Downward spiral

La questione principale

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Biella sta vivendo un momento di strana popolarità legata al fatto di essere stata inserita da Zerocalcare nella sua serie a disegni animati “strappare lungo i bordi”. Ogni tanto capita che la città finisca sotto dei riflettori dalla luce tenue: era successo anche con “I due Carabinieri” con Montesano e Verdone millenni or sono o quando Dario Argento si mise in testa di girarci alcune scene di un fantomatico Dracula con Rutger Hauer (l’attore poi sparì nella campagna e lo cercarono tutti…), cose così.  Adesso il disegnatore romano ambienta alcune scene della sua serie su netflix nella nostra città ed alcuni si risentono perché, a loro dire, non ne esce in modo propriamente lusinghiero.

Chissenefrega. Questo è un posto impermeabile a qualsiasi cosa, si farà scivolare addosso anche questo. Intanto il modo in cui il fumettista romano si attiene alla corrispondenza dei luoghi è quasi sbalorditivo e, comunque aldilà di tutto, la serie è ben fatta e tratta molti temi interessanti.

Zerocalcare è bravo ma è un po’ limitato. Soprattutto, per quello che può contare il mio umile parere, è decisamente troppo ancorato alla sua realtà quotidiana. Parla sempre e soltanto delle sue esperienze, di quello che gli capita e delle sue riflessioni in merito. Lo fa bene, le sue riflessioni offrono spunti interessanti e un punto di vista fresco sulla vita di ognuno di noi, una voce fuori dal coro, appartenente ad una di quelle controculture che raramente escono dal loro guscio inoltre ha una sensibilità fuori dal comune. Però, pur ammettendo di non essere un suo conoscitore ai massimi livelli, io non gli ho mai visto fare nulla di diverso da questo. Personalmente poi non ho mai amato le cose troppo ancorate al presente. Mi chiedo cosa potrebbe pensare qualcuno che legga i suoi fumetti tra vent’anni, probabilmente avranno un interesse storico di un qualche tipo, ma a parte questo? Gli va riconosciuto di parlare sempre a proposito: difficilmente blatera a vanvera di cose che non conosce o si lancia in giudizi affrettati, anzi, spesso da anche la parola a persone più competenti.

Esempio di quanto appena detto. Veramente ben fatto.

Benissimo. Temo però che prima o poi questo modo di raccontare la realtà mostri i suoi limiti… restando a Roma pensate a Moretti che in “Caro diario” parla di Beautiful (nell’episodio “Isole” di “Caro diario”) e ne fa una sorta di icona: uno che guardi oggi quell’ episodio difficilmente riuscirà a coglierlo fino in fondo. Per contro il bellissimo percorso fatto in vespa fino al luogo dell’assassino di Pasolini con The Köln Concert di Keith Jarrett in sottofondo: credo che possa colpire chiunque in qualsiasi epoca anche ammesso che nemmeno sappia chi sia l’intellettuale friulano.

Ogni volta che ne parlo non riesco a non rimetterlo, è uno dei momenti più alti della storia del cinema a mio parere.

Manca una cosa del genere nella narrazione del fumettista romano: la ricerca di qualcosa che trascenda il mero qui ed ora, una tensione che vada oltre la dimensione personale. Inoltre non si capisce bene perché uno che fa controcultura si appoggi a netflix o disegni anche i brand sulle scarpe. Tuttavia non siamo qui per disquisire di Zerocalcare bensì di Biella, Zerocalcare giustamente ci darà lo spunto.

Che poi ci ha anche descritto meglio di quello che siamo per certi versi. Non è mai arrivato un freccia rossa a Biella, e nemmeno c’è mai stato un treno che parta da Biella e arrivi a Roma Termini. Minimo sono tre coincidenze e nemmeno delle più agevoli. Un tempo c’era UN diretto per Torino al mattino in andata e UN diretto al Pomeriggio al ritorno. Fine. Ora, credo, nemmeno quello. Con Milano non abbiamo mai nemmeno avuto collegamenti diretti. Allargando il discorso, per dirla tutta, non arriva nemmeno l’autostrada. Siamo isolati, almeno per quello che riguarda le vie di comunicazione principali. Da adolescente mi pesava tantissimo. Adesso sono contento. Mi rendo conto che sia da egoisti, da misantropi, ma essere fuori dal giro grosso ha il suo perché e comunque non è che i collegamenti non ci siano, solo sono meno… diretti, il che spesso basta a scoraggiare la gente dal venirci a trovare. Non siamo un posto di passaggio, devi proprio voler venire a Biella. Anche il Covid c’è arrivato meno che da altre parti. Certo se stai a Roma, a Milano o a Torino hai molte più possibilità e strade aperte, puoi trovare più facilmente persone che ti somiglino, vedere mostre, andare a concerti ed è anche molto più facile trovare un lavoro. Tutte cose che mi interessavano di più quando avevo vent’ anni. Ma ho sempre molto apprezzato il fatto di poter chiudere la porta in faccia al mondo quando ne avevo bisogno e a Biella una cosa del genere ti riesce molto meglio. In piemontese si dice sü da doss. Probabilmente si apprezza con l’età e con la permanenza in loco, tutte cose che Zerocalcare non ha avuto modo di sperimentare anche se da misantropo quale si professa mi stupisce che non abbia considerato la cosa. Nelle grandi città ti stanno tutti col fiato sul collo, c’è sempre casino, la gente ti sommerge da ogni parte e io non lo reggo.

I love living in the city

Adesso se ho bisogno di andare in una grande città ci vado faccio quello che devo e scappo alla massima velocità, senza guardarmi indietro. Di Roma in particolare ho anche un pessimo ricordo, ma questa è un’altra storia.

