Cinema

La censura vive.

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Lars Von Trier
Lars Von Trier

Il sospetto di vivere in un paese ancora sotto il giogo della censura ce l’ho sempre avuto. Il fatto che l’informazione non sia libera, che le idee non circolino liberamente, che troppe cose siano sottaciute è sotto gli occhi di tutti. Ora il fatto che anche il cinema ne venga colpito nemmeno più mi rattrista. Mi fa solo pensare che alla fine ogni speranza se ne stia andando nello scarico fognario definitivamente.

Meno male, tanto vale essere espliciti una volta ogni tanto. Lars Von Trier pare che non ottenga distribuzione italiana per il suo prossimo film. Tutto qui. D’accordo il personaggio è scomodo, ha fatto allarmanti dichiarazioni filo naziste a Cannes, ed il suo nuovo film è praticamente un porno, probabilmente ce n’è abbastanza per un paese come il nostro. Ma io ne ho abbastanza di persone che non mi diano nemmeno la possibilità di farmi un’idea mia. Quindi, appena posso inutile, dire che mi procuro un dvd in inglese e mando al diavolo i distributori italiani che se lo meritano. Caravaggio era un omicida, Pasolini pagava i ragazzini, Celine era antisemita e Baudelaire un drogato, ma le loro opere erano (e restano) ugualmente grandiose. Esiste una possibilità che abbiano un’anima indipendente che rispondano a leggi superiori che le slegano dalle persone che le hanno concepite. Questa possibilità esiste: lo provano i secoli e quanto le loro opere abbiano significato per tantissime persone. E’ doveroso concedergliela questa possibilità.

Inoltre personalmente considero “Melancholia” il miglior film degli ultimi dieci anni. Ecco,l’ho detto, esce a Natale, almeno in Danimarca, tanti auguri a tutti.

Surfing the radio waves.

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Tempo fa detestavo la radio. Poi ho scoperto ci sono radio e radio. E che quelle che detesto io sono le radio commerciali. Quelle che si fanno fare le scalette dalle case discografiche. Quelle capaci di mettere lo stesso pezzo fino allo sfinimento, fino a farti il cervello in poltiglia al punto di volere quel brano, nonostante tu l’abbia sentito anche 5 volte in un giorno. A queste radio voglio dichiarare apertamente il mio disprezzo, il fatto che non sopporto di sentire un brano in continuazione. Che mi annoiano a morte e che sono pericoloso quando mi annoio. E soprattutto che sono immune ai loro meccanismi, nonostante il fatto che a volte mi tocchi ascoltare le loro tristi litanie anche per otto ore al giorno. Mi fanno una gran pena come i loro ascoltatori convinti.

E poi ci sono le radio fatte come si deve, anche se non trasmettono la musica che piace a me. Sarebbe ingiusto sparare a zero. Ma, a volte, hanno il potere di farmi uscire dalla grazia di dio anche loro. Oggi a mezzogiorno c’era Michele Serra (personaggio stimatissimo fin dai tempi di “Cuore”) che presentava il suo nuovo libro, che non ho letto e del quale quindi non parlo. Peccato che poi parta un brano dei Baustelle intitolato “Charlie fa surf”. Un brano che mi fa arrabbiare da morire.

D’estate i cinema a Roma sono tutti chiusi, oppure danno film come “sesso amore e pastorizia” o horror come “Henry” oppure dei film italiani… della musica italiana. Che generalizzano. In modo squallido.

Intanto il tono del cantante mi fa ribrezzo. Totalmente senza nerbo. Se il protagonista della canzone esagera con l’mdma, lui mi sa che saccheggia il frigo in cerca di Valium. E poi mi viene in mente che non ne posso più di certe generalizzazioni facili. Non ne posso più dell’idea dell’italiano medio da film di Alberto Sordi. Mi da fastidio come ne escono i quindicenni. Mi da fastidio che c’entri anche Cattelan. Fa molto chic, ma che palle. Sta solo a te non farti inchiodare le mani ad un banco da due lapis. Sta solo a te ribellarti alla coprofagia culturale della quale la scuola si macchia molto spesso (ma non sempre). E sì, sto citando Pasolini e Salò.

