Mese: gennaio 2022

Ero un tasso prima di te

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Il tasso è un animale che chiunque abiti nella mia provincia consce bene. Sembra una nuvola grigio chiaro che cammina ed ha dei contorni indefiniti che assumono una forma compiuta solo quando lo si guarda in faccia. Da noi ha la fama di essere discretamente irascibile soprattutto se si entra nel suo raggio d’azione. Anni fa ho anche scoperto a mie spese che con il suo pelo si fanno pennelli da barba, l’avessi saputo non avrei mai comprato un pennello da barba. A me sta simpatico come animale, anche sulla copertina dei Del Norte da Pesaro.

Questo disco sembra uscito dalla produzione di Steve Albini, invece hanno fatto quasi tutto in casa (ad eccezione della batteria) con un suono finalmente sporco, grezzo e genuino come quasi non se ne sentono più. Sonorità come queste mi fanno pensare al me stesso 20enne alle prese con Nirvana e Dinosaur Jr. a quel periodo magico che furono gli anni ’90, ai CD, alle cassette ed ai vinili che allora erano pesantemente in declino. Non ho realizzato quanto ne avessi bisogno fino a quando è partita la prima nota, al che ho realizzato che avevo incosciamente abbandonato quel filone tempo fa ma senza una ragione precisa, forse anche perché nessuno lo suonava più. A un certo punto, morto Cobain, sciolti i Dinosaur jr., in crisi di identità un po’ tutti gli altri e con l’avvento dei suoni digitali, l’interesse era andato un po’ scemando, ma aveva continuato a covare sotto la cenere tanto che poi lo stesso J Mascis ha rianimato il dinosauro (anche se con meno ispirazione di prima…) e l’interesse si è ridestato in tutti coloro che hanno amato certe atmosfere .

Piazzate in un vecchio frullatore rumoroso i Dinosaur Jr., i Nirvana e molto noise-rock, con un retrogusto di fuzz e distorsioni assortite, aggiungete una voce stralunata ed a tratti eterea, una batteria possente e un suono sornione e ipnotico come un mantra elettrico. Frullate tutto nel cuore della notte fino a svegliare il quartiere intero. Questi sono i Del Norte, o almeno la descrizione migliore che riesco a farne, salvo che poi in qualche frangente tirino fuori anche un lato più intimista che completa il quadro.

Difficile descrivere le sensazioni che provocano, almeno a me fanno venire in mente il tempo che fu; ad ascoltatori più giovani non ho proprio idea di che effetto possano fare, ma proprio per questo sarebbe il caso di provare: la versione digitale del disco costa 3€ ma ne vale molti di più.

Ps.: Se ne parla anche qui e qui

Gli algoritmi non funzionano (almeno con me)

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Ormai è esperienza comune che vi siano siti che suggeriscono qualche prodotto in base a ciò che uno ha comprato in precedenza. I siti lo fanno con un algoritmo di profilazione che serve a farsi un’idea dei gusti e delle esigenze delle persone per, in qualche modo, indurre le persone al consumo di prodotti similari. A parte che è un detestabile tentativo di ridurre tutto a un modello matematico per cui se amo i Carcass o i Napam death non sarò mai un fan dei Sigur Ros, per dire, a mio parere è anche un’intollerabile intromissione nella mia sfera privata e nel mio portafoglio. Quindi ignorateli e basta. Un conto è la chiacchierata con il commesso di un negozio di dischi con il quale si scambiano opinioni circostanziate e competenti, un altro una macchina che fruga nelle tue tasche. Solo perché mi piace il metal si suppone che mi pacciano:

  1. I Judas Priest: Mai potuti sopportare pur riconoscendone i meriti, non è il genere di metal che fa per me con quelle voci acute e la tendenza all’epicità che poi è sfociata in un genere che detesto chiamato power metal. Non ci siamo, al massimo arrivo agli Iron Maiden dei primi sette dischi però: i primi due avevano addirittura un’irruenza post punk che i Priest non hanno mai avuto.
  2. I Manowar: Vedi sopra ma all’ennesima potenza, con un restrogusto tamarro e intransigente che me li rende ancora più invisi. N.C.S. come diceva il vecchio Zampetti.
  3. Il Power Metal: Per estensione di quanto tetto sopra, salvo che poi sono arrivate certe estremizzazioni risibili che non riesco a reggere, in particolare l’uso delle tastiere che sono uno strumento che riesco a reggere solo in pochi gruppi (Type O Negative, Skepticism e chi altro?) e che, in certi casi, arrivano a sovrastare tutto con un retrogusto di plastica anni ’80 (chi ha detto Rhapsody?)

