Downward spiral

Musica indipendente italiana

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La domenica pomeriggio Rai tre decide di dedicare uno speciale alla musica indipendente italiana. Quando me ne accorgo mi chiedo cosa aspettarmi dal servizio pubblico nazionale, non faccio in tempo a formulare un’ipotesi quando si concretizza davanti agli occhi l’ineluttabile.

Una lunga parata di bellimbusti dall’aspetto tutto sommato conformato ad uno standard, una serie di suoni, parole, musica… forse. Non salvo nessuno se non gli Zen Circus, i meno peggio, loro che, comunque, hanno un’ idea di che prezzo abbia realmente essere indipendenti, gente che si trova nel mucchio per caso, che non si arrende dal ’94. Inoltre un loro album ha un titolo altamente esplicativo del mio pensiero su quello che sto vedendo: andate tutti affanculo.

Scusate la brutalità. La musica indipendente italiana ha una spocchia, una puzza sotto al naso, una supponenza insopportabile. E, infatti, io non la sopporto: non sopporto gli Afterhours, i Marlene Kuntz, il Teatro degli orrori e nemmeno tutti gli altri messi in fila. Ricollegandomi al mio post precedente gli ultimi esponenti degni di attenzione ed adorazione sono rimasti i CSI, il punto più alto, poi il vuoto. O quasi.

Il “quasi” di cui sopra si chiama Stefano Rampoldi.

Edda. E’appena uscito il suo nuovo album “Graziosa utopia” ma ovviamente il tg3 non se ne avvede. Edda è scomodo, incostante, esplicito, incontrollabile, delirante e dolcissimo. Decisamente troppo per loro, per essere inquadrato, per essere pubblicizzato. Edda non ha paura. O forse ne ha troppa.

E’ uno che ha vissuto e non a parole. E’ uno che ha sbagliato e non per moda. E’ uno che si è esposto e non per esibizionismo. Soprattutto ha affrontato il suo inferno personale e si vede, si sente e si percepisce in ogni cosa che fa. Forse sono io ma mi sembra l’unico nel marasma ad essere sincero fino ad essere scomodo, come dovrebbe essere un vero indipendente.

Edda riesce a destabilizzare, a far pensare e a commuovere. Ve lo vedete un Agnelli (nome non citato a caso) che riesce a fare altrettanto? Davvero potreste sostenere che sia credibile? Siate seri…

Quando parte il brano d’esordio del suo ultimo disco, mi sento partire la pelle d’oca e nemmeno so perché.

Mi spezza in due l’anima in pochi minuti. E non posso farci nulla. “Spaziale” è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato e senza parole, che non fa male ma mi rivolta come un calzino. Edda riesce a usare parole banali (“Tu finalmente tu/ E’ arrivato il nostro momento/ per fortuna che ci sei”)  e a contestualizzarle senza renderle odiose come fanno mille altri, in questo è un maestro (si veda anche “Tu e le rose” del disco precedente) e non è una cosa da tutti.

Ha un’anima grande e fulgida, costruita sulla vita. Il resto del disco scopritelo da solo o non fatelo affatto. Io me lo tengo stretto, ne ho bisogno. Ho bisogno di addentrarmi nella notte con le sue parole, ho bisogno di confrontarmi con le sue immagini, di rispecchiarmi nei suoi stati d’animo. Artista e pubblico: finalmente un rapporto autentico.

E anche se scrivo questo per non pensare ad altro, non lo rende meno vero.

Grazie Edda, davvero.

 

Animali notturni

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Animale notturno

“Si scrive perché tutto muore, si scrive per salvare quello che muore. Si scrive perché il mondo è un caos inarticolato, e non riesci a vederlo finché non ne disegni la mappa con le parole”

Si va al cinema per venire rapiti dalle immagini, per dialogare con la storia, per riconoscersi nelle sfumature, per emozionarsi coi suoni e coi colori. Per comunicare a un livello superiore al mero verbo. A volte per crescere e riflettere.

Quando uscì il primo film di Tom Ford, il regista mi fece lo sgambetto. Un film diretto da uno stilista mi sembrò da subito una sfida ai miei pregiudizi, considerato che la moda viene recepita da me come il vuoto cosmico riempito di qualcosa di molto simile all’immondizia. Non ho cambiato idea sulla moda, sul fatto che l’estetica possa essere ricondotta ad un modello sterile ed insignificante, per giunta costoso e spesso privo di bellezza, questo crimine contro l’umanità continua a perpetrarsi tutt’ora.

