Cinema

Animali notturni

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Animale notturno

“Si scrive perché tutto muore, si scrive per salvare quello che muore. Si scrive perché il mondo è un caos inarticolato, e non riesci a vederlo finché non ne disegni la mappa con le parole”

Si va al cinema per venire rapiti dalle immagini, per dialogare con la storia, per riconoscersi nelle sfumature, per emozionarsi coi suoni e coi colori. Per comunicare a un livello superiore al mero verbo. A volte per crescere e riflettere.

Quando uscì il primo film di Tom Ford, il regista mi fece lo sgambetto. Un film diretto da uno stilista mi sembrò da subito una sfida ai miei pregiudizi, considerato che la moda viene recepita da me come il vuoto cosmico riempito di qualcosa di molto simile all’immondizia. Non ho cambiato idea sulla moda, sul fatto che l’estetica possa essere ricondotta ad un modello sterile ed insignificante, per giunta costoso e spesso privo di bellezza, questo crimine contro l’umanità continua a perpetrarsi tutt’ora.

Ho cambiato idea sul fatto che uno stilista possa essere un regista assolutamente pieno di talento. “A single man” mi ha conquistato. E’ ispirato, intenso e affascinante. E’ stato una ventata di aria fresca che non avrei mai inalato se il trailer non mi avesse colpito prima di un’altra proiezione. Avevo sentito dell’esordio dello stilista e regista/stilista ed ero deciso ad evitarlo come la peste. Eppure qualcosa mi aveva colpito nel trailer, o forse quella sera non avevo molto altro da fare. In tal caso benedetta indolenza. Ne sono stato catturato, pur essendo del tutto estraneo alle tematiche del film e questo non è cosa da poco, se qualcuno ti facesse leggere un libro su un tema assolutamente lontano da te, nel mio caso sarebbe già bravo, se poi riuscisse anche a farmelo piacere, allora sfiorerebbe il superlativo.

Quindi tutti i complimenti del caso. Il secondo episodio non me lo aspettavo e nemmeno lo cercavo, eppure mi ha trovato lui nello stesso identico modo del primo. E mi son detto che dovevo vederlo. E questa volta non solo mi è piaciuto ma mi ha fatto male.

La ricerca estetica vibrante in ogni scena, la puntuale caratterizzazione sonora di Abel Korzeniowski, i tremori emozionali della protagonista e la presenza del protagonista che non compare mai se non nei ricordi. Una storia divisa in due tra finzione e realtà compenetrate in maniera inquietante quanto precisa. Un rebus senza soluzione. Un labirinto di vetri o specchi nei quali o vedi te stesso o vedi oltre te stesso oppure guardi indietro, a un passato slabbrato e crudele. Incomunicabilità e nemesi familiari, il silenzio che domina sulla vita di ognuno di noi, quella violenza evocata a specchio dei propri dolori interiori. E la consapevolezza di valere di più della nostra stessa quotidianità, per quanto appagante. Affidare i propri dolori ad una storia cupa e cruda, cacciare a forza lo sguardo in una notte dell’anima che non conosce pietà e che al mattino conosce un’alba pallida e grigia, satura di nebbia e non lo splendore del sole.

Buttare fuori tramite le parole, nero su bianco, tutta la propria disperazione e dedicarla a colei che ne fu artefice, inviandole un manoscritto che, per altro, lei non riesce a eludere. Forse non lo vuole nemmeno, come se dopo aver provocato un incidente d’auto improvvisamente vedessi tutto con gli occhi di un Vaugahn consapevole del disastro, ma affascinato e consapevole del suo lato meramente estetico.

Da una parte sgravarsi dall’altra caricarsi. Da una parte dolersi e rinascere, dall’altra illudersi e morire. Fortunatamente, per quanto di rado, qualcosa mi riconcilia con il cinema e con l’arte.

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Animali notturni

Premi il grilletto, Soldato Joker!

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Prima o poi il momento arriva, il momento di premere il grilletto. E non è un atto di pietà, è un rito di passaggio. La prima vittima della guerra è l’innocenza, l’innocenza che svanisce la prima volta che uccidi qualcuno e, nello stesso tempo, uccidi una parte di te.

