Downward spiral

Boredom has come to town

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Ad una certa età non saper ciò che si vuole è grave, se non proprio pericoloso. A volte sembra di essersi rammolliti. La città dove vivo l’ho odiata profondamente quando ero un adolescente, adesso mi ci sento a casa, vorrà pur dire qualcosa. Di preciso non saprei. Il punto è che quando sei adolescente necessiti di informazioni ed internet non c’è sempre stato, anche se sembrebbe di sì.

Vivere in un bastardo posto è dura quando ancora non sai bene chi sei. Quando hai fame di conosenza e di esperienza, quando vuoi metterti continuamente alla prova, per capire chi sei e come ti rapporti con l’esterno. Sembra che manchi l’aria ed anche la possibilità di esprimersi, sembra che non ci sia spazio per le tue idee soprattutto se rifiuti di accettare il fatto che la maggiorparte della gente non la pensa come te. E’ un maledetto labirinto. E ti senti asfissiare.

La nostra mi appariva come la città della noia. La città dei vicoli senza uscita. Nonostante tutto c’è sempre stato un calamitone sulle nostre teste che ci ha impedito di andarcene. Personalmente ho sempre pensato che Morrisey cantasse anche di noialtri in “Everyday is like sunday” e poi sognato di fughe fantastiche a Camden Town, Gamla Stan, Staré Město… e chissà dove altro.

Eppure sono rimasto a stringere i denti, disperarmi e provare cose a me stesso. Non è stata proprio vigliaccheria, ma nemmeno si può dire che io abbia fatto poi così tanto per andarmene. Per un qualche motivo, a un certo punto, ha smesso di pesarmi, ho smesso di andare dritto contro un muro. Non ci avrei scommesso un centesimo e ce ne è voluto di tempo. Ma è successo.

Inconsciamente ho mandato tutto al diavolo. Ha smesso di importarmi. Ho deciso di fare altro.

E quel che faccio adesso è semplicemente provare a vivere. Ebbene ho la presunzione di credere di sapere in parte chi sono e quel che voglio. Dopo di che molte delle cose che mi facevano struggere e soffrire hanno smesso di farlo (o lo fanno molto meno), dopo di che ho smesso di dover provare qualcosa a me stesso ogni due secondi. Respiro profondamente, cerco il coraggio e bramo l’esperienza.

Prendi ogni decisione nel giro di sette respiri. Tratta le questioni importanti con leggerezza, dà importanza alle questioni leggere.

V come Von Trier, V come vuoto

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Nymphomaniac nella metropolitana di Milano
Nymphomaniac nella metropolitana di Milano

Stai andando a vedere una mostra di Kandinskij e ad un tratto ti ritrovi lì, spiattellato bellamente davanti agli occhi il cartellone di un film che, a un certo punto, non pensavi nemmeno di poter vedere. Dov’è la fregatura? Dal non trovare lo straccio di un distributore a finire in cartelloni alle fermate della metro, non me la date a bere.

E in fine la spiegazione arriva in una frase, bianco su nero all’inizio del film, che avverte che il film è stato rimaneggiato e che lo stesso Von Trier non ha avuto voce in capitolo. Che tristezza. Cose del genere rendono tristi, rendono amara la visione di un film. Almeno una volta li vietavano ai 18 anni e finiva lì. Adesso li tagliano come gli pare. Nynphomaniac, come buona parte dei film di Von Trier, non sono comunque adatti ai minori. Devi avere almeno un po’ di dimestichezza con l’angoscia che non si addice a chi dovrebbe sprizzare di vita e non sentirsi schiacciare dal vuoto opprimente che si nasconde tra le sue pieghe. Invece Nymphomanic non mi risulta sia stato vietato anche se, per una volta, avrebbe senso farlo a prescindere dal tema trattato. Non ci vedrei nulla di male. Invece ci vedo molto di male in quella maledetta scritta iniziale. Ma del resto noi siamo quelli delle mutande a Michelangelo perché illudersi che possano cambiare le cose, dopotutto?

Con quella sensazione più amara della fiele in bocca inizia il film. Fortunatamente riesco a dimenticarmela col proposito di acquistare il DVD appena esce, sperando che non abbiano tagliato anche quello. Magari tra qualche anno (almeno una ventina, direi) la versione originale verrà proposta con grande enfasi. Evviva.

