Downward spiral

Anatomia di una battaglia persa

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A volte ho la tentazione di considerare la mia vita una battaglia persa. A volte, come ora, ne sono sicuro.  A cosa serva poi studiarne l’anatomia mi risulta oscuro, ma tanto lo farò lo stesso -mi conosco bene, testardo idiota che sono- fino al parossismo. Come quando mi rosicchio le dita fino a vedere il sangue: strappi ogni piccola cuticola e loro continuano beatamente a riformarsi, ora dopo ora secondo dopo secondo.

Uno impiega una vita a capire chi è, a costruirsi impegnativamente una personalità perchè non sopporta l’idea di vivere trasportato dalla corrente di parole e consuetudini, non sopporta l’idea di essere guidato dagli altri nelle sue scelte. Costa fatica, concedetemelo… ebbene fa tutto questo per arrivare all’amara conclusione che ogni porta gli è stata chiusa in faccia: lavoro, affetti, soddisfazioni di qualsiasi tipo. Ok, non è tutto nero, ma grigio antracite sì, direi carbonifero, visto che siamo in tema.

Ed in testa questo marasma che non accenna a tacere, questa festa di dissonanze dodecafoniche sparate a tutto volume. Pensieri che non vengono mai a capo di nulla. Pensieri come scaglie di amianto, scaglie finissime, che si staccano dalla logica portante per conficcarsi in quell’alveolo più remoto del polmone senza possibilità di essere rimosse. Chissà che un giorno germoglino e finiscano per originare qualcosa di nuovo e migliore, di assolutamente adatto a questa realtà.

Per adesso vorresti solo fare, per la millesima volta, lo “zero”, trovare un minimo appiglio, un punto fermo dal quale ripartire, un po’ di conforto per l’anima. Vorresti avere solo gelo e neve attorno, visto che tutto il resto ti è clamorosamente negato. Ma neppure l’inverno fa il suo dannato mestiere.

Since 2 months

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Depression’s got a hold on me

Any Cure?

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I would say I’m sorry
If I thought that it would change your mind
But I know that this time
I have said too much
Been too unkind

I try to laugh about it
Cover it all up with lies
I try and laugh about it
Hiding the tears in my eyes
Because boys don’t cry
Boys don’t cry

I would break down at your feet
And beg forgiveness
Plead with you
But I know that it’s too late
And now there’s nothing I can do

So I try to laugh about it
Cover it all up with lies
I try to laugh about it
Hiding the tears in my eyes
Because boys don’t cry

I would tell you
That I loved you
If I thought that you would stay
But I know that it’s no use
That you’ve already
Gone away

Misjudged your limit
Pushed you too far
Took you for granted
I thought that you needed me more

Now I would do most anything
To get you back by my side
But I just keep on laughing
Hiding the tears in my eyes
Because boys don’t cry
Boys don’t cry
Boys don’t cry

[L’idea che sta dietro al video mi è sempre piaciuta però il Robert Smith piccolo ha una les paul e quello vero una stratocaster, inoltre il Simon Gallup piccolo ha suona una chitarra anzichè un basso ma, dopotutto, son ragazzi…]

There’s a light that never goes out

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 Non avresti mai creduto che una tale meraviglia in cielo sarebbe stata foriera di sventura, eppure il 1997 si trasformò presto in un incubo terribile, in parte imposto, in parte cercato, provando a soddisfare quella voglia di autodistruzione che a tratti assale dritta alla gola. E continui a vorticare su te stesso in una spirale che punta verso il basso, non accorgendoti affatto del male che fai a chi ti sta vicino, perchè di quello che fai a te stesso ne sei fin troppo consapevole. Non accorgendoti affatto dell’ inutilità di fare del male a se stessi nella speranza che il mondo se ne accorga. La notizia è che al mondo non importa nulla e le persone non sono troppo portate ad avvicinarsi ad un essere dedito all’auto distruzione. [Questo però, si sappia, è un ragionamento a posteriori e, soprattutto, a mente fredda].

Può darsi dunque che al mondo non importi della tua afflizione, eppure il mondo stesso può curarti mostrandoti che le quattro mura astratte che ti sei scelto come prigione non corrispondono esattamente a tutta la realtà che ti circonda. Mentre annaspi nel tuo dolore salta fuori un amico con un programma grandioso: una settimana a Parigi e dieci giorni a Londra. Questo non sarà un resoconto di quel viaggio, bensì di un incontro quello con la musica degli Smiths e di Morrisey.

E non mi importa di come un certo numero di persone li giudica… a parer mio, e senza che mi piaccia poi tutto quello che hanno prodotto, hanno il pregio di essere popolari senza essere scontati (o venduti), sentimetali (e, in un certo qual modo, “sensibili”) senza essere sdolcinati e non è poco.

