I gruppi musicali degni di venerazione

3 vs 1

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L’ estate è trascorsa veloce, nascosti in una città abbandonata eppure viva. Come la brace sotto la cenere. Il senso di vuoto degli alberghi abbandonati e di un luogo che, un tempo, era in grado di ospitare le persone bisognose di cure. La decadenza degli edifici e la tenacia di chi ancora abita quei luoghi. Come sempre le vacanze estive sono quel non-luogo dove vorresti fare tutto quello che, nel trascorrere dell’anno, non ti è riuscito. Leggere un libro o ascoltare musica con calma. Ovviamente non ti riesce. Ti togli qualche fugace soddisfazione, fai appena in tempo ad accorgerti di avere del tempo libero che subito ti viene negato. A pensarci tutte le volte sembra l’ora d’aria dei carcerati. In quest’ ora ho ascoltato quattro nuovi dischi e me ne è piaciuto veramente solo uno, che terrò per ultimo.

Mrs. Piss “Self surgery”: Mi imbatto in questo disco solo perchè vede coinvolta la signora Wolfe. Tutto mi direbbe di non farlo: il nome e l’artwork sono già di per sé squalificanti, per non dire pessimi. Fortunatamente il disco non è peggio (bisognava effettivamente impegnarsi) ma decisamente non brilla. La registrazione è molto piatta, quasi malfatta e questo non giova: non stiamo parlando di musica che trae giovamento da una registrazione ai limiti del low-fi, soprattutto non con la voce di Chelsea di mezzo. Poi poche idee e sviluppate male, a tratti la classe della cantante emerge, ma più spesso appare ficcata a forza in un contesto davvero povero in termini di idee e soluzioni. Non mi è venuta voglia di andare oltre il primo ascolto. Se proprio volete godervi qualcosa di nuovo che coinvolga l’autrice di “Birth of violence”, allora ascoltate questa: è una cover, ma almeno non è niente male.

King Buzzo (with Trevor Dunn) “Gift of sacrifice”: Seconda puntata acustica e (quasi solistica) per il leader dei Melvins. In questo caso sono arrivato almeno al secondo ascolto. Se il primo episodio aveva convinto, il secondo non centra l’obbiettivo. Magari mi ricrederò quando mi verrà voglia di riascoltarlo, per ora purtroppo è triste constatare che anche con il coinvolgimento di un musicista sopraffino come Mr. Dunn, la situazione non migliora e c’è poco da fare. Poco più di mezz’ora di brani acustici per archi e chitarra che non coinvolgono pur non essendo oggettivamente brutti, il problema è che lasciano indifferenti. Che i Melvins siano uno dei gruppi che lavorano più duramente nel panorama della musica pesante penso sia indubitabile, solo che sono diventati… logorroici, adattando il termine alla produzione musicale: buttano fuori roba a ripetizione, senza tregua e quasi senza riflettere. Un album almeno all’anno, più gli album solisti del buon Buzzo e di Dale Crover usciti di recente; obbiettivamente è quasi impossibile mantenere gli standard qualitativi elevati del in passato a questi ritmi e con anni di carriera alle spalle. Danno l’idea di non scartare mai nulla, nessuna idea, nessuna collaborazione, nessun progetto collaterale: è chiaro che il talento si diluice e si finisce per annoiarsi all’ascolto. Qui King sembra riciclare riff (e lui è una vera riff-machine forse la più prolifica dopo Tony Iommi) e avere idee confuse. Spiace dirlo anche perchè l’ EP “Six Pack” uscito in anteprima a questo su Amphetamine reptile records, era decisamente molto più coinvolgente e ben fatto anche al netto della divertente cover dei Black Flag. Se i Melvins si decidessero a far uscire meno dischi (che siano al verde?) e a licenziare quell’inutile buffone dei Redd Kross al basso, forse riavremmo il nostro grande gruppo indietro, per ora sono abbastanza vittime della loro stessa iperproduttività.

Mark Lanegan “Straight songs of sorrow”: Accanto all’uscita del discusso memoir “Sing backwards and weep” arriva questo nuovo lavoro del (un tempo?) fulvocrinito cantante americano. Fermo restando che “Blues funeral” era un capolavoro di stile e “Gargoyle” gli andava appena sotto, con un 1-2 micidiale (“Goodbye to beauty”/”Drunk on destruction”), da lì in poi l’ispirazione è andata scemando anche per lui. Lasciando perdere “Imitations” che è un disco di cover e lo zoppicante “Phantom radio”, l’ondata elettronica che ha invaso i suoi lavori si è fatta quasi opprimente e sbilanciata nell’economia dei brani che via via stanno perdendo quell’opacità fumosa e distruttiva che li rendeva tanto affscinanti. Probabilmente sono anche io il problema, essendo legato alla sua produzione più datata e acustica, per cui soprattutto “Somebody’s knocking” ma anche questo “Straight songs of sorrow” mi risultano un tantino indigesti. Non sono brutti, ma hanno perso il magnetismo e almeno una fetta di magia dei precendenti e anche qui non mi hanno catturato al punto di entrare in un ciclo ripetuto e piacevole di ascolti. Dev’essere una costante del periodo, ma già la canzone di apertura mi sfianca dopo pochi minuti… Fate voi.

Steve Von Till “No wilderness deep enough”: Dopo tre ascolti colpevoli di avermi tolto parte della fiducia nei rispettivi autori, arriva la certezza, solida come una roccia. Il cantante/ chitarrista dei Neurosis rilascia un altro disco solista e nemmeno questa volta è possibile muovergli una critica. L’unico limite di questo disco, se vogliamo chiamarlo così, è che risulta difficile essere dello stato d’animo adatto per ascoltarlo, perché è un disco che letteralmente ti scava dentro, ti svuota e ti lascia nudo di fronte a te stesso. Una visione che non tutti (io per primo) riescono a sopportare per tempi troppo lunghi. Steve è un autore autentico, profondo e sensibile, nonstante il suo gruppo madre abbia messo a dura prova l’udito di più di un fan con sperimentazioni pesantissime e a volte indigeste (confesso candidamente di non riuscire ad arrivare in forndo a “The world as law”, per esempio), quando si tratta dei sui dischi solisti il discorso cambia.

