I gruppi musicali degni di venerazione

Close… enough

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Messa

I quattro anni passati dal precedente disco sono sfumati in un secondo. L’attesa sembrava infinita, poi è finita in un attimo. Non ho voluto ascoltare niente prima che il disco uscisse, pensavo che ascoltare due brani in anteprima non avesse nessun senso. E avevo ragione. Il disco, se possibile, andrebbe ascoltato tutto di fila. È un caleidoscopio di sensazioni, è suggestivo, cangiante ma al tempo stesso fluido, scorre in modo naturale, quasi senza spigoli.

Conoscendo i miei gusti sembra incredibile, visto che io sono quasi intollerante a cose tipo svolazzi prog e incursioni di tipo quasi etnico, che comunque sono presenti nel disco. Eppure i Messa riescono ad integrare tutto questo nell’intelaiatura del loro suono in modo assolutamente organico e del tutto naturale. E poi si percepisce la passione, il trasporto, l’ispirazione dietro ogni singola nota di questo disco. Ascoltatelo, non chiede altro.

Troverete la voce di Sara che svetta ancora di più su tutto, il tono della chitarra sembra aver raggiunto un marchio di fabbrica: non puoi confonderli con nessun altro gruppo, nonostante alcuni riferimenti siano comunque presenti. Loro sono una meravigliosa realtà musicale che aggiunge un altro prezioso segmento al proprio percorso: la personalità già emersa quattro anni fa con il pregevole “Feast for water” qui si amplia come bere dell’acqua fresca dopo un whisky torbato. Il loro è un percorso che, a questo punto, si ramifica in modo assolutamente affascinante.

Parlarne diffusamente sarebbe svelarne l’anima. Credo che la parte migliore sia proprio che ogni ascoltatore si insinui tra le loro note in modo personale senza saperne troppo prima. Non indugiate, questo è, fin da ora, un serio candidato a diventare disco dell’anno.

L’unica critica che potrei muovere a questo lavoro è che non so quanto sia fattibile presentarlo dal vivo, i brani sono talmente ricchi e complessi, gli strumenti sono tali e tanti che in quattro presone non so quanto sia fattibile, magari con un “gruppo allargato”?

Mark Lanegan, 57 anni

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L’annuncio è laconico. Salta fuori in mezzo a mille altre insostenibili notizie sciatte da social, è morto Mark Lanegan. Devo rileggerlo, una, due, tre, dieci volte. Non è mai stato un salutista l’amico di Ellensburg, ma nulla lasciava presagire una sua dipartita a 57 anni appena, sembra incredibile pensando alle cose che avrebbe ancora potuto dire e che adesso non verranno dette mai più.

La sua autobiografia racconta di una vita difficile, di un carattere scontroso e respingente, di amici morti come mosche tutto intorno e adesso anche lui. Sembrava un sopravvissuto in mezzo a tutto quel silenzio che era rimasto dopo la fine degli anni novanta, uno dei pochi che speri non abbandoni mai le scene, che vada avanti, perché comunque ha qualcosa da dire: un’anima profonda come un abisso che ancora non è stato sondato fino in fondo, un’anima profonda come la sua voce.

Sono riuscito a vederlo all’ Alcatraz di Milano nel 2015, aggrappato all’asta del microfono e quasi immobile, ogni tanto inforcava gli occhiali, avvolto nelle scarse luci colorate. Forse non era più in forma come un tempo, ma il fascino non l’aveva comunque perso e fu un onore assistere a un suo concerto e vederlo sorridente abbracciare i fan alla fine.

Una mia amica mi ha scritto che resteranno solo pessimi musicisti, la mia risposta è stata che non è vero ma ieri sera abbiamo fatto un enorme passo in quella direzione. Oggi il mondo è un posto più vuoto e non c’è nulla da fare.

Odio gli epitaffi on line ma due parole dovevo dirle.

L’ultimo profeta!

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Dovendo scrivere un post su  Mauro Guazzotti, in arte MGZ, non so davvero da dove cominciare. La prima immagine che ho di lui è in un’improbabile costumino rosso attillato da pseudo lottatore che saltella ovunque durante il leggendario concerto dei Negazione al 2 di Cigliano lamentandosi di qualcuno che gli aveva staccato la coda e voleva tenersela come cimelio. Durante un concerto hardcore (il primo conecrto della tua vita scelto autonomamente, tra l’altro) vedi questo tizio peloso ma calvo, coi capelli laterali lunghi saltare fuori dal nulla, misurando a balzelli il palco e facendo delle smorfie improbabili. Sicuramente un’immagine che lasciò il segno… solo che non avevo la minima idea di chi fosse.

Occorrerà aspettare qualche anno perché torni a farsi viso sul palco del Babylonia anche se non collegai le cose e mancai l’appuntamento. E poi, a forza di frequentazioni, articoli su riviste, amici vari il Profeta mi apparve. Più o meno all’epoca dell’uscita di “Cambio vita”, imprescindibile primo capitolo discografico del nostro. Non assomigliava a nulla di quanto avessi visto fino a quel momento. La musica mi era resa sopportabile solo dalla chitarra di Roberto “Tax” Farano o di Dome La Muerte, per il resto era elettronica piuttosto tamarra e mi schifava abbastanza. Solo che aveva dei test geniali e, alla fine, riuscii a contestualizzare anche quella.