Per la verità sta anche a te non mandare due cosiddetti comici che non fanno ridere a ritirare un premio.

Io a quindici ero giovane ed incazzato col mondo. Non sapevo cosa fossero le droghe sintetiche e sognavo di rompere tutte le consuetudini e le regole sociali non scritte. Ascoltavo Hardcore Punk e leggevo “Il Maestro e Margherita”, anche se con fatica. A quindici anni mettevo mimetica, anfibi e kefiah, non sospettando nulla dell’11 settembre. A quindici anni cercavo di essere lucido e ribelle e non sapevo cosa fosse una drum machine (mi fa tristezza anche adesso). A quindici anni non scendevo a compromessi ed ero duro e puro, pensavo che la rivoluzione si facesse restando fedeli a noi stessi e non essendo “contro” ad ogni costo.

Rimasi in classe da solo mentre gli altri andavano per le strade a strillare per non mancare di rispetto ai miei, andando senza autorizzazione: in fondo era solo un modo per bucare le lezioni. Parlai coi professori, che per una volta, si sforzarono di dialogare. Uno di loro era un mio idolo. Non ero nulla che si possa trovare tra le righe di una canzone snob, da finti alternativi squallidi. Sicuramente non avrei mai mischiato il metal con l’ r’n’b. E continua a piacermi l’odore del napalm al mattino, se significa vincere su certi personaggi.

Lo strazio non finirà mai

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Quando hai un po’ perso la sensibilità per cogliere spunti su cui scrivere, questi ultimi ti raggiungono dagli angoli più disparati. Magari da cose che hai detestato in passato. All’inizio degli anni zero-zero, dopo vasco rossi e madonna, miei nemici storici, provavo una vivace antipatia per i tiromancino… gruppo terribile. Voglio dire sul serio: orribile, tremendo, letale. Dalla musica melensa e depressiva (e poi mi vengono a dire che io ascolto solo gruppi negativi, ma una bella sbudellata è meno angosciante di questi qui!) ai testi tremendi ed insulsi da far concorrenza a moccia, all’immaginario smielato e sensibile quanto una tredicenne in iperglicemia, per tacere dell’insopportabile voce del “cantante” che penso mi abbia fatto considerare seriamente l’idea di piantare una accetta nella radio, anche se trattasi di un’entità superiore come una tivoli one (niente paura è viva e vegeta).

Fortunatamente è stato un incubo che non è durato poi molto rispetto agli altri due (vr è addirittura risorto dopo essersi “dimesso da rock star” senza esserlo mai stato) ma proprio quando ero oramai convinto che non ne avrei mai più sentito parlare… è riapparso dal nulla. L’uomo, che stava dietro ai tm e che per comodità e, per non volerlo citare, chiamerò fz, mi è apparso in video dicendo di aver addirittura fatto un film. Horror. Cosa potrebbe esserci di più agghiacciante, in effetti?! Faccio un giro in rete e scopro che, niente meno, è al suo  terzo film. Penso di essere rimasto in uno stato di morte apparente di fantozziana memoria per almeno 15 minuti, con tanto di brividi che mi correvano giù per la schiena e poi risalivano su.

Sul serio mi è venuto in mente Moretti (in “Bianca”) quando chiedeva ad un suo allievo, che la sapeva più lunga di lui: “Ma non hai pietà tu di me?”. Davvero, perché non c’è mai limite al peggio? Cosa pensa, di essere la risposta italiana a Rob Zombie?! E comunque: come pensa di risultare ancora più agghiacciante del se stesso cantante? Domande che, temo, siano destinate a restare senza risposta. Qualcuno ha anche tentato l’accostamento a una leggenda (sia pure in declino) come Dario Argento: per fortuna il regista ha provveduto a rispedire tali incresciose insinuazioni al mittente. Son soddisfazioni. Minime ma son soddisfazioni.

Halloween is close, baby!

