Film

“Questo è per i cuori che ancora battono”

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Forse sembrerà strano, eppure è un verso dei Converge (“First light/ Last light” da “You fail me”)

L’ Hardcore è musica viscerale, ferale, istintiva. Nata dal disagio e dall’iconoclastia del punk nichilista eppure consegue ad essa, si ribella alla tabula rasa mutandosi in costruzione, tentando di rimettersi in moto, come un cuore che, dopo una violenta scossa di defibrillatore, riparte più determinato di prima. Si nutre di rabbia: di quella positiva, di quella che fa reagire. Di quella che fa immaginare un mondo diverso e migliore, libero dal peso dello sfruttamento e dalle diseguaglianze, che lascia spazio (finalmente) ai sogni ed alle utopie.

Non sempre il mezzo, la violenza a lungo invocata, può essere condivisibile tuttavia, se si limita alla musica, non può far male.

Sebastian invece ama un’altra musica: il Jazz. Il Jazz è soprattutto comunicazione, ad un livello più ancestrale e profondo delle parole, una comunicazione fatta di musica.

Avede mai visto un musicista sorridere mentre un altro suona? Ebbene è probabile che il primo abbia appena accennato a qualcosa di spiritoso, solo che non l’ha fatto a parole.

E Sebastian ama Mia. Lei è bellissma, lui brillante e pieno di passione: questo la conquista e questo apre le porte al loro sogno. Due ribelli con una causa.  Fatta di stelle proiettate nel cielo, della stessa materia di cui sono fatti musica e teatro. Il sogno è la loro storia, bohemien ed idilliaca, in una città fatta di stelle che non si incendiano e non cadono, ma che non per questo non portano con loro dei desideri.

Qualcosa di eterno sovviene all’anima sotto le stelle. Qualcosa che, nonostante tutto, resiste, una luce che non si può spegnere, anche se vive solo di un fuggevole sguardo al passato.

Una luce che ferisce per le possibilità perdute, per gli orizzonti che non tornano mai. Una luce che, ciò nonostante, freme per non consumarsi e continua a baluginare, per quanto triste e afflitto sia ora il suo brillare. Un cuore che batte e la sostiene, un motore occulto di una passione sommessa che arde come brace sotto strati e strati di cenere, gettati crudelmente dal mondo e dagli eventi che ora li separano.

Seb e Mia si sono persi inseguendo i loro sogni separatamente ma, prima di questo, hanno sognato tanto assieme.

Su uno schermo, in qualche cinema, il loro sogno vive ancora. In cinemascope su una superficie argentata ed intrisa di fascino, nei ricordi di chi ha assistito ai loro sguardi.

Il sogno finge d’essere immortale, si ammanta di lirismo e di struggente nostalgia. Serra la gola in un nodo che si sente appena eppure toglie un poco il respiro.

Soprattutto il sogno sarà in perenne lotta per non farsi disarmare dal quotidiano, per non farsi imbruttire dalla realtà, per non farsi inghiottire, lui che può, in una quieta rassegnazione.

“L’innamorato, come il poeta, è una minaccia per la catena di montaggio” Rollo May “Love and Will”.

Animali notturni

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Animale notturno

“Si scrive perché tutto muore, si scrive per salvare quello che muore. Si scrive perché il mondo è un caos inarticolato, e non riesci a vederlo finché non ne disegni la mappa con le parole”

Si va al cinema per venire rapiti dalle immagini, per dialogare con la storia, per riconoscersi nelle sfumature, per emozionarsi coi suoni e coi colori. Per comunicare a un livello superiore al mero verbo. A volte per crescere e riflettere.

Quando uscì il primo film di Tom Ford, il regista mi fece lo sgambetto. Un film diretto da uno stilista mi sembrò da subito una sfida ai miei pregiudizi, considerato che la moda viene recepita da me come il vuoto cosmico riempito di qualcosa di molto simile all’immondizia. Non ho cambiato idea sulla moda, sul fatto che l’estetica possa essere ricondotta ad un modello sterile ed insignificante, per giunta costoso e spesso privo di bellezza, questo crimine contro l’umanità continua a perpetrarsi tutt’ora.