La sua proposta era teatro, cabaret, musica: punk, elettronica… solo apparentemente demenziale. Personale, sognante e visionario come solo un personaggio assolutamente fuori dal mondo può essere. Su di lui girano leggende e dicerie, oscuri esordi nell’ambiente punk fatti di performance sullo sfondo di diafane lastre a raggi x. Chissà cosa c’è di vero. Io Mi ricordo leggendari concerti, questo sì. Sempre seguito da gruppi di persone, all’epoca furono “Le Signore” in seguito le “Buru buru girls” e poi chissà che altro, sul palco è uno spettacolo multicolore con travestimenti, balli e saltimbanchi. Coriandoli, bolle di sapone, stelle filanti, trucco e bandiere sventolanti in quello che potrebbe sembrare un circo deviato o una festa per bambini cresciuti con qualche turba, ma non di quelle moleste.

Alcuni dei concerti di MGZ resteranno nella storia, purtroppo non ho grandi rifermenti temporali, le date si confondono nella memoria, eppure la prima volta dopo tantissimo tempo dopo che ne avevamo perso le tracce fu una storica serata al CSA “Il Gabrio” di Torino. Un vero e proprio evento che fece sì che ci muovessimo in quattro dalla provincia con due bottiglie di CocaCola truccata col rum del discount. Sapeva di acquaragia e ne bevetti mezzo sorso per poi lasciarlo ai compagni di viaggio. Ovviamente uno finì per disegnarmi una “fiamma delle hot wheels” di vomito sulla portiera mentre parcheggiavo una volta giunti a destinazione: aspettare di scendere no eh?! Il concerto fu divertentissimo e dissacrante… peccato che due settimane dopo chiusero il centro sociale a causa di un’infestazione da vibrione che si pensava estinto in Italia. Ad ogni modo sopravvivemmo.

Un’altra volta finimmo nel nulla cuneese a una specie di festa di paese alla quale il signore solo sa come mai decisero di farlo suonare. Avvicinato da un compare ebbe a commentare “Lascia stare… è un posto allucinante!”, comunque poi salì sul palco e fu anche una grande festa, credo che comunque in parecchi affrontarono la trasferta, del resto un profeta è pur sempre un profeta.

Ci fu poi la data, l’ultima volta che lo vedemmo, all’Hiroshima mon amour a pochi giorni di distanza da un altro storico concerto degli Einstürzende Neubauten all’ auditorium RAI (nientemeno) dove incontrammo Tax Farano. Roberto era presente anche a quella serata e ci salutammo, noi assolutamente increduli, due volte in un mese.

Ed eccolo, fotografato da me, all’ Hiroshima Mon Amour nel 2014

In ogni occasione fu una grande occasione di divertimento, anche nel suo caso una performance che va assolutamente vista e vissuta.

Il suo nuovo album “Vale tutto” è uscito da poco e porta una ventata di spensieratezza in questi tempi difficili. Sogniamo tutti in coro Burulandia dove tutti sono luminosi, telepatici, innamorati e immensamente liberi e felici!

2021

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10. Melvins: working with god. Questo disco è un classico disco dei Melvins vecchia maniera. Per chi li conosce nulla di nuovo: ci sono i loro classici scherzi da prete (la proto-versione del classico dei Beach Boys e quella in cui mandano tutti affanculo), bei riffoni portanti a supporto delle composizioni. In questo disco è tutto apposto, i Melvins che, finalmente, tornano a fare i Melvins. Non finirà in nessuna lista di fine anno ma finisce nella mia perché, da loro ammiratore, avevo bisogno di un disco come questo. Salvo che poi si siano subito smentiti: certo che se c’è una cosa da dire sul gruppo del Washingston state è che non sono fatti per accontentare tutti.

9. Nick Cave, Warren Ellis: Carnage. Spero di non prendermi del nostalgico a tutti i costi ma pur trovando spunti interessanti nel nuovo corso di Nick Cave con il timoniere Warren Ellis, io continuo a preferire la vecchia produzione con i vecchi Bad Seeds. Per me non c’è partita. Eppure questo nuovo capitolo convince, è bello nel suo essere scarno come al solito. Però forse con l’età è venuto a mancare l’impeto emozionale dei vecchi tempi. Senza contare che restare senza due geni musicali come Herr Bargeld e Mr. Harvey, per un pur meritevole Ellis, sicuramente è un’operazione al ribasso. A me questi dischi piacciono ma mi risultano freddi, in molti li apprezzano, io faccio molta fatica pur riconoscendone il valore.

8. Carcass: Torn arteries. Sempre un piacere parlare di Jeff Walker e soci. Questa volta non fa eccezione, sono in forma e all’altezza del nome che portano. Se poi volete fare dei paragoni ingombranti col loro passato, continuare a lagnarvi che Ken Owen non è più della partita e via discorrendo, siete liberi di farlo. Io ho scelto di alzare il volume e godere della loro ultima fatica, non è un’impresa impossibile nemmeno nel 2022.

7. Mondaze: Late Bloom. Mentre molti indugiano in cosucce tipo la synth wave et similia, per il secondo anno di fila ospito nel listone di fine anno un gruppo che fa un genere con dentro la parolina gaze. Stavolta, dopo i Nothing l’anno scorso, tocca a i Mondaze da Faenza con furore. La cosa bella di questo genere è che potenzialmente a tutti gazer piace alzare il volume a dismisura facendo rimbombare tutto. Sembrerà una bestemmia ma la cosa funzione bene con i Carcass e anche con i Mondaze, ovviamente sono diverse le sensazioni ma questo disco ha comunque molto da offrire anche ad un appassionato di cose molto più brutali e trucide. Un bellissimo esordio.