Ovviamente è una metafora, ma mi ha sempre colpito come in “Full metal jacket” il fulcro di tutto sia l’uccisione di un nemico e, soprattutto come questo atto segni un passaggio fondamentale per il protagonista, il passaggio da ragazzo a uomo, il passaggio da innocente a carnefice, il passaggio da sognatore a soldato.

In questo guadagna il rispetto dei compagni ma, a ben vedere ,dovrebbero disprezzarlo per quello che ha fatto, per aver preso una vita ed averla distrutta, invece non lo fanno per il solo fatto che adesso è colpevole quanto loro, si è sporcato le mani e non sarà mai più puro come lo era una volta. MAI. E sono meschini i suoi compagni perchè il loro è semplicemente uno squallido mal comune, mezzo gaudio che fa una gran tristezza.

Il punto è che quel momento fatalmente arriva per tutti, il momento in cui una parte di te muore e sarà morta per sempre. Non tornerà mi indietro, nulla potrà restituirtela, had it and lost it come diceva Sick Boy in Trainspotting.

Fa parte del “crescere” ma fa schifo. Come nel caso di joker, non ci sono alternative: uccidere o essere uccisi e quando si uccide, ogni volta che si uccide, non si torna indietro: a quel punto la propria vita fa schifo ma, sempre per dirla con joker “almeno sono vivo”.

Ironico come la vita abbia in se stessa una dose di speranza inclusa nel prezzo, come un’offerta speciale sul nulla. La stessa speranza che ti fa continuare a marciare ,la stessa speranza che ti fa cantare la marcia di topolino invocando la tua infanzia annichilità dal presente, la stessa speranza che ti fa credere di poter perdonare te stesso per aver ucciso la tua parte più nobile e sincera (forse anche ingenua), la stessa speranza che ti fa illudere di aver perso una battaglia ma di poter vincere la guerra, la stessa speranza che ti fa credere che il tempo possa guarire le ferite.

La sola speranza è quella di saper cogliere un insegnamento da tutto questo e l’insegnamento è non permettere mai più a una parte di te stesso di morire, non permettere mai più a nessuno di soffocare il tuo spirito, di umiliare i tuoi sentimenti, di ammorbare i tuoi pensieri, di avvelenare le tue lacrime.

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Non illudetevi, non ci si riesce.

This is no ordinary drumming

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Noto con dispiacere che ormai la cadenza dei post su questo blog sta diventando quasi mensile… la cosa mi rende triste e, non che io cerchi scuse, ma ci sono un paio di problemi di troppo a sbarrare la strada a una più prolifica produzione da parte del sotto scritto:

1. Lavoro al computer quasi otto ore al giorno tutti i giorni, ci implica che, giunta sera i miei occhi sono fatalmente fritti.

2. Bisognerebbe aver qualcosa da dire…

E sulla seconda purtroppo devo ammettere che sono in difetto io. Ogni idea mi sia venuta in mente nell’ultimo mese è stata quasi immediatamente cassata come: troppo banale, troppo vuota, …ancora?! o qualche felice espressione del genere.

Fortunatamente oggi sono in grado di parlare di un paio di cose nello stesso post.

Ne faccio uno solo perché si tratta di un comune denominatore che è la batteria.

Esiste un film sulla batteria jazz chiamato whiplash (ci deve essere almeno una canzone ed un gruppo metal con lo stesso nome…)

A priori ne consiglio la visione. Personalmente l’omaggio di questo film (come, in parte di “Cigno nero”) a Stanley Kubrick mi pare più che evidente si tratta di un’iniziazione dura e a tratti selvaggia. Solo che qui non si tratta di guerra, si tratta, come in “Cigno nero”, di arte e, personalmente, si tratta della forma più alta d’arte: la musica.

La storia è piena di musicisti violenti: di pazzi visionari che inseguono uno spettro, quello dell’esecuzione perfetta. Personalmente sono uno sfascia carrozze, non ho nemmeno mai pensato a me stesso come un musicista. Sono uno che ama la musica, la ama con tutta l’anima. Per questo non posso essere un musicista. L’amore è troppo irrazionale per una cosa quadrata e perfetta come lo è la musica ad altissimo livello.