Lo schermo nero attrae l’attenzione verso i suoni “ambientali” della pioggia che cade, dei rumori di fondo, solo pochi, interminabili secondi: il nero è tornato, l’assenza è qui, il vuoto avvolge ogni cosa, subito dopo l’esplosione della terra di Melancholia. E poi arrivano i muri rossi di mattoni, i movimenti claustrofobici, il cielo che fa capolino scuro come la pece, presente in pochi frammenti. La telecamera cerca, la telecamera scruta, la telecamera si sposta tra i muri. La telecamera penetra un pertugio oscuro nel muro, il presagio è fin troppo evidente. Poi, solo dopo, scova Joe. Tumefatta e ferita a terra.

Quello che segue sono solo mie riflessioni. Il vero protagonista di molti film di Von Trier è il vuoto, l’assenza di una ragione plausibile, di una spiegazione, di un qualsivoglia senso. Scordatevi l’amore, scordatevi il senso. Scordatevi una delle poche cose che potrebbero far acquisire un senso alla vita. Perchè la madre di Antichrist impazzisce e lascia morire il figlio? Come mai Melancholia brama la terra e la sposa sembra impazzire? Cosa fa di Joe una ninfomane? Sono domande senza risposta. Non solo: la matematica più astratta porta all’oblio, la musica più sublime converge verso il nulla, ogni cosa tende al caos. Il caos regna come diceva la volpe.

E non è un caos calmo. E un caos che conduce al niente, un caos che arriva ad implodere e a lasciare il nulla come una tetra coltre su ogni cosa. Ineludibile. Angosciosa come un abisso che continua a fissare il tuo abisso.

Per questo Von Trier è un regista sadico e chissà se ha mantenuto il sorriso sardonico che aveva alla fine dei suoi commenti finali in “The kingdom”. Fa male, ma fa anche riflettere. Dopo ogni suo film la mente diventa un focolaio che si agita e propaga infezioni dell’anima. Del resto seguendo pazienti sani non si impara nulla. Anzi ci sono dottori che si fanno trapiantare un fegato malato pur di poterlo studiare. I suoi fan lo sanno. E non sono necessariamente masochisti, forse vogliono solo scoprire cose che nemmeno riescono a confessare a loro stessi.

Due brani della colonna sonora sembrano suggerire uno stretto collegamento tra Von Trier, Lynch e Kubrick. Rammstein e Shostakovich. La connessione è forte. Kubrick è il pieno, il controllo, la necessità di avere ogni singolo particolare studiato a livello maniacale per costruire una visone immortale, qualcosa di megalitico, di ineluttabile, di magnificamente imponente. Von Trier è il vuoto, è l’agente dell’assenza e del caos, in lui il controllo si abbatte sul film ma solo per condurre verso il silenzio concettuale più cupo. E Lynch è la dimensione onirica, anche in lui si avverte pesante l’assenza di senso, ma è la stessa assenza di senso che avrebbe un sogno, che potrebbe (ma non è detto che lo faccia) svanire in un senso di inquietudine al mattino, ovvero alla fine del film. Lasciandoti lì a vita a fare congetture, per altro inutili.

Shostakovich è lì che ti fissa beffardo da dietro al suo Waltz no.2, che sia la colonna sonora di un ballo vorticoso o quella del ballo solitario di una giovane donna impegnata a farsi beffe dell’amore e della sacralità di cui è falsamente (il più delle volte) investita la sua componente fisica. E i Rammstein che, accidenti a loro, ho sempre considerato dei beceri tamarri teutonici invece, visti i personaggi che li hanno chiamati in causa, avranno pure qualcosa da dire, oltre ad essermisi piazzati in testa per i due giorni successivi. Argh.

Ostico ed anche agnostico.

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Passatemi la citazione iniziale, l’argomento di questo post è pesante e difficile da trattare e quello è il mio modo spicciolo di sdrammatizzare. Il punto è che in questi giorni una ragazza ha pubblicato su fb un commento positivo sulla sperimentazione animale dicendo che le ha salvato la vita. E uno pensava che fossimo liberi di dire quasi tutto (proprio tutto no dai, lo sapete bene), che si potesse ragionare tutti assieme in un fantastico nuovo mondo. La visione si è incrinata, mi spiace per chi ci credeva. Io in quanto vegeto/animalista mi sento un po’ chiamato in causa da tutto questo bailamme che si è sollevato.

