Mese: febbraio 2022

Trent’anni di Rumore

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La copertina del trentennale (fonte: rumoremag.com)

In questi giorni una delle poche riviste di musica sopravvissute celebra i propri trent’anni. Trent’anni: una di quelle cose che ti fanno riflettere per forza sul tempo trascorso. Non voglio scrivere uno di quei post vittimisti sul fatto che mi fa sentire vecchio, perché vecchio io non mi ci sento, però vale la pena ricordare. Ricordare che sentii per la prima volta nominare il giornale vicino alla stazione di Porta Nuova a Torino, da un ragazzo dal nome francese di Torre Pellice che faceva il politecnico come me. Io l’avevo notato perché aveva un’ amica bellissima della quale sapevo solo il nome ed il fatto che avesse i capelli rossi, di quelli in grado di brillare in mezzo ad un’aula di trecento persone. Ovviamente non ci scambiai mai nemmeno una parola e anche di quel ragazzo persi presto le tracce. Il giornale però lo presi, in più e più occasioni.

Mi ricordo anche che quel ragazzo, accennando a Rumore, mi nominò per la prima volta PJ Harvey, mi disse che suonava una “specie di Nirvana più indie e con la voce femminile”, fa sorridere a pensarci adesso, anche perché lo stesso Cobain disse in più di un’occasione di apprezzare molto “Dry”. In particolare una volta pubblicarono un’ illustrazione della sua canzone “Fountain” che mi perseguitò per tantissimo tempo, dando quasi forma ai miei pensieri più autodistruttivi, in un periodo veramente buio che non accennava a passare mai.  

Una canzone lacerante e bellissima che non smette di riaprire ferite

Spesso mi ci trovavo in disaccordo, non riuscivo a leggerlo nemmeno tutto (va detto che c’è sempre una gran quantità di contenuti), sapeva un po’ di critica a tutto tondo, era un po’ troppo generalista e saputello per i miei gusti. Però sicuramente era sempre fonte di riflessione, mi fece scoprire cose che non avrei mai sospettato di essere in grado di ascoltare (i Nine inch nails, per dirne una…) e la copertina dedicata a Kurt Cobain nel mese in cui morì la tagliai via e me la appesi in camera. Ci restò per degli anni. Leggere Rumore era un po’ come ampliare gli orizzonti, spesso troppo limitati da una sedicente fedeltà al proprio genere musicale preferito. Mi facevano anche arrabbiare parecchio, tipo quando glorificavano musica pessima tipo i fratelli chimici o quelli con punk nel nome ma che di punk non avevano proprio nulla, oppure quando si permettevano di criticare Electric Ladyland. Recensivano sempre dischi del mio genere musicale preferito, ma sono spesso gruppi che nessun altro tratta. Non ho mai capito perché ma era, a suo modo, affascinante come pure il fatto che ci scrivesse il bravissimo Claudio Sorge (e ancora lo fa…), che seguivo anche in radio nel suo spazio “Rumore 3: essi vivono” all’interno di Planet Rock, nientemeno che sulla rete nazionale.

Nella fase iniziale era coinvolto anche il mai troppo ricordato Marco Mathieu, che viene giustamente citato nel numero del trentennale, insieme con molte altre storie che sicuramente si possono accumulare seguendo il mondo della musica e le sue evoluzioni dal punto di vista editoriale. Interviste saltate, concerti in condizioni impossibili, litigi con i promoter, errori di ogni tipo, copertine uguali ad altre riviste, recensioni negative di dischi diventati poi epocali (mi ricordo una recensione di “Grace” di Jeff Buckley decisamente tiepidina per il gran disco che è o la stroncatura di “Ok Computer”), gruppi esaltati e poi rivelatisi fuochi di paglia… in trent’ anni ci sta tutto ed è giusto celebrarlo. Soprattutto è bello che ancora esista e resista.

Ultimamente acquisto una copia ogni tanto, quando vedo cose interessanti, ma stavo valutando l’idea di abbonarmi, tanto per andare controcorrente e per ricordare a me stesso che, oltre al formato fisico della musica, anche quello della rivista continua proprio ad avere tutt’un altro fascino.

Mark Lanegan, 57 anni

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L’annuncio è laconico. Salta fuori in mezzo a mille altre insostenibili notizie sciatte da social, è morto Mark Lanegan. Devo rileggerlo, una, due, tre, dieci volte. Non è mai stato un salutista l’amico di Ellensburg, ma nulla lasciava presagire una sua dipartita a 57 anni appena, sembra incredibile pensando alle cose che avrebbe ancora potuto dire e che adesso non verranno dette mai più.

La sua autobiografia racconta di una vita difficile, di un carattere scontroso e respingente, di amici morti come mosche tutto intorno e adesso anche lui. Sembrava un sopravvissuto in mezzo a tutto quel silenzio che era rimasto dopo la fine degli anni novanta, uno dei pochi che speri non abbandoni mai le scene, che vada avanti, perché comunque ha qualcosa da dire: un’anima profonda come un abisso che ancora non è stato sondato fino in fondo, un’anima profonda come la sua voce.

