potrebbe assomigliare alla una versione della sobrietà proposta da Bukowski.

STORM{O}: Finis Terrae (2019).

Se invece dovessi scegliere un disco di musica incazzata italiana, con gli STORM{O} vado sul sicuro. Il furore dei feltrini non ha, al momento, eguali nel nostro paese. Ci sono molte altre realtà interessanti ma loro rappresentano senza dubbio la punta di diamante di quanto prodotto nel nostro paese al momento. Con dei testi a metà fra la poesia e l’ermetismo, una proposta musicale che, partendo da una solida base HC, ne evolve la concezione fino a portarla a un livello superiore come solo i migliori sanno fare (Converge?) in “Finis Terrae” fissano nuovi standard per il genere in Italia ed all’ estero. Un assalto che lascia spiazzati, una veemenza che annichilisce e non può lasciare indifferenti. Soprattutto sono personali e coinvolti, persone con una coscienza sociale e un’ attitudine che è direttamente discendente dalla gloriosa tradizione italiana hardcore dei primi anni ’80. Solo rispetto e ammirazione per loro.

Messa: Feast for water (2018).

Non troppo distanti sul territorio ma decisamente distanti musicalmente parlando ci sono i Messa. La loro musica notturna ed avvolgente, una diretta evoluzione del doom in chiave personale e passionale, ribattezzata da loro stessi scarlet doom. “Feast for water” è stata una scoperta bellissima, un disco che è seriamente riuscito ad ipnotizzarmi con le sue spire che sanno di buio ed incenso. Se ne sono accorti anche all’ estero tant’è che attualmente, dopo aver suonato in mezza Europa, stanno lavorando al nuovo disco su Svart records, le premesse per un altro lavoro intenso e di “spessore” ci sono tutte.

Colle Der Fomento: Adversus (2018)

Ammetto candidamente di non essere un super appassionato del genere: per me il rap in Italia si è sempre identificato con tre, quattro nomi al massimo: Assalti frontali, Frankie HI NRG (che pessima fine ha fatto?), al limite Caparezza e poi i Colle Der Fomento. Ebbene, detto da un non esperto: Adversus è il miglior disco di rap mai inciso in Italia. Senza troppi giri di parole: non ho mai sentito di meglio quanto a musica e testi, semplicemente un disco imbattibile. Costruito pezzo su pezzo, mattone su mattone, trave su trave mentre la vita continua a scorrere e a lasciare cicatrici visibili e ferite profonde, scalfitture sulla maschera da guerra. Nonostante il selvaggio impoverimento stilistico-culturale della scena, nonostante le difficoltà e le tragedie personali, nonostante le avversità della vita quotidiana: in faccia a tutto questo nel 2018 esce questo disco magistrale.

Clutch: Earth Rocker (2013)

Se il rap è messo molto male rispetto ad un glorioso passato, saranno almeno cinquant’anni che si vocifera che il rock è morto. Credeteci, oppure ascoltate questo disco dei Clutch. Un solido concentrato di adrenalina e orgoglio di un gruppo che ha sbagliato poco nella sua carriera, ma che qui raggiunge probabilmente il suo apice recente. Un disco genuino, fiero e colmo di attitudine, qualcosa che tutti cominciavano a dare per dispersa. Preparatevi ad essere travolti e a ricredervi. Neil Fallon e compagnia non si daranno mai per vinti: non fatelo nemmeno voi!

High On Fire: Luminiferous (2015)

A proposito di risurrezioni, come sta messo l’heavy metal? Non sta benissimo pure lui, se qualcuno a metà degli anni 10 mi avesse chiesto di fargli sentire qualcosa di indiscutibilmente pesante e potente con “Luminiferous” non avrei avuto dubbi. Lasciata alle spalle la pesantissima e sfortunata eredità degli Sleep, Matt Pike nemmeno volendo sarebbe stato in grado di fermare quella cascata di riff che gli sgorga spontanea dalle dita. E almeno fino a “Luminiferous” la sua è stata una cavalcata travolgente. Brani serrati, furenti, con poco spazio per rifiatare (forse solo durante “The Falconist” e “The Cave” che comunque si presentano rocciose al punto giusto) e sorretti da una sezione ritmica dirompente, difficile muovere un appunto a questo trio. Purtroppo le cose si sfasceranno dopo: “Electric Messiah”, con tanto si dedica a Lemmy, risulta un disco stanco anche se non del tutto pessimo… i problemi di salute dello stesso Pike e gli anni on the road cominciano a farsi sentire e alla fine anche l’abbandono del batterista storico Des Kensel (bravissimo) lanciano qualche ombra sul loro futuro, ma Pike saprà prendere la situazione in mano anche questa volta!

Sleep: The Sciences (2018)

Altro giro, altro Pike: questo disco doveva esserci. La carriera degli Sleep si era chiusa con un’ingiustizia tale da chiedere vendetta. Tutto il casino successo con “Jerusalem/dopesmoker” dimostra quanto triste possa diventare suonare quando si ha a che fare con case discografiche incompetenti che mettono sotto contratto i gruppi senza nemmeno informarsi un minimo su chi siano e quale sia la loro attitudine. Ci sarebbe anche da rincarare la dose sulla libertà artistica ma non mi sembra questa la sede. il 20 Aprile 2018 esce, quasi senza preavviso, il nuovo degli Sleep. Dopo molti concerti con Jason Roader dei Neurosis alla batteria (il batterista originario Chris Hakius si è ritirato dalle scene ma non lo dimenticheremo mai!) la cosa era abbastanza nell’aria, ma nessuno sapeva dove e quando… e alla fine l’hanno fatto: senza tante cerimonie. Chi ha amati non può prescindere da questo disco, che non tradisce le aspettative e glorifica appieno il loro sfortunato passato.