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Ecco, io sono uno di quelli che si interrogano sull’opportunità di festeggiare halloween. E’ una festa che non appartiene alla mia tradizione, una festa che a queste coordinate ha poco da dire e festeggiarla sembrerebbe proprio un farsi fagocitare dalla cultura americana che in qualche modo ne ha intessuto la leggenda negli anni, attraverso racconti, canzoni, film e quant’ altro. No, non direi che ci sia nulla da dover festeggiare.

Halloween- John Carpenter 1978
Halloween- John Carpenter 1978

Eppure festa, alla fine, l’ho sempre fatta. E non sono uno che festeggia facile. Un anno ho fatto il bohemien e assaggiato l’assenzio, un altro anno mi sono fatto prendere da uno spettacolo, molto carino tra l’altro, che viene organizzato tutti gli anni da un gruppo locale di attori teatrali, ho partecipato a varie feste. Non c’era nulla da festeggiare eppure trovavo sempre qualcosa da fare. Del resto tutta questa gente che ci troverà? John Carpenter, i Simpson, i Misfits conteranno pure qualcosa no?

Poi non essendo un credente, ma nemmeno un non credente, non posso certo dare credito ai druidi e alle loro dicerie e credenze su samhain, l’oscurità e i fuochi nella notte, non mi sembra il caso, non me la sento. E sembra strano pensare che quest’ anno sarà un ognissanti diverso da tutti gli altri. Mi sono limitato a fare un Jack (O’Lantern) ed è stata una bella esperienza. Come divevano i Type O Negative: Happy halloween!

Jack O'Lantern
Jack O’Lantern

On the road again

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Cartello fuorviante!

C’è gente che si fa il giro del mondo in bici, gente che parte per il mardì gras a New Orleans, io mi sto esaltando per una trasferta di circa 100 km in scooter. Gli sfigati esistono. Però l’idea di percorrere tutte le risaie della bassa vercellese/novarese e poi puntare verso l’alto non mi spiace affatto. Se non lo facessi in scooter probabilmente mi squaglierei dal caldo, quindi la scelta è piuttosto obbligata. Eppure è la prima gita fuori zona con questo scooter, è probabilmente questo che mi esalta.

Livello olio controllato, cavalletto ingrassato, freni, luci e assetto generale sembrano a posto, devo solo ricordarmi di controllare la pressione delle gomme domattina, una tende a sgonfiarsi un po’ ma in un tempo piuttosto lungo quindi si può soprassedere. Lo zaino attende e mi farà da co-pilota, gli ho trovato una comoda posizione eretta sul sedile del passeggero che sembra sicura, oltre che co-pilota anche schienale… ci siamo. Mancano ancora alcune cose e poi sarà completo.

L’unica cosa è che spero di non morire di caldo lungo il tragitto, esiste una seria possibilità: mi sto già sciogliendo ora. Se non mi vedrete tornare saprete il motivo. Il tragitto comporta rigorosamente strade statali e locali: sono le migliori e non dovrebbero essere troppo frequentate. L’autostrada non mi va… voglio prendermela con calma e guardarmi attorno e non dovermi preoccupare troppo della velocità e degli altri che mi sfrecciano di fianco. Va bene se hai fretta e non vuoi vedere nulla: io sono calmo e voglio guardarmi attorno. Finalmente un viaggio rilassato nelle intenzioni, non butterò via l’orologio ma quasi.

Per un po’ le cose andranno avanti anche senza di me. Di solito detesto tornare (quando tornai dalla Svezia ne feci una malattia) ma c’è quel momento nel quale ti accorgi di tutte le piccole differenze dalla tua partenza che non mi dispiace, sono le solite vecchie cose di un tempo, ma ci sono dei particolari diversi di cui accorgersi, sembra una sorta di aguzzate la vista! Oltre ai miei cari mi mancherà la gatta e la mia pianta di habanero che sta iniziando a produrre dei peperoncini a sonagli che non vedo l’ora di buttare in una bella pasta all’arrabbiata infernale. Non mi mancherà il prato da tagliare che, al ritorno, sarà una mezza jungla infestata di zanzare. Ma ci penseremo poi.

Domattina in sella!

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L’eco di un cinema all’aperto!