Partito da splendide suggestioni acustiche (il meraviglioso “As the crow flies”), album dopo album, il suono votato al minimalismo si è via via arricchito di sfumature sicuramente apprezzabili in termini di inserti elettronici e archi che completano lo spettro sonoro rendendo il suono ricco ed avvolgente, tutto corredato dai testi sempre ispirati che recentemente hanno anche trovato una dimensione grafica affascinante in un libro corredato da suggestive immagini. Il cerchio si chiude intorno alla sua magistrale interpretazione vocale sempre intensa ed emozionante. Finalmente, ne avevo bisogno.

10 domande agli Zolle!

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Fai qualcosa di nuovo, rompi gli schemi, esci dal seminato. Fare interviste è una cosa che avevo già sperimentato, nel mio passato fanzinaro, ma che poi non avevo più ripreso. Ci voleva l’ispirazione, che è arrivata ascoltando “Macello” l’ultimo lavoro degli Zolle. Non saprei come spiegarlo diversamente, in qualche modo ho sentito che dovevo intervistarli, ho percepito che mi avrebbero risposto e che mi sarei molto divertito nel farlo. Stefano e Marcello si sono mostrati molto disponibili e gentili nel rispondere a queste dieci domande, nonostante questo sia un piccolo blog con un piccolo seguito, per questo non posso fare altro che ringraziarli e invitare tutti a entrare in contatto con la loro musica dal vivo e su disco, perché hanno molto da dire e, nonostante il sorriso che mi hanno strappato, si percepisce il loro impegno e la loro passione per quello che fanno, quindi su il volume e in alto i boccali!

Volutamente non mi sono preso molto sul serio, loro mi sono venuti dietro e questo è quello che risulta della nostra conversazione epistolare:

1. Quando sento il vostro nome mi torna in mente qualcosa di profondamente legato alla terra, oltre che San Siro negli anni ’90. Da cosa prendono spunto gli Zolle, partendo da nome per arrivare alla musica?

M: Se ti dicessimo come ci chiamavamo poco prima dell’uscita del nostro primo album, credo che non saresti qui a farci delle domande! Ahah! Su suggerimento dei baldi giovani di Supernatural Cat, che produssero il nostro esordio, abbiamo optato per un nome più consono al nostro immaginario, anzi, più che immaginario, rappresentativo della realtà in cui ci troviamo quasi ogni sera per fare le prov(ol)e.

S: Beh! Sveliamo il nome iniziale allora: Uilli Uolli. Chissà che karma avremmo avuto … Rispetto alla musica, ci sentiamo in viaggio. Oggi è molto più complesso ed affascinante comporre rispetto al passato. Abbiamo descritto il processo compositivo di Zolle del primo disco con l’immagine di un bovino disinvolto nel defecare. Oggi siamo più due nonne col setaccio in mano. Uguali sono rimaste la libertà, il piacere e quel connubio di impegno e leggerezza.

2. Un’altra domanda che nasce spontanea è quella legata al tema di fondo legato ai maiali… Mi sono sempre chiesto come vi fosse venuta in mente una tematica del genere, poi mi sono ricordato che da Casalpusterlengo in giù la presenza suina è assolutamente avvertibile a livello olfattivo. Credete che sia una formula che è possibile rinnovare all’infinito?

S: Non so se sia una formula rinnovabile all’infinito, per ora lo è stata. Come la mafia. Si ripete, contemporaneamente si rinnova. A livello estetico il maiale ci accompagna, ma in ogni album cambia di significato. Nel primo album, “Zolle”, maiale come divinità (tra il resto, dalle nostre parti e non solo, il porco ha rappresentato veramente una divinità sino agli anni ‘50, perché la sussistenza delle famiglie era in buona parte legata a lui…). Nel secondo, “Porkestra”, maiali in orchestra, a grappolo… perché è noto che maiali e vino vadano a nozze. Nel terzo, “Infesta”, Marcio ed Io, in sembianze suine, a festeggiare. Nell’ultimo, “Macello”, la faccenda si complica … il suino è l’abitante del mattatoio … ed il mattatoio simboleggia il luogo dell’ambivalenza e del paradosso: perdita e nascita. Il porco muore per dare vita ad altro da sé.

M: quella che senti, non credo sia profumo di maiali, ma odore di merda (nella migliore delle ipotesi) e di concime (spesso) chimico. Il maiale è comunque imprescindibile, è la canapa degli animali (cit.).

3. L’ immaginario fumettistico è un’altra costante della vostra produzione, seguite qualche fumetto in particolare o avete preso spunto da qualcuno per sviluppare il concetto grafico?

M: i disegni delle nostre copertine (a parte quella del primo album, che è un capolavoro di Malleus), partono da mei disegni e sono colorate da Eeviac. Sono rappresentate in quel modo (fumettistico?!? Non ci avevo mai pensato!) perché mi viene più naturale disegnare così (sono autodidatta, non riuscirei a fare una Gioconda, ahah!). Le influenze sono nomi enormi (nulla di nicchia), che mi vergogno di citare, potrebbero rivoltarsi nella tomba o denunciarci.

S: Io mi occupo del convivio mentre lui lascia segni grafici.

Ed ecco la mia copia di “Macello” che fa fiera mostra di sé

4. Passando alla musica: nel 2020 è difficile trovare un gruppo dal suono riconoscibile e senza troppe scopiazzature o ispirazioni palesi, voi come ce la fate?

M: Noi ce la facciamo? (Certo! molto più di tanti altri che se la tirano il triplo! nda)

S: Come vedi, nonostante l’età, la capacità di stupirci non molla! Mah …tutto nasce nel nostro incontro, un incontro che sta in piedi sull’anima e non su altre finalità. Forse questo modo di essere e di vivere l’esperienza compositiva fa arrivare all’orecchio dell’ascoltatore un qualcosa di “genuino”.

5. Immagino sia piuttosto semplice suonare dal vivo (ed in studio) essendo in due: la coesione tra di voi dev’essere veramente forte… alla fine però, ammettiamolo, è bello non avere troppi musicisti tra i piedi: quali sono i vantaggi di essere un duo? Percepite qualche limite?

S: In sintesi: vita di coppia. Zolle nasce nel 2013 come entità, Considera però che suoniamo insieme da 25 anni.