Un paio ci considerazioni preliminari. Prima: La rete è un brutto posto, si incontra brutta gente, ma più raramente si incappa in persone meritevoli quindi alla fine la mia idea è che, comunque, vale la pena correre il rischio. Secondariamente a me è un po’ sfuggito il senso e l’utilità di uscirsene con certe dichiarazioni, avevo le idee confuse prima e le ho anche adesso. Io non credo che, comunque una cosa come fb sia buona per certi aspetti, ma assai discutibile per molti altri. Se posso permettermi una considerazione  dirò che non affiderò mai informazioni tanto intime ad un mezzo come quello. E’ dozzinale, impersonale, superficiale e aggiungeteci anche un paio di altre cose meno ripetibili. Superficiale è e superficiale dovrebbe rimanere.

Precisato ciò mi infilo nel ginepraio. Non sono ancora riuscito a prendere una posizione in merito alla sperimentazione animale. Mancano informazioni: nessuno ha mai detto chiaramente se serve realmente e se realmente non se ne può fare a meno. Esistono dozzine di pareri, più o meno circostanziati, ma nulla di risolutivo  o definitivo o, se esiste, a me non è arrivato quando ho cercato di informarmi in merito. Lavorando nell’industria mi passano davanti decine e decine di schede di sicurezza recanti dati circa tossicità acuta, corrosività, cancerogenicità e altre simpatiche cosette comunemente testate sugli animali. E allora mi domando fino a che punto sia lecito spingersi, nel senso che se si tratta di medicinali in grado di salvare la vita è un paio di maniche, su tutti gli altri prodotti però ne possiamo parlare. Soprattutto sui cosmetici, suvvia. La cosa andrebbe quantomeno regolamentata seriamente e non in base alla convenienza delle case farmaceutiche/ chimiche/ cosmetiche. E comunque, visto che tanto farne a meno nemmeno a parlarne, i cosmetici non testati sugli animali esistono, usiamoli.

Detto questo e fermo restando la libertà di ognuno di pensarla come vuole, almeno per quello che mi riguarda, io ancora ho un paio di problemi spigolosi. Primo: quello che mi disturba è che, comunque, gli animali non hanno la possibilità di ribellarsi, sono senza voce in capitolo sulla loro vita ed io lo trovo davvero tremendo e orribile, bisogna che qualcuno parli in loro vece, anche se augurare la morte o altre oscenità non sono assolutamente contemplate in tutto questo. Secondo: (questo è ancora più personale ma…) non sono affatto convinto che, in linea di principio, una vita umana valga quanto quella di mille (o anche di un singolo) animali. Per me è una “scala di valori” niente affatto scontata. Gli animali definitivamente NON sono (o non dovrebbero essere) una sorta di “bene” a nostra disposizione. L’obiezione principe che mi può venire mossa è che cosa ne penserei se ci fosse di mezzo una persona cara. Verissimo. Era uno spunto di riflessione fatto in considerazione del  fatto che, comunque, la mia opinione non vale nulla ed io ne sono consapevole, nel senso che, comunque, non sta a me decidere. Questo mi mette nella posizione di poter avere un punto di vista forse sbilanciato a favore degli animali. Del resto cosa volete da uno che considera immorale anche solo uccidere per sfamarsi… ma che obbiettivamente se ne andasse della sua vita chissà cosa farebbe…

Caustico solforico sfogo.

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Sono due termini che assieme non vanno bene. O caustico o solforico. Ma in questo caso entrambi. Da un po’ di tempo mi sento sommerso soprattutto da immondizia musicale, ho riletto il listone di fine anno e mi sono accorto che sembra spolpato fino all’osso. Ho ripensato ai concerti visti quest’anno e mi è salita l’angoscia. I negazione dicevano: non riesco più a divertirmi, cosa sta succedendo?

Succede che mi annoio mortalmente rispondono i CCCP, è il tedio che la vince su tutto. Musicalmente è un disastro, se riesco ad ascoltare quattro cinque dischi decenti in una settimana è tanto. Il resto è paccottiglia maleodorante da rincoglionimento mainstram. Non lo sopporto. Non sopporto il me stesso che non riesce ad opporsi all’imborghesimento (orrore, orrore!) di se stesso e del mondo circostante. Ogni volta che accendo una radio/televisione, ogni volta che ascolto musica che mi fanno ascoltare altri non mi passa il mal di stomaco e mi ritrovo a citare nientemeno che fabri fibra. Sto cadendo in basso e non capisco il perché.

