Cinema

C’erano una volta i Litfiba

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So che per molti il primo disco dei Lifiba è “El Diablo” o, se si è leggermente più fortunati “Pirata”. Nel primo caso si tratta di un primo lavoro, è vero ma di un nuovo corso che li ha portati verso territori assai diversi da quelli di partenza, il secondo è un live, con sovraincisioni che ne chiude un’ altra.

Alle superiori passai circa un anno intero senza ascoltare molto altro che i primi tre lavori in studio della band fiorentina. Erano come dire, genuini, sensibili ed anche un tantino naif nella loro reinterpretazione della new wave d’oltremanica, e ci stava tutto… Nononstante il metallarismo che iniziava a incunearsi in me, loro fecero decisamente breccia e diventarono fedeli compagni di vita e riflessioni… mi sono venuti in mente soprattutto per questo brano, che aderisce al mio stato d’animo insonne dell’ultimo periodo.

Si sono riaffacciati e non col loro ultimo disco.

E continua l’insonnia. L’ansia. La depressione. La disillusione. La nausea. La solitudine. Il dolore. La rabbia. I pugni contro il volante. Gli occhi iniettati di sangue.

Braccato dalla consapevolezza.

La mia pelle si spacca e non si riforma più

Silence?!

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Il 5 febbraio 1990 usciva “Enjoy the silence” (il singolo), tanti auguri. Vogliamo metterci a parlare delle miriadi di cover version che questa canzone ha dovuto subire (non ultima quella terribile dei nostrani lacuna coil), del bellissimo video di quel genio di Anton Corbjin (sua la firma sotto quel video-capolavoro che fu “Atmosphere” dei Joy Division, uno dei miei video clips preferiti in assoluto), dell’influenza abissale che il gruppo ha avuto? Tutte cose vere ma mi annoiano a morte, le sa (o le dovrebbe sapere) chiunque.

Detesto gli anni ’80 musicalmente parlando, soprattutto i suoni altamente sintetci di batteria e tastiere, ciò nonostante i ‘Mode furono uno dei pochi gruppi in grado di salvarsi, almeno per quanto mi riguarda, avevano (hanno?) un enorme qualità del songwriting con melodie ficcanti ed incisive, per tacere del fatto che sono in grado di far risultare oltremodo “fisica” la loro musica per quanto risulti essere basata su sonorità alquanto artificiali. Dunque ancora auguri.

Però ricordardomi questo anniversario mi sono chiesto che rapporto ho col silenzio. Pessimo. Amo la musica ad un volume violento e molesto (ed ho visto tre volte i Sunn 0))) ), i silenzi delle persone a cui tengo danno automaticamente il via a mille paranoie e tristissime serate, quando passeggio ho quasi sempre le cuffie alle orecchie (se ve lo steste domandando uso ancora il CD portatile, visto il post precedente e la mia allergia ai maledetti i-pod) quindi al diavolo il silenzio. Ha senso solo in determinati e precisi momenti che verrebbero irrimediabilmente rovinati dalle parole, tipo quando si è conquistata la vetta di una montagna per dirne una. (Anche se in tale caso si può anche venire colti da un attacco logorroico involontario…)

E’ anche vero che le parole sono altamente sopravvalutate, che in pochi (e probabilmente anche io) sono in grado di usarle con la dovuta proprietà e dire  ciò che effettivamente andrebbe detto, inoltre ancora meno danno alle parole il peso che meritano (“Promises are shit, we speak the way we breathe” dicono i Fugazi) e sono in grado di far segure loro i fatti. Allora benvenuto sia il silenzio.

L’ho lasciata entrare

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Nevica e mi va di parlare della neve. Di quale meraviglia susciti nella mia anima. Finalmente nevica, anche quest’anno. Mi mancava come una magia che non si perpetra, come una promessa in attesa di essere mantenuta. La neve è sempre stata vicina al mio cuore. La neve è sempre stata compagna dei miei sogni e sorella dei miei silenzi leggeri e lieti. Vederla attraverso gli occhi di un cucciolo che la incontra per la prima volta e sembra ipnotizzarsi al suo discendere. Vederla negli occhi di un autore desaparecido che la rende fosforescente e mortale. Evocarla nella canzone di un gruppo musicale, non avendo paura di andare fuori contesto. Ricordare i pupazzi uccisi dal sole e la tristezza nel vederla sciogliere. Richiamare il ricordo di una serata tra amici terminata con una passeggiata solitaria e bellissima sotto le sue algide coltri mentre ognuno tace nel sonno al sicuro sotto le coperte. Una silente armonia che nemmeno il fragore dissennato del lavoro è riuscito a cancellare. Eppure quest’anno il ricordo più caro è legato ad una nevicata estiva, sullo schermo, ed a una meraviglia ancora più grande al mio fianco e nella mia anima. Ed è grande, enorme, insostenibile la mancanza che suscita. Raggela l’anima.

(Delle stelle non oso parlare)

The Aritist

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La scommessa era grande, enorme. Fare un film muto circa 90 anni dopo che l’epoca della mimica facciale è andata ufficialmente in pensione… pare un impresa titanica. La serata è freddissima, fino all’ultimo mi interrogo circa la possibilità di andare a vedere questo film che, nal mio solito rifugio d’essai, è giunto all’ultima serata di programmazione. Alla fine vinco la mia proverbiale pigrizia, accentuata anche dalla depressione altalenante (verso il basso sia chiaro) dell’ultimo periodo, e ci vado (se c’è una cosa che può salvarmi è definitivamente l’arte).

Le strade sono più che deserte: come sempre nel periodo invernale vanno tutti in letargo, per poi risvegliarsi sempre più chiassosi e molesti a primavera inoltrata… (ci sarà un motivo se amo l’inverno!) Arrivo sempre in anticipo se posso, in primis perchè parcheggiare è sempre un grossissimo problema, poi per fare un giro per il locale ricetto, un borgo medioevale che stasera si ripropone deserto gelido e dai colori a tratti pungenti, a tratti rarefatti, sempre suggestivo comunque.

Digressioni a parte, mi trovo di fronte ad un film veramente riuscito e assolutamente coinvolgente, tutti i premi vinti (recentissimi Golden Globe e Cannes per dirne un paio) una volta tanto non sono stati dati a caso e, anche nel caso di magheggi, probabilmente non ce ne sarebbe stato bisogno. Il film riporta realmente la settima arte alle origini: grandi musiche, splendide coreografie e, finalmente, una storia in grado di coinvolgere, di farti parteggiare per i protagonisti, partecipare emotivamente alle loro vicissitudini e, personalmente, non è affatto poco. In più certe chicche tipo l’auto-abbraccio della protagonista alle prese con la giacca dell’artista, il medesimo che rivede se stesso con il vestito dei tempi che furono attraverso una vetrina oppure le bocche parlanti che lo perseguitano che mi hanno ricordato certe soluzioni di langhiana memoria (gli occhi che compaiono sullo sfondo di “Metropolis” in una scena)… veramente bello, in una parola.

In più affronta una tematica che mi è sempre stata cara da “C’era una volta in America” di Sergio Leone a “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick, ovvero la stoica lotta per non adeguarsi e restare fedeli a se stessi, contro tutto e tutti… ovviamente spesso è una battaglia persa e, comunque, è una battaglia che, per essere vinta, ci fa uscire sconfitti dalla vita…

Detto questo il cane Uggy si è ufficialmente conquistato la mia venerazione sia dal punto di vista cinefilo che da quello cinofilo. Grande!