La metrica perfetta uccide il sentimento nella maggior parte dei casi, io l’ho sempre pensato. La passione non può nutrirsi di perfezione, non conosce regola o, se la conosce, la rompe. Questo non significa che la perfezione e chi la persegue non meriti rispetto ed ammirazione, esattamente come da non credente, io abbia un rispetto (poco palesato, ma assai presente per la verità) profondo per la fede.

Ma parlavamo del film: il suo pregio più alto per conto mio è il ritmo. Il che, essendo un film su un batterista, è assolutamente encomiabile. Impossibile non partire a tamburellare ovunque durante la visione, con tanto di air drumming forzatamente non enfatizzato come si converrebbe. Il film ti afferra e ti getta a forza nel suo mondo, nel vortice di pazzia che avvolge e travolge tutto ciò che è musica e ciò che non lo è. E’ un bel crescendo, e sale col passare del tempo.

Ovviamente non ha la maestria assoluta del maestro, tuttavia funziona bene. Non finisce per essere drammatico e senza speranza, non si muove nei meandri della desolazione di un mondo senza umanità: non uccide, ma ci manca poco.

La seconda cosa a proposito della batteria è questa:

Ovvero una delle eccellenze musicali italiane che ritorna sulle scene con un lavoro completo.

La vera questione da dirimere è: Gabe Serbian è in grado di rimpiazzare Jacopo Battaglia?

No.

Ma il gruppo ha ancora ragione di esistere?

Sì.

Hanno ancora tanto da dire ed il brano postato sopra ne è la primaria dimostrazione, dato che, per chi scrive, può entrare di diritto nel novero dei migliori brani mai prodotti dal gruppo. Poi io sono sempre stato un grandissimo ammiratore dl sig. Battaglia, quindi magari sono un po’ troppo severo, tipo Terence Fletcher. Eppure il mr. Locust è bravo fa anche delle cose interessanti ma, come dire, Battaglia era (è?) di un altro pianeta.

Detto questo il gruppo continua ad esistere e ne sono contento, il disco merita, le idee non latitano. Questo mi sembra, più che mai, il disco di Massimo Pupillo: prende in mano il gruppo e lo porta avanti con una fierezza ed un piglio che prima venivano più controbilanciati, forse, dai suoi compagni di avventura. Adesso chi emerge è lui, anche Luca T. Maj ha i suoi momenti, eppure quel che emerge da ogni solco è la sua presenza, i suoi effetti ed il suo basso.

A volte si indugia un po’ troppo in certi passaggi atmosferici che fanno perdere fatalmente di intensità al lavoro, questo va detto: una volta gli Zu erano tesi e corposi, non lasciavano tregua. Ora sono capaci di rilassarsi, di accogliere un approccio meno claustrofobico. All’ ascoltatore il verdetto finale. Personalmente è una nuova incarnazione che ci sta, ma che  non riesce a non farmi rimpiangere un poco il passato.

In ogni caso c’è da essere fieri di essere loro compatrioti. Forza Zu, sempre.

Condoglianze

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Mentre Robin Williams moriva, i due personaggi spesso protagonisti di questo blog erano impegnati in un breve road-trip in Svizzera in memoria di HR Giger, morto anch’egli il 12/05/2014. A volte si vedono semplicemente uomini straordinari scomparire, uno dietro l’altro, e si finisce per pensare che una cappa plumbea stia invadendo il cielo.

Esattamente la stessa cappa che ci avvolge dilavando le nostre spoglie mortali quando arriviamo a Chur (Coira), la cittadina elvetica che diede i natali al pittore visionario il 5 febbraio 1940. Dopo aver lasciato alle spalle le tetre acque del lago di Como che paiono voler inghiottire una parte di ognuno di noi nel loro abisso insondabile, aver attraversato la Val Chiavenna ed aver deciso di scegliere Montespluga come prossima località in cui abitare, scolliniamo in Svizzera dove ci attende la cittadina, tutto sommato anonima, dove si trova il Giger bar.

Quello giapponese fu chiuso anni fa perché frequentato dalla Yakuza e teatro di un omicidio. Quello che visitiamo noi – e che facciamo una gran fatica a trovare, nonostante il torso gigeriano che incontriamo nel centro cittadino- è assai deludente e decisamente sottotono. Si trova in un centro commerciale fuori città, dimesso e triste nella sua ubicazione. Fuori c’è solo la porta disegnata dall’artista, dentro sembra puzzare di plastica e trascina pigro la sua vita da bar, per giunta senza i classici vecchietti che bestemmiano giocando a scopone. Non c’è quasi nessuno. E non ci stiamo molto neppure noi: l’arredamento decisamente non fa il locale. Al rientro all’albergo abbiamo dei problemi con la carta di credito ad appesantire il malconcio umore che ci pervade in quei primi momenti del viaggio. Non sta andando troppo bene.

