Downward spiral

Sing Backwards and weep

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Mark Lanegan: Sing backwards and weep [Fonte: Amazon]

Iniziare a leggere un libro senza sapere bene cosa aspettarsi.

Si sono sentite voci su voci riguardo a questa autobiografia di Mark Lanegan e visto che, a mio parere, ha une delle voce più belle ed intense del pianeta ho dovuto recuperarla e leggerla in lingua originale. Operazione forse un po’ faticosa ma ogni tanto utile e, nel caso, anche coinvolgente. Elimino subito il dubbio: il cantante di Ellensburg qui ha buttato fuori l’immondizia. Questo è un libro che nonostante il celestino della copertina è nero come la pece.

I pochi spiragli di luce che emergono sembrano quasi buchi fatti con un ago ipodermico su un foglio scuro, la luce filtra ma è rada e puntiforme. Se pensate di scoprire qui il fervore che induce un giovane a cantare, se ritenete che si tratti dell’arte come forza catartica, se credete che parli dell’adrenalina che ti sale in gola in quei 5 minuti che precedono l’ascesa sul palco o della gioia che ti scoppia in petto quando senti il pubblico che applaude o canta un tuo brano, qui troverete ben poco. I pochi spiragli sono dati dalla prima serata passata dal nostro con Lee Conner quando nacquero gli Screaming Trees, l’amicizia con Dylan Carlson, Kurt Cobain, Layne Staley e Josh Homme, lo scazzo duro con Noel Gallagher e le poche pagine finali dedicate alla timida risalita dopo aver toccato il fondo. Poco altro.

Il resto è il fondo del pozzo, il resto è l’ondulare del pendolo. Il pessimo rapporto con la madre, gli amici che ti muoiono attorno come fili d’erba recisi dalla vita, un gruppo musicale che prima di tutto è un modo per scappare di casa, l’impossibilità di un rapporto solido con una ragazza e poi, ovviamente, l’eroina. La vita assurda del tossico in tour, i salti mortali per continuare a farsi, i rapporti con la malavita, la discesa negli inferi e l’annichilimento di qualsiasi legame, vendersi tutto per mantenere la propria abitudine alla droga pesante. Questi sono i reali protagonisti di questo libro, anche se ha un lieto fine e Mark (fortunatamente) è ancora qui, ringraziando la signora Love ed il suo programma di riabilitazione per artisti.

Per chiunque dubiti del reale interesse di questi argomenti risponderei, per citare lo stesso cantante, It’s time to grew the fuck up. Non si può amare l’arte del cantante e ignorarne la vita ed il percorso. Certo ogni cosa si può fare ma, visto che ha scelto di condividere con il pubblico le sue vicende, ignorarle sarebbe quantomeno superficiale.

Non ne esce un bel quadro per Mark. Scontroso, cinico, ombroso e scostante, per fagli dei complimenti, sicuramente instabile e a tratti impazzito. Il libro è schietto e crudo, una rasoiata di scabra realtà tumefatta e a tratti svuotata di calore. Un’immersione negli inferi senza abbellimenti o concessioni. Non so perché spesso mi ha fatto pensare a Pasolini, al fatto che la sua scuola fosse quella di coloro che dovevano provare ad ogni costo lo squallore sulla loro pelle per poter esprimere la propria arte. Magari solo io posso venirmene fuori con un’ associazione del genere. Eppure spesso leggere questo libro equivale a conficcarsi a forza la realtà negli occhi, una realtà dolorosa e degradante.

Non fatevi illusioni dunque, leggete a vostro rischio e pericolo, consapevoli però del fatto che, se amate la voce e le canzoni dell’autore di Blues Funeral, questo libro vi prenderà e vi costringerà ad essere letto, anche con una certa avidità.

Perle ai porci

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Dite la verità… sentite la mancanza del pippone annuale Radikvlt contro sanremo, vero? Ebbene quest’anno ho saltato l’appuntamento, però c’è qualcosa che comunque voglio dire, tanto le mie motivazioni per il boicottaggio totale e senza compromessi della manifestazione sono arcinote. Il festival è concettualmente insostenibile: falso, vuoto ed inutile, se non per conformisti col cervello spento che mandano avanti un’ idea reazionaria ed asservita della musica. Il peggio è che i fondi per mantenere il baraccone li sborsiamo tutti.

