El Cielo vent’anni dopo

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L’ 8 ottobre compie 20 anni uno dei dischi definitivi del rock anni 2000. Si intitola “El Cielo” e il gruppo californiano Dredg ne è l’autore. All’epoca fu una vera rivelazione, nei forum ne parlavano tutti come di un piccolo capolavoro, ed in effetti lo è. Molto leggero e sognante, sembra una ventata d’aria fresca in una stanza che sia stata chiusa per anni. La cosa bella è che era totalmente fuori da qualsiasi scena e corrente musicale dell’epoca. Niente nu metal, niente post hardcore, semplicemente Dredg. Stavano da soli, erano personali, con un loro cammino che partiva da basi decisamente più rocciose: “Leitmotif”, il disco precedente, ere ancora imparentato con una sorta di alt-metal che troverà ben poco spazio nel successore.

In effetti il disco suona leggero, ma non stucchevole; aggraziato ma non facile. Le liriche nascono direttamente dal quadro di Salvador dalì “Sogno causato dal volo di un’ape attorno ad una melagrana un attimo prima del risveglio” che fa diretto riferimento alla sindrome di paralisi del sonno della quale pare soffrissero lo stesso pittore e sua moglie. Molti brani si intitolano infatti Brushstroke (“Pennellata”) con diverse identificazioni specificate, inoltre alcune lettere ricevute dal gruppo da parte di persone affette da paralisi del sonno vengono utilizzate nella stesura dei testi. Il gruppo sceglie di riportarne alcune nel booklet che esce in due formati, uno con un letto su sfondo marrone, l’altro con una finestra aperta sul cielo con le nuvole di sfondo, tuttavia sembra che ne esistano molte diverse versioni sia in digipak che in jewel case, anche nel formato superaudio CD e con bonus disc (dettaglio: ovviamente io beccai quella marrone che mi piaceva meno).

La particolarità di questo disco sta nel suo essere al di fuori dei generi: per qualcuno suona rock, per altri progressive, per altri ancora pop. È un insieme di tutte queste cose e nessuna di esse, quello che è certo è che in questo disco gli autori dimostrano di essere in grado di far convivere diversi stili in modo assolutamente armonico e con un gusto quasi insuperabile per la melodia. Visto il periodo in cui esce è un mezzo miracolo, uno di quei dischi in cui non c’è una nota fuori posto, una sbavatura, qualcosa che palesemente non funziona. Fluisce come se l’attrito non esistesse e a tratti ti trasporta lontano, personalmente mi ha sempre predisposto positivamente facendomi osservare particolari che, nel quotidiano, passavano sistematicamente inosservati. Il suo pregio principale è proprio di essere in grado di creare un mondo a sé. Fin dalle prime note di “Same ol’ road” è impossibile restare indifferenti a quello che i Dredg sono in grado di mettere sul piatto.

La voce di Gavin Hayes, si erge suprema sulle miserie del mondo, forte di una base ritmica solidissima, per poi esplodere come se fosse un fuoco d’artificio il quattro luglio. Il termine corretto per questa musica è emozionale, non me ne vengono altri. Un’ altra menzione la merita senza dubbio “Scissorlock” dove i nostri semplicemente compongono uno dei ritornelli più belli mai sentiti in un inno notturno e luminoso come se la luna piena, i lampioni e le stelle formassero un’unica costellazione.

Se con queste due canzoni non vi ho convinto, mi spiace, però continuerò a portarmi questo disco nel cuore e ne sarò geloso tanto gli sono affezionato. Per i suoi vent’anni gli autori ne faranno uscire una versione de luxe che promette faville, peccato che, pur mantenendo sempre un livello qualitativo altissimo, non toccheranno mai più queste vette, spostandosi progressivamente verso il pop e nonostante il successo commerciale del singolo “Bug eyes” del disco successivo, arriveranno a “mettersi in pausa” nel 2014, per annunciare poi un ritorno nel 2018 che non si è ancora concretizzato.

Nonostante tutto il loro nome è stato scritto a caratteri cubitali nella storia del rock, con un disco formidabile, e non è un’impresa da tutti.

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