Cinema

Sergio Leone: “C’era Una Volta In America”

Postato il Aggiornato il

Sergio Leone sul set di “C’era Una Volta In America”

Quando penso a Sergio Leone l’associazione di idee che mi viene spontanea è quella con mio padre. Forse solo io sono in grado di scorgere delle somiglianze anche fisiche tra i due, sono comunque sicuro della stima del mio genitore nei confronti del regista romano, perché era un suo mito di gioventù (come Jimi Hendrix), perché, sempre in quel periodo aveva recitato in un western semi-amatoriale girato da un gruppo di amici nella campagna biellese, perché da piccolo insistette per portarmi in tenerissima età a vedere “C’era Una Volta In America” quando uscì, nonostante il tema non proprio adatto a un bambino e la durata del film assai proibitiva per uno che era poco avvezzo a stare fermo e buono. Anche la mia genitrice conosce bene questa paterna passione, da ragazzi quando iniziarono a uscire assieme, ebbe addirittura l’ardire di portarla a vedere “Giù La Testa” (film che si apre con un peone che urina su alcune mosche) anziché, chessò, il classico “Love Story” di turno: le mosse banali e accondiscendenti non sono proprio nel DNA dei maschi di casa.

Comunque mi ci portò e ressi piuttosto bene, magari non capii tutto ciò che si svolgeva sullo schermo argentato, però ne uscii con un sorriso sornione stampato sul viso. Mi ricordo le merendine trafugate all’interno della sala (dura circa tre ore non c’era tempo di cenare) e i vari tentativi per trovarle ed aprirle al buio, anche il fatto si essere contento di entrare in contatto con una parte del suo mondo di adulto che, all’epoca, rimaneva una zona piuttosto fuori dalle mie possibilità. Mia madre lavorava quella sera, quindi eravamo solo io e lui.

Crescendo, chiaramente, ho scoperto, visto e rivisto i film di Sergio Leone e sono anche stato pervaso da una strana sensazione di fierezza quando ho scoperto che, per girare il film che avevo visto io, aveva rifiutato di fare “Il Padrino”, di sottostare alla trovata pubblicitaria di far fare a un italiano un film su Don Vito Corleone, benché nel suo film ci sia un personaggio denominato “noodles” (spaghetti). Si era anche tolto lo sfizio di dare ad un produttore che voleva apparire a tutti i costi, la parte dell’autista che si fa corrompere (è noto che i produttori abbiano un rapporto particolare con il denaro) per non divulgare il fatto che nel sedile posteriore della sua auto ha appena avuto luogo un tragico stupro.

In questi giorni (dal 18 al 21 ottobre) una versione restaurata e ampliata verrà proiettata nuovamente in alcune sale cinematografiche italiane, purtroppo nessuna nella mia zona. Avrei tanto voluto rivedere Robert De Niro che sorride soddisfatto alla fine del film, esattamente come deve aver fatto il regista che, finalmente, era riuscito a realizzare il suo sogno: dirigere ed ultimare questo film, costato anni di sacrifici e fatiche e inseguito con tutta la passione che si può mettere nell’inseguire un idea di struggente bellezza. Lui avrebbe sorriso e, magari, a me sarebbe scappata una lacrima. Ancora una volta: Grazie Sergio!!!

Robert De Niro: C’era Una Volta In America

(I’m a) Dead Man

Postato il Aggiornato il

Alcune volte, è quasi come se mi sentissi gelare dall’interno, se la mia anima si paralizzasse: all’improvviso qualcosa dentro si ferma, si incrina, si spezza. Mi tremano le labbra, le mani si serrano in pugni che però farebbero male solo a me stesso e gli occhi bruciano da impazzire. La crisi arriva inaspettata, spietata e algida. Come un crampo ad un muscolo: un dolore dilaniante e fulmineo all’interno del quale ti muovi lucido nella tua miseria, che ti si para davanti come una visione nella quale appare chiaro quanto vana sia la tua speranza e quanto tristi si rivelino i tuoi sforzi.

Eppure, sapete, quello che vi hanno detto sul Far West è falso: gli eroi senza macchia, sono delinquenti e depravati, assassini e cannibali. L’indiano è acculturato a causa dell’uomo bianco.  E chi porta il nome di un poeta morto, si muove con una pallottola in petto ed è l’unico a non morire.