L’assenza di possibilità ha anche dei risvolti interessanti: ti spinge a sbatterti per farti le cose da solo. Ho sempre avuto l’idea che chi vive nelle grandi città non coltivi mai veramente le cose: forse sono io, ma conosco persone che vivono nelle grandi città che si stupiscono quando gli racconto che ho amicizie che durano dall’ asilo. Il punto è che quando hai poco, di solito ti sbatti per far funzionare quel poco che hai e non abbandoni le persone alla prima divergenza. Ogni amico che ho perso, ogni ragazza andata sono sempre state tragedie per me… piccole o grandi. Significava in qualche modo aver fallito.

Inoltre Biella ha avuto dei suoi seri perché, molti di più di molte altre città. Forse proprio perché la mentalità biellese era testa bassa e lavorare ci sono state tantissime realtà che ci hanno allietato la vita da adolescenti a fare da contraltare. C’era una selva di gruppi musicali niente male, alcuni anche con delle idee grandiose (su tutti i Festina Lente, i Sentence To Blunder, i Keen o gli Yahozna che da poco si sono riformati), ovviamente c’era il Babylonia, il locale senza il quale la nostra vita sarebbe stata infinitamente più grigia, c’erano negozi di dischi (Valerio e Paper Moon su tutti), l’informagiovani funzionava davvero bene, c’erano molti locali che facevano suonare dal vivo e non solo coverband. Addirittura ci fu chi tentò la via dell’autogestione (il collettivo “Arsenio Lupin”) che ovviamente finì in malo modo: non ci potevamo spingere così oltre.

Grandissimi Festina!

Poi dai, siamo sinceri, Biella non ne esce male: nella serie è semplicemente un posto dove è successo qualcosa di terribile, avrebbe potuto essere benissimo qualsiasi altro posto di provincia in Italia, solo che il personaggio era di qui. E viveva male il fatto di esserci dovuta tornare dopo aver fatto la fuori sede a Roma. Ma, suvvia, l’autore mantiene un atteggiamento davvero neutro circa la città stessa.

Oggi mi appare molto meno attiva ma non è che non ci siano cose comunque meritevoli. Non è passato molto tempo da quando fa il Cervo -un fiume locale- si è portato via l’Hydro forse l’unico locale veramente alternativo della città e, certo, con la pandemia ogni cosa è diventata ancora più difficile. Ma non manca la gente che ha voglia di sbattersi.

Gente che organizza festival come il Reload che propone cose che non mi interessano, ma rimane una bella realtà che è riuscita a fermarsi il meno possibile, cosa che, di questi tempi, è tutt’altro che scontata. Gente che propone posti per suonare ai gruppi locali che non siano cover band come il Vecchio mulino o il Sekhmet e poi c’è il concertone del primo maggio all’ARCI di Lessona (son due anni che mancate ragazzi). Gente che promuove l’arte come la fondazione Pistoletto, il museo del territorio o la fondazione della cassa di risparmio di Biella. Basta saper cercare. Basta darsi da fare: non saremo Roma ma nemmeno ci tengo che lo diventiamo.

Resterebbero altre considerazioni da fare sul tema centrale della serie. Solo che son cose che è meglio lasciare alla coscienza del singolo. Bisogna dare atto a Zerocalcare di aver parlato in un modo partecipe e sincero di un tema delicatissimo nel quale la tristezza alla fine la fa da padrone da qualunque angolazione la si consideri. Biella, anche questa volta, non è la questione principale con buona pace di chi vorrebbe farla diventare tale.

Voi (non) siete qui. (fonte Wikipedia)

Luna di sangue

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Fonte: Bandcamp

Due nomi grossi che uniscono le loro forze fanno sempre un effetto di… inquietudine, almeno a me. Capita spesso che escano cose egregie, capita anche che la montagna partorisca un topolino oppure che ne esca una schifezza immonda. Gli esempi non mancano in tutti i sensi. Quando Converge, Wolfe e Brodsky annunciarono che avrebbero unito le loro forze per un progetto assieme, onestamente non sapevo cosa pensare. Non so cosa aspettarmi, mi resero impaziente e spaventato allo stesso tempo. I Converge sono un gruppo, forse uno degli ultimi, ad aver spalancato nuovi orizzonti alla musica pesante (il loro batterista Ben Koller è un vero animale) e la Wolfe una delle ultime, bellissime ed emozionanti, scoperte in campo musicale davvero in grado di farmi saltare sulla sedia. Date queste premesse, la loro collaborazione non la potevo proprio prendere alla leggera.

Tutto sarà nato quando Kurt Ballou ha prodotto “Hiss Spun” e nelle varie collaborazioni nello show a supporto degli artisti “Two minutes to late midnight”, vedi la cover di “Crazy train” che, tra l’altro, non è niente male.

I più potrebbero dire che questa collaborazione pende più dalla parte della cantautrice californiana, in realtà i più attenti sapranno senz’altro che esiste senz’altro un’anima più riflessiva in seno ai Converge: mi sono sempre chiesto che cosa sarebbe successo se avessero esplorato maggiormente la vena di brani come ispirati “Cruel Bloom/Wretched world”, da “Axe to fall”, per dirne una.

“Bloodmoon I” potrebbe essere un tentativo di risposta a questa domanda. Non che l’apporto di nostra signora dell’inquietudine non si faccia sentire, anzi, però sarebbe ingiusto non considerare che anche i Converge una certa propensione in tal senso ce l’avevano. Il disco risulta quindi lontano dai  Converge caustici e percussivi, lontano dalla rabbia e dall’assalto veemente cui siamo soliti associarli, esplora una dimensione diversa e la espande in larghezza sull’intera durata di un disco.