6. Coverge: Bloomoon I. Di questo disco ho già parlato, mi sembra un lavoro meritevole ma un po’ discontinuo e che, alla lunga, non mi ha fatto venire troppo spesso voglia di essere riascoltato. Ancora un giudizio un po’ sospeso: magari poi a distanza di tempo potrebbe venire assimilato meglio almeno dal sottoscritto, le perplessità tuttavia non smorzano l’interesse per un possibile vol. 2.

5. Amenra: De Doorn. Poco da aggiungere anche qui, il solo limite degli Amenra è che fanno musica che è di difficile ascolto. Bisogna essere nella giusta predisposizione spirituale e allora se ne fruisce nel modo migliore e se ne traggono belle soddisfazioni. Il cantato in lingua fiamminga, a mio modo di vedere, aumenta di molto il fascino della loro proposta, anche se non ne capisco praticamente una parola.

4. Godspeed you! Black Emperor: G_d’s Pee AT STATE’S END! Bellissimo lavoro della band canadese, che questa volta, più che in passato, riesce ad essere quasi più fruibile, con passaggi di una bellezza assoluta che rimangono molto più in testa anche a distanza di tempo. Non vedo l’ora di sentire questi brani dal vivo, con il supporto della parte visiva: in tale caso sarebbero già da adesso da mettere al primo posto.

3. Jointhugger: Surrounded By Vultures. Buonissima seconda prova della band norvegese, che incorpora maggiore psichedelia nel proprio suono rinunciando a qualcosa in pesantezza: il risultato è comunque da applausi, un gruppo come ormai se ne sentono pochi. A partire da qui, le loro possibilità evolutive per il futuro hanno mille direzioni, tutte da esplorare.

2. Monolord: Your Time To Shine. Gli svedesi sono ormai un’istituzione e si confermano ancora alla grande con questo disco, molto più oscuro e dolente del precedente. Inizialmente mi aveva quasi respinto, poi mi ha definitivamente conquistato: è un vero e proprio gioiello.

1. Green Lung: Black Harvest. Vincono a mani basse. Hanno i riff, hanno il groove, soprattutto l’immediatezza ed il coinvolgimento che creano con le loro canzoni non hanno praticamente eguali nel panorama odierno. Per riassumere: hanno un gusto per la canzone invidiabile. Ogni brano è un inno da cantare a squarciagola, una marcia trionfale, un coro da stadio dell’occult rock. Forse poco impegnativi e un po’ facili ma in questi tempi difficili avevo proprio bisogno di un disco del genere.

31/05/2009

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O’Malley e Andreson più un terzo figuro (fonte Bandcamp)

La data è un’altra di quelle impresse a fuoco nella memoria. Per i 10 anni di “Grimm robe demos” i Sunn 0))) fanno tappa a Bologna. Dopo averne sentito parlare in termini che oscillano tra l’incubo e la leggenda, si decide di affrontare la trasfertona fino al Locomotiv. Si tratterà di una due giorni dove al ritorno è prevista tappa a Maranello a visitare il museo della Ferrari, oltretutto il giorno dopo è il primo maggio, quindi tranquillissimi.

Arriviamo accaldati a Bologna nel primo pomeriggio e ci fiondiamo a immediatamente visitare il centro: tra negozi di dischi, portici e circoli arci a fine giro ho in mano un picture disc di “Reign in blood” e sto sorseggiando un amarone in un’ enoteca del centro (“Alto tasso” si chiamava: un nome una garanzia) con sullo sfondo un accenno di tramonto, davvero non male come scenario. La cena consta in una pizza da asporto trangugiata alla veloce con tavolini improvvisati e birra in lattina: l’amarone è diventato un pallido ricordo e siamo tornati ai nostri standard.

Dopo qualche altro bighellonare nelle vie del centro ci avviciniamo al luogo del misfatto: nulla e dico nulla può prepararci a quello che sta per succedere. Il Locomotiv si trova in una zona circondata da alberi, dove la solita mandria di personaggi singolari sta già bivaccando in attesa di entrare.

Piano piano si forma una coda per l’ingresso. Prima di poter entrare si deve firmare una liberatoria circa i possibili danni all’udito, una delle due firme non sarà propriamente un nome ed un cognome. Sembra quasi una trovata propagandistica, ci ridiamo sopra ed entriamo. Solo poco dopo capiamo che non si trattava affatto di un’esagerazione, anche se ad un concerto analogo in Svizzera non ci faranno firmare nulla, ma ci forniranno direttamente i tappi. Non divaghiamo in facile retorica, siamo comunque muniti di tappi, quindi no problem… forse.

E dico FORSE perché i Sunn 0))) dal vivo sono una cosa che va vista. Non si può tradurre in italiano correttamente, in inglese si direbbe “it has to be experienced”, più che visti vanno sperimentati sulla propria pelle. Forse pensate di avere un impianto stereo potente e fedele, pensate che mettendolo al massimo ci arriverete vicino: nemmeno per sogno. Al più farete vibrare i vetri, ma che succede quando tutto vibra, quando qualsiasi cosa, animata ed inanimata, ha un fremito all’unisono? Quando le teorie di Nikola Tesla secondo cui la terra stessa sarebbe un’enorme cassa di risonanza trovano conferma durante un “concerto”? Questo è quello che succede durante la loro esibizione. O per lo meno è la descrizione più accurata che le parole mi consentono.