Ah scusate sono nuovamente partito in quarta, è più forte di me. Stavolta però vorrei parlare di due personaggi che, in crisi discografica e di idee manifesta, si sono piegati miseramente alla logica della visibilità a tutti i costi presentandosi al festival canoro più amato dalle cap… ehm, dagli italiani.

Franco alta energia aka Frankie HI-NRG: Franco, onestamente, godeva di tutta la mia stima: componeva rime nient’affatto banali, parlava di cose serie con una lucidità ed un cipiglio ividiabili. Non fosse stato per lui non ascolterei nemmeno quel poco di rap che ascolto. Avendo ritenuto per lungo tempo insoddisfacente il rap per via del fatto che mi sembrava campionato piuttosto che propriamente suonato, decido di vederlo dal vivo: una folgorazione. Mi aspettavo di vedere lui ed un DJ con i piatti e basta. Si presenta al Babylonia con una band di strumentisti più il DJ e suonano. Bravi, non saprei dirlo altrimenti: un concerto duro e serrato, senza fronzoli e troppe concessioni all’intrattenimento. Una prestazione propria di chi ha dei concetti chiari e vuole che passino al pubblico, che smovano le coscienze e facciano riflettere. Ne esco conquistato e, benché continui a non essere casa mia musicalmente parlando, da lì è un crescere di Beastie Boys, Cypress Hill, RUN DMC, Public Enemy ma anche Assalti Frontali e Colle Der Fomento (se qualcuno non se ne fosse accorto adoro “Adversus” senza ritegno). Poi il buio degli ultimi anni: dischi che si filano in pochi e che qualitativamente sono nettamente inferiori, poco ispirati e poco incisivi. Partecipa pure a sanremo e a quella manifestazione pessima di jovanotti, tra le polemiche. Avevo anche la mezza intenzione di leggere il suo libro ma, vista la comparsata della scorsa estate, sinceramente mi è passata la voglia. Mi mette una gran tristezza, ora come ora. Scriverà mai più un brano come questo?

Cristian Bugatti aka Bugo: Bugo è storia attuale ma solo per i meno attenti. Essendo molto vicini territorialmente parlando, sento circolare il suo nome più o mano dai tempi di “Sentimento westernato”, ovvero quasi dalla notte dei tempi. Ovviamente risulta sconosciuto alla maggior parte di coloro che seguono l’odiato festival, eppure mi ricordo ancora di quando me ne parlò un caro amico dicendomi di ascoltarlo. Anche qui mi conquistò, l’ovvio accostamento con Beck (quello di “Mellow Gold” più o meno) però nella mia testa Bugo era molto più loser: proveniva dalla provincia italiana il che, parlando di perdenti e di sfigati, è già un ottimo biglietto da visita: più o meno come venire da Aberdeen per un americano. Arrangiamenti lo-fi, insofferenza ostentata e apatia latente, aspetto trasandato e trasognato, si circondava di strumentisti underground seri (all’inizio lo supportavano addirittura dei membri dei leggendari R.U.N.I.) e incideva per un’etichetta (Bar La Muerte) che, credo, nessuno di voi abbia mai sentito nominare (e se l’avete sentita avete la mia stima). Insomma era un vero fenomeno underground i cui testi rimandavano a sfighe quotidiane, episodi insignificanti e figuracce varie, non impegnati, ma comunque assolutamente lontani dallo standard sanremese. Persi le sue tracce dopo un divertente concerto al Babylonia e l’uscita del suo quarto disco. Pensavo fosse scomparso. Invece ha ancora fatto qualcosa, perdendo ciò che lo rendeva particolare e quindi la stima di quelli che lo seguivano fin dall’inizio, cercando di incuriosire un pubblico più vasto, senza per altro riuscirci in modo significativo. Com’è finita lo sapete e io non commenterò… ma anche lui mi mette una gran tristezza, se ci penso. Almeno quella di questo brano fa sorridere, lui nemmeno più quello.

Quando Endrigo vinse il festival con la canzone che hanno rifatto quei due mentecatti, fuori c’era gente che protestava contro l’insensatezza del festival (era il ’68 o giù di lì). Oggi nemmeno più quello. Sono 70 anni che ci ingozzano con certa triste pochezza culturale. E quel che è peggio è constatare che pure gli alternativi lo seguono con la scusa dei percularlo. Bravi.