Funziona? Sì, con qualche riserva. Per esempio le tastiere invasive e plasticose della canzone apripista “Coil” che suonano stucchevoli e compromettono molto l’espressività del brano: una scelta quantomeno curiosa quella di farlo uscire in anteprima, visto che, a mio gusto personale, risulta la più scarsa del lotto.

Per contro i primi due brani sono un vero colpo al cuore, “Blood moon” e “Viscera of man”, ti afferrano al collo e ti fondano nel disco con una violenza emotiva che letteralmente ti esplode in petto. Non succede spesso, una simile presa ad impatto immediato. Per il resto questo disco va soprattutto ascoltato e metabolizzato, non lo si può affrontare come se fosse solo dei Converge o solo di Chelsea Wolfe o Stephen Brodsky… è qualcosa di nuovo, una avventura sonora da interiorizzare abbandonando ciò che sapevamo prima dei singoli artisti che la compongono. Richiede impegno ma promette tantissimo in potentia. Un disco da scoprire individualmente e intimamente, rimandando le considerazioni e mettendosi in gioco. L’occasione è buona per farlo, ancora una volta, se siete indecisi c’è sempre lo streaming di Bandcamp.

Tripod

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David Lynch avrebbe potuto sognarla una cosa del genere.

Immagini sconnesse, sequenze senza soluzione di continuità, storie che si sovrappongono in una linea temporale non stabilita. Impossibile trovare un filo conduttore che non sia una sorta di delirio onirico. In preda al timor panico di un futuro impossibile da conoscere. Confuso e stordito da ricordi distorti che ritenevi dissolti.

L’invito.

Una sera scendi per le vie umide del tuo paese. L’asfalto riflette la luce dei lampioni, per qualche motivo riappaiono due giganteschi abeti abbattuti anni prima. Inali aria umida che dilata i bronchi, in un attimo tutto è ancora più buio. In lontananza di fari, si avvicina un’ automobile lunghissima con andatura calma, sa benissimo che non scapperai. Non puoi farlo. Scende una signora con occhiali da sole e un vestito di lustrini neri con un cappellino rosso. Accanto a lei quattro guardie del corpo con completo di pailettes rosse e casco cromato. Ti guarda, ti sorride e ti consegna un biglietto dorato. È un invito. Sai benissimo da chi proviene, è un passato che riappare, un fantasma che si materializza dopo essere sparito dietro le porte lucide di una metropolitana 24 anni prima. La musica da balera tratta dalle scene danzanti di Mulholland Drive sottolinea l’epicità del momento, una solennità fatta di polvere accumulata su tutto.

La scala mobile.

La scena cambia, sali su una scala mobile, le pareti sono fatte di cemento armato grezzo,  ci sono diversi pianerottoli che intervallano le rampe, ma oltre a questo non si vede nulla. I gradini sembrano insolitamente molto più alti del solito, finalmente incontri un altro essere umano.  È un signore in camicia e scozzese gliet di lana verde scuro fatto a mano, con pantaloni di velluto a coste larghe beige scuro. Ha i capelli brizzolati di media lunghezza e la faccia stanca, da dietro i suoi occhiali con la montatura dorata ti lancia uno sguardo sfuggente. All’improvviso ti volti e la sua testa tagliata giace sui gradini della scala mobile. È palesemente finta, come in un film dal basso budget, si muove a scatti e urla:

“Tu sei una leggenda!”

“Ognuno di noi è una leggenda!!”

“Ogni secondo vissuto veramente è una leggenda!!!”

Ogni interrogativo è lecito.

Il ritrovo.

Alla fine il momento arriva, bisogna rispondere all’invito. L’incontro si volge in una libreria. È un ambiente stretto ma accogliente, stipato di libri. Sul soppalco il fantasma autore dell’invito sta parlando con un ragazzo, probabilmente mulatto, in attesa che l’incontro cominci. Mi guarda e sorride con gli occhi, si gira verso il ragazzo e lo bacia abbracciandolo. Distolgo lo sguardo, alzo le spalle e mi sposto. Lo sapevo già, pensa di farmi male, non ci riesce più. Seguo con uno sguardo assente l’oratore. Non so di cosa sta farneticando. Forse nemmeno mi interessa. All’improvviso evado, senza scappare inforco la porta ed esco. Il sole avvolge tutto.

il 7 di novembre 1995 usciva l’album omonimo degli Alice in Chains, che qualcuno conosce col nomignolo “Tripod”, lo stesso giorno di quest’anno arrivo a leggerne su “In Catene” libro incredibilmente esaustivo di Giuseppe Ciotta. Da allora nelle mia mente risuona “Shame in you” e per oggi è tutto.

Un passo avanti e… due indietro

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Credo che ormai le uscite dei Melvins (e dei loro musicisti in versione solista) che si susseguono con un ritmo serratissimo da qualche anno abbiano lo stesso effetto disorientante di un dribbling di Garrincha, dalla dipartita della sezione ritmica dei Big Business si fa veramente fatica a stargli dietro. È come se fossero stati colpiti da una squassante logorroicità che gli fa immettere sul mercato qualsiasi, ma proprio qualsiasi, cosa gli possa venire in mente.  Così siamo al secondo disco in un anno, aveva aperto le danze il divertente, e rincuorante, “Working with God” nei primi mesi del 2021, adesso arriva “Five legged dog”, uscito da pochissimo sempre per l’etichetta Ipecac di Mike Patton.