Quindi può ben darsi che io mi sbagli anche riguardo ad altro.

Incipit

Postato il Aggiornato il

Spesse volte non si focalizza a sufficienza l’attenzione su come le cose incominciano. L’inizio però spesso è fondamentale e quando mi soffermo a pensare all’inizio dei film è quasi fatale che l’inizio di Dawn By Law finisca per venirmi in mente come esempio da citare. Ho visto e rivisto questo spezzone con in sottofondo “Jockey Full Of Bourbon” di Tom Waits (dal magistrale “Rain Dogs”) abbastanza volte da innamorarmene letterlamente. La prima volta che lo vidi coscientemente fu una notte nelle vicinanze delle feste natalizie secoli fa, il solito fuori orario fatto apposta per insonni, depressi cronici, gente che torna a casa tardi con la testa pesante. Io mi reclusi in casa quella sera storidito dal chiassoso festare come un novello Ungaretti che demolisce il natale standosene davanti al caminetto in quiete.

Jim Jarmusch a Cannes nel 2005

Lungi da me fare parallelismi con il poeta che lessi e rilessi fino a abbracciarne ogni sillaba in gioventù, però quella sera il mio caminetto era, tristezza delle tristezze, l’apparecchio televisivo e un film che mi spiazzò con i suoi sottotitoli ed il suo bianco e nero, sbattuti in faccia ad un adolescente che cominciava ad assuefarsi un po’ troppo ad effetti speciali e storie preconfezionate. La carrellata si apre al cimitero con il primo piano di un carro funebre enorme nel suo essere statunitense, quasi una cerimonia degli opposti fra l’alpha del film e l’omega della vita di qualcuno che quel carro aveva trasportato al campo santo, lo stesso reso famoso decenni prima dalle scene lisergiche di Easy Rider. Poi parte la voce svogliata e impastata di Waits e sembra quasi di sentirne il fiato intriso di alcool e tabacco mentre la telecamera comincia il suo viaggio fra le strade di New Orleans, alla ricerca di due dei personaggi che finiranno per diventare protagonisti del film, si muove tra strade sporche e davanzali decorati, tra cieli dalle nuvole appena accennate e pneumatici abbandonati, tra la polizia che arresta qualcuno (oscuro presagio) e personaggi anonimi che si muovono lenti, tra le paludi e le case abbandonate. Il carrello scorre sicuro da destra a sinistra fino ad incontrare Jack (John Lurie), che di professione fa il protettore, dorme con una delle sue donne mentre l’altra, completamente alienata, rimane ipnotizzata dalla luce esterna che cambia, la musica di ferma per due miseri stralci di dialogo. Poi la telecamera inverte il verso del suo tragitto, impietosa sulle miserie e gli splendori della città fino a scovare il rientro a casa di Zack (lo stesso Tom Waits), un DJ che non riesce a tenersi un lavoro, dalla sua affascinate (nel suo essere trasandata) consorte Laurette (Ellen Barkin) che, senza farsi vedere, apre gli occhi in silenzio esattamente come la donna dormiente nel letto di Jack, quasi che questo silente risveglio fosse un invito agli spettatori a concentrare la loro attenzione su ciò che il film sta per narrare, su come la vita dei personaggi stia per venire sconvolta dagli eventi e su come loro stessi saranno in grado di reagire ai cambiamenti tragicomici che stanno per avvenire nelle loro vite. Un po’ come la musica che da svogliata e quasi sonnolenta che era si risveglia, nel finale, con l’incedere invadente di un sassofono che pare irrompere nell’etere quasi a discapito delle percussioni incessanti ma quasi in sottofondo, della chitarra incastrata ad arte, senza protagonismo manifesto (come suo solito) nel brano. Di un incipit così ispirato occorre ricordare l’autore: Jim Jarmusch, uno dei registi che ammiro maggiormente.

Annabel

Postato il

E poi c’è questo uccello canoro che pensa di morire ogni volta che cala il sole. E la mattina quando si sveglia è così sconvolto di essere vivo che si mette a cantare la sua melodiosa canzone. Io canto ogni mattina da quando ti conosco…

Dell’ augusto disgusto

Postato il Aggiornato il

Sorrido al pensiero che tra poco sarà agosto. Fa ridere pensare a quel che significa per molti in attesa della classica ora d’aria gentilmente concessa dai propri datori di lavoro. Fa ridere ritenere che in molti finiranno per non giovarsene affatto, fa ridere pensare che finiremo per andare in vacanza tutti assieme come tanti pecoroni e una tristezza disperata nei pensare ai luoghi di villeggiatura, a quel mare assediato. Ancora una volta agosto, per quel che mi concerne, è un mese terribile: tutti finiscono per dileguarsi nel nulla, mancano solo le balle di fieno che rotolano solitarie trasportate dal vento.