Una volta ero fiero ed indipendente. Ero vigile ed attento a tutto quello che mi entrava nei padiglioni auricolari e non c’era spazio per facilonerie da modulazione di frequenza. Adesso mi infilano nelle orecchie di tutto e mi sento contaminato dallo schifo. Davvero c’è gente che ancora che va dietro a entità fasulle e scontate, a show pilotati, a presunti miti musicali costruiti a tavolino. Ci sono alcuni che ascoltano radio come dischi rotti che pretendono di inculcarci canzoni 4, 5,6 volte al giorno, perché nessuno gli dice di smetterla? Una pochezza disarmante, un vuoto demotivante. Che mi sta assorbendo. Non voglio essere uno di loro, non voglio bottoni cuciti al posto degli occhi, cerniere lampo grippate sulle labbra screpolate sanguinanti. Sono solo paranoie. Che si sfaldano in un urlo liberatore. Lo spero. A volte, in mezzo a tutto questo, non riesco nemmeno a sentire i miei pensieri. A volte i miei pensieri non sentono più me.

Liberaci dal male. Dacci del denaro. Mandaci Giuda nella festa di paese.

Tornarsene “In Utero”

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Torso alato della copertina esposto a Seattle.

Avevo deciso che non avrei aderito alla riedizione di “In Utero”, anche se Steve Albini (magari assieme a Billy Anderson, Kurt Ballou o Tomas Skorsberg) è probabilmente il mio produttore preferito. Voglio dire che fa suonare i gruppi come nessun altro e riesce a far trasparire la sua personalità quasi in ogni occasione. “Rid of me” suona meravigliosamente indigesto, il suono di batteria di “A sun that never sets” è probabilmente il migliore che io abbia mai sentito, i suoi metodi di registrazione sono unici e raffinati. Sicuramente la musica che produce non sembra uscita da un estrusore come della volgare plastica non vinilica.

Forse questa ristampa arriva nel momento sbagliato. Una parte di me non ha più voluto ascoltare i Nirvana dopo la morte di Cobain. Fu un duro colpo, senza voler essere sentimentale. Non mi andava anche se poi qualche volta l’ho fatto. Era una parte della prima mia maggiore età che si spezzava letteralmente. Da una parte dopo “Nevermind” (e “Appetite for destruction” devo ammetterlo anche se mi rode) finalmente trovai dei dischi migliori sugli scaffali, dall’altra tutta quella attenzione sui miei gusti musicali non so, non era un granché. E nemmeno il putiferio mediale che seguì la sua morte. Tutti quelli che poi si appropriarono della sua figura e la idolatrarono, tutto quel falso alone di leggenda. Quello fu il peggio.

Slash disse: “Se fossi sposato a Courtney Love mi sarei ucciso anche io”, non male, ma anche se avessi avuto un cantante come il suo ci avrei fatto un pensierino. Un sacco di parole su parole. No beh noioso. Non mi andava di rivivere tutto. Non mi andava di risollevare tutta la polvere che si era posata su questi fatti. Nemmeno di ricordare quanto ero felice nel 1994 o come andò tutto per aria. Anche se non stai leggendo sappi che non ti ho perdonato, non lo farò mai.

Buzzo disse che durante uno dei primi tour dei Melvins, li attaccarono degli skinheads e che poi, quattro anni dopo, portavano capelli lunghi, camicie scozzesi e t-shirt della Sub Pop. La gente continua a non capire un cazzo. A valere ancora meno. I Nirvana vennero fagocitati dalle sovrastrutture. Tre ragazzi che non esistono più, uno è un fantasma gli altri due sono qualcun’altro. Non riesci nemmeno più ad immaginarli. Eppure ero bravo a cantare “Pennyroyal tea” ed ho comprato “With the lights out”: è dura liberarti di una cosa che ti è piaciuta. Soprattutto se si è interrotta bruscamente, nonostante gli sciacalli, nonostante i modaioli o i ragazzini scemi. Perché avevano ucciso gli anni ’80, tutta la patina traslucida e sintetica, quella mentalità tutta apparenza gonfiata, quella musica con quei suoni pessimi. Mi fecero tirare il fiato.

Per questo alla fine ho preso la versione in 3Lp: mi domando se l’ascolterò mai. Sarà interessante scoprirlo.