Chelsea Wolfe: Abyss (2015)

Se non conoscete ancora la Sig.ra Wolfe, il mio personale consiglio è quello di procurarvi tutta la sua discografia. detto ciò questo disco rappresenta quello cui sono maggiormente affezionato. Suppongo che per i fan di vecchia data questo disco abbia rappresentato un colpo: non che sia un taglio netto con il passato in termini di tematiche, tuttavia musicalmente le tinte si fanno cupissime, elettriche e grevi, tanto che più volte sono stati fatti accostamenti a generi come il doom o addirittura il drone che sicuramente nessuno avrebbe tirato in ballo prima. Personalmente non posso che gioire della svolta, la Wolfe dimostra un’apertura musicale con un’ispirazione e una bravura (sembra un termine banale, trovatene voi un altro se ci riuscite!) non comuni, facendo centro al primo tentativo… non mi sembra assolutamente una cosa da poco.

Triptycon: Melana Chasmata 2014

Probabilmente il disco più oscuro del decennio. Tom G. Fischer, unico sopravvissuto dei fondamentali Celtic Frost, fa uscire un disco bellissimo, per quanto di difficile ed impegnativo ascolto. Un lavoro che costringe l’ascoltatore ad un lavoro su se stesso per attenzione e coinvolgimento, un vero e proprio viaggio nell’immaginario del musicista svizzero, con tanto di supporto visivo di H.R. Giger (che grandissimo maestro dell’immaginario abbiamo perso!), un percorso nel quale perdere ogni riferimento, come se tutto si facesse oscuro, senza nemmeno la stella polare cui rivolgersi. Un movimento concettuale che si spinge oltre le coordinate tracciate con il compagno scomparso (Martin Eric Ain, altra grandissima perdita) nello spazio più remoto ed inquietante, dal quale non è possibile ritornare uguali a prima.

N.B.: Sono rimasti fuori molti dischi che ho amato (es.: Monolord, Goatsnake, Tool, Neurosis, Converge, Unsane, Melvins etc…) ed alcuni miei gruppi feticcio (Godspeed You! Black Emperor, Sunn 0))), Zu etc…), nel primo caso si tratta solo di aver dovuto limitare il discorso a 10 dischi, nel secondo caso dipende dal fatto di preferirli nettamente dal vivo, magari si potrebbero rifare con i concerti del decennio! DOVEROSO aggiungere che, Ovviamente, mancano i Black Sabbath ed il loro “13“, ma non credo fosse necessario includerlo: nonostante il non riuscitissimo innesto di Brad Wilk alla batteria, rimane un disco realizzato molto meglio di quanto fosse lecito aspettarsi. chi li ama li segue e io sono fra questi, non sono un gruppo, sono un culto!

Al Discclub

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Quando sei un ragazzino delle medie e vivi negli anni ottanta nella provincia italiana non è che tu possa avere chissà quale accesso alla musica alternativa. Vivacchi tra il fascino di tuo padre per Jimi Hendrix (“quello che suona la chitarra coi denti” cit.), il sacro vinile di “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band” di tua madre (che poi, con uno scellerato gesto, verrà disperso dalla genitrice), la tua vicina di casa più grande innamorata di Rod Stewart, Leif Garrett e Miguel Bosè e ti fai tanta tenerezza a rivederti com’eri.

La stessa vicina ti instrada verso la musica attraverso una radio di Alessandria la B.B.S.I. (che sia una coincidenza che si pronunci come la radio/TV di stato inglese?) e verso un negozio di dischi (il”Discclub” appunto) dove poter comprare le scempiaggini trasmesse dalla suddetta radio che vive di dediche e annunci pubblicitari. Ascolti quello che passa il convento del tutto ignaro del fatto che un paio di lustri prima il mondo è stato sconvolto dal punk e qualche decennio prima c’era la summer of love, la psichedelia, l’hard rock eccetera eccetera.

Il negozio, fallito e (giustamente?) dimenticato da anni si trovava nella via centrale della città allora non ancora capoluogo di provincia. Era un buggigattolo stretto con dentro quasi solo musica commerciale e dei commessi attempati non in grado di vedere più in là del loro naso. Un ottimo impatto iniziale, ne converrete. Ti rilascia una simpatica “Tessera fedeltà” che garantisce un disco omaggio (o uno sconto, non ricordo più bene) quando sia completa di timbrini.

Tanto per capirci il livello era questo… “Are you a boy or a girl?”

Se la televisione non brillava per apertura mentale e cultura, nella provincia era anche peggio. Fortunatamente la tessera non arriverà mai alla fine. Arrivi alle superiori e ti si spalanca un mondo e capisci che quello racchiuso tra quelle quattro mura in centro e quella musica alla radio non ti appartiene più e probabilmente non l’ha mai fatto, solo che non avevi gli strumenti per saperlo. La prima volta che provi a chiedere qualcosa di diverso da quello che trattano, pensando ingenuamente che in un negozio di dischi ci fossero tutti i dischi, ti guardano storto e tutto quello che riescono a proporti sono gli Scorpions (che non fosse per “Still loving you” non avrebbero nessuna probabilità di conoscere) ed è un punto di svolta. Ti lasci tutto alle spalle e cominci ad essere te stesso.

Una volta Blixa Bargeld disse di essere maggiormente influenzato dalla pessima musica, perché gli dava modo si sapere esattamente ciò che non voleva essere. Ecco, Devo proprio dire grazie al Discclub in questo senso.

Parafrasando Paul Nizan: “Erano gli anni ’80 e non permetterò più a nessuno di dire che questo decennio sia stato il più bello dello scorso secolo”.