25 anni dopo

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Venticinque anni dopo è tutto un fiorire di ricorrenze. Di fotografie postate a memoria, di video nostalgici, di lacrime a comando. Mi chiedo se le ricorrenze servano a qualcosa, gli anniversari, le cifre tonde o semi-tonde. Oppure sono solo scadenze autoimposte per guardarsi indietro e rendersi conto del tempo passato, magari fare un bilancio che, a ben vedere, non serve a nessuno. Perchè quello che conta è il quotidiano quello che si vive sulla propria pelle giorno dopo giorno. Lo sanno bene quelle persone che si sono svegliate dieci anni fa senza una casa e sono corse in strada nel cuore della notte. Tutto questo è senza senso, non ha alcun peso reale. Non hanno peso le fotografie, non hanno peso le parole, le fiaccolate, i ricordi.

Venticinque anni fa moriva Kurt Cobain. Da allora di suo ho ascoltato ben poco perchè mi metteva a disagio. C’era quasi da sentirsi in colpa ad aver acquistato un suo disco, secondo quello che trapela da una sua canzone (e non solo da quella), ad avergli dato parte di ciò che non voleva. E alla fine i CD hanno continuato a prendere polvere su uno scaffale, ripresi in mano pochissime volte, quasi a voler guardare dentro un abisso non mio, un’ operazione non sempre delle più agevoli o costruttive. Anzi.

Intanto il tempo è passato ed ogni cosa si è trasformata. Tutto si è spento lentamente, al contrario di Kurt che, invece, è bruciato in fretta. E adesso stanno tutti a ricordarselo più o meno all’improvviso. Negli anni trascorsi dalla suo morte sono usciti alcuni dischi, alcuni libri suoi e non suoi (mi piace ricordare Tommaso Pincio e anche Tuono Pettinato), il ricordo non si è mai più o meno spento. Anche grazie a tutti i dubbi del caso sulla sua morte, sulla sua signora e su El Duce.

Non siamo qui per parlare di questo. Come per tutte le persone morte, non serve a nulla parlarne quando sono andate. Occorreva vivere assieme a loro il tempo concesso per calpestare la stessa terra. Tutto il resto è una sorta di esercizio masturbatorio anche se non sempre fine a se stesso.

Gli anni novanta erano il mio decennio e quindi c’ero. Non ringrazierò mai abbastanza di aver avuto vent’anni in quel periodo: ero depresso ma mai quanto avrei potuto esserlo se avessi avuto vent’anni negli anni 80 o nei duemila. In primis per la musica che, salvo rare eccezioni, avrebbe fatto pena e che, invece, mi ha pressappoco salvato la vita . Poi anche per l’atmosfera che era elettrica, ti caricavi anche solo respirando… peccato che me ne sia accorto solo dopo. Ero un ragazzetto universitario insicuro con una fragilità interiore che non ero in grado di identifcare, perfettamente in linea con i turbamenti esistenziali dell’epoca. Dopo un decennio di eccessi e di apparire ma non essere, gli anni ’90 furono una brusca frenata, un rimettersi in discussione, ma anche una sorta di rinascita spirituale, uno strenuo tentativo di riprendere in mano la propria anima dopo averci sputato sopra per un decennio. Non a caso tutti guardavamo con ammirazione agli anni ’70, vera epoca d’oro per la musica e per mille altri motivi, solo che ora avevamo una cosa in più rispetto ai ragazzi di quell’epoca: la consapevolezza, qualcosa di decisamente scomodo con cui confrontarsi.

Avevamo la consapevolezza che le utopie sarebbero rimaste tali, che eravamo manovrati tutti e legati ad un futuro del quale avremmo deciso ben poco, che certi fantasmi non potevano essere elusi. Se ci pensate suona assai similare alla storia di Kurt Cobain. Non era la voce di una generazione, ne faceva parte. Era un ragazzo comune che si è trovato ad aver scritto qualcosa che non era progettato per il successo ma che ne ebbe a dismisura. E nessuno era pronto per questo. Nessuno era pronto, ma era fatale che succedesse, era proprio nell’aria. Doveva succedere che quel sentimento strisciante, quell’aura di inquetudine trovasse una valvola di sfogo. Quella più evidente si chiamava “Smells like teen spirits”, la conoscete tutti.

Non sopporto quando parlano di Cobain come l’icona di una generazione, come il portavoce di una cultura, quelli che si esprimono in questo modo non hanno capito nulla. Peggio per loro. Peggio per tutti quelli che continuano ad affibbiagli un ruolo che detestava apertamente. Era uno di noi messo sotto dei riflettori che non aveva cercato. Non c’era poi molto da stupirsi se è andata come è andata, soprattutto se aggiungiamo anche i malanni fisici oltre ai sentimenti che aveva dentro.