Surfing the radio waves.

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Tempo fa detestavo la radio. Poi ho scoperto ci sono radio e radio. E che quelle che detesto io sono le radio commerciali. Quelle che si fanno fare le scalette dalle case discografiche. Quelle capaci di mettere lo stesso pezzo fino allo sfinimento, fino a farti il cervello in poltiglia al punto di volere quel brano, nonostante tu l’abbia sentito anche 5 volte in un giorno. A queste radio voglio dichiarare apertamente il mio disprezzo, il fatto che non sopporto di sentire un brano in continuazione. Che mi annoiano a morte e che sono pericoloso quando mi annoio. E soprattutto che sono immune ai loro meccanismi, nonostante il fatto che a volte mi tocchi ascoltare le loro tristi litanie anche per otto ore al giorno. Mi fanno una gran pena come i loro ascoltatori convinti.

E poi ci sono le radio fatte come si deve, anche se non trasmettono la musica che piace a me. Sarebbe ingiusto sparare a zero. Ma, a volte, hanno il potere di farmi uscire dalla grazia di dio anche loro. Oggi a mezzogiorno c’era Michele Serra (personaggio stimatissimo fin dai tempi di “Cuore”) che presentava il suo nuovo libro, che non ho letto e del quale quindi non parlo. Peccato che poi parta un brano dei Baustelle intitolato “Charlie fa surf”. Un brano che mi fa arrabbiare da morire.

D’estate i cinema a Roma sono tutti chiusi, oppure danno film come “sesso amore e pastorizia” o horror come “Henry” oppure dei film italiani… della musica italiana. Che generalizzano. In modo squallido.

Intanto il tono del cantante mi fa ribrezzo. Totalmente senza nerbo. Se il protagonista della canzone esagera con l’mdma, lui mi sa che saccheggia il frigo in cerca di Valium. E poi mi viene in mente che non ne posso più di certe generalizzazioni facili. Non ne posso più dell’idea dell’italiano medio da film di Alberto Sordi. Mi da fastidio come ne escono i quindicenni. Mi da fastidio che c’entri anche Cattelan. Fa molto chic, ma che palle. Sta solo a te non farti inchiodare le mani ad un banco da due lapis. Sta solo a te ribellarti alla coprofagia culturale della quale la scuola si macchia molto spesso (ma non sempre). E sì, sto citando Pasolini e Salò.

Per la verità sta anche a te non mandare due cosiddetti comici che non fanno ridere a ritirare un premio.

Io a quindici ero giovane ed incazzato col mondo. Non sapevo cosa fossero le droghe sintetiche e sognavo di rompere tutte le consuetudini e le regole sociali non scritte. Ascoltavo Hardcore Punk e leggevo “Il Maestro e Margherita”, anche se con fatica. A quindici anni mettevo mimetica, anfibi e kefiah, non sospettando nulla dell’11 settembre. A quindici anni cercavo di essere lucido e ribelle e non sapevo cosa fosse una drum machine (mi fa tristezza anche adesso). A quindici anni non scendevo a compromessi ed ero duro e puro, pensavo che la rivoluzione si facesse restando fedeli a noi stessi e non essendo “contro” ad ogni costo.

Rimasi in classe da solo mentre gli altri andavano per le strade a strillare per non mancare di rispetto ai miei, andando senza autorizzazione: in fondo era solo un modo per bucare le lezioni. Parlai coi professori, che per una volta, si sforzarono di dialogare. Uno di loro era un mio idolo. Non ero nulla che si possa trovare tra le righe di una canzone snob, da finti alternativi squallidi. Sicuramente non avrei mai mischiato il metal con l’ r’n’b. E continua a piacermi l’odore del napalm al mattino, se significa vincere su certi personaggi.

Vanishing point

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Ad un tratto un punto di fuga si palesa all’orizzonte. Una terapia per l’abitudine, Una forzata distrazione da ciò che distrae. Avanza. Ti inghiotte e ti risputa fuori. Sano, disintossicato e vulnerabile alle porte del mondo. Fa freddo. Una dura lezione da imparare. Una lezione che un padre comprensivo ha aspettato fin troppo per impartire. Un colpo secco al retro delle ginocchia. Il fragore delle rotule incrinate che si scontano col terreno. Alla fine chi voleva scappare è stato ripreso. La rivincita della realtà. I nodi che vengono al pettine, le gambette corte delle bugie.