Ho cambiato idea sul fatto che uno stilista possa essere un regista assolutamente pieno di talento. “A single man” mi ha conquistato. E’ ispirato, intenso e affascinante. E’ stato una ventata di aria fresca che non avrei mai inalato se il trailer non mi avesse colpito prima di un’altra proiezione. Avevo sentito dell’esordio dello stilista e regista/stilista ed ero deciso ad evitarlo come la peste. Eppure qualcosa mi aveva colpito nel trailer, o forse quella sera non avevo molto altro da fare. In tal caso benedetta indolenza. Ne sono stato catturato, pur essendo del tutto estraneo alle tematiche del film e questo non è cosa da poco, se qualcuno ti facesse leggere un libro su un tema assolutamente lontano da te, nel mio caso sarebbe già bravo, se poi riuscisse anche a farmelo piacere, allora sfiorerebbe il superlativo.

Quindi tutti i complimenti del caso. Il secondo episodio non me lo aspettavo e nemmeno lo cercavo, eppure mi ha trovato lui nello stesso identico modo del primo. E mi son detto che dovevo vederlo. E questa volta non solo mi è piaciuto ma mi ha fatto male.

La ricerca estetica vibrante in ogni scena, la puntuale caratterizzazione sonora di Abel Korzeniowski, i tremori emozionali della protagonista e la presenza del protagonista che non compare mai se non nei ricordi. Una storia divisa in due tra finzione e realtà compenetrate in maniera inquietante quanto precisa. Un rebus senza soluzione. Un labirinto di vetri o specchi nei quali o vedi te stesso o vedi oltre te stesso oppure guardi indietro, a un passato slabbrato e crudele. Incomunicabilità e nemesi familiari, il silenzio che domina sulla vita di ognuno di noi, quella violenza evocata a specchio dei propri dolori interiori. E la consapevolezza di valere di più della nostra stessa quotidianità, per quanto appagante. Affidare i propri dolori ad una storia cupa e cruda, cacciare a forza lo sguardo in una notte dell’anima che non conosce pietà e che al mattino conosce un’alba pallida e grigia, satura di nebbia e non lo splendore del sole.

Buttare fuori tramite le parole, nero su bianco, tutta la propria disperazione e dedicarla a colei che ne fu artefice, inviandole un manoscritto che, per altro, lei non riesce a eludere. Forse non lo vuole nemmeno, come se dopo aver provocato un incidente d’auto improvvisamente vedessi tutto con gli occhi di un Vaugahn consapevole del disastro, ma affascinato e consapevole del suo lato meramente estetico.

Da una parte sgravarsi dall’altra caricarsi. Da una parte dolersi e rinascere, dall’altra illudersi e morire. Fortunatamente, per quanto di rado, qualcosa mi riconcilia con il cinema e con l’arte.

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Animali notturni

0)))

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Immaginate una nebbia fitta e densa elevarsi nell’aria, un atmosfera umida e opprimente, una vibrazione salirvi dalle viscere, incamminarsi sulle vostre braccia, pervadere i vostri arti e scuotere i vostri organi interni. Valvole arroventate e sovraccariche, movimenti lenti ed appena percettibili fra le coltri ed un muro di monoliti neri sullo sfondo, cavi che si snodano, figure incappucciate.

E soprattutto note, lunghe, profonde, infinitamente lente. Intense.

Nessun disco dei sunn 0))) potrà mai prepararvi ad un concerto dei sunn 0))).

Nessun muro di amplificatori sarà mai in grado di farvi vibrare l’anima come quello dei sunn 0))).

Nessun personaggio incappucciato ha mai suonato come quelli che suonano nei sunn 0))).

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Se non si fosse capito io adoro i sunn 0))). E il mestiere più arduo per un amante del siffatto progetto musicale è spiegare il perché dei suoi sentimenti. Non lo capiranno. Si impara, a proprie spese, che non tutto si può spiegare, ci sono cose che sono così e basta.

Una volta tanto non c’è altro da dire. I sunn 0))) non sono semplicemente suoni, per molti non sono nemmeno assimilabili alla musica: sono una dimensione parallela, uno stato d’animo, un sentimento, un’emozione non trasmissibile a parole o la senti o non la senti. Un’ onda sonora percettibile sono ad alcuni. Un liberarsi del bisogno ossessivo di dare un senso ad ogni cosa. Uno stato di trance decisamente non di questo mondo, inteso non come mondo materiale, ma come mondo fatto di quotidianità e routine, il solito trito e ritrito mondo di tutti i giorni.

In realtà è un falso problema. Non ho nessun motivo per tentare di spiegare perché mi  piacciano é così e basta.

E non vedo l’ora di adorare le valvole ancora.