M: La semplicità dell’essere in due dipende dai problemi che crea l’altro (in genere solo lui). A parte questi milioni di problemi, devo dire che la dimensione duo, non è poi così male. Noi siamo (s)fortunati perché siamo molto amici e suoniamo insieme da 25 anni, riusciamo a mandarci affanculo in amicizia. Suonare con persone con cui non si è amici non è certo la stessa cosa. Ecco, poi c’è questa cosa degli arrangiamenti a causa della quale spesso tocca stare in equilibrio sui pedali o sulla sedia. A parte anche tutti questi altri problemi, direi che sono più i pro(blemi) che i contro.

6. Nell’ultimo lavoro c’è un accenno di uso della voce. Innanzitutto complimenti per il testo di “S’offre” che mi pare una cosa che forse potete capire a fondo solo voi (ma che ci sta benissimo) e poi quanto intendete sviluppare questo aspetto nel futuro?

S: Beh! Sveliamo il testo iniziale, che ha dato vita alla “melodia” attuale. Pronti? Hey Stefano, mi fai proprio schifo. Hey Stefano. Hey Marcello, mi fai proprio schifo. Hey Marcello. Giuro! Poi dalla risata, come spesso accade, siamo passati al concetto: “Morte non più morte, forte è forte”. Sofferenza è offerta.

M: L’uso della voce fa parte della lista dei problemi della risposta precedente. L’abbiamo usata un po’ per scherzo (dovresti sentire il testo originale di S’offre!, ahahah!), ma poi ci abbiamo preso gusto.

7. Un altro aspetto che mi piace molto del vostro progetto è il fatto di essere piuttosto legati ad avere un suono “live” per quanto curato anche nelle produzioni in studio. Francamente non se può più di suoni iperprodotti ed iperpompati. Com’è andata la registrazione di “Macello” con Giulio Ragno Favero?

M: Ti prego, non chiamarci “progetto” altrimenti non ti rispondiamo più! 😀 (azz… se n’è accorto! nda) Beh, Macello è abbastanza iperpompato, ahahah! Anche se l’approccio in studio è stato decisamente Live, abbiamo suonato insieme, poche sovraincisioni, registrato su nastro. Giulio è la persona giusta quanto c’è bisogno di alzare il volume, speriamo abbia la pazienza di registrare anche i nostri prossimi 100 dischi.

S: Chiamaci matrimonio! Eheheheh!

8. La chitarra ha un suono decisamente eclettico: Wah-wah, bottleneck, effetti e via discorrendo, tutto perfettamente amalgamato nell’economia generale del suono. Quanto è importante diversificare i suoni essendo l’unico strumento (batteria a parte)?

M: (Wow, grazie!) In linea di massima ho cercato di diversificare i suoni (non sono poi così tanti), in base all’esigenza della canzone, abbiamo cercato di fare un disco musicale, ci piacciono i riff, l a canzone così viene più arzilla e non scadiamo nei soliti accordi e scale in minore (che non ne posso più) 😀

9. Visto tutto quello che è successo negli ultimi mesi “Macello” è stato un titolo purtroppo profetico… come sono andate le cose dalle vostre parti? Quanto vi manca suonare dal vivo?

S: Guarda, stavamo iniziando a lavorare allo spettacolo di Macello…Poi quarantena … Ora per i live se ne parlerà forse ad ottobre all’estero … Abbiamo ripreso in sala prove a Maggio e sai cosa? Stiamo già pensando al prossimo disco. Abbiamo molti spunti, anzi, qualcosa in più di spunti. Chissà! Magari l’estate prossima registreremo l’erede di Macello. Cerchiamo di cogliere gli aspetti positivi …

M: Dalle nostre parti è successo che la cosa sia nata proprio dalle nostre parti. Viviamo nella prima zona rossa, siamo dei precursori noi! Eheheh! Detto questo, a noi personalmente, non è andata poi così male (PER ORA), ma c’è un sacco di gente che si è vista la morte in faccia. I concerti ci mancano, certo, ci pare di capire che la nostra forza sia dal vivo (e in Macello, ahah!), per noi non è un lavoro, ma è una grossa valvola di sfogo, a partire dalle note fino alle gite. Oh, poi guarda che noi dal vivo siamo bravi, eh! Ahahaha! (Mai avuto nessun dubbio su questo! E spero di venire a sentirvi presto… o appena si può! nda)

10. Un’ ultima domanda: Prossimamente vedremo mai i maiali volare o è una cosa che succede solo ai concerti black metal o nelle copertine dei Pink Floyd?

M: i Black Floyd?

S: Speriamo

Poteva esserci una conclusione migliore? In attesa dei porci con le ali… Grazie ancora e a risentirci presto!

Sing Backwards and weep

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Mark Lanegan: Sing backwards and weep [Fonte: Amazon]

Iniziare a leggere un libro senza sapere bene cosa aspettarsi.

Si sono sentite voci su voci riguardo a questa autobiografia di Mark Lanegan e visto che, a mio parere, ha une delle voce più belle ed intense del pianeta ho dovuto recuperarla e leggerla in lingua originale. Operazione forse un po’ faticosa ma ogni tanto utile e, nel caso, anche coinvolgente. Elimino subito il dubbio: il cantante di Ellensburg qui ha buttato fuori l’immondizia. Questo è un libro che nonostante il celestino della copertina è nero come la pece.

I pochi spiragli di luce che emergono sembrano quasi buchi fatti con un ago ipodermico su un foglio scuro, la luce filtra ma è rada e puntiforme. Se pensate di scoprire qui il fervore che induce un giovane a cantare, se ritenete che si tratti dell’arte come forza catartica, se credete che parli dell’adrenalina che ti sale in gola in quei 5 minuti che precedono l’ascesa sul palco o della gioia che ti scoppia in petto quando senti il pubblico che applaude o canta un tuo brano, qui troverete ben poco. I pochi spiragli sono dati dalla prima serata passata dal nostro con Lee Conner quando nacquero gli Screaming Trees, l’amicizia con Dylan Carlson, Kurt Cobain, Layne Staley e Josh Homme, lo scazzo duro con Noel Gallagher e le poche pagine finali dedicate alla timida risalita dopo aver toccato il fondo. Poco altro.