Sono riuscito a vederlo all’ Alcatraz di Milano nel 2015, aggrappato all’asta del microfono e quasi immobile, ogni tanto inforcava gli occhiali, avvolto nelle scarse luci colorate. Forse non era più in forma come un tempo, ma il fascino non l’aveva comunque perso e fu un onore assistere a un suo concerto e vederlo sorridente abbracciare i fan alla fine.

Una mia amica mi ha scritto che resteranno solo pessimi musicisti, la mia risposta è stata che non è vero ma ieri sera abbiamo fatto un enorme passo in quella direzione. Oggi il mondo è un posto più vuoto e non c’è nulla da fare.

Odio gli epitaffi on line ma due parole dovevo dirle.

L’ultimo profeta!

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Dovendo scrivere un post su  Mauro Guazzotti, in arte MGZ, non so davvero da dove cominciare. La prima immagine che ho di lui è in un’improbabile costumino rosso attillato da pseudo lottatore che saltella ovunque durante il leggendario concerto dei Negazione al 2 di Cigliano lamentandosi di qualcuno che gli aveva staccato la coda e voleva tenersela come cimelio. Durante un concerto hardcore (il primo conecrto della tua vita scelto autonomamente, tra l’altro) vedi questo tizio peloso ma calvo, coi capelli laterali lunghi saltare fuori dal nulla, misurando a balzelli il palco e facendo delle smorfie improbabili. Sicuramente un’immagine che lasciò il segno… solo che non avevo la minima idea di chi fosse.

Occorrerà aspettare qualche anno perché torni a farsi viso sul palco del Babylonia anche se non collegai le cose e mancai l’appuntamento. E poi, a forza di frequentazioni, articoli su riviste, amici vari il Profeta mi apparve. Più o meno all’epoca dell’uscita di “Cambio vita”, imprescindibile primo capitolo discografico del nostro. Non assomigliava a nulla di quanto avessi visto fino a quel momento. La musica mi era resa sopportabile solo dalla chitarra di Roberto “Tax” Farano o di Dome La Muerte, per il resto era elettronica piuttosto tamarra e mi schifava abbastanza. Solo che aveva dei test geniali e, alla fine, riuscii a contestualizzare anche quella.

La sua proposta era teatro, cabaret, musica: punk, elettronica… solo apparentemente demenziale. Personale, sognante e visionario come solo un personaggio assolutamente fuori dal mondo può essere. Su di lui girano leggende e dicerie, oscuri esordi nell’ambiente punk fatti di performance sullo sfondo di diafane lastre a raggi x. Chissà cosa c’è di vero. Io Mi ricordo leggendari concerti, questo sì. Sempre seguito da gruppi di persone, all’epoca furono “Le Signore” in seguito le “Buru buru girls” e poi chissà che altro, sul palco è uno spettacolo multicolore con travestimenti, balli e saltimbanchi. Coriandoli, bolle di sapone, stelle filanti, trucco e bandiere sventolanti in quello che potrebbe sembrare un circo deviato o una festa per bambini cresciuti con qualche turba, ma non di quelle moleste.

Alcuni dei concerti di MGZ resteranno nella storia, purtroppo non ho grandi rifermenti temporali, le date si confondono nella memoria, eppure la prima volta dopo tantissimo tempo dopo che ne avevamo perso le tracce fu una storica serata al CSA “Il Gabrio” di Torino. Un vero e proprio evento che fece sì che ci muovessimo in quattro dalla provincia con due bottiglie di CocaCola truccata col rum del discount. Sapeva di acquaragia e ne bevetti mezzo sorso per poi lasciarlo ai compagni di viaggio. Ovviamente uno finì per disegnarmi una “fiamma delle hot wheels” di vomito sulla portiera mentre parcheggiavo una volta giunti a destinazione: aspettare di scendere no eh?! Il concerto fu divertentissimo e dissacrante… peccato che due settimane dopo chiusero il centro sociale a causa di un’infestazione da vibrione che si pensava estinto in Italia. Ad ogni modo sopravvivemmo.

Un’altra volta finimmo nel nulla cuneese a una specie di festa di paese alla quale il signore solo sa come mai decisero di farlo suonare. Avvicinato da un compare ebbe a commentare “Lascia stare… è un posto allucinante!”, comunque poi salì sul palco e fu anche una grande festa, credo che comunque in parecchi affrontarono la trasferta, del resto un profeta è pur sempre un profeta.

Ci fu poi la data, l’ultima volta che lo vedemmo, all’Hiroshima mon amour a pochi giorni di distanza da un altro storico concerto degli Einstürzende Neubauten all’ auditorium RAI (nientemeno) dove incontrammo Tax Farano. Roberto era presente anche a quella serata e ci salutammo, noi assolutamente increduli, due volte in un mese.

Ed eccolo, fotografato da me, all’ Hiroshima Mon Amour nel 2014

In ogni occasione fu una grande occasione di divertimento, anche nel suo caso una performance che va assolutamente vista e vissuta.