Ma procediamo con ordine, dopo aver espletato le operazioni burocratiche imposte per l’entrata entriamo nel locale e veniamo subito accolti da una fila interminabile di amplificatori (di marca Sunn o))) appunto) che occupano tutto il parco nella dimensione della lunghezza. A volte è capitato di vederne così tanto ma spesso è tutta scena. Qui no. Nessuna scena, funzionano tutti e tra poco ne avremo la riprova. L’attesa si fa spasmodica: io mi piazzo davanti al palco, il mio compare lungo i muri perimetrali. Per sua sfortuna io avrò la meglio. Dopo un paio di mezz’ore salgono sul palco, non prima che tutto sia completamente inondato di fumo al ghiaccio secco.

Una Pallida impressione di quello che successe…

E poi partono con le note, mai avresti supposto che un suono del genere potesse uscire dalla Gibson Les Paul gold top di Greg Andreson o dalla chitarra di alluminio Electrical Company di Stephen O’Malley. È qualcosa di assolutamente travolgente che ti afferra alla bocca dello stomaco e ti fa vibrare tutto, dai peli sulle braccia alle parti basse. Niente risulta immune. Difficile dire se effettivamente poi i brani rispondano al contenuto dei Grimm robe demos, io francamente mi ci sono perso e va benissimo così: è stata un’esperienza mistica. Chi non crede che la musica (in questo caso sarebbe meglio dire “il suono”) sia qualcosa che eleva ad un’altra dimensione dovrebbe provare un concerto dei Sunn 0))). Tocca delle corde che nemmeno pensavi di avere ti avvolge azzerando qualsiasi altro senso: il fumo serve presumibilmente a questo a “fare lo zero” di olfatto e vista, in modo che rimanga solo il tatto (la vibrazione) ed il suono (l’udito). Poi non tutti sono pronti per questo: noi stessi non lo eravamo e ne siamo usciti estasiati e distrutti al tempo stesso, eppure consci della portata assoluta di tutto ciò a cui avevamo assistito. Da allora ogni loro concerto è un rito che si perpetra.

In molti mi guardano storto quando dico che la musica è la mia religione. Ma, sul serio, è così. E andare a quel concerto dei Sunn 0))) fu un passo in più nel rendersene conto. Le valvole incandescenti degli amplificatori accesi sono come delle candele votive, ascoltare un disco equivale a una preghiera, andare a un concerto è un rito, gli artisti degli sciamani e non temo di essere blasfemo nell’affermare questo, perché più passa il tempo più mi accorgo che questa è la mia verità sull’intera faccenda. Questo è il mio modo di smuovere energia, di partecipare ad una collettività che non mi impone nulla, che non mi dice come devo vivere e che al massimo (e non è poco) mi ha fatto riflettere ed evolvere come essere umano. In pratica ciò che dovrebbe fare una religione.

I Sunn 0))) sono ancora attivi, fanno uscire dischi a profusione ed il loro concerto è stato uno degli ultimi che io abbia visto prima di questa dannata pandemia. Li abbiamo visti molte altre volte, tra cui una particolarmente suggestiva nelle carceri di Torino e un’altra in un labirinto in Emilia.  Mancano come una boccata di fumo (da ghiaccio secco, beneinteso).

Del Locomotiv non ho più sentito parlare ma spero che sia ancora attivo, ha comunque retto strutturalmente all’evento e non è poco.

Noi manchiamo sempre dai concerti (che non siano locali) dal 19/02/2020. Sigh.

Luna di sangue

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Fonte: Bandcamp

Due nomi grossi che uniscono le loro forze fanno sempre un effetto di… inquietudine, almeno a me. Capita spesso che escano cose egregie, capita anche che la montagna partorisca un topolino oppure che ne esca una schifezza immonda. Gli esempi non mancano in tutti i sensi. Quando Converge, Wolfe e Brodsky annunciarono che avrebbero unito le loro forze per un progetto assieme, onestamente non sapevo cosa pensare. Non so cosa aspettarmi, mi resero impaziente e spaventato allo stesso tempo. I Converge sono un gruppo, forse uno degli ultimi, ad aver spalancato nuovi orizzonti alla musica pesante (il loro batterista Ben Koller è un vero animale) e la Wolfe una delle ultime, bellissime ed emozionanti, scoperte in campo musicale davvero in grado di farmi saltare sulla sedia. Date queste premesse, la loro collaborazione non la potevo proprio prendere alla leggera.

Tutto sarà nato quando Kurt Ballou ha prodotto “Hiss Spun” e nelle varie collaborazioni nello show a supporto degli artisti “Two minutes to late midnight”, vedi la cover di “Crazy train” che, tra l’altro, non è niente male.

I più potrebbero dire che questa collaborazione pende più dalla parte della cantautrice californiana, in realtà i più attenti sapranno senz’altro che esiste senz’altro un’anima più riflessiva in seno ai Converge: mi sono sempre chiesto che cosa sarebbe successo se avessero esplorato maggiormente la vena di brani come ispirati “Cruel Bloom/Wretched world”, da “Axe to fall”, per dirne una.

“Bloodmoon I” potrebbe essere un tentativo di risposta a questa domanda. Non che l’apporto di nostra signora dell’inquietudine non si faccia sentire, anzi, però sarebbe ingiusto non considerare che anche i Converge una certa propensione in tal senso ce l’avevano. Il disco risulta quindi lontano dai  Converge caustici e percussivi, lontano dalla rabbia e dall’assalto veemente cui siamo soliti associarli, esplora una dimensione diversa e la espande in larghezza sull’intera durata di un disco.

Funziona? Sì, con qualche riserva. Per esempio le tastiere invasive e plasticose della canzone apripista “Coil” che suonano stucchevoli e compromettono molto l’espressività del brano: una scelta quantomeno curiosa quella di farlo uscire in anteprima, visto che, a mio gusto personale, risulta la più scarsa del lotto.