Ho cambiato idea sul fatto che uno stilista possa essere un regista assolutamente pieno di talento. “A single man” mi ha conquistato. E’ ispirato, intenso e affascinante. E’ stato una ventata di aria fresca che non avrei mai inalato se il trailer non mi avesse colpito prima di un’altra proiezione. Avevo sentito dell’esordio dello stilista e regista/stilista ed ero deciso ad evitarlo come la peste. Eppure qualcosa mi aveva colpito nel trailer, o forse quella sera non avevo molto altro da fare. In tal caso benedetta indolenza. Ne sono stato catturato, pur essendo del tutto estraneo alle tematiche del film e questo non è cosa da poco, se qualcuno ti facesse leggere un libro su un tema assolutamente lontano da te, nel mio caso sarebbe già bravo, se poi riuscisse anche a farmelo piacere, allora sfiorerebbe il superlativo.

Quindi tutti i complimenti del caso. Il secondo episodio non me lo aspettavo e nemmeno lo cercavo, eppure mi ha trovato lui nello stesso identico modo del primo. E mi son detto che dovevo vederlo. E questa volta non solo mi è piaciuto ma mi ha fatto male.

La ricerca estetica vibrante in ogni scena, la puntuale caratterizzazione sonora di Abel Korzeniowski, i tremori emozionali della protagonista e la presenza del protagonista che non compare mai se non nei ricordi. Una storia divisa in due tra finzione e realtà compenetrate in maniera inquietante quanto precisa. Un rebus senza soluzione. Un labirinto di vetri o specchi nei quali o vedi te stesso o vedi oltre te stesso oppure guardi indietro, a un passato slabbrato e crudele. Incomunicabilità e nemesi familiari, il silenzio che domina sulla vita di ognuno di noi, quella violenza evocata a specchio dei propri dolori interiori. E la consapevolezza di valere di più della nostra stessa quotidianità, per quanto appagante. Affidare i propri dolori ad una storia cupa e cruda, cacciare a forza lo sguardo in una notte dell’anima che non conosce pietà e che al mattino conosce un’alba pallida e grigia, satura di nebbia e non lo splendore del sole.

Buttare fuori tramite le parole, nero su bianco, tutta la propria disperazione e dedicarla a colei che ne fu artefice, inviandole un manoscritto che, per altro, lei non riesce a eludere. Forse non lo vuole nemmeno, come se dopo aver provocato un incidente d’auto improvvisamente vedessi tutto con gli occhi di un Vaugahn consapevole del disastro, ma affascinato e consapevole del suo lato meramente estetico.

Da una parte sgravarsi dall’altra caricarsi. Da una parte dolersi e rinascere, dall’altra illudersi e morire. Fortunatamente, per quanto di rado, qualcosa mi riconcilia con il cinema e con l’arte.

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Animali notturni

Musical da salvare

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Probabilmente non importerà a nessuno ma io detesto i musical. Mi fanno tristezza quelle facce sempre sorridenti, quei movimenti sempre troppo sincronizzati, quelle moine mielose e anche i finali rassicuranti.

Cantare eleva il morale e una canzone, anche se solo canticchiata mentalmente, ha il potere di risollevare qualsiasi situazione. Tuttavia i musical io proprio non li reggo, almeno quelli classici. Più di una volta ho sognato di subissare sotto milioni di watt di violenza sonora le nefandezze che ci rifila la radio. Quanto ai musical penso che basti ciò che Kubrick ha fatto a “Singing in the rain” per rendere l’idea di cosa mi scatenano i film musicali.