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La prima immagine che associo a “Summer On A Soltary Beach” di Battiato mi si presentò davanti agli occhi alle cinque di mattina, mentre cercavo di montare la tenda nell’area campeggio di Pistoia Blues, molti anni fa. Tra cani che si sdraiano sulla tenda ringhiando minacciosi e terra talmente secca che perfino i picchetti quasi si rifiutano di entrarci. Against the sea, le grand hotel Sea-Gull Magique, ammesso che poi canti questo. Comunque, alzando gli occhi, vedo una discoteca improvvisata con un generatore e uno che mette dischi per la gioia di quattro/cinque barboni in evidente stato di alterazione presumibilmente di tipo onirico/lisergica.

Sono le cinque del mattino ed abbiamo viaggiato tutta la notte, sono stanco e sgrano gli occhi, li stropiccio e guardo ancora: sono ancora lì e c’è anche Franco Battiato. Almeno credo che qualcuno di loro lo veda attraverso occhi sbarrati pur essendo a mezz’asta. L’impero della musica che è giunto fino a noi. Non ci sono pedane e non posso nemmeno dire che siano scemi, ma di sicuro si muovono. Piano, incredibilmente piano, le braccia pendolano giù grevi le gambe si muovono di pochi centimetri: avanti, indietro o di lato. Un espressione persa chissà dove. Mi fermo a guardarli un attimo. Sono come sabbie mobili tirate giù. Mi chiedo cosa metteranno dopo se Beethoven o Sinatra. Non me lo ricordo più però. So che sembrano degli zombi ubriachi e danno un senso di irrealtà a tutta la scena. Intorno è tutto un disseminare di tende, materassini, barbecue spenti, ma in giro non c’è ancora nessuno. Sono l’unico segnale di “vita”. E’ uno di quei classici momenti nei quali ci si chiede se la scena che ti si presenta davanti è reale o un parto della stanchezza o della fantasia.

Anni dopo ti ritrovi a percorrere le vie della Valle D’Aosta. Con un sentimento nuevo, che ti tiene alta la vita. Alla ricerca di un cinema che è fra i pochi a proiettare un film tratto da un misconosciuto fumetto francese. Ma non ti arriva nessuna eco ed il cinema non è all’aperto… anzi si confonde talmente bene con le altre costruzioni che non lo noti nemmeno e tiri dritto, fin quando il paese finisce e sei costretto a chiedere indicazioni, torni indietro e finalmente lo trovi. E’ datato ma non squallido, tiene alta la bandiera della settima arte a dovere. Dietro c’è una roccia imponente e indifferente. Non c’è nessuno la sala non è pronta, non arrivano altri clienti, ti domandi se proietteranno ugualmente. Lo fanno. E realizzi il sogno di una proiezione privata.

Erano anni che ci fantasticavi sopra: ma pensa se non si presentasse nessuno, pensa che bello un cinema senza nemmeno un estraneo. L’ombra della tua identità mentre sedevi al cinema oppure in un bar. E ti viene da ringraziare per la compagnia e per il momento, per l’esperienza surreale.

Questo solo per tenere a mente che le luci fanno ricordare le meccaniche celesti e quanto può portare lontano la libera associazione di musica, ricordi e quant’altro, soprattutto quant’altro. Tessere unite dai pensieri associativi. Ognuno rappresenta un legame unico ed indecifrabile.

E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.

Cinema Ideal di Verres (AO)
Cinema Ideal di Verres (AO)

Grazie a chi c’era ed al cinema Ideal di Verres (AO) per la proiezione e per l’spirazione.

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O tempora!

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Due giorni senza internet. A rifletterci sembra quasi una cosa da preistoria: com’era fatto il mondo senza avere di colpo tutte le informazioni? Senza poter ricercare niente, senza acquistare, prenotare nulla dalla rete o senza effettuare video chiamate dal PC. Quasi non me lo ricordo. Ti manca la connessione ed al 187 un disco rotto ripete che: “nella sua zona si è verificato un guasto alla linea” poi ti chiedono se vuoi essere avvertito quando verrà riabilitata. Gli dici di sì, ma quando ritorna  nessuno ti dice nulla. Solo la lucina verde del rooter sembra comunicarti che il mondo non ti ha più lasciato da solo. Ovviamente è un’illusione. Pochi minuti dopo la rottura del cosiddetto isolamento appare questa fotografia:

Ian Curtis (15 July 1956 — 18 May 1980)
Ian Curtis (15 July 1956 — 18 May 1980)

Non è nulla, è solo una forgrafia di Ian Curtis dei Joy Division davanti ad una cabina telefonica. Un oggetto d’antiquariato che sta scomparendo. I gettoni (poi le tessere), i dischi, i tastoni della restituzione nei quali, da bambino, riponevi una segreta speranza di un ghiacciolo gratis. Oggi Ian avrebbe 57 anni, chissà cosa penserebbe, chissà se avrebbe un qualche senso che lui fosse ancora qui. La sua fine è davvero troppo triste per rivangarla in questa sede, è già stata oggetto di libri e film.

Quando non c’era internet non so come feci a scoprire che le copertine di “Closer” e del singolo “Love Will Tear Us Apart” provenivano entrambe dal cimitero monumentale di Staglieno (Genova), eppure ce la feci. Grazie al caso, ma seppi anche del video di Anton Corbijn per “Atmosphere” e, complice anche l’autosuggestione (che non a caso è il titolo di una loro canzone), divenne in fretta il mio video musicale preferito. Misi a posto le tessere che componevano la sua vita raccattando un frammento qui e la, fino a che la sua vedova si decise a diradare qualche dubbio con la sua biografia, poi diventata il film “Control” di qualche anno fa.

C’era un alone di mistero che adesso davvero sembra quasi ridicolo. Era dispendioso, affascinante e a volte frustrante. Eppure le cose avevano un altro sapore, non necessariamente migliore, sicuramente diverso. Un disco era ancora una conquista. Richiedeva sacrificio e spesso una lunga ricerca. Ian Curtis non era un insieme di pixels: era un’ entità eterea ed indefinita che sarebbe troppo irrispettoso chiamare fantasma. La sua figura appariva davanti agli occhi, materializzata attraverso testi carpiti con fatica e tradotti  macchinosamente. Era un ragazzo che non c’è più, una persona umana eppure sensibile, appassionata e in grado di toccare tantissime anime. E di farle commuovere.

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Can you stay for these days?

Quasi una citazione da spaghetti western*

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A nord le occhiaie sono un po’ meno fonde, ma gli occhi bruciano da morire, ad ovest nulla da segnalare, ad est due abrasioni profonde sulla mano e a sud tre vesciche in via di guarigione.

Black Sabbath 13
Black Sabbath 13

I Black Sabbath stanno per fare uscire il primo disco dopo anni con Ozzy Osbourne ma senza l’amicone Bill Ward (sigh) e la notizia, anche se è di ieri, è che hanno annunciato l’annullamento della data italiana dovuto a non meglio precisati motivi logistici che facilmente saranno da ascrivere alla ben nota organizzazione di cui l’Italia tutta si fa onore e vanto. Aiuto. Comunque non avevo nemmeno preso il biglietto: un po’ perché, fortuna mia, li vidi già nel 1998, un po’ perché giudico abbastanza immorale spendere 60 e passa euro per un concerto, sia pure di leggende viventi, e soprattutto perché, nonostante abbia acquistato ben due copie del disco in questione (“13”, in vinile ed in CD de luxe), sono pienamente consapevole del fatto che in cabina di regia ci sia la contabile che il povero John Osbourne si ritrova come moglie.

Già una cosa come “The Osbournes” dovrebbe bastare a farla condannare all’unanimità, ma ovviamente la giustizia non è di questo mondo.

Nonostante questo, quello che ho sentito mi piace: Iommi, seppur fisicamente provato, ha ancora un database di riff nel cervello ineguagliabile, Geezer sostiene la sua inventiva alla grande, Wilk fa il suo mestiere e Rubin ha il merito di rendere il biascichio di Ozzy ascoltabile. Tuttavia il grosso demerito del suddetto produttore è di dare un suono decisamente trooooooppo pulito al tutto, soprattutto la chitarra di Iommi che avrei voluto bella spessa, terrosa e, soprattutto, fieramente analogica e valvolare invece sembra uscita dal peggiore dei pro tools digitali. Amen.