Per contro i primi due brani sono un vero colpo al cuore, “Blood moon” e “Viscera of man”, ti afferrano al collo e ti fondano nel disco con una violenza emotiva che letteralmente ti esplode in petto. Non succede spesso, una simile presa ad impatto immediato. Per il resto questo disco va soprattutto ascoltato e metabolizzato, non lo si può affrontare come se fosse solo dei Converge o solo di Chelsea Wolfe o Stephen Brodsky… è qualcosa di nuovo, una avventura sonora da interiorizzare abbandonando ciò che sapevamo prima dei singoli artisti che la compongono. Richiede impegno ma promette tantissimo in potentia. Un disco da scoprire individualmente e intimamente, rimandando le considerazioni e mettendosi in gioco. L’occasione è buona per farlo, ancora una volta, se siete indecisi c’è sempre lo streaming di Bandcamp.

2/10/1999

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È una data che difficilmente riuscirò a scordare quella del 2 ottobre del 1999. Al Leoncavallo suonano i Fugazi, il CSA salito alla ribalta della cronaca pochi anni prima per la cacciata dalla sede storica ospita il gruppo che rappresenta il simbolo stesso della musica indipendente. È una delle prime trasferte in assoluto, una delle prime occasioni in cui io e l’Oltranzista ci muoviamo in coppia per assistere ad un concerto. Quale occasione migliore. Quale gruppo migliore se non un gruppo leggendario come i Fugazi. Ebbi addirittura l’ardire di immortalare l’evento su una musicassetta da 90minuti che tuttavia non furono sufficienti. All’inizio ci siamo noi due che scherziamo sull’insegna dei fratelli G., che avevano la propria impresa a due passi dal luogo del concerto.

Nessuno dei due c’era mai stato. Nessuno dei due era poi questo grande fan dei Fugazi in quel momento, più per ignoranza che per scetticismo: li conoscevamo ancora troppo poco. Uscimmo da lì che erano diventati uno dei nostri gruppi preferiti e lo saranno per sempre. Due ore e passa di concerto più di trenta canzoni suonate, un’atmosfera di festa senza forzature: partecipe, appassionata. Qualcosa di unico. Un capannone industriale stipato di persone in estasi. Per il modico prezzo di 5000 lire in barba alla SIAE, con l’unico rammarico di non avere tra le mani nemmeno il feticcio del biglietto, solo i ricordi. Solo una MC HF Sony da 90 minuti che poi sarebbe stata soppiantata dal download quando il gruppo di Washigton D.C. rese disponibile in concerto sul sito della loro etichetta, la dischord rec.

Riportare alla mente quei momenti è sempre molto bello, e non solo per la nostalgia, per il fatto che si era più giovani. Il punto è proprio lo stupore: trovarsi davanti un gruppo, fatto di persone semplici e fiere, sinceramente coinvolte in quello che stavano facendo. Ian Mac Kaye che prega tutti di non essere violenti nel pogo, di saltare anziché spingersi, che ricorda un concerto passato al vecchio Lenocavallo nel quale in tetto era andato. E poi un modo di suonare generoso e appagante, una vera e propria esperienza. Chi oggi affronta due ore e passa di concerto? Chi propone una scaletta con 34 brani (!!!), chi porta ancora sulle spalle la propria musica sbattendo fieramente le porte in faccia al music business? È rispondendo a queste domande che ti rendi conto di aver assistito ad un vero e proprio evento, ti rendi conto di essere diventato parte di qualcosa che trascende anche il concetto stesso di movimento musicale, è un vero e proprio modo di essere.

Come dicevano i Minor Threat: almeno loro ci hanno provato! E, per fortuna, ci sono riusciti: i circa 4 milioni di dischi (!!!) complessivi venduti dagli artisti della dischord stanno lì a dimostrarlo. E facendo tutto praticamente  da soli: quando, per esempio Dave Grohl (di Wasinghton D.C. anche lui, oltre ad aver militato negli Scream) intervista Ian nel documentario sonic highways e lui parla di tutte le proposte ricevute dalle major e rispedite al mittente, ti rendi conto della loro grandezza e, al tempo stesso, di quanto potrebbero guardare tutti dall’altro invece non lo fanno. Nel lungometraggio “Instrument” c’è quella lunga carrellata su tutti i volti dei ragazzi che assistevano alle loro esibizioni, quale altro gruppo si priva del ruolo di protagonisti a quel modo?

Quella sera i Fugazi furono stellari, non riesco ad usare un’altra parola per descriverli, semplicemente nel novero dei migliori artisti mai visti dal vivo, si percepiva un’intesa fuori dal comune, una coesione di intenti artistici che, a ben guardare, rappresenta un caso più unico che raro con 10 anni di carriera alle spalle. Vederli suonare fu come imprimere un’immagine indelebile nella memoria, quella di un gruppo che ha sfidato con successo le leggi del mercato, quelle scritte e quelle taciute, che è riuscita a togliersi ben più di una soddisfazione producendo Arte, esprimendosi ai massimi livelli.

Oggi resta sul web una pallida e sfuocata testimonianza in un video di pochi minuti.

Ma la memoria e l’anima ancora fremono per quello di cui sono state testimoni: uno dei più bei concerti di sempre.

I Fugazi non si sono mai ufficialmente sciolti, sono sospesi in un limbo temporale dal quale escono, si dice, a volte per suonare assieme, ma senza pubblico e senza pubblicare più nulla da “The argument” del 2001. I componenti sono comunque rimasti attivi in svariati progetti, di cui il più significativo appare Coriky dell’anno scorso.