Il resto è il fondo del pozzo, il resto è l’ondulare del pendolo. Il pessimo rapporto con la madre, gli amici che ti muoiono attorno come fili d’erba recisi dalla vita, un gruppo musicale che prima di tutto è un modo per scappare di casa, l’impossibilità di un rapporto solido con una ragazza e poi, ovviamente, l’eroina. La vita assurda del tossico in tour, i salti mortali per continuare a farsi, i rapporti con la malavita, la discesa negli inferi e l’annichilimento di qualsiasi legame, vendersi tutto per mantenere la propria abitudine alla droga pesante. Questi sono i reali protagonisti di questo libro, anche se ha un lieto fine e Mark (fortunatamente) è ancora qui, ringraziando la signora Love ed il suo programma di riabilitazione per artisti.

Per chiunque dubiti del reale interesse di questi argomenti risponderei, per citare lo stesso cantante, It’s time to grew the fuck up. Non si può amare l’arte del cantante e ignorarne la vita ed il percorso. Certo ogni cosa si può fare ma, visto che ha scelto di condividere con il pubblico le sue vicende, ignorarle sarebbe quantomeno superficiale.

Non ne esce un bel quadro per Mark. Scontroso, cinico, ombroso e scostante, per fagli dei complimenti, sicuramente instabile e a tratti impazzito. Il libro è schietto e crudo, una rasoiata di scabra realtà tumefatta e a tratti svuotata di calore. Un’immersione negli inferi senza abbellimenti o concessioni. Non so perché spesso mi ha fatto pensare a Pasolini, al fatto che la sua scuola fosse quella di coloro che dovevano provare ad ogni costo lo squallore sulla loro pelle per poter esprimere la propria arte. Magari solo io posso venirmene fuori con un’ associazione del genere. Eppure spesso leggere questo libro equivale a conficcarsi a forza la realtà negli occhi, una realtà dolorosa e degradante.

Non fatevi illusioni dunque, leggete a vostro rischio e pericolo, consapevoli però del fatto che, se amate la voce e le canzoni dell’autore di Blues Funeral, questo libro vi prenderà e vi costringerà ad essere letto, anche con una certa avidità.

Coriky

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Ian Mackaye, Amy Farina, Joe Lally. Questo scritto potrebbe benissimo finire qui. Non sarebbe nemmeno il caso di parlare di chi sono, la musica che fanno è una cosa che ognuno dovrebbe prendersi il piacere di scoprire da solo. Soprattutto se ha nel cuore uno spazio vacante fatto a forma di Fugazi.

A frugare nei ricordi c’è sicuramente uno dei più bei concerti cui io abbia mai assistito: quello dei quattro al Leoncavallo nel 1999, quando, con 5000 miserrime lire, potevi assistere a uno di quegli eventi davvero in grado di cambiarti la vita. Suonare per un’ora e mezza allora era ancora poco (ora si contano sulle dita di una mano quelli che superano questo limite), loro suonarono due ore, forse due ore e mezza. Entravi con un walkman tentando di registrare tutto, ma l’atmosfera che si respirava veniva riportata su nastro in maniera assolutamente troppo riduttiva. Poi più tardi furono loro stessi a rendere scaricabile quello storico concerto come molti altri della loro carriera infinita.

Un passato ingombrante dunque, con il quale i due superstiti e la compagna del chitarrista devono forzatamente fare i conti, ma sapete cosa? Lo fanno con una naturalezza disarmante, senza ansie e senza arroganza. Quando nel loro spazio bandcamp ho visto scritto “They hope to play live” mi sono chiesto: ma davvero esiste qualcuno, nei circuiti underground, che non gli stenderebbe un tappeto rosso davanti? Io li farei suonare a casa mia se potessi e comunque è bellissimo che qualcuno con una siffatta carriera alle spalle scriva una cosa del genere, senza falsa modestia.

Quello che mi colpisce sempre dei personaggi legati ai Fugazi e alla Dischord in generale è la loro semplicità ed umiltà: potrebbero tirarsela a non finire invece sono come li vedi, persone normali, anche se hanno fatto la storia della musica, ridefinendo la parola indipendenza e, allo stesso tempo, vendendo delle buone quantità di dischi senza rinunciare all’integrità che li contraddistingue da sempre. Se sentite il Sig. MacKaye parlare nel documentario “Sonic Highways” di David Grohl (che prima di essere nei Nivana e nei Foo Fioghters era il batterista degli Scream, storica band HC di Washington) sembra di sentir parlare il tuo vicino di casa, se non fosse per gli argomenti.

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Coriky (fonte Bandcamp)

I Coriky sono senza abbelimenti, come la figura su Bandcamp che ritrae tre cerchi uno tale e quale, uno col cappello e l’altro coi capelli lunghi, eppure quando li ascolti, sembra che la magia di quel mondo sia tornata come un fiume in piena. Non possono prescindere dal passato dei due superstiti e sicuramente non guardano tutti dall’alto al basso. Alcune variazioni risultano sufficienti a dare un’identità di spessore a questa nuova creatura. Ovviamente per la maggior parte sono opera di Amy Farina che introduce la sua visione dello strumento percussivo, maggiormente aperto e meno quadrato se volete di quello di Mr. Canty e soprattutto la sua voce che si accosta a quella di Ian e Joe, fa quasi strano sentire una voce femminile ma si incastra alla perfezione. E poi composizioni che funzionano e rimangono in testa, senza essere invasive, dei suoni  scevri da iperproduzioni e postproduzioni, di una naturalezza quasi disarmante che però risultano pieni e corposi fino a riempire l’aria.

Finalmente un disco che punta sulla musica, che pone in primo piano gli strumenti e chi li suona, le composizioni e l’amalgama che unisce tutto questo. Non ne trovate molti altri in giro ed è di diritto una delle cose più belle sentite negli ultimi anni. Per molto tempo è stata disponibile solo “Clean Kill” e l’ho ascoltata a ripetizione vedendo la data di rilascio allontanarsi man mano che la pandemia avanzava, ma ora finalmente il momento è giunto, abbandonate gli indugi e questa pagina, una bella avventura sonora vi aspetta qui.