Tanto per fare degli esempi, è poi bellissimo che vedendo la mia passione per il rock mi vogliano rifilare vasco e ligabue. Grazie, mi sembra di rivivere i vecchi tempi in cui tutti quelli che mi circondavano tentavano di rifilarmi le due glorie nazionali, solo che ricoprire di improperi uno schermo non dà la stessa soddisfazione.

La consapevolezza di non poter essere ridotto ad un modello o ad un algoritmo fornisce una dose di soddisfazione. Il fatto che mi vengano in mente letteralmente canzoni di qualsiasi tipo (anche che detesto) dagli inni sacri alla bieca musica commerciale degli anni ’90 mi riempie di orgoglio. Inquadratemi se ci riuscite. Una sera non riesco a levarmi dalla testa una tamarrissima “What is love” di Haddaway (ho duvuto guardare come si scriveva che non me lo ricordavo più accidenti a lui agli Snap! ed ai Technotronic), degna delle peggiori discoteche del biellese di un epoca lontana e giunta da chissà dove ad infestarmi la mente, la sera dopo sono qui che sbavo sull’ esordio dei W.A.S.P. del 1984 pensando che, vaffanculo, chi diavolo sono i Motley Crue? Una bomba rock del genere se la sognano solamente. Il batterista era un vero animale, Chris Holmes animale a sua volta (ma per altri motivi eh eh) e su tutti Blackie Lawless: che frontman e che voce ineguagliabile! Su il volume!!!

2021

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10. Melvins: working with god. Questo disco è un classico disco dei Melvins vecchia maniera. Per chi li conosce nulla di nuovo: ci sono i loro classici scherzi da prete (la proto-versione del classico dei Beach Boys e quella in cui mandano tutti affanculo), bei riffoni portanti a supporto delle composizioni. In questo disco è tutto apposto, i Melvins che, finalmente, tornano a fare i Melvins. Non finirà in nessuna lista di fine anno ma finisce nella mia perché, da loro ammiratore, avevo bisogno di un disco come questo. Salvo che poi si siano subito smentiti: certo che se c’è una cosa da dire sul gruppo del Washingston state è che non sono fatti per accontentare tutti.

9. Nick Cave, Warren Ellis: Carnage. Spero di non prendermi del nostalgico a tutti i costi ma pur trovando spunti interessanti nel nuovo corso di Nick Cave con il timoniere Warren Ellis, io continuo a preferire la vecchia produzione con i vecchi Bad Seeds. Per me non c’è partita. Eppure questo nuovo capitolo convince, è bello nel suo essere scarno come al solito. Però forse con l’età è venuto a mancare l’impeto emozionale dei vecchi tempi. Senza contare che restare senza due geni musicali come Herr Bargeld e Mr. Harvey, per un pur meritevole Ellis, sicuramente è un’operazione al ribasso. A me questi dischi piacciono ma mi risultano freddi, in molti li apprezzano, io faccio molta fatica pur riconoscendone il valore.

8. Carcass: Torn arteries. Sempre un piacere parlare di Jeff Walker e soci. Questa volta non fa eccezione, sono in forma e all’altezza del nome che portano. Se poi volete fare dei paragoni ingombranti col loro passato, continuare a lagnarvi che Ken Owen non è più della partita e via discorrendo, siete liberi di farlo. Io ho scelto di alzare il volume e godere della loro ultima fatica, non è un’impresa impossibile nemmeno nel 2022.

7. Mondaze: Late Bloom. Mentre molti indugiano in cosucce tipo la synth wave et similia, per il secondo anno di fila ospito nel listone di fine anno un gruppo che fa un genere con dentro la parolina gaze. Stavolta, dopo i Nothing l’anno scorso, tocca a i Mondaze da Faenza con furore. La cosa bella di questo genere è che potenzialmente a tutti gazer piace alzare il volume a dismisura facendo rimbombare tutto. Sembrerà una bestemmia ma la cosa funzione bene con i Carcass e anche con i Mondaze, ovviamente sono diverse le sensazioni ma questo disco ha comunque molto da offrire anche ad un appassionato di cose molto più brutali e trucide. Un bellissimo esordio.