Ghiaccio secco. Tenebra. Frastuono. Amplificatori. Chitarre. Uomini. Volume. Anima.

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Ho inseguito i miei fantasmi

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Ora fantasma sono.

Com’è stato facile restare fermo, immobile chiudendo gli occhi e rinunciando a vedere.

Ci sono alcune parole magiche che volteggiano sulle nostre teste a volte come aquile, a volte come avvoltoi, che sembrano significare tutto, in realtà dicono nulla. Qualcuno urlava che le parole sono importanti, spesso lo sono più del loro significato? Una parola può dire tutto o niente essere vacua o vana oppure pregna e greve. dipende dal contesto, dal tono, dal momento da mille fattori che ne danno una definizione unica ma puntuale, che può cambiare in pochi secondi.

Felicità.

Chi non l’ha mai sentita nominare, chi la insegue senza sapere cosa sia, chi la rincorre senza averla mai assaporata, chi la costruisce schiacciando ogni ostacolo, chi ne sintetizza l’essenza nascondendo la testa sotto la sabbia.

Che senso ha essere felici schivando gli ostacoli? Che senso ha chiudere gli occhi inanzi alle cose che fanno star male e ripetersi ad oltranza di essere felici? Cosa si prova ad accettare tutto ciò che non possiamo cambiare vivendo una vita di menzogne? Quanto ci si può abbandonare tra le braccia dell’ipocrisia pur di sfiorare una chimera?

Felicità

è una parola vilipesa, violata nella sua essenza, insultata dai compromessi e svilita dai finti sorrisi, dalla routine e dagli occhi che non riescono a soffermarsi sulla realtà.

Dimenticare questa parola e, per una volta, soffermarsi sui sogni, inseguire i fantasmi, avere il coraggio di essere infelici se questo significa rimanere in contatto con ciò che si è.

Infelicità

è anche chiedersi chi cazzo siamo la domenica mattina.

O svegliarsi con quella domanda come una pistola puntata alla tempia, ed il grilletto per spegnere la sveglia.

Felicità

Forse è anche sapere chi sei, avere la forza di evolvere restando fedele a te stesso.

Forse è anche conoscere te stesso mettendoti in discussione.

Non sempre è una coperta calda sotto la quale rifugiarsi.

Non è nemmeno l’immagine idilliaca dettata dagli stereotipi.

Mai stato un grande fan dei linea 77, di questa canzone abbastanza però.

Una stagione all’inferno

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Alcuni mortali compiono un viaggio tra le anime perse. Ognuno ha il suo personale inferno, solo che pochi ci entrano, la maggior parte ne ignora anche solo l’esistenza. Per alcuni è una scelta consapevole, per altri no. Alcuni sono dei turisti che traboccano di lirismo e di voglia di giudicare, altri ci entrano da protagonisti, perché non stanno bene tra gli umani, perché sentono che la loro anima è persa pur non essendo morti o perché ritengono di essere morti pur essendo ancora vivi.

Iniziano il loro viaggio nelle tenebre della loro anima. Un posto la cui porta non andrebbe mai nemmeno guardata, un posto nel quale dimorano timori e brutture, popolato degli stessi mostri che vengono generati dal sonno della ragione. Ragione che sonnecchia sulla soglia, che ammicca, ma poi volge le spalle lasciando campo libero all’agonia di un viaggio senza speranza, nel vuoto, nel dolore, nell’umiliazione, nella tristezza, nel tormento, nella paura, nella disillusione, nell’angoscia. Tutti questi sono secondi nomi dell’Inferno.

Scossi come un vento agita un albero spoglio di vita. Fissi con lo sguardo nell’abisso ed il cuore nel baratro. In costante equilibrio sul limite della follia, quella da cui non c’è ritorno. Affranti, come coloro che hanno smarrito la via. Perduti, come coloro che non trovano più un senso all’esistenza.

Vuote orbite livide i loro occhi spenti e liquefatti in mille lacrime.

Freddi cuori sterili da cui il fato crudele ha estirpato la speranza.

Timpani corrosi incapaci di raccogliere una minima vibrazione.

Fegati in pasto alle aquile.

Stasera mi stringo a ognuno di voi, che abbiate o meno rivisto le stelle.