Non che prima mancassero episodi al limite dell’ascoltabile, astrusi o mossi da logiche strane (vedi l’incompreso ed incomprendibile “Colossus of destiny”, una parte del ribelle “Prick”, o l’oscurissimo “Honky”) ma, come dire, facevano parte del pacchetto e te li aspettavi da loro scherzetti del genere e alcuni, tra cui il sottoscritto, li trovavano anche interessanti. Adesso lo scenario è molto diverso.

Il primo da destra è il colpevole! (fonte bandcamp)

Questo ultimo lavoro onestamente è inutile. È il primo lavoro di cui parlo senza essere arrivato in fondo e non mi vergogno a dirlo. Pensavo che fosse difficile fare peggio del pessimo “A walk with love and death”, ma qui sono riusciti ad andare oltre. Almeno in quel disco c’erano degli episodi che ti ricordavano che la classe non è acqua che, insomma, sempre dei Melvins stiamo parlando. Questo cane a cinque zampe (e non voglio sapere qual’ è la quinta…) tratta essenzialmente di un gruppo che ripropone se stesso, in chiave acustica e moscia. Qualcuno mi spieghi che senso può avere togliere gli amplificatori ai Melvins. Poteva trovare applicazione nel primo disco solista di King Buzzo (riuscito) ma già dal secondo la cosa aveva iniziato a perdere fascino. Se trattiamo della band madre, mi spiace, la cosa non quadra. Sembrano la versione musicale di Alex dopo la cura Ludovico, una fiera con senza denti e con gli artigli mutilati. Roger Osborne è, a mia sindacabile opinione, uno dei più grandi inventori di riff della storia, forse secondo solo all’eccelso Tony Iommi: perché abbia fatto un torto come questo alla sua opera è un mistero.

L’irruenza di “Honey Bucket” ridotta a uno straccio di canzone senza il minimo mordente è uno spettacolo al quale non voglio assistere. Quindi ogni volta ascolto cinque o sei brani e poi alzo mestamente bandiera bianca, sarò limitato o prevenuto io. Poi la noia, noia, noia, noia maledetta noia! Insopportabile, insopprimibile: tutto potevo aspettarmi nella vita ma vedere i Melvins ridotti ad una sterile controfigura di loro stessi, onestamente fa male alla musica. Oltretutto nessuno mi toglie dalla testa che il principale artefice di tutto questo sia il bassista Mc Donald incautamente prelevato dai Redd Kross e presente su tutti i loro peggiori dischi recenti, e che, per mia sfortuna, è ritornato dopo che Dale Crover aveva imbracciato il basso lasciando a Mike Dillard la batteria nel disco precedente. Ma licenziarlo e riprendere Jared Warren dopo che Coady Willis si è unito agli High On Fire? No eh? Continuiamo così… facciamoci del male. Molto male.

SÜ ALEGHER!

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Come se tutto il resto non bastasse arriva anche l’allegria. Arriva anche la newsletter di bastonate che parla di nostalgia e dei suoi costrutti, se non fosse stato per loro almeno mi sarei beato della mia ignoranza. Invece ora so tutto: Rick Rubin produce Gianni Morandi. E io sto male. E io affondo nel disagio, nella voglia di scomparire. Già il periodo non è allegro perché da sempre detesto l’estate, il caldo, gli schiamazzi, le zanzare, la musica dimmerda e i tamarri e alla fine arriva sempre qualcuno a rincarare la dose.

Rick ma che cazzo ti prende? Seriamente hai bisogno di mandare a puttane la tua carriera in questo modo? Davvero ti servono quei quattro soldi maledetti che ti avranno offerto? Qual è il tuo problema congenito per venire a produrre robaccia schifosa in Italia? Che c’è, dopo gli Slayer e i Beastie Boys, dopo aver levato dalla naftalina (con buoni se non ottimi risultati) Johnny Cash e i Black Sabbath, ancora non ti bastava? Dovevi tentare l’impresa impossibile vero? Lo dovevi proprio fare eh? Non bastava quel fenomeno da baraccone di lorenzo cherubini? No non bastava.

La canzone, sia detto subito, fa cagare. Quindi no, l’esperimento non ti è riuscito. È terribile la musica, un pastiche dai suoni plastificati e tremendi (a all’inizio pure vagamente latini), è un obbrobrio il testo con i suoli velati ammiccamenti alla ripresa post covid: ve lo darei io un calcio per ripartire, ma che vi spedisca lontano. Adesso tremo alla tua prossima mossa: se posso suggerire vorrei vederti alle prese con un qualche vuoto cosmico come uno young signorino o magari, se vuoi proseguire con quest’operazione geriatrica, buttati sullo spadone nazionale. Spero solo che qualcuno non si metta nuovamente a pontificare sulla tua prossima impresa ed io riesca bellamente ad ignorarla. Non ne posso più di bere questo amaro calice della cultura popolare. Davvero non ce la posso più fare. E poi fa caldo e tendo a incazzarmi il triplo.

P.s.: Meno male che poi arriva la Vanoni e i suoi toy boys, quello sì.

Gente con ancora qualcosa da dire parte 4: Amenra

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Ancora una volta chiunque predichi la fine della musica pesante ha sbagliato i conti. Il punto è che spesso si guarda nel posto sbagliato. Si rincorrono nomi storici che però trascinano stancamente le loro carriere, mollemente adagiati sugli allori che furono, si corre dietro all’ultima tendenza fatta di suoni compressi e senz’anima, si seguono progetti che si dissolvono nel giro di un paio di dischi senza lasciare nulla.