Nello scorso fine settimana ero in viaggio con la mia auto e mi sono messo a riascoltare “In utero”: bastava quello, dentro quel disco c’è già tutto, c’è scritta ogni cosa, ogni testo è un presagio, un’indicazione, uno sfogo. Risentirlo è stato come rivedere un amico che non senti da vent’anni: schiaffi e carezze, vuoti e pieni, tristezza e allegria. Con il panorama che ti sfreccia a lato e la meta davanti. Bastavano i suoi occhi quando parteciparono a tunnel, introdotti con difficoltà/imbarazzo dalla Dandini continuamente disturbata da Guzzanti. Un’ apparizione che, ancora adesso, mi domando se fosse reale.

Il tempo non conta un accidente di niente, basta un attimo e tutto ti investe di nuovo, come se fossero passati cinque minuti. Mi ricordo lo sbeffeggiamento di amici e professori quando seppero che si era suicidato (?), mi ricordo i concerti persi nei quali avrei potuto vederli (tra l’altro con i Melvins di supporto, parliamone!), mi ricordo le mie sensazioni autodistruttive amplificate dal suo gesto. Durò poco. Non era la mia tragedia, che si sarebbe consumata di lì a tre anni, avevo una vita da vivere (almeno provarci) e tirai avanti. Fino a scoprire che, ma questa è storia fin troppo recente, il centro di tutto stava lì, nel non permettere a niente e nessuno di fermarti, nel non dare a niente e nessuno tutto quel potere su di te. Nel comprendere che chi si ferma è davvero perduto, ma che a volte nel mare dei sargassi si trovano gli strumenti per guardare le cose nella giusta prospettiva. Questo si impara ad essere stati morti per tanti anni. Ma c’è chi l’ha detto meglio di me:

“Tra gli undici e i quattordici anni la bambina era morta per molti secoli. Quegli anni da celacanto le avevano fornito l’accesso all’archivio degli inferi. Adesso che era tornata alla vita poteva richiamare quella memoria a suo piacimento. Si guardò dal dirlo e si accontentò di un’alzata di spalle.

La persona che ama è sempre la più forte”

A. Nothomb.

…A parte il fatto che ora so anche chi sono

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Torno, dopo mesi di assenza per parlare dell’adolescenza. Ritardata, che oggi si diventa adulti anche più tardi. Dopo aver letto l’amico di Neuroni mi sono comprato il demo dei Lomax. Accidenti a loro: mi piacciono. Non solo mi piacciono, mi hanno fatto diventare nostalgico della mia adolescenza.

Non so come si faccia ad essere nostalgico di un siffatto periodo, penseranno i più. In verità, per me, l’adolescenza non è stata l’età delle stupidaggini, è stato un periodo travagliato, ma è stato il periodo maggiormente istruttivo ed evolutivo della mia esistenza. Non amando particolarmente l’800 italiano letterariamente parlando, mi ricordo a malapena del fanciullino di Pascoli, l’autore sosteneva che ognuno di noi dovrebbe avere dentro di se stesso lo spirito di un fanciullo, mantenerne la purezza. A me sembra invece che, per quanto mi riguarda, io voglia mantenere dentro di me lo spirito di un adolescente in perenne (e affannosa) ricerca di se stesso, in conflitto col mondo, in confusione continua, non abbastanza uomo e nemmeno abbastanza ragazzo (avete presente eighteen?). Un caos completo, in completa ed eterna agitazione.  Che mi costringa a non rimanere fermo, a rifiutare il quieto vivere e le convenzioni, un ribelle antisociale e con tendenze depressive/autodistruttive.

Oggi non potrei vivere come un adolescente, sarebbe ridicolo, eppure nemmeno posso sedermi e dimenticare quello che sono stato, i pensieri di allora, per quanto utopici ed irrealizzabili, continuano a bruciarmi dentro.