Giger Bar Chur
Giger Bar Chur

Tuttavia la mattina seguente ci lasciamo tutto alle spalle. A chi ci dava dei pazzi a voler fare le vacanze in Svizzera posso solo dire che ovunque decidessimo di andare c’era talmente tanta bellezza nei paesaggi elvetici da zittire chiunque. La maestosità delle montagne, dei boschi, dei prati e dei laghi non ha praticamente eguali: ad ogni cambio di direzione c’è di che restare estasiati. Il secondo giorno giorno è una tappa intermedia passando per Lucerna ed Interlaken (con “Morbid tales” in sottofondo chiaramente).

 

Da ricordare il pranzo a base di mirtilli e lamponi nella prima e il panorama mozzafiato nella seconda (il massiccio dello Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn!)… reminescenze medioevali ed invasioni arabe. Troviamo, a sera, un hotel al di fuori del tragitto, nel quale la gentilezza materna della signora che lo gestisce riesce miracolosamente a farmi dimenticare l’inclinazione alla caccia testimoniata dalle pareti del posto. Ancora adesso mi chiedo come ho fatto, poi ripenso al gatto del ristorante alla fantastica cena vegetariana e alla ancora più clamorosa colazione del giorno dopo ed individuo i miei punti deboli.

Massiccio Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn
Massiccio Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn

Comunque il mattino arriva dopo una nottata crivellata dalla pioggia battente della notte. E ci muoviamo, con un meteo incerto, verso Gruyeres. Quando arriviamo l’acqua viene giù talmente forte che non ci lascia uscire dall’auto. Rimaniamo nel parcheggio del castello diversi minuti ad ascoltare, chissà perché, i Negazione. Alla fine affrontiamo la bestia. E veniamo ripagati dello sconforto della prima giornata. Il museo risponde in pieno alle nostre aspettative ed è difficile parlarne tali e tante sono le opere che trovano dimora qui. In quelle stanze i quadri sembrano inghiottire lo spettatore con tutti i dettagli e la maniacalità del loro creatore. Sono sicuro che siamo riusciti a portare le nostre condoglianze al visionario elvetico emozionandoci davanti alle sue opere, ammirandone, finalmente di persona, gli sforzi e la bravura.

Per quanto inquietante, trasgressivo, perverso e visionario possa essere il contenuto, c’è della bellezza tra quelle mura, ce n’è tanta. Ed anche  nell’artista che vedeva oltre la realtà e le limitazioni. Grazie Herr Giger.

HR Giger Musem
HR Giger Musem

Prisoners of rock’n’roll parte 1

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Solo gli amanti sopravvivono
Solo gli amanti sopravvivono

Ho aspettato per tanto di quel tempo di vedere il nuovo film di Jim Jarmusch che quando ho visto la copertina apparire nel sito del mio cinema di fiducia (nonché quello preferito) ho pensato che alla fine sono una persona fortunata. I gestori ancora tengono in bella vista la locandina di “Stranger than paradise” quindi sotto sotto, anche se il tempo passava, ho sempre segretamente sperato che prima o poi il film in questione facesse la sua comparsa.

Jim è un vero prigioniero del rock’n’roll, uno che vive respira e, forse anche filma, la musica. Il fatto che ci riesca ne fa automaticamente un artista. Uno che comunica secondo linguaggi complicati: esiste qualcosa che sia più complicato di mettere la musica nei fotogrammi? E’ come intrappolare la luce, inscatolare un profumo, ingabbiare una sensazione e tutto segregare, senza ricorrere ad alcuna forzatura o atto coercitivo. Jim ci è riuscito. I primi minuti di questo film compiono il capolavoro e non possono toccare nel profondo chiunque ami questa forma d’arte celebrata, giustamente, dalle immagini. Vi dirò solo che, a un certo punto, il cielo comincia a ruotare…