Credo che mi chiuderò in casa, leggerò qualcosa, farò suonare il basso e mi metterò ad urlare fortissimo.

Domenica mattina

Postato il

Trattenere le parole una volta che le hai intercettate è sempre difficile, poi svegliarsi e sentire scariche elettriche propagarsi tra i nervi del collo,  l’aria rarefatta e calma:  domenica mattina.

Perfettamente solo ed inerte, occupare lo spazio con gesti lenti e strascicati, indolenti nella sostanza.

Rivedere la notte precedente attraverso un faro: gli alberi spettrali e rigidi, la strada di un nero senza tono, le nuvole gelatinose nel buio ed il freddo che assale lo stomaco. La stessa  presenza di uno spettro diafano, quando nessuno si è ancora accorto della tua presenza, sembri quasi legittimato a non esistere, puoi quasi illuderti di non dover affrontare un altro giorno, prima che la coscienza spezzi il torpore.

Il futuro ed io

Postato il Aggiornato il

Il post di ieri e’ stato piuttosto frettoloso, non avevo sufficienti risorse per poter esplicitare ulteriormente il mio rapporto con gli scritti di Ray Bradbury, ne’ con il gruppo spezzino dei Fall Out (insieme ai Negazione un gruppo cui sono molto legato) e neppure con il futuro, con quello che aspetta sia me stesso che il mondo in generale.

Non sono mai stato molto noto per la mia visione positiva della vita, particolarmente quando ero verso la fine delle superiori ed anche al primo anno di universita’, magari complici anche gli ormoni impazziti ed inascoltati, propri del periodo, la mia visione delle cose si inabissava giorno dopo giorno. Avevo una trilogia di libri, cui pensavo, al tempo, come “la trilogia del futuro”: c’era, ovviamente, “Farenheit 451”, “1984” di George Orwell ma anche ” Un mondo nuovo” di Aldous Huxley… tutto veniva “splendidamente” riassunto poi dalla frase di O’Brien che recita: “Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre” ero, insomma, un personaggio solare ed innamorato della vita e delle persone che mi circondavano.

Sia bene inteso che quanto narrato nei tre libri fossero avvenimenti molto tragici, eppure mi affascinava anche l’idea di una piccola porzione di umanita’ che si ribella, che non si adegua, che tenta strenuamente di opporsi ai tentativi di controllo da parte del potere, mi interessava anche verificare fino a che punto fosse possibile manipolare le persone e renderle un mero strumento della volonta’ altrui.

Nello stesso periodo o, se vogliamo essere precisi, poco tempo prima, mi nutrivo molto di Hardcore, la deriva forse piu’ oltranzista e lucida del punk settantasettiano: in Italia c’era un distaccamento piuttosto nutrito e agguerrito di questo movimento giovanile che ha le sue radici in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Uno di questi gruppi, con cui entrai in contatto, erano i Fall Out di La Spezia. Lessi del loro disco dell’88 “Mondo Criminale!” sempre su H/M  scrissi loro e me ne mandarono una copia (ah che sensazione inviare i soldi nascosti nella carta a carbone e poi accorgersi che il nero ti ha invaso il volto!) e mi si aprì davanti qualcosa di nuovo, i testi, le citazioni (alcune delle quali destinate a diventare una costante fonte di riflessione), l’artwork curato dall’indimenticato prof. Bad Trip!