 

« Il poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, egli esaurisce in lui tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura dove egli ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovraumana, dove egli diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il supremo Sapiente! – Poiché egli arriva all’ignoto! dopo che ha coltivato la sua anima, già ricca, più di chiunque altro! Arriva all’ignoto, e seppure, impazzito, finirà per perdere l’intelligenza delle sue visioni, egli le ha viste! Che crepi nel suo salto verso le cose inaudite e innumerabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti dove l’altro s’è accasciato! »
(Arthur Rimbaud)

Edvard Munch "Autoritratto all'inferno"
Edvard Munch “Autoritratto all’inferno”

10 anni dopo

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Rimanere attoniti di fronte a una canzone non è cosa che succeda tutti i giorni.

Dieci anni fa queste note, questa voce, avvolgevano tutto di una nebbia morbida e nera che attutiva ogni altro suono. La bellezza che sprofonda dentro, verso il centro del petto e diventa tutt’uno col suo battito regolare e calmo. Una melodia che suona familiare come se l’avessi già ascoltata in un altra vita, tra le stelle incendiate e cadenti, in mezzo alla notte accogliente, mentre all’intorno ogni altra cosa tace.

Tace di un silenzio che riempie i sogni, che arde di un sentimento dimenticato. E sprofonda ancora più in basso. Una voce quasi incerta, uno stentato sussurro che serpeggia fra le note eppure capace di essere commovente e intensa. Non si può spiegare una sensazione ma, se ci si provasse, si dovrebbe parlare di quanto affascinate possa essere una coltre di tenebra, di quanto amore si possa nascondere inespresso nel buio.

Sprofonda ancora in me languida bellezza, se il tempo non ti ha intaccata, non lo farà nemmeno con me.

Passing by
Rows and rows
In silence I
Stand alone

And out of you
Grey birds fly
On a gravel path
You qualified

We tended to
The feverfew
The walls of vine
In hollow time

The shape I’m in
Oh, she knows so well
My hearts become
Her sinking belle

This sinking belle
Oh, this sinking belle
Are you worried now?
You’re worried now?

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now?

We’re smaller than
We used to be
What came from you
Is now inside me

Don’t ask me why
Oh, don’t ask me why
All my life
All my life
Was in black and white

This sinking belle
Oh, this sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
This sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now

 

 

Premi il grilletto, Soldato Joker!

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Prima o poi il momento arriva, il momento di premere il grilletto. E non è un atto di pietà, è un rito di passaggio. La prima vittima della guerra è l’innocenza, l’innocenza che svanisce la prima volta che uccidi qualcuno e, nello stesso tempo, uccidi una parte di te.

Ovviamente è una metafora, ma mi ha sempre colpito come in “Full metal jacket” il fulcro di tutto sia l’uccisione di un nemico e, soprattutto come questo atto segni un passaggio fondamentale per il protagonista, il passaggio da ragazzo a uomo, il passaggio da innocente a carnefice, il passaggio da sognatore a soldato.

In questo guadagna il rispetto dei compagni ma, a ben vedere ,dovrebbero disprezzarlo per quello che ha fatto, per aver preso una vita ed averla distrutta, invece non lo fanno per il solo fatto che adesso è colpevole quanto loro, si è sporcato le mani e non sarà mai più puro come lo era una volta. MAI. E sono meschini i suoi compagni perchè il loro è semplicemente uno squallido mal comune, mezzo gaudio che fa una gran tristezza.

Il punto è che quel momento fatalmente arriva per tutti, il momento in cui una parte di te muore e sarà morta per sempre. Non tornerà mi indietro, nulla potrà restituirtela, had it and lost it come diceva Sick Boy in Trainspotting.

Fa parte del “crescere” ma fa schifo. Come nel caso di joker, non ci sono alternative: uccidere o essere uccisi e quando si uccide, ogni volta che si uccide, non si torna indietro: a quel punto la propria vita fa schifo ma, sempre per dirla con joker “almeno sono vivo”.

Ironico come la vita abbia in se stessa una dose di speranza inclusa nel prezzo, come un’offerta speciale sul nulla. La stessa speranza che ti fa continuare a marciare ,la stessa speranza che ti fa cantare la marcia di topolino invocando la tua infanzia annichilità dal presente, la stessa speranza che ti fa credere di poter perdonare te stesso per aver ucciso la tua parte più nobile e sincera (forse anche ingenua), la stessa speranza che ti fa illudere di aver perso una battaglia ma di poter vincere la guerra, la stessa speranza che ti fa credere che il tempo possa guarire le ferite.

La sola speranza è quella di saper cogliere un insegnamento da tutto questo e l’insegnamento è non permettere mai più a una parte di te stesso di morire, non permettere mai più a nessuno di soffocare il tuo spirito, di umiliare i tuoi sentimenti, di ammorbare i tuoi pensieri, di avvelenare le tue lacrime.

fmj-cecchino

Non illudetevi, non ci si riesce.