Tangeri, secondo me, è un tributo a William Burroughs che li ha vissuto in disparte a nutrire la sua assuefazione, lì vive Eve aliena anch’essa a sfamarsi di sangue, contrabbandato da William Shakespeare (o chi per esso) sotto mentite spoglie. Che idea. Il classico e l’anticlassico si incontrano in Marocco, dove una vampira stringe libri al suo cuore. Che appartiene a Adam che sta a Detroit, nella città dei fantasmi, del sogno americano infranto, della risposta americana -la produzione!- che ha finito per avvolgere su se stessa un manto funebre. Si contorna di chitarre leggendarie, ne ammira la foggia e l’equilibrio delle forme, il suono e l’anima che si sprigiona da esse. Suona note che si rifiuta di divulgare. E non sono mai soli, la distanza non li piega.

Hanno imparato a non uccidere, hanno imparato ad evolversi anche se non possono esimersi dalla loro stessa conservazione. Solo gli amanti sopravvivono.

Tutto è andato sprecato

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Avevo le scarpe pulite e la camicia fresca di bucato, un mazzo di fiori di prato ma tutto è andato sprecato.

Avevi guardato quella ragazza mille volte, pensavi fosse bellissima. Ne avevi seguito il profilo e le linee del suo pensiero: erano parimenti sinuose e piene di fascino, te ne eri allontanato per guardarla da lontano ed ancora era parsa meravigliosa. L’aria attorno a lei era piena di promesse, se non di felicità, almeno di consapevolezza: forse per una volta avresti interpretato correttamente tutti quei segnali contraddittori che la vita ti aveva mandato e che, adesso, convergevano tutti, dritti come pugnali, in sua direzione.

Il profumo di luppolo che sale dalla tua india pale ale, l’aroma di tostato che si innalza in mille rivoli di fumo sopra il caffè, il sorriso dopo aver letto l’incipit di un libro che ti fa andare avanti nella storia e nella vita. Ed anche la prima parte di Nymphomanic aveva qualcosa del genere annidato tra i fotogrammi. Peccato che, a volte, le promesse si spezzano brutalmente.

E la seconda parte del film fa sprofondare letteralmente l’opera nel baratro. E’ fiacca, vacua, svogliata e soprattutto non supportata da quell’impalcatura a fatica costruita nella prima parte. Si affloscia come un sufflè venuto male.

Sembra che chieda quasi scusa per l’abisso lacerante di misoginia di “Antichrist” ma non mi riesce di crederci. Non mi convince… proprio non ci riesce. Tanto mi pareva bella la citazione di Fibonacci (seppure un po’ sfruttata), Poe e Bach, tanto mi fa cadere le braccia quella di Fleming (con tutto il rispetto). Quella del recupero crediti mi sembra un’occupazione buttata lì a casaccio tanto per, l’inversione dei ruoli di “hey Joe” stende un ulteriore velo di perplessità. L’estetica del discorso sprofonda miseramente.

A volte la delusione lascia attoniti. Tanti auguri Lars sarà dura riprendersi.

V come Von Trier, V come vuoto

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Nymphomaniac nella metropolitana di Milano
Nymphomaniac nella metropolitana di Milano

Stai andando a vedere una mostra di Kandinskij e ad un tratto ti ritrovi lì, spiattellato bellamente davanti agli occhi il cartellone di un film che, a un certo punto, non pensavi nemmeno di poter vedere. Dov’è la fregatura? Dal non trovare lo straccio di un distributore a finire in cartelloni alle fermate della metro, non me la date a bere.

E in fine la spiegazione arriva in una frase, bianco su nero all’inizio del film, che avverte che il film è stato rimaneggiato e che lo stesso Von Trier non ha avuto voce in capitolo. Che tristezza. Cose del genere rendono tristi, rendono amara la visione di un film. Almeno una volta li vietavano ai 18 anni e finiva lì. Adesso li tagliano come gli pare. Nynphomaniac, come buona parte dei film di Von Trier, non sono comunque adatti ai minori. Devi avere almeno un po’ di dimestichezza con l’angoscia che non si addice a chi dovrebbe sprizzare di vita e non sentirsi schiacciare dal vuoto opprimente che si nasconde tra le sue pieghe. Invece Nymphomanic non mi risulta sia stato vietato anche se, per una volta, avrebbe senso farlo a prescindere dal tema trattato. Non ci vedrei nulla di male. Invece ci vedo molto di male in quella maledetta scritta iniziale. Ma del resto noi siamo quelli delle mutande a Michelangelo perché illudersi che possano cambiare le cose, dopotutto?