Tredicesimo arcano

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13 è il titolo del disco della reunion dei Black Sabbath, 13 maggio 1970 è la data di uscita del primo album del gruppo e il 13 torna ancora perché il 13 settembre del 1980 usciva quel capolavoro che risponde al nome di “Blizzard of Ozz”. Quasi 40 anni. Oggi tutti parlano dell’ultimo disco di Ozzy ed io voglio spendere invece due parole sul primo. Del ritorno del Madman si è già scritto tanto, le fazioni si sono divise, si sono sprecate le parole. Ma io non l’ho ascoltato, lo farò con calma se ne avrò l’occasione, non mi sfiora l’ansia di doverlo fare. Blizzard però rimane, ad oggi, uno dei miei dischi preferiti in senso assoluto.

E “senso” è proprio una delle parole che mi tornano in mente più spesso pensando ai primi due dischi del principe delle tenebre, perché è successo spesso che mi gettassi tra le braccia di questi due lavori nei momenti di maggiore sconforto, quando sentivo spegnersi una speranza, quando, in qualche modo, sentivo spezzarsi qualcosa dentro. Bastano due o tre canzoni per ricordarmi perché sono vivo e cosa significa esserlo.In pratica servono a farmi sentire vivo di nuovo e non credo sia poco.Inoltre quando sento suonare Randy Rhoads spesso mi commuovo. Potrebbe succedere, ed in effetti succede, con mille altri musicisti o cantanti, però Randy che suona è sempre un’emozione speciale, qualcosa che stento a descrivere a parole, qualcosa che mi è impossibile rendere compiutamente agli altri.

Potrebbe essere la suggestione per la fine prematura e tragica del giovane chitarrista, probabilmente c’è anche questa componente, tuttavia quello che importa è come mi fa sentire. Perché non sto parlando oggettivamente della musica contenuta nel disco, ne sto parlando soggettivamente e, rimarco, in modo fieramente soggettivo. In anni ho sentito mille critiche ai primi due dischi di Ozzy e lui stesso (sarebbe meglio dire la sua manager) quando fece risuonare le linee di basso e batteria di sicuro non ha smorzato la cosa, ma onestamente chissenefrega se l’intro di tastiera di “Mr. Crowley” ha un suono anni ottanta ai limiti del pacchiano, se esistono brani e leggeri che possono passare per riempitivi some “No bone movies” e “Little dolls” (“In diary of a madman”), oppure se sembra che lo stesso cantante non abbia scritto una parola dei testi… potete trovare mille difetti a questi due dischi e per me saranno sempre perfetti. Impermeabili a tutto, un po’ come quell’amico a cui concedete dei comportamenti che normalmente disapprovereste talmente è grande la vostra amicizia nei suoi riguardi.

Il disco si apre con un suono che non ho mai saputo meglio descrivere, non so esattamente cosa sia ma, complici i cartoni animati giapponesi dei quali abusavo in infanzia, ho sempre pensato che fosse il suono di un’astronave in arrivo. Quando parte “I don’t know” invece lo so benissimo cos’è successo: è partito un disco ed insieme ad esso sono partiti ricordi, sensazioni e pelle d’oca. Parte razionale, parte emotiva, tutto fuso assieme. Per i successivi 40 minuti è solo magia. Magia di un piccolo Chitarrista che quasi scompariva dietro la sua Les Paul bianca ma che poi usciva 30 volte più grande, mostrando la sua vera statura, da quei Marshall bianchi che lo contraddistinguevano. Un vero Gigante. Magia di un cantante con un timbro assolutamente unico (e checcazzo anche ineguagliato, nonostante tutto) dall’indole assolutamente folle, instabile e completamente fuori di testa. E diciamo anche che la sezione ritmica Kerslake/Daisley offre una prestazione assolutamente all’altezza dei due fuoriclasse di cui sopra… tanto che sia Bordin che Trujillo (assolutamente non i primi venuti) dichiarano tutto il loro disagio nel dover ri-registrare le parti nel 2001.

E poi possiamo parlare dei riff selvaggi ed immortali di “Suicide solution” (dedicata a Bon Scott, a quanto pare), dell’esoterica magia di “Mr. Crowley” nella quale gli assoli di RR sembrano squarciare l’aria con una grazia ultraterrena e terremotante al tempo stesso, dell’irruenza incontenibile dell’attacco di “Steal away (the night)” nella quale mi si ferma il cuore ogni volta che Ozzy canta “run away with me tonight”, della cupa riflessione di “Mother Earth”, della struggente “Dee” dedicata da Randy alla madre (purtroppo anch’essa passata a miglior vita in tempi recenti), di “Goodbye to romance” che in condizioni normali troverei trascurabile e sin troppo sentimentale e invece finisce sempre per farmi pensare agli amici che ho perso lungo la strada e alle ragazze cui ho voluto bene come un nostalgico cuore tenero qualsiasi, di “No bone movies” che giustamente regala un attimo di pausa allegra e della Bonus track emersa tempo dopo “You looking at me, looking at you” che apporta altra vita al disco. Ah, c’è anche “Crazy train” ma che ve ne parlo a fare? Perchè nonostante alcune volte le tematiche siano cupe o tristi ho sempre pensato, lo confesso, che “Blizzard” sia un disco assolutamente solare. Ha l’energia della vita e la vastità dell’orizzonte.

Il tredicesimo arcano, come molti già sapranno, è La Morte. È l’arcano della trasformazione e non ha necessariamente un significato negativo. Dai Black sabbath alla sua carriera solista il cambiamento è stato fortissimo, tutt’altro che indolore, ma a giudicare dal risultato, ne valeva la pena.

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La Morte (Bonifacio Bembo)-Wikipedia

A proposito di morte, per introdurre “Diary of a madman” del quale parlerò in un futuro ancora indefinito, magari l’anno prossimo visto l’anniversario, sappiate che questa è la canzone che voglio al mio funerale:

 

 

L’incarnazione del rock’n’roll!