Amenra “De Doorn” Fonte: Bandcamp

Fortunatamente non tutti i gruppi seguono queste strade, il punto sta nel mettersi di impegno per scovare quei rari esempi di ispirazione ed integrità che ancora ci sono se uno guarda bene. E a volte occorre guardare fuori da quei tre-quattro paesi cui si è soliti rivolgere lo sguardo. Gli Amenra arrivano dal Belgio, dalle fiandre più precisamente, un’insolita patria per chi faccia un certo genere di musica, eppure la loro proposta non cessa, a distanza di anni, di affascinare. “De Doorn”, cantato interamente nella loro lingua di origine è una pietra miliare nella loro discografia: giunge dopo una lunga saga di lavori intitolati semplicemente “Mass” seguito da un numero, giunge come un’ulteriore evoluzione del percorso musicale e spirituale del gruppo. Oltre a questo, è il primo loro lavoro ad uscire per la mai troppo lodata Relapse Records, che arricchisce ulteriormente il proprio elenco di gruppi, con l’ennesima proposta meritevole.

Il disco, intitolato semplicemente “La spina”, come intuibile dalla copertina, evoca immediatamente scenari lividi, plumbei, inesplorati. Un’ immagine di debolezza e forza allo stesso tempo, un viaggio spirituale dal buio alla luce, passando attraverso spettrali evocazioni, lampi incendiari, ombre tangibili. Gli Amenra sono tra i pochi gruppi in grado di mettere in musica tutto questo: ovviamente nulla di facile e di leggero tra questi solchi, ma proprio in questo sta il suo fascino, nell’affrontare qualcosa di lontano dalla maggior parte dei panorami sonori oggi a disposizione dell’ascoltatore di musica. Ascendere e non perdersi nelle nebbie delle pianure senza picchi né profondità; ascendere prevedendo la fatica, accettando scoscesi pendii e sentieri disconnessi, guardando, come premio finale, al contempo il baratro e il cielo senza null’altro a contrastare la vista.  Questo è ciò che sono in grado di offrire a chi si sente di arrischiarsi lungo le loro spire. Oggi come oggi non è poco. Il lirismo e l’intensità di queste composizioni difficilmente avranno eguali in questo 2021, con buona pace di chi ancora insegue gruppi bolliti, gente che non ne azzecca una da anni, capaci solo di riproporre il passato non essendo in grado di rompere gli schemi e proporne di nuovi. Se lo stato generale della musica pesante non è buono, essa è comunque in grado di dare dei sussulti potenti, sta all’ascoltatore saperli cogliere.

Al Discclub

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Quando sei un ragazzino delle medie e vivi negli anni ottanta nella provincia italiana non è che tu possa avere chissà quale accesso alla musica alternativa. Vivacchi tra il fascino di tuo padre per Jimi Hendrix (“quello che suona la chitarra coi denti” cit.), il sacro vinile di “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band” di tua madre (che poi, con uno scellerato gesto, verrà disperso dalla genitrice), la tua vicina di casa più grande innamorata di Rod Stewart, Leif Garrett e Miguel Bosè e ti fai tanta tenerezza a rivederti com’eri.

La stessa vicina ti instrada verso la musica attraverso una radio di Alessandria la B.B.S.I. (che sia una coincidenza che si pronunci come la radio/TV di stato inglese?) e verso un negozio di dischi (il”Discclub” appunto) dove poter comprare le scempiaggini trasmesse dalla suddetta radio che vive di dediche e annunci pubblicitari. Ascolti quello che passa il convento del tutto ignaro del fatto che un paio di lustri prima il mondo è stato sconvolto dal punk e qualche decennio prima c’era la summer of love, la psichedelia, l’hard rock eccetera eccetera.

Il negozio, fallito e (giustamente?) dimenticato da anni si trovava nella via centrale della città allora non ancora capoluogo di provincia. Era un buggigattolo stretto con dentro quasi solo musica commerciale e dei commessi attempati non in grado di vedere più in là del loro naso. Un ottimo impatto iniziale, ne converrete. Ti rilascia una simpatica “Tessera fedeltà” che garantisce un disco omaggio (o uno sconto, non ricordo più bene) quando sia completa di timbrini.

Tanto per capirci il livello era questo… “Are you a boy or a girl?”

Se la televisione non brillava per apertura mentale e cultura, nella provincia era anche peggio. Fortunatamente la tessera non arriverà mai alla fine. Arrivi alle superiori e ti si spalanca un mondo e capisci che quello racchiuso tra quelle quattro mura in centro e quella musica alla radio non ti appartiene più e probabilmente non l’ha mai fatto, solo che non avevi gli strumenti per saperlo. La prima volta che provi a chiedere qualcosa di diverso da quello che trattano, pensando ingenuamente che in un negozio di dischi ci fossero tutti i dischi, ti guardano storto e tutto quello che riescono a proporti sono gli Scorpions (che non fosse per “Still loving you” non avrebbero nessuna probabilità di conoscere) ed è un punto di svolta. Ti lasci tutto alle spalle e cominci ad essere te stesso.

Una volta Blixa Bargeld disse di essere maggiormente influenzato dalla pessima musica, perché gli dava modo si sapere esattamente ciò che non voleva essere. Ecco, Devo proprio dire grazie al Discclub in questo senso.

Parafrasando Paul Nizan: “Erano gli anni ’80 e non permetterò più a nessuno di dire che questo decennio sia stato il più bello dello scorso secolo”.

Notizie di febbraio

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Febbraio è da sempre, per me, un mese significativo per scagliarmi contro un certo evento ligure. Quest’anno, come qualcuno che va in overdose di zuccheri, ho cominciato ad avere delle strane allucinazioni percettive, sembrava quasi che l’invisa kermesse dovesse saltare a causa della pandemia. Insieme all’ abbassamento delle emissioni gassose sarebbe stato uno dei pochi benefici effetti della situazione delirante che stiamo vivendo. Poi la curva glicemica è scesa, e pare che alla fine ce la facciano.