6. Coverge: Bloomoon I. Di questo disco ho già parlato, mi sembra un lavoro meritevole ma un po’ discontinuo e che, alla lunga, non mi ha fatto venire troppo spesso voglia di essere riascoltato. Ancora un giudizio un po’ sospeso: magari poi a distanza di tempo potrebbe venire assimilato meglio almeno dal sottoscritto, le perplessità tuttavia non smorzano l’interesse per un possibile vol. 2.

5. Amenra: De Doorn. Poco da aggiungere anche qui, il solo limite degli Amenra è che fanno musica che è di difficile ascolto. Bisogna essere nella giusta predisposizione spirituale e allora se ne fruisce nel modo migliore e se ne traggono belle soddisfazioni. Il cantato in lingua fiamminga, a mio modo di vedere, aumenta di molto il fascino della loro proposta, anche se non ne capisco praticamente una parola.

4. Godspeed you! Black Emperor: G_d’s Pee AT STATE’S END! Bellissimo lavoro della band canadese, che questa volta, più che in passato, riesce ad essere quasi più fruibile, con passaggi di una bellezza assoluta che rimangono molto più in testa anche a distanza di tempo. Non vedo l’ora di sentire questi brani dal vivo, con il supporto della parte visiva: in tale caso sarebbero già da adesso da mettere al primo posto.

3. Jointhugger: Surrounded By Vultures. Buonissima seconda prova della band norvegese, che incorpora maggiore psichedelia nel proprio suono rinunciando a qualcosa in pesantezza: il risultato è comunque da applausi, un gruppo come ormai se ne sentono pochi. A partire da qui, le loro possibilità evolutive per il futuro hanno mille direzioni, tutte da esplorare.

2. Monolord: Your Time To Shine. Gli svedesi sono ormai un’istituzione e si confermano ancora alla grande con questo disco, molto più oscuro e dolente del precedente. Inizialmente mi aveva quasi respinto, poi mi ha definitivamente conquistato: è un vero e proprio gioiello.

1. Green Lung: Black Harvest. Vincono a mani basse. Hanno i riff, hanno il groove, soprattutto l’immediatezza ed il coinvolgimento che creano con le loro canzoni non hanno praticamente eguali nel panorama odierno. Per riassumere: hanno un gusto per la canzone invidiabile. Ogni brano è un inno da cantare a squarciagola, una marcia trionfale, un coro da stadio dell’occult rock. Forse poco impegnativi e un po’ facili ma in questi tempi difficili avevo proprio bisogno di un disco del genere.

Torino, 24 dicembre 2021

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Prima di parlare di qualsiasi altra cosa: Marco Mathieu non è più tra di noi dalla vigilia di Natale. Quando ho iniziato a vedere sue foto che apparivano su facebook ho iniziato a farmi salire il magone, subito non riuscivo a leggere e poi alla fine l’ho fatto. Purtroppo era una notizia che era lecito attendersi, non per questo risulta essere meno dolorosa o facile da leggere. Dopo quattro anni di coma in molti, alla fine, hanno pensato che fosse meglio così. In alcuni momenti io stesso, ma non riesco ad essere lucido, non riesco a essere razionale, non riesco a guardare le cose con distacco. Ogni volta che vedo una sua foto mi si bloccano i pensieri, mi scorrono davanti mille ricordi. Ho scritto più volte di quanto fondamentali siano stati i Negazione nel mio percorso di crescita personale, musicale, culturale: non ho voglia di ripetermi ancora.

Rimane la tristezza per una persona che lascia dietro di sé tanto e la cui vita è stata di ispirazione per molti, compreso il sottoscritto. Rimane una sensazione di impotenza e vuoto per come è finita e per tutto quello che resta inespresso, per tutto quello che avrebbe ancora potuto dire. Queste poche parole, del tutto insufficienti ad esprimere qualsiasi cosa, dovevo però scriverle, se non altro per ricordare a me stesso e a chi è in grado di sentirlo, che lo spirito continua, sempre!

Negazione (Fonte Wikipedia)