I tre film che amo maggiormente sull’adolescenza sono:

Fucking Åmål

-Paranoid Park

-Fa’ la cosa sbagliata

Non posso essere lui, però ho bisogno di quell’adolescente, senza di lui sono un patetico borghese privo di personalità ed asservito alla parte pratica e convenzionale della vita. La parte che mi fa più orrore. Il problema però è che quando hai l’età di un adolescente, quando sbagli la gente è più tollerante, man mano che cresci, gli errori li paghi molto più cari ed è per questo che quell’adolescente si nasconde da qualche parte, in qualche anfratto del cervello. Forse è inaccettabile per la società che un adulto sia ancora in perenne ricerca, faccia ancora errori come un ragazzo. Forse, ad un certo punto, dovrebbe calmarsi, abbassare la testa, lavorare e pensare al mutuo, alla casa e alla famiglia. Certo, contateci. Non che non siano aspetti importanti, ma il giorno in cui mi lascerò travolgere da queste cose qualcuno mi finisca, per pietà.

I Lomax parlano di odio e augurano la morte alle persone, quando ero adolescente lo facevo anche io. I Lomax sono arrabbiati e disillusi come lo ero io. Nei momenti più rabbiosi la musica era il canale giusto per convogliare la negatività verso qualcosa di più costruttivo, forse la ricerca di anime affini, forse di compagni di viaggio, forse persone che con la loro musica possano leggerti dentro ed aiutarti a capire chi sei. o forse, semplicemente trasfigurava la tua rabbia repressa e ti impediva di sfasciare tutto, riuscendoci solo a volte (ha ha ha).

I Lomax sono giovani ma musicalmente parlano un linguaggio che nasce da musica di venti o trenta anni fa e forse per questo li capisco. Mi vengono in mente i Dinosaur Jr. in “Rigore”, i Joy Division in “Mahnattan” o il cantato di Ferretti (terra emiliana non mente?) in “Non vedo l’ora che muori”. Tuttavia, se fosse mero citazionismo il loro, non starei qui a parlarne. Questi ragazzi hanno personalità e coraggio da vendere. Distorsioni, feedback e una doppia voce strafottente e sbeffeggiante. Sfrontati perdenti consapevoli, che però stavolta hanno vinto: in fondo dare contro a se stessi a volte sprona a farcela.

Ora so meglio chi sono, come nella citazione di Edda nel titolo. Ho una consapevolezza e delle responsabilità in più ma non ho ucciso quella parte di me.

Musica indipendente italiana

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La domenica pomeriggio Rai tre decide di dedicare uno speciale alla musica indipendente italiana. Quando me ne accorgo mi chiedo cosa aspettarmi dal servizio pubblico nazionale, non faccio in tempo a formulare un’ipotesi quando si concretizza davanti agli occhi l’ineluttabile.

Una lunga parata di bellimbusti dall’aspetto tutto sommato conformato ad uno standard, una serie di suoni, parole, musica… forse. Non salvo nessuno se non gli Zen Circus, i meno peggio, loro che, comunque, hanno un’ idea di che prezzo abbia realmente essere indipendenti, gente che si trova nel mucchio per caso, che non si arrende dal ’94. Inoltre un loro album ha un titolo altamente esplicativo del mio pensiero su quello che sto vedendo: andate tutti affanculo.

Scusate la brutalità. La musica indipendente italiana ha una spocchia, una puzza sotto al naso, una supponenza insopportabile. E, infatti, io non la sopporto: non sopporto gli Afterhours, i Marlene Kuntz, il Teatro degli orrori e nemmeno tutti gli altri messi in fila. Ricollegandomi al mio post precedente gli ultimi esponenti degni di attenzione ed adorazione sono rimasti i CSI, il punto più alto, poi il vuoto. O quasi.

Il “quasi” di cui sopra si chiama Stefano Rampoldi.

Edda. E’appena uscito il suo nuovo album “Graziosa utopia” ma ovviamente il tg3 non se ne avvede. Edda è scomodo, incostante, esplicito, incontrollabile, delirante e dolcissimo. Decisamente troppo per loro, per essere inquadrato, per essere pubblicizzato. Edda non ha paura. O forse ne ha troppa.

E’ uno che ha vissuto e non a parole. E’ uno che ha sbagliato e non per moda. E’ uno che si è esposto e non per esibizionismo. Soprattutto ha affrontato il suo inferno personale e si vede, si sente e si percepisce in ogni cosa che fa. Forse sono io ma mi sembra l’unico nel marasma ad essere sincero fino ad essere scomodo, come dovrebbe essere un vero indipendente.

Edda riesce a destabilizzare, a far pensare e a commuovere. Ve lo vedete un Agnelli (nome non citato a caso) che riesce a fare altrettanto? Davvero potreste sostenere che sia credibile? Siate seri…

Quando parte il brano d’esordio del suo ultimo disco, mi sento partire la pelle d’oca e nemmeno so perché.