Eccezioni? Ne ho tre o quattro… ma poi non voglio sentirmi dire cose tipo “eh ma questi non sono musical” o cose del genere

The Who “Quadrophenia”: Mai capito se si trattasse di un musical o meno. Rimane il fatto che ha un fascino tutto suo, perchè l’Inghilterra del periodo era un calderone di musica e di stili che sarebbero poi esplosi probabilmente nel periodo musicale più fertile ed eccitante degli ultimi cinquant’anni, perché i ragazzi finalmente cominciavano ad esistere come categoria e qualcuno avrebbe dovuto concedere loro il giusto spazio, perché comunque ha delle canzoni memorabili (e non ho scelto a caso “The real me”!), perchè rispetto a Tommy non si perde in deliri di sorta ma descrive da dentro una generazione, la loro generazione.

Poi, come non amare l’accento sooo british dei personaggi?

Rocky horror picture show: Qui credo che dubbi sul fatto che sia un musical ce ne siano pochi, come ci sono anche poche cose da aggiungere: questo film è semplicemente leggendario… e tutti quanti dovrebbero semplicemente annuire compiaciuti innanzi a questa affermazione.

Non sognatelo, siatelo!

The blues brothers: Altra leggenda sfornata dalla premiata ditta Landis-Belushi-Aykroyd, altra pellicola assolutamente strabiliante a partire dai fantastici protagonisti, per finire con la  lista inifita di ospiti. Canzoni assolutamente memorabili, sequenze esilaranti ed eccessive (vogliamo parlare dell’inseguimento finale?), praticamente impossibili da eguagliare se consideriamo anche il fatto che poi tutto venne effettivamente portato in giro dal vivo in un vero e proprio glorioso tour.

Dopotutto erano in missione per conto di Dio!

The commitments: Cosa ha a che fare il soul con l’Irlanda? La risposta potete trovarla in questo azzeccato film di Alan Parker. Mettete insieme un manager scaltro e scapestrato, dei musicisti pescati a caso tra la gente, un veterano che finisce per avere un successo straordinario tra le coriste e la voglia di far emergere il cuore di un popolo attraverso una musica “adottata” ad hoc e otterrete un quadro piuttosto preciso della situazione. Nonostante poi tutto finisca in vacca nella pellicola (ops, rovinato il finale???) anche loro finirono per portare i brani sui palchi di mezzo mondo.

On the sunny side of the street

Dancer in the dark: Lars Von Trier che si da al musical? Strano ma vero… e sa anche essere assolutamente coinvolgente e struggente in una storia cupa e cruda, che però fiorisce attraverso lo sguardo sognante della protagonista (una superba Bjork). Il risultato è toccante e trabocca di umanità e della capacità del canto di ammantare tutto di magia onirica.

Attraverso il canto si può sopravvirere alla tristezza

Moulin Rouge: Probabilmente il più aderente al modello del musical classico del lotto. Comunque lo si salva più che volentieri per i bravissimi protagonisti (Kidman e McGregor) che si dimostrano anche performer di rango superiore, per l’uso intelligentissimo di canzoni contestualizzate ma non scritte specificatamente per l’opera, per la storia che in ogni caso trascina lo spettatore nei suoi meandri decadenti e sognanti, assolutamente colmi di fascino.

Getting lost in Paris

Pink Floyd “The Wall”: Anche qui ho i miei dubbi che si possa parlare di musical classicamente inteso. Tuttavia è e rimane il capolavoro assoluto tra i film musicali. Canzoni impareggiabili, concept reso in maniera inoppugnabilmente magistrale, creatività, estro, genio, introspezione: c’è tutto in questo lungometraggio. La commistione di immagini, musica e storia, non ha e non potrà avere eguali nel passato e, presumibilmente, anche nel futuro. Roger Waters scava dentro se stesso e regala all’umanità un’opera dal fascino senza tempo, un live show senza uguali e un doppio album destinato ad entrare nelle discografie di tutti. Semplicemente irraggiungibile.

Is there anybody  out there?