Il Leoncavallo è rimasto al suo posto, ma non ci andiamo da secoli.

Io e l’oltranzista siamo orfani di concerti con trasferta dal 17 febbraio 2019. Per questo sto tentando di ricordarmi tutti i più belli ai quali ho assistito, non potevo che partire da questo.

Tripod

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David Lynch avrebbe potuto sognarla una cosa del genere.

Immagini sconnesse, sequenze senza soluzione di continuità, storie che si sovrappongono in una linea temporale non stabilita. Impossibile trovare un filo conduttore che non sia una sorta di delirio onirico. In preda al timor panico di un futuro impossibile da conoscere. Confuso e stordito da ricordi distorti che ritenevi dissolti.

L’invito.

Una sera scendi per le vie umide del tuo paese. L’asfalto riflette la luce dei lampioni, per qualche motivo riappaiono due giganteschi abeti abbattuti anni prima. Inali aria umida che dilata i bronchi, in un attimo tutto è ancora più buio. In lontananza di fari, si avvicina un’ automobile lunghissima con andatura calma, sa benissimo che non scapperai. Non puoi farlo. Scende una signora con occhiali da sole e un vestito di lustrini neri con un cappellino rosso. Accanto a lei quattro guardie del corpo con completo di pailettes rosse e casco cromato. Ti guarda, ti sorride e ti consegna un biglietto dorato. È un invito. Sai benissimo da chi proviene, è un passato che riappare, un fantasma che si materializza dopo essere sparito dietro le porte lucide di una metropolitana 24 anni prima. La musica da balera tratta dalle scene danzanti di Mulholland Drive sottolinea l’epicità del momento, una solennità fatta di polvere accumulata su tutto.

La scala mobile.

La scena cambia, sali su una scala mobile, le pareti sono fatte di cemento armato grezzo,  ci sono diversi pianerottoli che intervallano le rampe, ma oltre a questo non si vede nulla. I gradini sembrano insolitamente molto più alti del solito, finalmente incontri un altro essere umano.  È un signore in camicia e scozzese gliet di lana verde scuro fatto a mano, con pantaloni di velluto a coste larghe beige scuro. Ha i capelli brizzolati di media lunghezza e la faccia stanca, da dietro i suoi occhiali con la montatura dorata ti lancia uno sguardo sfuggente. All’improvviso ti volti e la sua testa tagliata giace sui gradini della scala mobile. È palesemente finta, come in un film dal basso budget, si muove a scatti e urla:

“Tu sei una leggenda!”

“Ognuno di noi è una leggenda!!”

“Ogni secondo vissuto veramente è una leggenda!!!”

Ogni interrogativo è lecito.

Il ritrovo.

Alla fine il momento arriva, bisogna rispondere all’invito. L’incontro si volge in una libreria. È un ambiente stretto ma accogliente, stipato di libri. Sul soppalco il fantasma autore dell’invito sta parlando con un ragazzo, probabilmente mulatto, in attesa che l’incontro cominci. Mi guarda e sorride con gli occhi, si gira verso il ragazzo e lo bacia abbracciandolo. Distolgo lo sguardo, alzo le spalle e mi sposto. Lo sapevo già, pensa di farmi male, non ci riesce più. Seguo con uno sguardo assente l’oratore. Non so di cosa sta farneticando. Forse nemmeno mi interessa. All’improvviso evado, senza scappare inforco la porta ed esco. Il sole avvolge tutto.

il 7 di novembre 1995 usciva l’album omonimo degli Alice in Chains, che qualcuno conosce col nomignolo “Tripod”, lo stesso giorno di quest’anno arrivo a leggerne su “In Catene” libro incredibilmente esaustivo di Giuseppe Ciotta. Da allora nelle mia mente risuona “Shame in you” e per oggi è tutto.

Un passo avanti e… due indietro

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Credo che ormai le uscite dei Melvins (e dei loro musicisti in versione solista) che si susseguono con un ritmo serratissimo da qualche anno abbiano lo stesso effetto disorientante di un dribbling di Garrincha, dalla dipartita della sezione ritmica dei Big Business si fa veramente fatica a stargli dietro. È come se fossero stati colpiti da una squassante logorroicità che gli fa immettere sul mercato qualsiasi, ma proprio qualsiasi, cosa gli possa venire in mente.  Così siamo al secondo disco in un anno, aveva aperto le danze il divertente, e rincuorante, “Working with God” nei primi mesi del 2021, adesso arriva “Five legged dog”, uscito da pochissimo sempre per l’etichetta Ipecac di Mike Patton.

Non che prima mancassero episodi al limite dell’ascoltabile, astrusi o mossi da logiche strane (vedi l’incompreso ed incomprendibile “Colossus of destiny”, una parte del ribelle “Prick”, o l’oscurissimo “Honky”) ma, come dire, facevano parte del pacchetto e te li aspettavi da loro scherzetti del genere e alcuni, tra cui il sottoscritto, li trovavano anche interessanti. Adesso lo scenario è molto diverso.