Così, per dire, la tentazione non è morta.

Fondata sul Lavoro

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Mi auguro che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” sia un passo famigliare a chiunque capiti su queste pagine. Esatto, questo è l’ennesimo scritto incentrato sulla nostra Costituzione, siete stati avvertiti. Nulla di originale. Da Benigni a Don Gallo (sempre nel mio cuore) questa benedetta Carta Costitutiva è stata sulla bocca di molti negli ultimi tempi, forse perché qualcuno la vuole snaturare, forse perché non sarà mai citata abbastanza: sarebbe bello che lo fosse perché dal dopo guerra ad oggi è indubitabilmente la cosa migliore che sia mai stata fatta dai politici nel nostro paese. Siamo un gran popolo se per arrivarci siamo dovuti passare attraverso monarchia, dittatura ed un paio di guerre mondiali, non dubitate.

Ciò nonostante ci siamo arrivati, nonostante ogni dissenso o voce contraria ci siamo arrivati. Ed il passo sopra riprodotto posso dire che è il più difficile da accettare, almeno per me. Perché se nelle intenzioni dei padri costituenti, il lavoro doveva essere un mezzo di emancipazione e sviluppo, un meccanismo per l’evoluzione di un popolo, uno strumento per poter evolvere ed esprimersi come esseri umani, anche semplicemente avendo una vita (che comprenda o meno una famiglia una casa e quant’altro) sfido chiunque a dimostrarmi che lo sia effettivamente stato, se non in isolatissimi e fortunatissimi casi che, comunque, non fanno statistica.

Da quando sono entrato nel mondo del lavoro, quella parola non ha mai assunto nulla di nemmeno lontanamente affine al significato inteso da coloro che redassero la famosa Carta. Mai. Se escludiamo una parentesi durante un tirocinio all’estero (guarda a caso) il lavoro è sempre stato un termine legato a furberie, corruzione, invidie, straordinari non retribuiti, contratti ridicoli, condizioni di sicurezza inesistenti, norme non rispettate, arroganza e prevaricazione. Come sempre l’intenzione era buona, i risultati pessimi. E, anche volendo prescindere dalla mie esperienze (comunque non felici), non dovrei essere io a ricordare che la statistica, taciuta quando lontana dal sensazionalismo, delle cosiddette  morti bianche che, nella tragedia, non è che la punta di un iceberg spaventoso. Quindi non sono più sicuro che “lavoro” abbia quel significato alto e nobile che gli si volle attribuire ai tempi. Non sono più sicuro di voler fondare la cosa pubblica su quello che oggi (ma anche prima) si identifica col termine “lavoro”. Le parole sono importanti, ma il significato che assumono alla luce dei fatti non va trascurato.

I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more.
No, I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
Well, I wake up in the morning
Fold my hands and pray for rain.
I got a head full of ideas
That are drivin’ me insane
It’s a shame
the way she makes me
scrub the floor
I ain’t gonna work on, nah
I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more.
I ain’t gonna work for Maggie’s brother no more
nah, I ain’t gonna work for Maggie’s brother no more
Well, he hands you a nickel
And he hands you a dime
And he asks you with a grin
If you’re havin’ a good time
Then he fines you every time you slam the door
I ain’t gonna work for, nah
I ain’t gonna work for Maggie’s brother no more

I ain’t gonna work for Maggie’s pa no more
No, I ain’t gonna work for Maggie’s pa no more
Well, he puts his cigar
Out in your face just for kicks
His bedroom window
It is made out of bricks
The National Guard stands around his door
I ain’t gonna work, nah
I ain’t gonna work for Maggie’s pa no more
I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more
No, I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more
Well, she talks to all the servants
About man and God and law
And everybody says
Shes the brains behind pa
Shes sixty-eight, but she says shes twenty-four
I ain’t gonna work for, nah
I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more

I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
No, I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
Well I try my best
To be just like I am
But everybody wants you
To be just like them
They sing while they slave and just get bored
I ain’t gonna work on, nah
I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more

(parole di Robert Zimmerman, alias Bob Dylan)

130 anni

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Il Castello
Il Castello

Una figura d’uomo, incorporea come un’ombra, affonda le gambe nella neve, fino al ginocchio ed un po’ più su. Davanti a lui si staglia cupo ed immenso un edificio, un simbolo, un simulacro. Lo sovrasta nella sua marcia pesante e faticosa. Si sente il suo rantolo soffiare tra un fiocco di neve ed un altro. Li scalda con la sua nebbia, ma non li scioglie. Ne devia la discesa, ma non li ferma.  La stanchezza appesantisce ogni piè sospinto.