Con quella sensazione più amara della fiele in bocca inizia il film. Fortunatamente riesco a dimenticarmela col proposito di acquistare il DVD appena esce, sperando che non abbiano tagliato anche quello. Magari tra qualche anno (almeno una ventina, direi) la versione originale verrà proposta con grande enfasi. Evviva.

Lo schermo nero attrae l’attenzione verso i suoni “ambientali” della pioggia che cade, dei rumori di fondo, solo pochi, interminabili secondi: il nero è tornato, l’assenza è qui, il vuoto avvolge ogni cosa, subito dopo l’esplosione della terra di Melancholia. E poi arrivano i muri rossi di mattoni, i movimenti claustrofobici, il cielo che fa capolino scuro come la pece, presente in pochi frammenti. La telecamera cerca, la telecamera scruta, la telecamera si sposta tra i muri. La telecamera penetra un pertugio oscuro nel muro, il presagio è fin troppo evidente. Poi, solo dopo, scova Joe. Tumefatta e ferita a terra.

Quello che segue sono solo mie riflessioni. Il vero protagonista di molti film di Von Trier è il vuoto, l’assenza di una ragione plausibile, di una spiegazione, di un qualsivoglia senso. Scordatevi l’amore, scordatevi il senso. Scordatevi una delle poche cose che potrebbero far acquisire un senso alla vita. Perchè la madre di Antichrist impazzisce e lascia morire il figlio? Come mai Melancholia brama la terra e la sposa sembra impazzire? Cosa fa di Joe una ninfomane? Sono domande senza risposta. Non solo: la matematica più astratta porta all’oblio, la musica più sublime converge verso il nulla, ogni cosa tende al caos. Il caos regna come diceva la volpe.

E non è un caos calmo. E un caos che conduce al niente, un caos che arriva ad implodere e a lasciare il nulla come una tetra coltre su ogni cosa. Ineludibile. Angosciosa come un abisso che continua a fissare il tuo abisso.

Per questo Von Trier è un regista sadico e chissà se ha mantenuto il sorriso sardonico che aveva alla fine dei suoi commenti finali in “The kingdom”. Fa male, ma fa anche riflettere. Dopo ogni suo film la mente diventa un focolaio che si agita e propaga infezioni dell’anima. Del resto seguendo pazienti sani non si impara nulla. Anzi ci sono dottori che si fanno trapiantare un fegato malato pur di poterlo studiare. I suoi fan lo sanno. E non sono necessariamente masochisti, forse vogliono solo scoprire cose che nemmeno riescono a confessare a loro stessi.

Due brani della colonna sonora sembrano suggerire uno stretto collegamento tra Von Trier, Lynch e Kubrick. Rammstein e Shostakovich. La connessione è forte. Kubrick è il pieno, il controllo, la necessità di avere ogni singolo particolare studiato a livello maniacale per costruire una visone immortale, qualcosa di megalitico, di ineluttabile, di magnificamente imponente. Von Trier è il vuoto, è l’agente dell’assenza e del caos, in lui il controllo si abbatte sul film ma solo per condurre verso il silenzio concettuale più cupo. E Lynch è la dimensione onirica, anche in lui si avverte pesante l’assenza di senso, ma è la stessa assenza di senso che avrebbe un sogno, che potrebbe (ma non è detto che lo faccia) svanire in un senso di inquietudine al mattino, ovvero alla fine del film. Lasciandoti lì a vita a fare congetture, per altro inutili.

Shostakovich è lì che ti fissa beffardo da dietro al suo Waltz no.2, che sia la colonna sonora di un ballo vorticoso o quella del ballo solitario di una giovane donna impegnata a farsi beffe dell’amore e della sacralità di cui è falsamente (il più delle volte) investita la sua componente fisica. E i Rammstein che, accidenti a loro, ho sempre considerato dei beceri tamarri teutonici invece, visti i personaggi che li hanno chiamati in causa, avranno pure qualcosa da dire, oltre ad essermisi piazzati in testa per i due giorni successivi. Argh.