Il suo nuovo album “Vale tutto” è uscito da poco e porta una ventata di spensieratezza in questi tempi difficili. Sogniamo tutti in coro Burulandia dove tutti sono luminosi, telepatici, innamorati e immensamente liberi e felici!

Lotta giusta, motivi sbagliati.

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Per quanto mi riguarda Spotshit è il male, è la peggior cosa che potesse mai capitare alla musica, la peggior cosa che potesse capitare a chi suona e, alla fine, anche a chi ascolta. Se siete di un’altra opinione contento per voi, però io non ho mai nemmeno pensato di avvicinarmi a quella app e non lo farò mai. Nei giorni scorsi Neil Young e poi Joni Mitchell hanno iniziato una campagna di boicottaggio nei confronti della piattaforma (purtroppo) svedese fino ad arrivare a far togliere la loro musica da Spotishit. Quando ho letto la notizia ho esultato: Neil, paladino di mille battaglie, finalmente si scagliava contro questo mostro che fagocita artisti e poi ne sputa fuori le ossa schifato. Evvai.

Quando ho letto i motivi ho gioito un po’ meno. Sostanzialmente ha fatto togliere le proprie canzoni per protestare contro un tale, del quale ignoro il nome (e continuerò a farlo) reo di aver immesso un podcast in particolare nel quale si diffondevano notizie, a dire del cantautore americano, false sulla pandemia. Ora i podcast non sono una cosa da poco come ero propenso a ritenere: Spotishit ci fa di soldoni belli grossi, a quanto pare e in particolare con questo tizio che mi dicono sia seguitissimo. Detto questo, mi permetto di esprimere la mia opinione, per quanto poco peso possa avere.

  1. Io detesto Spotishit, lo dico apertamente, ma credo che, in questo caso, Neil non abbia tutte le ragioni. Per quanto sia discutibile il diffondere informazioni senza verificarne appieno la veridicità scientifica, credo che non sia corretto nemmeno censurare qualcuno o fare pressioni perché venga messo a tacere. Il punto è sempre quello: la gente dovrebbe avere gli strumenti per discernere e non le vengono dati. L’informazione confonde le idee invece di chiarirle, le fonti sono troppe e la loro autorevolezza spesso discutibile. In molti cercano qualcuno da seguire per spegnere il cervello e non pensarci più (che cosa orribile) e spesso è la persona sbagliata. Ma è davvero colpa di chi gli fornisce un canale? Non sono convinto, ovviamente poi loro ci lucrano sopra ed è forse questo ad essere esecrabile più di tutto. Ma ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di pensare con la propria testa prima di tutto. Ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di avere uno spirito critico con il quale filtrare le informazioni. Se ci facciamo influenzare da fonti di dubbia competenza, è maggiormente colpa nostra, poi possiamo discutere del mezzo.
  2. Neil aveva già più volte espresso dubbi sulla necessità di diffondere la propria musica via Spotishit, ma più che altro per la qualità del suono. Neil. Il problema non è quello. Il problema è che Spotishit segue delle logiche (degli algoritmi?) che uccidono la musica, favoriscono i grossi nomi ed estinguono il sottobosco. Il problema è che non tratta eticamente gli artisti. Promuove il mero prodotto e lo priva dell’anima.
  3. Io NON sono contrario alla circolazione della musica in formato elettronico. Siamo tutti (mi auguro) d’accordo che non avrà mai e poi mai lo stesso fascino di quello fisico (confezione, copertina, testi, fotografie, note etc…) ma resta comunque un valido strumento per far circolare la musica, anche considerati i limiti sonori del formato compresso. Non avrà la stessa resa in termini di fedeltà, ma i cd saltano, i vinili idem (in più si impolverano, si caricano elettrostaticamente e da quanto tempo non cambiate la puntina?) e le cassette si magnetizzano. Ogni supporto ha i suoi benedetti limiti, motivo per il quale occorrerebbe anche andare ai concerti. Fatto salvo ciò, il supporto perfetto non esiste e, per quanto mi concerne, l’mp3 rappresenta un compromesso accettabile. È estremamente fruibile (sul serio volete girare ancora con un CD portatile o magari con un piatto da 33giri appeso al collo?), si risparmia spazio e consente di acquistare molti più dischi, visto il prezzo ridotto. Personalmente ormai prima compro l’mp3 e, se il disco merita, poi compro anche il supporto fisico. Il problema però è che va venduto e gestito in maniera etica: chi registra deve vedere i proventi degli sforzi sostenuti a comporre, suonare e registrare, altrimenti tutto è destinato all’estinzione. Tutto qua. Non usiamo più spotishit ADESSO!
  4. Postilla: Mi sono dimenticato di dire che la piattaforma ormai ha raggiunto un livello tale di influenza sul mondo della musica che un artista emergente è quasi costretto a metterci la propria musica se vuole un minimo di visibilità. Ed è triste sapendo che poi, a meno che non faccia un serio exploit in termini di ascolti, non vedrà un centesimo in cambio. È un fenomeno ignobile al pari del pay to play e di altre cose tremende che l’industria della musica ha visto via via adottare fino a farle assurgere a normalità. La vita senza la musica sarebbe un errore… ma a quale prezzo?