Fortunatamente ieri sera un’ altra bella notizia: si ritirano i daft punk. Ah, che liberazione. Il primo pensiero è stato: speriamo che seguano presto i chemical brothers. Poi si sono riempite le bacheche di facebook di questi due figuri e dei loro caschi. Anche bacheche di gente insospettabile che ascolta grindcore, per dire. Io no. Li detesto fin da quando un amico, ai tempi, fece una C90 con solo il simpatico motivetto around the world. Che gioia salire in quell’auto!

In molti sostengono che quando leggi qualcosa che non ti piace dovresti semplicemente passare oltre senza rompere l’anima a tutti. Falso. Questa sarebbe un a prassi accettabile e socialmente corretta se fosse unilaterale, invece in televisione, in radio, e nell’auto degli amici mi è toccato sorbirmi questi due cascomuniti, quindi ho diritto di parola. Pur non amando Le Iene andai in sollucchero quella volta che Agresti rincorse ovunque per un giorno o due l’autrice del pulcino pio per farle ascoltare e riascoltare il suo maledetto tormentone, pensai che almeno un barlume di giustizia si fosse palesato in questo mondo. Mi viene sempre in mente anche quella scena di “Caro diario” dove Moretti rilegge a un malcapitato recensore i suoi articoli prima che vada a dormire e quello si mette a piangere perché capisce di aver messo su carta delle nefandezze immonde. Ecco cari daft punk, non solo mi avete ammorbato con quella benedetta cassetta da novanta minuti, ma anche con le terribili get lucky e happy e per questo gioisco del vostro ritiro, non ve ne potrà fregare di meno, non lo leggerete nemmeno questo post, ma volevo scriverlo come puro atto liberatorio, perché rimanesse vergato da qualche parte che mi sono finalmente liberato della vostra musica odiosa e senza contenuti, nonché dei vostri caschi non omologati.

Nemmeno il tempo di gioire come si deve che compare la sagoma di Davide Tofolo (ultima volta che uso le maiuscole?) nella copertina di TV sorrisi e canzoni con tutti i partecipanti al festival. Non dico niente, ma è un mondo difficile.

Nine inch nails: The downward spiral

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Nine Inch Nails: The downward Spiral (Wikipedia)

Come altri dischi “The downward spiral” esce esattamente al momento giusto. Uno dei dischi fondamentali degli anni ’90, esce nel momento in cui uno sconvogimento del mondo musicale era necessario e decisamente nell’aria. l’ 8 marzo 1994, poco meno di un mese prima della morte di Kurt Cobain, il disco esce ed è un successo quasi immediato. Coincidenze che mettono i brividi, soprattutto se si considerano le tematiche che permeano l’album e le circostanze in cui prese forma.

Perché parlarne adesso? Senza nessun motivo particolare, semplicemente perché una domenica mattina mentre la maggior parte delle persone stava ancora dormendo mi aggiravo in campi brinati con questo disco nelle orecchie dopo anni che non lo ascoltavo più. Il motivo dei mancati ascolti negli anni risiede nel fatto che i Nine Inch Nails hanno gradualmente perso di suscitare il mio interesse dopo il bellissimo “The Fragile” e dopo averli visti dal vivo all’ Alcatraz di Milano nel tour che segui l’uscita di quel meraviglioso doppio CD. E poi va detto che artisticamente sono molto calati dopo l’uno-due micidiale Spiral-Fragile.

Il momento, dunque, era perfetto: il disco spacca in due il decennio, se la prima parte era stata entusiasmo per una miriade di movimenti in seno al rock che avevano iniziato a prendere piede, di cui il grunge rappresentava forse quello più evidente ma non era certo l’unico, la seconda vedeva la deriva e la fine di quella che, con buona probabilità, può considerarsi la seconda epoca d’oro del rock dopo gli anni ’70. Dopo la morte di Cobain le cose hanno cominciato a cambiare, l’atmosfera si tinse di tinte cupe e fosche e le cose presero a precipitare verso il basso, esattamente come la spirale di Trent Reznor.

Il disco viene registrato nella casa dove la famosa family di Charles Manson ha compiuto il crimine efferato che tutti conosciamo ai danni di Sharon Tate e dei suoi amici, esattamente come l’ e.p. “Broken” che l’ha preceduto e l’esordio di Marilyn Manson che sarà una scoperta dello stesso Reznor. Una scelta ambigua, controversa e strana alla quale Reznor non da nemmeno troppo peso inizialmente ma che gli esplode in faccia dopo un incontro fortuito con la sorella della stessa Tate che gli fa realizzare che non sta semplicemente realizzando un disco in un posto legato alla cronaca nera americana, ma nel posto dove hanno trucidato delle persone. Ironia della sorte, la casa in questione verrà demolita poco tempo dopo che le registrazioni dell’album avranno termine.

Reznor cura tutto in modo assolutamente maniacale, ogni nota, ogni strumento, ogni effetto, ogni voce, facendo un lavoro immane coadiuvato da pochissimi musicisti e dal produttore Flood, già noto per i suoi lavori con gli U2 (!). I Nine inch nails sono Trent Reznor, probabilmente non ha davvero senso identificarli in un gruppo propriamente detto, anche se dal vivo e in studio dei musicisti sono effettivamente presenti. Il risultato è un disco che 26 anni dopo la sua uscita non ha ancora smesso di affascinare con le sue atmosfere sinistre, cosa non da poco se si considera che la maggior parte dei dischi registrati con massicce dosi di elettronica sembrano suonate con una tastiera bontempi una decina di anni dopo.