Nella copertina interna il gruppo si prefiggeva di risvegliare le menti di coloro che ascoltavano il disco e devo dire che con me centrarono il bersaglio. Parlavano il mio linguaggio dell’epoca: claustrofobiche visioni di un mondo spogliato di ogni umanità, sia attraverso l’abominio del passato, che attraverso la prospettiva di un futuro senza speranza… pane per i miei denti di allora quando mi cibavo di visioni apocalittiche e di negatività in tutta risposta all’esuberanza marcia e arrivista propria di fine anni ’80/inizio ’90. In realtà non ero un personaggio totalmente negativo che passava le sue giornate a deprimersi e a farsi del male… ok, anche, ma non c’era solo quello… il punto fondamentale era che la realtà mi sembrava totalmente diversa da quella che traspariva da radio e televisione, mi sembrava che tutto fosse una colossale menzogna che si andava raccontando alla gente ed ero terrbilmente schifato dall’ipocrisia generale. Questo nascondeva però una persona passionale che ricercava la verità sopra ogni cosa, che credeva (e crede) negli ideali e nei sentimenti nonostante si attenti a queste cose da più parti, in continuo.  I Fall Out Parlavano per iperboli, ma sembravano infinitamente più concreti e reali di tutto quello che la cultura massificata tendeva a raccontarmi. E all’inizio della seconda facciata del vinile c’era “Farenheit, il giorno della fenice”, canzone ispirata dal libro di Bradbury che finì per divorare ed adorare, qualche tempo dopo esattamente come il fim di Truffault.

Oggi riguardo con tenerezza a quel tardo-adolescente, soprattutto per via della sua passione e trasporto che col tempo hanno un po’ allentato la presa, a favore di un certo cinismo e disillusione e non so dire effettivamente se il cambiamento sia positivo. Il mondo, certe persone, gli interessi, il potere e tutto ciò che ci gira attorno continua a far paura. Ed il domani non appartiene a nessuno…

L’innamorato, come il poeta, è una minaccia per la catena di montaggio (Rollo May, Love And Will, citazione dal libretto di “Mondo Criminale”)

Ray Bradbury 1920-2012

Postato il

Dearly missed writer and future teller.

Fall Out: Underground Italian Hardcore Band from La Spezia.

Il caos regna!

Postato il Aggiornato il

Dopo averlo citato in modo ironico, sono due giorni che questo adagio di Von Trieriana memoria mi ossessiona. Proviene da uno dei due films che sono stati realmente in grado di terrorizzarmi perchè, da buon aderente alla cultura metallara, in gioventù sono stato bombardato di horror movies, nessuno nei quali ha finito per terrorizzarmi come avrebbe dovuto, anche se mi sono innamorato della bravissima Sissi Spacek in “Carrie-lo sguardo di satana” di Brian De Palma.

Comunque un conto è far saltare sulla sedia quando, chessò, uno zombie appare sullo schermo, un altro conto è terrorizzare, farlo sul serio… inoculare una paura profonda e radicata, colpire violentemente l’immaginario con immagini in grado di farti spegnere ogni speranza nelle persone e nel futuro, farti intuire di quali sordidi abissi sia capace l’animo umano in modo tale che ti sia impossibile eludere, da quel momento in poi, certi pensieri e, nei momenti peggiori, nemmeno conviverci, fino al punto di interrogare se stessi allo sfinimento per poter considerare se, in effetti, anche noi stessi, in quanto appartenenti alla stessa specie, in determinate condizioni, saremmo in grado di sviluppare certi pensieri e, cosa ancora più grave, tradurli in azioni.

“Antichrist” di Lars Von Trier è stato un film in grado di scardinarmi l’animo, nonostante un doppiaggio criminale inflitto a Charlotte Gainsbourg. In una dimensione intima, quella della coppia, si vede chiaramente come, di fronte ad un evento tragico come la morte di un figlio, gli equilibri saltino e si possa impazzire fino alle estreme conseguenze. E’ devastante, l’atmosfera claustofobica e delirante, la malcelata misoginia, il dolore astringente che sembra grondare come da un limone spremuto con un’estrema violenza, per tacere della tremenda (nel suo lirismo deviato e morboso) scena iniziale con un solenne “lascia ch’io pianga” di G.F. Händel a fare da contraltare alla tragedia. Posso ben dire di essere uscito dalla mia sala di fiducia visibilmente scosso.

In tutto questo la scena della volpe ha in se qualcosa di ridicolo, tanto che qualche risatina sommessa, nell’inquetante sala di proiezione, a qualcuno è scappata… però a ben pensarci la frase inserita in quel contesto appesantisce ancora di più il fardello di un film ai limiti della sopportazione, per quello che mi riguarda. Il caos è lo stato al quale tutto finisce per tendere, secondo il concetto di entropia che scaturisce dal secondo principio della termodinamica, quindi il messaggio è che non c’è scampo non c’è via d’uscita, in senso assoluto. Altro macigno.