"The Tree Of Life" Terence Malick
“The Tree Of Life” Terence Malick

Domenica, dopo averne sentito parlare e riparlare, ho visto “L’albero della vita” di Terence Malick, nuovo idolo della critica cinematografica. Bah… noioso, consolatorio, autocelebrativo ed autoindulgente, un po’ una palla per essere concreti.Tutte queste immagini pulitine ed educate, tutto questo sfoggio musicale, tutti questi scontri fra macro e micro cosmo e tutto questo tedio domenicale, per citare i CCCP. Ho sentito parlare di paragoni ingombranti con “2001 odissea nello spazio” ma il povero Terence non si avvicina nemmeno ad un fotogramma di cotanto film. Innanzitutto la perfetta simbiosi tra musica ed immagini ottenuta dall’ immortale Kubrick, in Malick risulta scialba e poco organica, le immagini risultano tutte molto rifinite e raffinate nella qualità ma per questo risultano fin troppo algide e asettiche, il regista non sembra volersi sporcare le mani con le tematiche che affronta mentre Kubrick ne ha il controllo assoluto, senti quasi il suo respiro dietro alle immagini. E soprattutto, pur dirigendo un film pesante per scenografia e temi affrontati, Kubrick riesce a non annoiarmi nemmeno un secondo e lo stesso non si può proprio dire per il regista de “L’albero della vita”. Inoltre, visto che è una cosa che non sopporto devo proprio dirla, tutta quella falsa consolazione che il film cerca spasmodicamente per tutta la sua durata mi fa vomitare.

Che bello sparare sentenze*.

Il cattivo
Il cattivo

Gimme a break!

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Travis Bickle in un momento di stress profondo da musica ascoltata ossessivamente
Travis Bickle in un momento di stress profondo da musica ascoltata ossessivamente.

Questo è un post che parla delle ossessioni sonore, sapete quel simpatico meccanismo nella testa delle persone e che fa in modo che certi motivetti (gli inglesi li chiamano “earworms”) si instaurino in qualche recondito spazio del cervello e non ti lasci più in pace: a volte piacevolmente, altre volte meno. Anzi, aggiustando il tiro, questo post parla del fenomeno che fa si che le persone ascoltino ossessivamente un brano per ore, giorni mesi anni, quella di prima può essere una conseguenza di un siffatto comportamento. Personalmente lo rifuggo come la peste. Anche dei miei artisti preferiti non riesco ad ascoltare ossessivamente più nulla, non riesco ad ascoltare due volte di fila lo stesso album, figuriamoci la stessa canzone.

E’ una cosa piuttosto comune farlo ma a me da un fastidio incredibile. Quando un disco finisce devo cambiarlo, devo. Iniziò con la paura che certe canzoni mi venissero a noia a forza di ascoltarle ma, gradualmente, si è trasformata in una sorta di ossessione al contrario. Le ultime “fisse” in tal senso sono stati i primi lavori del Litfiba (fino a “Pirata”) alle superiori ed i primi sei dischi dei Black Sabbath all’università, perché, ebbene sì, li ho conosciuti dopo. Ma dopo di questo basta. Non ne ho più voluto sapere e dev’essere per questo che la mia collezione di dischi si è ampliata a dismisura. Comunque, come tutti, anche io ho i miei periodi “di ascolto ripetuto” ma sono molto più dilatati di quelli degli altri, nel senso che per riascoltare il disco in questione è necessario che passi almeno un giorno… almeno.

Lascio immaginare quanto soffro con i tormentoni musicali ed in particolare con, chessò, “What’s up” delle 4NonBlondes, con “Roadhouse Blues”, “Smells like teen spirits”, “Knocking On Heaven’s Door”, “Losing My Religion”, “No Woman No Cry” o con “Somewhere Over The Rainbow” rifatta da tutto il mondo e fresca fresca colonna sonora di una qualche compagnia telefonica. Come dicono oltre manica: “Gimme a break!!!!”

Ma chi è che sta parlando? Chi è?

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