Il primo da destra è il colpevole! (fonte bandcamp)

Questo ultimo lavoro onestamente è inutile. È il primo lavoro di cui parlo senza essere arrivato in fondo e non mi vergogno a dirlo. Pensavo che fosse difficile fare peggio del pessimo “A walk with love and death”, ma qui sono riusciti ad andare oltre. Almeno in quel disco c’erano degli episodi che ti ricordavano che la classe non è acqua che, insomma, sempre dei Melvins stiamo parlando. Questo cane a cinque zampe (e non voglio sapere qual’ è la quinta…) tratta essenzialmente di un gruppo che ripropone se stesso, in chiave acustica e moscia. Qualcuno mi spieghi che senso può avere togliere gli amplificatori ai Melvins. Poteva trovare applicazione nel primo disco solista di King Buzzo (riuscito) ma già dal secondo la cosa aveva iniziato a perdere fascino. Se trattiamo della band madre, mi spiace, la cosa non quadra. Sembrano la versione musicale di Alex dopo la cura Ludovico, una fiera con senza denti e con gli artigli mutilati. Roger Osborne è, a mia sindacabile opinione, uno dei più grandi inventori di riff della storia, forse secondo solo all’eccelso Tony Iommi: perché abbia fatto un torto come questo alla sua opera è un mistero.

L’irruenza di “Honey Bucket” ridotta a uno straccio di canzone senza il minimo mordente è uno spettacolo al quale non voglio assistere. Quindi ogni volta ascolto cinque o sei brani e poi alzo mestamente bandiera bianca, sarò limitato o prevenuto io. Poi la noia, noia, noia, noia maledetta noia! Insopportabile, insopprimibile: tutto potevo aspettarmi nella vita ma vedere i Melvins ridotti ad una sterile controfigura di loro stessi, onestamente fa male alla musica. Oltretutto nessuno mi toglie dalla testa che il principale artefice di tutto questo sia il bassista Mc Donald incautamente prelevato dai Redd Kross e presente su tutti i loro peggiori dischi recenti, e che, per mia sfortuna, è ritornato dopo che Dale Crover aveva imbracciato il basso lasciando a Mike Dillard la batteria nel disco precedente. Ma licenziarlo e riprendere Jared Warren dopo che Coady Willis si è unito agli High On Fire? No eh? Continuiamo così… facciamoci del male. Molto male.

L’Europa gira a 33 e 1/3

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Dopo Biella, Torino e Milano, adesso siamo alla volta dell’ Europa, alla scoperta dei negozi di dischi che mi sono rimasti maggiormente nel cuore. Si tratta di Europa del nord, ovvero di quella parte di continente che sento maggiormente affine a me. Scandinavia e isole britanniche soprattutto, posti che, in qualche modo, mi porto nel cuore. Ma bando ai sentimentalismi e partiamo subito.

Cardiff- Spillers.

Vi siete mai chiesti quale sia il più vecchio negozio di dischi del mondo? Potrei essere smentito ma sono abbastanza sicuro che sia Spillers. Più che un negozio, una leggenda che ha rischiato di sparire ma che tutt’ora resiste nel cuore della capitale Gallese. E dire che ci sono capitato per caso, durante un tirocinio in terra d’Albione, mai più mi sarei aspettato di imbattermi nella storia dei negozi di dischi. Invece in Regno Unito c’è una grandissima passione per la musica, del resto, ragionandoci tutte (o quasi) le più grandi band della storia arrivano da lì e ci sarà pure un motivo. Tutti hanno una vasta cultura musicale molto meno settaria e chiusa che da noi ed è bellissimo, sia che trovi l’appassionato di musica classica che il sessantenne che conosce i Neurosis.

Cardiff è una città molto sveglia culturalmente parlando, ha un centro che la sera diventa quasi un centro svaghi per ubriachi e se ci capiti nel momento giusto non è raro che si trasformi in una festa gigante (io ci sono finito per halloween!). Al contrario di altre città decisamente molto meno rassicuranti (su tutte Liverpool: al sabato sera c’era quasi guerriglia per le strade!) è accogliente e a misura d’uomo. Spillers era un negozio quasi dimesso, se ne stava nel suo angolo ad aspettare quasi che io passassi di lì, da fuori sembra un negozio comune, dentro respiri la storia. Specializzato quasi solo in musica alternativa (e meno male) ti fa respirare l’aria dei veri negozi di dischi. Scaffali di legno, riviste, musica di sottofondo, qualcosa di un po’ polveroso qua e là, c’è tutto.

Non ebbi la possibilità di fare la radiografia al posto, però sono lieto di sapere che, con qualche traversia e boicottaggio a Morrisey perle sue ultime derive estremiste, il posto resiste. Anche solo averci agguantato “Abbattoir blues/ The lyre of orpheus” di Nick Cave and the Bad Seeds è sufficiente a tenere vivo il ricordo (tra l’altro è un disco bellissimo).

Borderline – Dublino

Uno almeno un sabato sera nella vita dovrebbe passarlo a Temple Bar, tanto per capire perché gli irlandesi hanno la fama che hanno. Anni fa (oggi purtroppo il negozio è chiuso) durante una scorribanda in quel posto magico dove i fiumi sono fatti di Guinness, la pioggia sa di luppolo e la terra raccoglie bicchieri rotti, mi imbattei nel negozio di cui sopra, meglio: nella saracinesca del negozio decorata con un murale. Alzando lo sguardo vidi l’insegna che prometteva decisamente bene e feci il possibile di ricordarmi dove fosse il matt… ehm il pomeriggio dopo. Tra la statua di Phil Lynott, la strato di Rory Gallagher, il vago sentore di U2 che aleggiano sulla città alla fine lo ritrovai e fui ripagato dello sforzo mnemonico post serata ululante.

Un piccolo negozio di dischi ma strapieno di roba… alcuna anche mai vista prima. Una vera delizia. Peccato che dopo giornate di gozzoviglie i fondi da investire scarseggiassero e dovetti fare una cernita dolorosissima portando a casa, tra l’altro, una edizione in vinile verde di Sons of Kyuss… niente meno!