Effettivamente, ad ascoltarlo adesso, la cosa che stupisce di più è proprio quanto suoni bene, quanto suoni ancora bene. Non sembra esserci un suono fuori posto, una nota stonata, un qualcosa che, forse, avrebbe potuto essere fatto diversamente.

Ebbi notizia dell’uscita del disco da una recensione di Rumore, all’epoca era una rivista che compravo di tanto in tanto quando mi stava stretto quel muro del suono di amplificatori saturi e feedback che da sempre mi fa da colonna sonora. Va detto che mi è sempre sembrata una rivista valida, però ha dei difetti evidenti: è fin troppo generalista e, negli anni, ha supportato fin troppi gruppi sull’onda della sensazione prima che si sgonfiassero come palloncini chiusi male. Inoltre ha fin troppa puzza sotto il naso e tolte un paio di firme (il grandissimo Claudio Sorge su tutti) gli altri di musica pesante non ne capiscono un granché e spesso risulta evidente fino a quasi sfiorare il ridicolo. Con “The downward spiral” però ci presero alla grande. Lessi la recensione con toni entusiastici e, nonostante la mia proverbiale ritrosia per i suoni elettronici, finii per comprare il disco.

Interdetto è dire poco. Fu uno di quei dischi che mi costrinse a cambiare il mio modo di ascoltare la musica perché fondamentalmente era diverso pressoché da qualsiasi altra cosa io avessi ascoltato in precedenza. Ricordo quasi tutti i dischi che mi fecero un effetto del genere: “Black sabbath”, “Blizzard of ozz”, “Blues for the red sun”, “Frizzle fry”, “Live killers”, “Omnio”, “The angel and the dark river”, “Morbid tales”, “The end complete”, “Shift” e chissà quanti altri. Sono tutti dischi che hanno lasciato il segno perché mi hanno introdotto a un mondo, hanno scoperchiato la pentola su piatti che non avevo mai gustato prima. Come quando mangi per la prima volta i funghi e pensi che siano viscidi, ma piano piano quel gusto così particolare comincia a piacerti e ogni volta che hai occasione di mangiarne è una festa. Stessa cosa per questo disco: difficile digerire tutta quell’elettronica, ma dopo le prime volte una gran soddisfazione.

Il disco si apre con qualcuno che viene preso a bastonate, no so se sia un sample, non l’ ho mai capito, ma i suoni dei colpi mi sono sempre sembrati talmente fasulli che le prime volte mi scappava da ridere. Ma col tempo finii per comprendere che era una sorta di riso nervoso, soprattutto considerando tutto quello che seguiva quella breve intro. Quando parte “Mr. Self destruct” ti colpisce in faccia e subito non hai scampo. La spirale comincia a discendere. C’è qualcosa si estremamente magnetico in questo disco, come un abisso nel quale non ti stanchi di guardare restandone ipnotizzato.

Apre ad uno scenario apocalittico, al disfacimento degli ideali. Ho già detto degli anni novanta intesi come un decennio di rinascita spirituale dopo gli eccessi rampanti e senz’anima degli anni ’80, ebbene si incominciava, in quel periodo, a riprendere in mano il proprio spirito… ma non sarebbe finita come negli anni ’70. L’utopia era definitivamente morta e aveva lasciato dietro di sé un enorme vuoto, che tutto il mondo si era rifiutato di guardare in faccia per un decennio. Finiti gli sfavillanti anni ’80 mai troppo celebrati in tema di frivolezza e disimpegno, dove tutti si erano impegnati al massimo a non impegnarsi, col partire del nuovo decennio, certe realtà divennero impossibili da ignorare. E Trent Reznor, con questo disco, impartisce a tutti una sorta di “cura ludovico” costringendoci a guardare a forza tutto ciò che avevamo deciso di ignorare. Violenza e nichilismo (piggy), autoritarismo (march of the pigs), decadimento dello spirito (heresy), perversione (closer), autolesionismo (mr. self destruct): volete che continui? Prese addirittura sotto la sua ala lo spauracchio di ogni mamma del periodo ovvero Mr. Marlyn Manson (il black metal era troppo underground per spaventare le mamme). Tutto molto provocatorio ed esplicito, ben al di là di quello che erano soliti esprimere le iconiche decalcomanie imposte dalla simpaticissima Tipper Gore che, prima che il marito tentasse di salvare l’ecosistema, tentava di salvare la moralità della gioventù col risultato di provare al legalizzare la censura prima e di rendersi ridicola e fare la fortuna dei censurati poi (per fortuna!). Nell’epoca della correttezza ad ogni costo, degli asterischi di genere di mille altre scempiaggini ipocrite ci vorrebbe proprio un disco come questo e sarebbe curioso vedere come verrebbe accolto. Nessun adesivo nessuna censura o altro riuscì a fermare la forza deflagrante di questo disco che, a tutt’oggi, rimane un caposaldo musicalmente e tematicamente.

Poi, ovviamente, c’è la conosciutissima “Hurt”, personalmente uno dei brani migliori mai usciti dagli anni ’90, talmente ben scritta da essere poi ripresa addirittura dal Man in black per eccellenza, Johnny Cash che ne fece una versione altrettanto bella ed intensa, seppur cambiando leggermente il testo (non credo che esista un suo testo con la parola “shit” al suo interno), mantenendone lo spirito intimista e la tristezza di fondo.

Personalmente ho anche una predilezione per lo strumentale “A warm place”, un intermezzo tra tranquillità ed inquietudine che introduce la fine del disco.