Mi spezza in due l’anima in pochi minuti. E non posso farci nulla. “Spaziale” è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato e senza parole, che non fa male ma mi rivolta come un calzino. Edda riesce a usare parole banali (“Tu finalmente tu/ E’ arrivato il nostro momento/ per fortuna che ci sei”)  e a contestualizzarle senza renderle odiose come fanno mille altri, in questo è un maestro (si veda anche “Tu e le rose” del disco precedente) e non è una cosa da tutti.

Ha un’anima grande e fulgida, costruita sulla vita. Il resto del disco scopritelo da solo o non fatelo affatto. Io me lo tengo stretto, ne ho bisogno. Ho bisogno di addentrarmi nella notte con le sue parole, ho bisogno di confrontarmi con le sue immagini, di rispecchiarmi nei suoi stati d’animo. Artista e pubblico: finalmente un rapporto autentico.

E anche se scrivo questo per non pensare ad altro, non lo rende meno vero.

Grazie Edda, davvero.

 

Animali notturni

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Animale notturno

“Si scrive perché tutto muore, si scrive per salvare quello che muore. Si scrive perché il mondo è un caos inarticolato, e non riesci a vederlo finché non ne disegni la mappa con le parole”

Si va al cinema per venire rapiti dalle immagini, per dialogare con la storia, per riconoscersi nelle sfumature, per emozionarsi coi suoni e coi colori. Per comunicare a un livello superiore al mero verbo. A volte per crescere e riflettere.

Quando uscì il primo film di Tom Ford, il regista mi fece lo sgambetto. Un film diretto da uno stilista mi sembrò da subito una sfida ai miei pregiudizi, considerato che la moda viene recepita da me come il vuoto cosmico riempito di qualcosa di molto simile all’immondizia. Non ho cambiato idea sulla moda, sul fatto che l’estetica possa essere ricondotta ad un modello sterile ed insignificante, per giunta costoso e spesso privo di bellezza, questo crimine contro l’umanità continua a perpetrarsi tutt’ora.

Ho cambiato idea sul fatto che uno stilista possa essere un regista assolutamente pieno di talento. “A single man” mi ha conquistato. E’ ispirato, intenso e affascinante. E’ stato una ventata di aria fresca che non avrei mai inalato se il trailer non mi avesse colpito prima di un’altra proiezione. Avevo sentito dell’esordio dello stilista e regista/stilista ed ero deciso ad evitarlo come la peste. Eppure qualcosa mi aveva colpito nel trailer, o forse quella sera non avevo molto altro da fare. In tal caso benedetta indolenza. Ne sono stato catturato, pur essendo del tutto estraneo alle tematiche del film e questo non è cosa da poco, se qualcuno ti facesse leggere un libro su un tema assolutamente lontano da te, nel mio caso sarebbe già bravo, se poi riuscisse anche a farmelo piacere, allora sfiorerebbe il superlativo.

Quindi tutti i complimenti del caso. Il secondo episodio non me lo aspettavo e nemmeno lo cercavo, eppure mi ha trovato lui nello stesso identico modo del primo. E mi son detto che dovevo vederlo. E questa volta non solo mi è piaciuto ma mi ha fatto male.

La ricerca estetica vibrante in ogni scena, la puntuale caratterizzazione sonora di Abel Korzeniowski, i tremori emozionali della protagonista e la presenza del protagonista che non compare mai se non nei ricordi. Una storia divisa in due tra finzione e realtà compenetrate in maniera inquietante quanto precisa. Un rebus senza soluzione. Un labirinto di vetri o specchi nei quali o vedi te stesso o vedi oltre te stesso oppure guardi indietro, a un passato slabbrato e crudele. Incomunicabilità e nemesi familiari, il silenzio che domina sulla vita di ognuno di noi, quella violenza evocata a specchio dei propri dolori interiori. E la consapevolezza di valere di più della nostra stessa quotidianità, per quanto appagante. Affidare i propri dolori ad una storia cupa e cruda, cacciare a forza lo sguardo in una notte dell’anima che non conosce pietà e che al mattino conosce un’alba pallida e grigia, satura di nebbia e non lo splendore del sole.

Buttare fuori tramite le parole, nero su bianco, tutta la propria disperazione e dedicarla a colei che ne fu artefice, inviandole un manoscritto che, per altro, lei non riesce a eludere. Forse non lo vuole nemmeno, come se dopo aver provocato un incidente d’auto improvvisamente vedessi tutto con gli occhi di un Vaugahn consapevole del disastro, ma affascinato e consapevole del suo lato meramente estetico.