Tiger – Oslo

Dalle mie parti Norvegia fa rima con Black Metal. Ed è vero, se fate un giro ad Oslo è d’obbligo che vi mettiate a cercare il posto dove sorgeva l’Helvete e vi facciate accompagnare nei sotterranei alla ricerca della famosa scritta “Black Metal”, ma resta poco più di questo. Avrebbe molto più senso aspettare Fenriz fuori dalle poste per stringergli la mano. Detto questo quel mondo si è abbastanza disgregato ma questo non significa che non ci siano altri negozi di dischi meritevoli in città. Tiger è uno di questi, forse il migliore. E non c’è da confondersi con l’omonimo negozio di cianfrusaglie danesi, questo è un signor negozio vecchio stile con scaffali e tutto in regola.

Specializzato soprattutto in musica indipendente è piccolo e accogliente, con un’atmosfera che ti fa sentire a casa e dei prezzi ragionevoli, soprattutto se considerate che siete nella terra dove tutto costa quasi il triplo rispetto all’Italia. Scovai una copia in vinile di “Steady diet of nothing” dei Fugazi, potevo abbandonarla lì?

Music Hunter – Helsinki

Ecco uno dei negozi più forniti che io abbia mai visto, l’unico, tra l’altro che mi abbia permesso di vedere una copia in vinile del White Album autografato dai fantastici quattro di Liverpool (ed era pure in vendita a trattativa privata). Music Hunter rappresenta la Mecca di ogni collezionista, praticamente un paese dei balocchi per chi ami la musica. Dischi stipati ovunque, un posto dove veramente se ti metti a scartabellare puoi passarci le ore senza accorgerti che il tempo ti sfugge di mano. Ne esci quasi stordito con la testa ciondolante e qualcosa tra le mani. All’epoca della mia visita ero in fissa con i Reverend Bizarre, quindi nella loro terra mi aspettavo di trovare delle chicche mai viste in patria, visti anche i loro trascorsi in classifica. Non ci trovai nulla e il gestore mi guardò anche con un grosso punto interrogativo stampato in faccia quando glielo chiesi. Dovetti ripiegare su “Quietus” degli Evoken, Doom Over The World!

Postilla: Helsinki è veramente un posto magico per musica e dischi, spero che sia ancora così ma all’epoca c’erano veramente negozi ovunque. Music Hunter rappresenta un po’ la punta di diamante ma anche altri erano veramente interessanti (se non mi ricordo male ce ne era uno molto bello chiamato Combat Rock incentrato soprattutto sul punk). E poi sentire le auto che sfrecciano con i Black Sabbath appalla non ha prezzo.

Sex Beat Records – Copenhagen

Nella città che contiene un luogo fuori dalla legge e dall’ Europa (Cristiania), la musica di un certo livello viene veicolata da questo negozio che si trova giusto sopra un parrucchiere alternativo. All’inizio non capivo dove si trovasse di preciso, l’insegna c’è ma l’entrata non mi era chiarissima. Poi una volta dentro ci trovo Michael Poulsen dei Volbeat con consorte e cane: mi è subito chiaro che è il posto giusto. Sembra all’improvviso che siamo tornati nei fantastici anni ’60, pavimenti di legno, vinili e devozione per Elvis (il cantante ha tatuato fieramente “Elvis Aaron Presley” sull’avanbraccio con caratteri vagamente in odore di film western. Della Danimarca io mi ricordo soprattutto i DAD (“No fuel left for the pilgrims” e “Riskin’ it all” per me erano più fondamentali dei Guns ‘n’ roses o dei Motley Crue, per dire), Von Trier (e per le imprecazioni dal tetto del Regno del medico svedese!) e la Carlsberg (la birra è molto nella media ma lo stabilimento è un posto da vedere!), però anche quest’esperienza mi lasciò il segno. Ne esco con un disco (vecchio) dei Volbeat e il commesso che mi dice di correre dietro a Michael per farmelo autografare, ha una voce che ammiro sinceramente ma stavolta passo…

I tetti di Copenhagen

Sound pollution – Stoccolma

Stoccolma è un luogo del cuore, Gamla Stan è il cuore del luogo del cuore. In questo scenario fantastico di stradine, vicoli, medioevo e turismo si incastra Sound Pollution, altro storico negozio che ha visto nascere la scena svedese, partendo dal Death metal per arrivare allo Scan rock, il luogo di riferimento per acquistare dischi nella capitale. Due stanze, una tonnellata di dischi, libri e tutto il necessario a farsi una cultura musicale sulla musica pesante. Entro la prima volta con indosso una maglietta degli Unearthly Trance e la prima cosa che mi dicono sono dei complimenti, non puoi sbagliare: quando si parte in questo modo, sei nel posto giusto. Esco un’ora e mezza dopo con in mano una copia di “Swedish death metal” di Daniel Ekeroth che mi servirà da guida turistica nei successivi 15 giorni di magia.

Appena fuori scovo il ristorante vegetariano Hermitage, gestito da due signore hippy con i rispettivi figlioli e ho anche trovato di che sfamarmi il corpo oltre che la mente. Direi che sono a posto. Da lì in poi i pellegrinaggi sono continui e ripetuti, impossibile ricordare tutti i dischi acquistati, a parte uno dei Thergothon che cercavo da tempo immemore: divertente pensare che hanno pure inciso per una etichetta italiana.

Finisco il viaggio in allegria con un bel brano di Funeral Doom Metal… non male eh?