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A chiunque si facesse ancora domande su cosa significhi suonare rock’n’roll consieglierei ad occhi chiusi di andarsi a vedere un concerto dei Mondo Generator. Stiamo parlando di un signore che, alla soglia dei 50 anni, dopo aver fatto parte di uno dei gruppi rock più influenti degli anni ’90 (e anche di uno dei migliori dei duemila anche se abbastanza decaduto dal suo abbandono in poi) si prende ancora il disturbo di attraversare l’atlantico con due musicisti molto più giovani per suonare in locali piccolissimi davanti a un centinaio di puzzoni che sbraitano, sudano e si menano.

Non solo fa questo: lo fa con una convinzione  che provoca un immediato distaccamento della mascella per lo stupore. Certe persone sono solamente da ammirare, non c’è altro.

Nick Olivieri sta lì a pochi centimetri e non ti sembra vero che sia ancora lì a schiacciare quelle corde spesse a sudare e sbraitare, dopo una vita on the road costellata di episodi dei più disparati, tra alti e bassi, tour mondiali e guai con la legge. Il suo è davvero uno spirito indomito. E, soprattutto, rock’n’roll al 100%, questo è indubitabile.

Siamo al blah blah di Torino per seguire il suo progetto solista  che, nonostante tutto, continua a portare avanti insieme mille altri impegni e collaborazioni (in questo lui e John Garcia si fanno concorrenza): un gruppo dalla classica formazione a tre dove Nick si occupa anche di cantare. Ci sono un paio di lavori nuovi al banchetto più quelli a col nome del nostro e la copertina di Luca Solomacello a titolo “No hits at all”. Proprio questo titolo mi fa riflettere, nel senso che Nick sta più in alto delle hit, dei successi facili, degli ammiccamenti alla scena principale come fa Josh Homme, che ha trasformato i Queens of the stone age in un gruppetto per hipster senza spina dorsale. Lui la spina dorsale ce l’ha ed è dritta e solida come una roccia della mesa.

Si può dire che i Mondo Generator siano un po’ la summa di tutto quello che è stato Nick musicalmente parlando: dal rock del deserto dei Kyuss al rock robotico dei QOTSA al punk dei Dwarves, il tutto reso con un un piglio adrenalinico, se non proprio amfetamnico. Salgono sul palco inaspettatamente presto, pescando dal repertorio del loro leader (tra le altre spiccano “Allen’s Wrench” e “Green Machine” dei Kyuss, “Millionaire” e “No One Knows” dei QOTSA) e da brani nuovi e vecchi dei dischi usciti a loro nome.

L’esibizione mi fa tornare in mente i vecchi tempi: niente fronzoli, niente gruppi spalla, poche luci, ogni tanto un po’ di fumo al ghiaccio secco e soprattutto tanta, tanta, tanta sostanza. È così che dovrebbe essere un concerto! Tre persone che suonano con un tiro che ti stende senza complimenti, il pubblico a tratti ammutolito ed a tratti selvaggio. Mike Amster spazza via tutto con un drumming potentissimo: non lo avevo mai visto suonare ma sembra Efesto che mena metallo incandescente nella sua fucina nelle viscere dell’Etna, l’altro Mike (Pygmie alla chitarra) si sente a suo agio a misurarsi con il fantasma di Homme (del resto anche lo stesso Homme è il fantasma di se stesso) nella sua maglietta dei Bongzilla. Nick alterna momenti forsennati ed altri da consumato frontman lanciando occhiate che fulminano tutti con lampi metallici. Funziona tutto dannatamente bene. Il coinvolgimento è massimo da parte di tutti e alla fine tutti respirano una gran ventata di soddisfazione. Salutare come l’aria fresca dopo mesi di aria condizionata.

C’è ancora un gran bisogno di tutto questo. C’è bisogno di autenticità e esaltazione, di adrenalina ed energia. In tempi di auto-tune e suoni preimpostati, di musica innaturale ed artefatta, nei locali raccolti ed intimi, al riparo dall’appiattimento generale, c’è gente che ancora resiste, che ancora non è doma, che ancora non si arrende alle tentazioni comode di omologazione e azzeramento. La risposta è negli amplificatori e che si senta forte e chiara, com’è successo l’altra sera.

Bello il Blah Blah… altro che certi locali da fighetti che ci sono a Milano che staccano la spina nel mezzo del concerto. Anche l’atmosfera naif e rustica del locale ha reso il concerto speciale! È stata una bella scoperta, anche se piccolissimo ha veramente lo spirto giusto, molto alla mano, pagando tributo all’arte di arrangiarsi. In generale a Torino ci sono dei bellissimi locali, peccato per i pochi concerti di mio interesse che ci arrivano… Sia gloria al Blah Blah, allo Spazio 211, all’ Hiroshima Mon Amour, allo United (esiste ancora?) all’ El Paso e così via, vi porto nel cuore!

Let there be more drone

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Parlare di un concerto è qualcosa di estremamente difficile. Limitarsi alla fredda cronaca, come direbbe un famoso anarchico foggiano, è tutto sommato sterile. Fare le pulci al gruppo per gli errori di esecuzione tutto sommato non dice molto di quello che è effettivamente successo sul palco. Cercare di descrivere le proprie emozioni e renderne partecipe chi legge forse è una chiave di lettura sensata, almeno per chi, come me, considera la musica soprattutto dal punto di vista emotivo. Non sarà maturo, non sarà obbiettivo, ma credo che ridurre la musica ad un algoritmo valutativo sia triste, oltre che ridicolo.

Mi viene sempre in mente Lester Bangs ed il suo amore incondizionato per “Metal music machine” un disco di Lou Reed che in molti non si sono mai spiegati, le schiere di sostenitori di “Earth 2” (con il quale i nostri sono strettamente imparentati) e così via. La musica è soprattutto soggettività, anche se diventa difficile non dire che certe proposte musicali attuali facciano oggettivamente ribrezzo. Per fortuna non sono qui per parlare di questo e, in generale, non vorrei parlarne mai.

Sono qui per parlare del concerto dei Sunn 0))) di domenica scorsa al live club di Trezzo sull’ Adda. Sono qui per dire che sono state due ore circa speciali, intense e dannatamente pesanti, musicalmente parlando. Ho assistito ormai in diverse occasioni alle esibizioni del duo (per la verità domenica sera erano in cinque sul palco) O’Malley/Anderson e questa è stata quasi una prova di resistenza. Si arriva al termine ed è quasi come svegliarsi da un sogno, in alcuni momenti opprimente, in altri liberatorio: una sorta di suggestione onirica, una trance indotta per via auditiva che trascende la dimensione strettamente reale. In altre occasioni hanno saputo essere, per quanto possibile, più leggeri allentando la tensione con gli interventi vocali Di Attila Csihar, con inserimenti di altri strumenti, allentando maggiormente la presa.