Dunque nell’anno 1998 mentre sto per lasciare Parigi mi assale la voglia di possedere un CD di musica che suonasse incontestabilmente “british” e, non solo, doveva anche essere lontana dalla musica britannica che avevo conoscuito fino ad allora (Iron Maiden, Black Sabbath, Pink Floyd e tutta la compagnia). In virtù del fatto che avessi apprezzato a dismisura “Everyday Is Like Sunday” (una canzone che, a mio parere, coniuga magistralmente il desiderio di autodistruzione -anche abbastanza estremo- con la dolcezza dell’atmosfera che crea) acquistai “Bona Drag” di Morrisey in un megastore sui campi elisi.

A distanza di tempo, lo scorso anno è stato un ulteriore concentrato di sventure, la differenza con il passato sta nella strenua resistenza all’ autodistruzione, all’annichilimento ed alla voglia di inferire su se stessi. Benchè non sempre ci si riesca, non manchino pensieri che ti assalgono col loro gelo, benchè la solitudine si dimostri spesso insopportabile ed il dolore tenda a sopraffarmi in ben più di un occasione… ancora le canzoni mi sono venute incontro ed una di queste è “There’s a light that never goes out”.

A volte, se la vita finisse in determinati momenti, acquisterebbe senso (sarebbe quasi, paradossalmente, una celebrazione della vita stessa), ma siamo sicuri che tutto questo debba avere senso (vedi post precedente)? E comunque i sentimenti, per quanto adesso facciano male, non si possono eliminare a piacimento. Elementare, mio caro Morrisey. C’è una luce che non si spegne mai.

I know the pieces fit

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I know the pieces fit
‘Cause I watched them fall away
Mildewed and smouldering
Fundamental differing
Pure intention juxtaposed
Will set two lovers’ souls in motion
Disintegrating as it goes
Testing our communication
The light that fueled our fire then
Has a burned a hole between us so
We cannot see to reach an end
Crippling our communication

I know the pieces fit
‘Cause I watched them tumble down
No fault, none to blame
It doesn’t mean I don’t desire to
Point the finger, blame the other
Watch the temple topple over
To bring the pieces back together
Rediscover communication

The poetry
That comes from the squaring off between
And the circling is worth it
Finding beauty in the dissonance

There was a time that the pieces fit
But I watched them fall away
Mildewed and smouldering
Strangled by our coveting
I’ve done the math enough to know
The dangers of our second guessing
Doomed to crumble unless we grow
And strengthen our communication

Cold silence has
A tendency to
Atrophy any
Sense of compassion
Between supposed brothers
Between supposed lovers

I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit
I know the pieces fit

Mad Season

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La stagione è impazzita. E’ impazzito il tempo. Ore. Minuti. Secondi. Trascorsi amaramente. E quando la Terra ha compiuto il suo giro attorno al Sole, ancora qui con lo stesso vuoto nell’anima. Ancora qui con pensieri fratturati e sensazioni troncate. Di netto.

Un inverno che non vuole rispecchiare il freddo che gela ogni vena. Alberi rosso sangue indomiti nel loro scorrere. Un inverno che non spegne il dolore con il più antico di ogni anestetico, non graffia le gote, non cristallizza i secondi, non  ottenebra l’azzurro del cielo. Non ricopre il paesaggio e la sua miseria con una bianca coltre misericordiosa. Quanto è crudele l’indifferenza e quanto ferisce il silenzio.

Una stagione destinata a passare, in un modo o nell’altro, lasciandosi alle spalle il suo carico di afflizione, il suo strascico di pelle lacerata e rinsaldata. Eppure indimenticabile.

For all the times you let them bleed you…

My pain is self chosen…

See you all from time to time. Isn’t so strange. How far away we all are now. Am I the only one who remembers that summer. Oh, I remember. Everyday each time the place was saved. The music that we made. The wind has carried all of that again…

We’re all alone… (I’ve never felt SO alone)

[Non crederò più alle stelle che si incendiano cadendo nel cielo.Al loro presunto potere. Piuttosto al vuoto nel quale si perdono]

Zeitgeist

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(La vita è una sorta di malattia la cui unica, vera, cura è inevitabilmente troppo drastica e definitiva.)

 Sorridi domani sarà peggio.

 Piangi forte se non ti sente.

 Svegliati nel cuore della notte con il cuore in gola.

 Inseguito dalla paranoia.

 Braccato dalla solitudine.

 Squarciato da un urlo impossibile da eludere.

Trafitto dal passato.

Trapassato dal futuro.

Svilito dal silenzio.

Umilitato dalla forma.

E, comunque, immune all’ira.

Ma non all’autodafè.

Gravemente investito dall’angoscia.

Sconfitto dagli eventi.

Un tuffo dove il buio è più nero, niente di più.

Ma che disperazione nasce dalla troppa attenzione.

Non era un gioco, nemmeno un fuoco.

Spogliato della dignità di esistere.

O di essere mai esistito.

Colleziono

Abissi.

Osservato qui