Se questo film riguarda la sfera intima, l’altro film in grado di segnarmi riguarda quella pubblica e ha messo nuovamente a durissima prova il mio equilibrio interiore durante la visione.

L’ultimo lavoro cinematografico di Pier Paolo Pasolini “Salò o le centoventi giornate di Sodoma” è infatti uno di quei film che non si possono non chiamare opere d’arte, in quanto solo un artista dalla sconfinata bravura può essere in grado di metterti di fronte ad un simile spettacolo, generando in te una tale repulsione ed un tale disgusto per tutto quanto succede sullo schermo che da quel momento tu conosca vicino l’abominio di cui può essere capace un insieme di uomini pur non avendolo vissuto direttamente sulla tua pelle.

Un film il cui messaggio scava solchi profondi e dolorosi come faglie transoceaniche dell’animo, soprattutto perchè parla con il linguaggio della follia liberticida che il nostro paese ha vissuto in prima persona sulla pelle, l’abisso di civiltà e di umanità meglio noto con il nome di regime fascista. Viene spontaneo chiedersi se, alla luce delle dichiarazioni rilasciate (provocatorie o vere che siano) a Cannes durante la conferenza stampa di presentazione a “Melancholia”, Von Trier abbia visto questo film e che effetto gli abbia fatto….

Non ho intenzione di soffermare le parole in modo morboso sulle singole scene, tuttavia sia in questo caso che in quello precedente, dopo aver messo alla prova se stessi con certe visioni, ho avvertito la necessità di tenerle con me in qualità di moniti estremi, senza indugiare oltre, sia pure solo con lo sguardo, in certi tetri pozzi dell’animo. Poichè non puoi dire di conoscere te stesso se non li hai mai sondati, ma, per dirla con Nietzsche, “Se guardi a lungo nel’abisso, l’abisso guarda in te”.

Il caos regna ed ho perso qualche speranza anche oggi.

No, grazie

Postato il Aggiornato il

Grazie, no. Questo è un post contro il matrimonio: non mi serve, non serve, ha poco senso. L’unico senso possibile si ostinano a darglielo la chiesa e lo stato, due entità che hanno probabilmente una ragione di esistere, ma dalle quali non intendo farmi guidare. Prima di essere un cittadino o eventualmente (visto che sono agnostico) un credente, sono me stesso e se, in coscienza, mi sento di dissentire lo faccio.

Circa il sacramento religioso non mi pronuncio, giacchè è una questione di fede, se si ha la fede non serve ragionarci sopra, se si ha la fede si accettano i precetti istituzionali della fede e si va avanti. Ho un profondo rispetto della fede, ma non rientra nelle mie facoltà averne, sono abituato a riflettere, sono abituato a ragionare e tali abitudini mi hanno portato a dubitare dell’esistenza di Dio e a dubitare enormemente di più di chiunque dica di rappresentarlo su questa terra: sarei un enorme ipocrita a presentarmi, eventualmente, all’altare.

Per quanto concerne l’istituzione civile, trovo ingiusto che lo stato chieda a due persone di formalizzare i propri sentimenti: appartengono alla sfera del privato e, per quanto mi concerne, lì devono rimanere, non sopporto che per godere di determinati diritti civili (sacrosanti) ci si debba presentare di fronte ad un sindaco (o a un prete): i miei sentimenti sono miei e riguardano solo me e la persona alla quale eventualmente li dovessi rivolgere.

Non desidero essere frainteso però: nel corso del tempo ho avuto la (s)fortuna di innamorarmi un misero totale di due volte (si beh, non sono affatto un soggetto facile), in entrambi i casi avrei voluto trascorrere l’esistenza accanto quelle due persone, non ho mai avuto dubbi su questo, ma non mi ha nemmeno mai sfiorato il pensiero di chiedere alle (s)fortunate di sposarmi. Questo non è un post contro la monogamia, non è nemmeno un post di una persona cinica che non crede nei sentimenti e nel fatto che possano durare, questo è un post contro l’invadenza delle istituzioni: le vostre coreografie non mi riguardano!

Detto questo Kirsten Dunst è bellissima, Von Trier va preso con le molle e Morrisey invece ci va giù più pesante…