Da una parte sgravarsi dall’altra caricarsi. Da una parte dolersi e rinascere, dall’altra illudersi e morire. Fortunatamente, per quanto di rado, qualcosa mi riconcilia con il cinema e con l’arte.

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Animali notturni

0)))

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Immaginate una nebbia fitta e densa elevarsi nell’aria, un atmosfera umida e opprimente, una vibrazione salirvi dalle viscere, incamminarsi sulle vostre braccia, pervadere i vostri arti e scuotere i vostri organi interni. Valvole arroventate e sovraccariche, movimenti lenti ed appena percettibili fra le coltri ed un muro di monoliti neri sullo sfondo, cavi che si snodano, figure incappucciate.

E soprattutto note, lunghe, profonde, infinitamente lente. Intense.

Nessun disco dei sunn 0))) potrà mai prepararvi ad un concerto dei sunn 0))).

Nessun muro di amplificatori sarà mai in grado di farvi vibrare l’anima come quello dei sunn 0))).

Nessun personaggio incappucciato ha mai suonato come quelli che suonano nei sunn 0))).

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Se non si fosse capito io adoro i sunn 0))). E il mestiere più arduo per un amante del siffatto progetto musicale è spiegare il perché dei suoi sentimenti. Non lo capiranno. Si impara, a proprie spese, che non tutto si può spiegare, ci sono cose che sono così e basta.

Una volta tanto non c’è altro da dire. I sunn 0))) non sono semplicemente suoni, per molti non sono nemmeno assimilabili alla musica: sono una dimensione parallela, uno stato d’animo, un sentimento, un’emozione non trasmissibile a parole o la senti o non la senti. Un’ onda sonora percettibile sono ad alcuni. Un liberarsi del bisogno ossessivo di dare un senso ad ogni cosa. Uno stato di trance decisamente non di questo mondo, inteso non come mondo materiale, ma come mondo fatto di quotidianità e routine, il solito trito e ritrito mondo di tutti i giorni.

In realtà è un falso problema. Non ho nessun motivo per tentare di spiegare perché mi  piacciano é così e basta.

E non vedo l’ora di adorare le valvole ancora.

Ghiaccio secco. Tenebra. Frastuono. Amplificatori. Chitarre. Uomini. Volume. Anima.

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Ho inseguito i miei fantasmi

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Ora fantasma sono.

Com’è stato facile restare fermo, immobile chiudendo gli occhi e rinunciando a vedere.

Ci sono alcune parole magiche che volteggiano sulle nostre teste a volte come aquile, a volte come avvoltoi, che sembrano significare tutto, in realtà dicono nulla. Qualcuno urlava che le parole sono importanti, spesso lo sono più del loro significato? Una parola può dire tutto o niente essere vacua o vana oppure pregna e greve. dipende dal contesto, dal tono, dal momento da mille fattori che ne danno una definizione unica ma puntuale, che può cambiare in pochi secondi.

Felicità.

Chi non l’ha mai sentita nominare, chi la insegue senza sapere cosa sia, chi la rincorre senza averla mai assaporata, chi la costruisce schiacciando ogni ostacolo, chi ne sintetizza l’essenza nascondendo la testa sotto la sabbia.

Che senso ha essere felici schivando gli ostacoli? Che senso ha chiudere gli occhi inanzi alle cose che fanno star male e ripetersi ad oltranza di essere felici? Cosa si prova ad accettare tutto ciò che non possiamo cambiare vivendo una vita di menzogne? Quanto ci si può abbandonare tra le braccia dell’ipocrisia pur di sfiorare una chimera?

Felicità

è una parola vilipesa, violata nella sua essenza, insultata dai compromessi e svilita dai finti sorrisi, dalla routine e dagli occhi che non riescono a soffermarsi sulla realtà.

Dimenticare questa parola e, per una volta, soffermarsi sui sogni, inseguire i fantasmi, avere il coraggio di essere infelici se questo significa rimanere in contatto con ciò che si è.

Infelicità

è anche chiedersi chi cazzo siamo la domenica mattina.

O svegliarsi con quella domanda come una pistola puntata alla tempia, ed il grilletto per spegnere la sveglia.

Felicità

Forse è anche sapere chi sei, avere la forza di evolvere restando fedele a te stesso.