L’artwork aggiunge qualcosa di profondamente evocativo al disco. Da un disco così pregno di tecnologia, uno si aspetterebbe immagini digitalizzate o cose del genere. Niente affatto. Si tratta di un’opera di Russel Mills fatta di ferro arrugginito, insetti, sangue, bende, cera su un pannello di legno. Qualcosa di assolutamente tangibile e in perenne stato di degradazione, lontano dalla freddezza asettica della tecnologia, come a voler ricordare che dietro la musica c’è un uomo che ha vissuto sulla sua pelle ciò di cui sta cantando.

Un disco da rispolverare o da scoprire se ancora non è giunto alle vostre orecchie. Un ascolto che ancora oggi non può lasciare indifferenti.

Gente con ancora qualcosa da dire? Parte 2: Deftones.

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Ohms è gia uscito da più di un mese, ho avuto tempo per pensare se acquistarlo o meno. Alla fine ho deciso per il sì. Alla fine anche perché ho tutte le altre uscite del gruppo di Sacramento (che sembra una esclamazione folkloristica che era solito utilizzare mio nonno, con diversi punti esclamativi successivi), sono un loro fan dall’uscita di “Around the fur” e credo che siano uno dei pochi gruppi longevi e con scarsi cambiamenti di formazione rimasti. Già questo di per sé non è poco, nel loro caso poi il cambio del bassista è anche dovuto ad un evento tragico, quindi la sorte nel loro caso ha avuto un corso beffardo: si narra infatti che Stephen Carpenter abbia avuto la possibilità di imparare a suonare la chitarra a causa di un incidente in skateboard (che con i dovuti rimborsi servì anche a comprare l’attrezzatura) e sempre per lo stesso motivo persero il loro bassista storico Chi Cheng.

Nonostante questo hanno tirato avanti dagli anni ’90 ai giorni nostri. Ingiustamente, fino a quando il fenomeno è durato, accostati al movimento del cosiddetto nu-metal un po’ per il periodo storico, un po’ per certe assonanze stilistiche (chitarroni ribassati, uso della voce e groove ritmici) hanno saputo guardare oltre e rinnovarsi, con alterne fortune fino ai giorni nostri. Solo per questo mi verrebbe da dire: avercene.

Ovviamente non è tutto così perfetto, almeno un paio di episodi debolucci nella loro carriera sono indubitabili: “Saturday night wrist” e il disco precedente a questo “Gore” suonano un po’ sottotono nonostante alcuni picchi notevoli a livello di singoli episodi siano innegabili (io continuo ad avere un debole per “Phantom Bride” per esempio), anche “Diamond eyes” girava un po’ su regimi bassi per i loro standard. Quindi il dubbio se fosse la pena di acquistare il nuovo “Ohms” lo ritenevo legittimo.

C’è da dire subito che i loro punti più alti in carriera: “Around the fur”, “White pony” e “Koi no yokan” rimangono lontani all’orizzonte, non aspettatevi un rientro su tali livelli. Se sapete ascoltare però alcuni punti a suo favore il nuovo disco li ha. Carpenter continua ad aggiungere corde alla sua chitarra (siamo a nove tipo Matt Pike? il prossimo traguardo forse è lo stickman di Tony Levin con 10 corde) chissà se poi servono oppure no, rimane il fatto che l’ispirazione, pur con qualche calo sembra non esaurirsi e, se a un primo ascolto sembra non esserci un guizzo particolare in questo disco, man mano che si continua ad ascoltarlo, le melodie ti si piazzano in testa e riemergono di quando in quando nei momenti più inaspettati. ho sempre pensato che la capacità di un disco di rimanerti in testa viaggi di pari passo con la sua qualità.

Almeno per decidere se acquistarlo o meno, per decretare il capolavoro è poi necessario andare oltre… spingere avanti il suono, cercare il lampo di originalità, fare emergere la propria personalità e ispirazione. Sulla personalità dei nostri mi auguro non ci siano dubbi, mentre forse quello che manca a questo disco è una spinta innovativa spiccata. Mi viene anche da pensare però che in questo loro hanno già dato in passato: non voglio ripetere le considerazioni fatte per i Tool, ma anche nel loro caso forse non è più il loro ruolo quello di cercare nuove strade, quanto piuttosto quello di ribadire quelle che loro stessi hanno tracciato rendendole grandi ancora una volta: in questo si può dire che siano riusciti. A più di vent’anni dall’ esordio è sempre meglio che vivacchiare all’ombra del loro stesso nome con dischi scialbi e troppo ripetitivi.

Deftones (Fonte Wikipedia)

Quindi riecco l’elettronica, l’amore mai sopito per gli anni ’80 (“Pompeij” sembra uscito dalla colonna sonora di Twin peaks), i chitarroni ribassati, la voce capace di passare attraverso vari registri con scioltezza le ritmiche serrate e sfaccettate, in poche parole i Deftones, uguali a loro stessi ma senza annoiare, senza restare troppo a corto di argomenti. Scusate se è poco.

Postilla personale: il mio attaccamento ai Deftones arriva direttamente da una delle loro canzoni più famose “Be quiet and drive (far away)” , quando uscì arrivai ad ascoltarla quasi prima che il mondo stesso si accorgesse della loro esistenza. Mi colpì come un diretto alla bocca dello stomaco, mi fece quasi male: era esattamente la summa dei miei sentimenti di inadeguatezza, della mia sensibilità instancabile che mi costringeva a ridurre ogni cosa ad un’estenuante riflessione, che mi teneva ingabbiato al tetro me stesso che ero allora. Sentirmi sussurrare “Now drive me far… don’t care where but far” era esattamente ciò di cui avevo bisogno: che qualcuno mi allontanasse dal mio stesso mare dei sargassi perché da solo non avevo abbastanza forza per farlo e sarebbe stato così ancora per tanto tantissimo tempo. Non importava dove ma lontano, da me e da tutto.