Il concerto di domenica è stato un megalite sonoro punteggiato da flebili inserti di tastiera e interrotto solo da un suggestivo intermezzo di trobone, durante il quale hanno fatto irruzione dei molestissimi fotografi che oggettivamente hanno rovinato abbastanza l’ atmosfera del momento. Per il resto è stato puro drone, senza troppi compromessi immerso nella solita, impenetrabile, coltre di fumo al ghiaccio secco. È mia ferma convinzione che non seguano nemmeno uno schema preciso, salgono sul palco con una vaga scaletta ma alla fine quello che suonano è totalmente improvvisato e sai che per due ore sarai meravogliosamente ottenebrato da quell’invasione greve ai condotti uditivi. Questa volta è stato anche introdotto un basso, del quale è francamente difficile valutare l’effettivo apporto, forse non ha nemmeno senso farlo. Non c’è molto altro da aggiungere. Occorreva semplicemente essere presenti.

Personalmente mi sono accorto di preferire nettamente la versione strumentale: con tutto l’affetto che provo per Attila Csihar, per me è meglio senza di lui: distoglie l’attenzione da quella che è la vera essenza dell’ evento: l’adorazione massima del dio-valvola. La prossima liturgia avrà luogo in un tempo ancora indefinito, nel frattempo ho ancora nelle orecchie le loro bordate e negli occhi, oltre alle loro ombre ed al fumo, anche il Sig. Anderson che passa la sua immancabile bottiglia di vino alla prima fila.

Ps: Non mi sono dimenticato dei The Secret in apertura, ottima eccellenza italiana che finisce sempre piuttosto in disparte sulla stampa specializzata. Purtroppo i suoni pessimi hanno penalizzato molto la loro esibizione. È un peccato avere nei patrii confini delle eccellenze e togliere loro valore in questo modo. Il fatto che nel nostro paese sia la norma, non solo a livello musicale, non rappresenta affatto una scusante.

 

Dal vivo

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Aver perso la recente data milanese dei Godspeed you! Black Emperor (o ovunque abbiano deciso di mettere il punto esclamativo) mi è dispiaciuto: purtroppo a volte dopo un lunedì lavorativo farsi, tra andata e ritorno, tre ore di auto con la prospettiva di un intera settimana ancora davanti non aiuta a decidere positivamente. Avevo già avuto due occasioni di vederli dal vivo e restare coinvolto dalla loro grandissima forza corale, dal loro strenuo continuum sonoro che dal vivo si esalta oltremisura. Mancata l’occasione ne colgo un’ altra per mettere su queste pagine qualche considerazione sui gruppi che vanno assolutamente visti dal vivo. In molti casi ben poco di quello che potete sentire su disco sarà in grado di rendere un’ idea di quello che vi aspetta in sede di concerto. Con questi gruppi infatti, ciò che hanno dato alle stampe lambisce appena le emozioni che sono in grado di suscitare nel momento in cui salgono sul palco.

Einstürzende Neubauten: Un bel giorno arriva il momento nel quale uno fa finta di suonare la batteria con  le pentole, l’abbiamo fatto tutti. Ma l’arte suprema del Signor Bargeld e soci sta nel portare tutto ad un livello sublime utilizzando letteralmente qualsiasi cosa come strumento a percussione, facendo suonare saldatori e molle, tubi di plastica ed aria compressa, inventandosi letteralmente gli strumenti in officina e creandogli attorno una proposta musicale che funziona con tanto di cantato in tedesco. Basta ed avanza a far crollare la mandibola… solo che poi si finisce per chiedersi come porteranno tutto questo dal vivo. Io sinceramente mi aspettavo di rimanere deluso: nemmeno per idea. E’ la loro dimensione congeniale, fanno tutto come e meglio che su disco, con una naturalezza disarmante. Su tutti svetta Blixa: quando urla ti fa rizzare peli che nemmeno sapevi di avere, ma il resto del gruppo segue a ruota con una resa sonora che ha dello stupefacente se consideriamo quello che suonano: il palco è una ferramenta ricoperta da microfoni in ogni dove. Forse su disco non si apprezzano altrettanto bene perché non si ha un’idea effettiva di cosa facciano mentre suonano, mentre dal vivo è tutto lì davanti ai tuoi occhi esterrefatti: incredibile. Catturano la tua attenzione come gli sarebbe impossibile fare su disco e suonano come degli dei.

Si vocifera di un nuovo disco nel 2020, speriamo ne segua un tour!

 

Zu: Anche su di loro mi sono già sperticato in lodi più volte, probabilmente (anche per questioni di comodità) sono il gruppo che ho visto più volte dal vivo in senso assoluto e quindi posso ben dirmi esperto delle loro esibizioni live. Già in studio hanno dato più volte prova della loro maestria, dal vivo risultano esplosivi, sia che si esibiscano da soli che in compagnia (negli anni li abbiamo visti con Mike Patton, Joe Lally ed altri) la loro proposta musicale diventa una scheggia impazzita che finisce per afferrarti i sensi e farti concentrare su quell’amalgama assoluta di suoni. Assolutamente da vedere, adesso che è tornato anche Jacopo Battaglia alla batteria e si è aggiunta una chitarra non ci sono scuse che tengano: Nell’ultimo concerto a Torino dissero, usando un francesismo, che non avrebbero più suonato “Carboniferous” perché si sono rotti il cazzo: speriamo che questo implichi nuovo materiale presto…

Godspeed you! Black emperor : L’ ensamble canadese rappresenta la supremazia assoluta della musica: minime concessioni ai singoli strumentisti e impatto corale debordante. Si muovono in sordina entrano sul palco trafelati e silenziosi come ombre e dal silenzio parte la loro progressione sonora senza eguali. Il termine “progressivo” è forse quello che li descrive meglio, ma nella sua definizione originale che poco ha a che fare con l’idea che ci si è fatti di questo termine per definire un genere  negli anni ’70. Pulite lo schermo da idee preconcette i GY!BE le trascendono con una naturalezza impressionante, la loro progressione significa proprio partire dal silenzio per arrivare ad un estasi sonora con pochi eguali nella scena attuale, tanto che vedendoli dal vivo (e azzardando un paragone) la cosa che mi sembra più vicina a loro potrebbe essere il “Bolero” di Ravel traslitterato secondo una decodificazione moderna, elettrica e appassionata:  un crescendo travolgente di emozioni.