Forse è anche conoscere te stesso mettendoti in discussione.

Non sempre è una coperta calda sotto la quale rifugiarsi.

Non è nemmeno l’immagine idilliaca dettata dagli stereotipi.

Mai stato un grande fan dei linea 77, di questa canzone abbastanza però.

Una stagione all’inferno

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Alcuni mortali compiono un viaggio tra le anime perse. Ognuno ha il suo personale inferno, solo che pochi ci entrano, la maggior parte ne ignora anche solo l’esistenza. Per alcuni è una scelta consapevole, per altri no. Alcuni sono dei turisti che traboccano di lirismo e di voglia di giudicare, altri ci entrano da protagonisti, perché non stanno bene tra gli umani, perché sentono che la loro anima è persa pur non essendo morti o perché ritengono di essere morti pur essendo ancora vivi.

Iniziano il loro viaggio nelle tenebre della loro anima. Un posto la cui porta non andrebbe mai nemmeno guardata, un posto nel quale dimorano timori e brutture, popolato degli stessi mostri che vengono generati dal sonno della ragione. Ragione che sonnecchia sulla soglia, che ammicca, ma poi volge le spalle lasciando campo libero all’agonia di un viaggio senza speranza, nel vuoto, nel dolore, nell’umiliazione, nella tristezza, nel tormento, nella paura, nella disillusione, nell’angoscia. Tutti questi sono secondi nomi dell’Inferno.

Scossi come un vento agita un albero spoglio di vita. Fissi con lo sguardo nell’abisso ed il cuore nel baratro. In costante equilibrio sul limite della follia, quella da cui non c’è ritorno. Affranti, come coloro che hanno smarrito la via. Perduti, come coloro che non trovano più un senso all’esistenza.

Vuote orbite livide i loro occhi spenti e liquefatti in mille lacrime.

Freddi cuori sterili da cui il fato crudele ha estirpato la speranza.

Timpani corrosi incapaci di raccogliere una minima vibrazione.

Fegati in pasto alle aquile.

Stasera mi stringo a ognuno di voi, che abbiate o meno rivisto le stelle.

 

« Il poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, egli esaurisce in lui tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura dove egli ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovraumana, dove egli diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il supremo Sapiente! – Poiché egli arriva all’ignoto! dopo che ha coltivato la sua anima, già ricca, più di chiunque altro! Arriva all’ignoto, e seppure, impazzito, finirà per perdere l’intelligenza delle sue visioni, egli le ha viste! Che crepi nel suo salto verso le cose inaudite e innumerabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti dove l’altro s’è accasciato! »
(Arthur Rimbaud)

Edvard Munch "Autoritratto all'inferno"
Edvard Munch “Autoritratto all’inferno”

10 anni dopo

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Rimanere attoniti di fronte a una canzone non è cosa che succeda tutti i giorni.

Dieci anni fa queste note, questa voce, avvolgevano tutto di una nebbia morbida e nera che attutiva ogni altro suono. La bellezza che sprofonda dentro, verso il centro del petto e diventa tutt’uno col suo battito regolare e calmo. Una melodia che suona familiare come se l’avessi già ascoltata in un altra vita, tra le stelle incendiate e cadenti, in mezzo alla notte accogliente, mentre all’intorno ogni altra cosa tace.

Tace di un silenzio che riempie i sogni, che arde di un sentimento dimenticato. E sprofonda ancora più in basso. Una voce quasi incerta, uno stentato sussurro che serpeggia fra le note eppure capace di essere commovente e intensa. Non si può spiegare una sensazione ma, se ci si provasse, si dovrebbe parlare di quanto affascinate possa essere una coltre di tenebra, di quanto amore si possa nascondere inespresso nel buio.

Sprofonda ancora in me languida bellezza, se il tempo non ti ha intaccata, non lo farà nemmeno con me.

Passing by
Rows and rows
In silence I
Stand alone

And out of you
Grey birds fly
On a gravel path
You qualified

We tended to
The feverfew
The walls of vine
In hollow time

The shape I’m in
Oh, she knows so well
My hearts become
Her sinking belle

This sinking belle
Oh, this sinking belle
Are you worried now?
You’re worried now?

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now?

We’re smaller than
We used to be
What came from you
Is now inside me

Don’t ask me why
Oh, don’t ask me why
All my life
All my life
Was in black and white

This sinking belle
Oh, this sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
This sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now