Attorno ci sono solo diffidenza ed occhi che si allungano nel buio. E quel monolite inarrivabile e muto. Cavo di ogni umanità. Imperturbabile e saturo di oscurità. Lo respinge con lo sguardo delle sue finestre, lo opprime con il suo profilo allungato verso il cielo grigio piombo. E’ l’icona dell’inquietudine, è una minaccia che non si palesa ma che non si può eludere. E’ ovunque.

Franz Kafka (1906)

Con un giorno di ritardo buon compleanno  Franz Kafka a 130 anni dalla sua nascita.

Il lascito

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Johnny Cash Stamp
Johnny Cash Stamp

Mi trovavo al parco della Pellerina di Torino ad aspettare che il concerto gratuito di Iggy Pop and The Stooges iniziasse, la prima volta che sentii Johnny Cash cantare “Hurt” dei Nine Inch Nails. Mi girai verso il mio amico chiedendo “ma questa è… “Hurt””? -annuì- e chi la canta? “Johnny Cash”. Oddio, Johnny Cash? Quelli della mia generazione e nazionalità erano già abbastanza fortunati se l’avevano sentito cantare  “The Wanderer” degli U2, altrimenti ne sapevano ben poco del Man In Black. Mi ci metto anche io: sapevo che era un cantautore americano, di pseudo- country, ma, a parte questo, a parte aver sentito qualche volta “Ring Of Fire”, finita poi anche nella pubblicità di certi Jeans cui avevano tolto un rivetto, non è che mi fosse arrivato un granché del suo personaggio.

Invece andava approfondito. Eccome se ne valeva la pena. Non mi sembra il caso di riprendere ulteriormente la statura umana ed artistica del personaggio, anche solo la profondità estrema della sua voce, la rocambolesca quanto incredibile storia con June Carter o la sua voglia di cantare per gli ultimi, gli estromessi ed i reietti. Un po’ l’ho comunque fatto: per tutte queste e per altre cose ancora oggi quell’uomo è una leggenda, com’è giusto che sia. Ma cos’abbia spinto quella persona, quasi al termine della sua vita, a riprendere un testo colmo di afflizione come “Hurt” era difficile intuirlo. Lui che, nonostante i suoi problemi con le droghe, in fondo, eroinomane non lo è mai stato. Cosa c’entra lui con una musica come quella dei Nine Inch Nails? O con quella dei Depeche Mode? Con Nick Cave ci si poteva anche arrivare…

La risposta è che Johnny Cash non ha mai smesso di essere curioso, di mettersi in discussione e di amare la musica profondamente e per tutta la vita. Non ha avuto paura di confrontarsi con voci diverse dalla sua, lontane anche dal punto di vista generazionale, senza preoccuparsi della sua età avanzata o del fatto che la sua voce avesse in se’ tutti i segni della vita trascorsa. Più tardi avrei pensato ad un parallelo con Galileo Galilei che, giunto ai suoi ultimi anni, non si fece distrarre dal tempo trascorso sulla terra, continuò invece la produzione scientifica, con un lavoro serrato e caparbio: senza paura come, forse, non aveva mai fatto prima. Johnny, invece,  prese in mano la chitarra e registrò le “American Sessions”: una sorta di testamento musicale, sotto forma di racconto corale, nel quale prende spunto dagli autori più disparati riuscendo a dare alle loro canzoni un’ interpretazione assolutamente affascinante: una straordinaria dimostrazione di sensibilità e passione mai sopita.

Quello che posso augurare a me stesso è di riuscire a mantenere a mia volta la stessa lucidità intellettuale, la stessa volontà di ricercare e di mettersi in gioco, ma, soprattutto,  di non scordare che l’età che avanza, a ben vedere, è una possibilità che si rinnova, anno dopo anno, senza dimenticare di avere cura ed affetto per tutte le persone che ci accompagnano e ci aiutano a fruirne.

Qualcuno riporta che lo stesso Trent Reznor, dopo aver visto questo video, fosse visibilmente commosso e sul punto di piangere.