Una componente aggiuntiva notevole è inoltre quella visiva: in particolare in una occasione si portarono dietro un proiezionista che mandava spezzoni di film in 8mm come farebbe un dj con la musica, avendo a disposizione diversi proiettori. A un certo punto cominciò ad aggiungere effetti (lenti), filtri, a far bruciare la pellicola creando un’atmosfera assolutamente unica.

 

Sunn O))): Qui siamo all’apoteosi, al punto che uno finisce per comprare i vinili per dare supporto al progetto, li ascolta anche, ma da quando li ha visti dal vivo, sa che nulla è in grado di eguagliare quell’esperienza unica, quel momento estetico di creazione di realtà parallele senza spazio e tempo. Le luci, il fumo, le vibrazioni, l’ aura di un concerto dei Sunn O))) non possono essere riportate su supporto fisico. Occorre esserci e perdersi. Visti nelle situazioni più incredibili (in carcere a Torino, nel labirinto in Emilia, in un cinema di Losanna) ogni volta è un viaggio, ogni volta una scoperta. La prima volta a Bologna c’era di che essere sconvolti, solo in due sul palco produssero una tale ventata sonora che occorreva aggrapparsi per stare fermi, con tutti gli organi interni in vibrazione… Potrei stare qui per ore a parlarne e comunque non riuscirei a rendere l’idea. Il prossimo gennaio saranno a Trezzo, un po’ di delusione per il locale, fin troppo convenzionale, però ho già i biglietti in tasca.

N.B.: Ho lasciato fuori gruppi assolutamente meritevoli come Neurosis, Tool, High On Fire, Melvins etc… non perché vederli dal vivo non sia intenso o emozionante, ma perché non mi ha spiazzato così tanto rispetto a sentirli su disco (a parte l’aspetto visivo degli show dei primi due che è assolutamente notevole), qui ci sono gruppi che dal vivo assumono una statura tale che è quasi inimmaginabile sentendoli su disco.

Il futuro della musica II

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chelsea
Deranged for rock’n’roll

Se mi avessero chiesto una quindicina di anni fa quali gruppi avessero in mano il futuro della musica, avrei risposto senza esitazioni: Neurosis, Tool e Converge. Mi fa piacere che oggi quei gruppi siano ancora in relativa buona salute. Solo che, nel frattempo, Tool e Neurosis sono diventati gruppi dalle tempistiche mastodontiche, un po’ per narcisismo e un po’ per necessità e non si intravvedono in esse i margini di evoluzione del suono che sembravano esserci un tempo. Circa i Converge, godono di buona salute devo dire, “The dusk in us” è un disco che tiene altissimo lo standard qualitativo dei loro lavori. Con qualche momento di stanchezza relativa nella loro discografia (chi ha detto “No heroes”?) e qualche distrazione di troppo di Kurt Ballou, impegnatissimo sul fronte produzione, sono forse quelli che hanno retto meglio il passare degli anni.

Ma oggi, sinceramente, cosa tiene viva la musica? Si fa prima a dire cosa la ammazza: i maledetti talent show, la maledetta mania del tutto e subito di porcherie come spotify, i concerti faraonici dal prezzo impopolare ed ingiusto: cose come queste. Io mi sento braccato da queste cose, ma non mi hanno ancora preso. E resisterò fino alla morte.

Poi in un mese escono tre dischi come l’ultimo dei Tool, “Free” di Iggy Pop e “Birth of violence” di Chelsea Wolfe. Non può che essere un segno che non sono solo nella mia battaglia. Sul primo posso accettare obiezioni, e qualcuna è venuta in mente anche a me, sugli altri due no.

Lo sapevo che ascoltare un brano in anteprima su you tube sarebbe stata una mossa sbagliata, infatti con le altre anteprime ho resistito. Ma era talmente tale tanta l’attesa di lasciare entrare nelle orecchie qualcosa di nuovo firmato da CW che per liberarmi della tentazione ho dovuto cedere. Ero già consapevole dell’errore: “The mother road” non mi fece una bella impressione, invece ascoltata su disco mi ha ammaliato, per un attimo ho quasi pensato che Siouxsie si fosse appropriata del microfono, e da lì in poi è stata solo adorazione per questa fantastica artista californiana che ben difficilmente si fa cogliere in fallo con lavori che siano anche solo meno che coinvolgenti.

Un disco intimo ed intimistico. L’ho ascoltato per la prima volta nell’isolazione di un abitacolo, col sole che giocava a fare l’ effetto serra per farlo sbocciare meglio. In autostrada e stanco dopo una giornata di lavoro. Mi ha tenuto sveglio ed attento pur cullandomi. Perché, in questo lavoro, è questo che fa Chelsea: da una parte ti avvolge e ti riscalda con poche note acustiche e con la sua voce meravigliosa e, quando hai abbassato la guardia, inietta il ghiaccio nelle tue vene, l’inquetudine nell’anima, il buio nei pensieri.

Nonostante questo, ti fa sentire maledettamente vivo: allontana la solitudine con un soffio di grazia inaudita. Senza nascondere la realtà, getta un ponte in direzione dell’ascoltatore, offre una possibilità di salvezza nella condivisione. Almeno questa è la sensazione che ne ho ricavato fin’ora perchè mancano ancora svariati ascolti per cogliere quest’ opera in modo maggiormente compiuto. Mi manca di addentrarmi meglio nei testi, di scorgere i dettagli sonori sfuggiti e mi manca di far germogliare le canzoni con attenzione amorevole negli organi sensoriali.

Comunque appare assolutamente chiaro che chi riesce ad evocare tale sensazioni, chi riesce a dipingere scenari musicali di una tale intensità ha in mano il futuro della musica. E non si può fare a meno di volerle bene.