I gruppi musicali degni di venerazione

Dal vivo

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Aver perso la recente data milanese dei Godspeed you! Black Emperor (o ovunque abbiano deciso di mettere il punto esclamativo) mi è dispiaciuto: purtroppo a volte dopo un lunedì lavorativo farsi, tra andata e ritorno, tre ore di auto con la prospettiva di un intera settimana ancora davanti non aiuta a decidere positivamente. Avevo già avuto due occasioni di vederli dal vivo e restare coinvolto dalla loro grandissima forza corale, dal loro strenuo continuum sonoro che dal vivo si esalta oltremisura. Mancata l’occasione ne colgo un’ altra per mettere su queste pagine qualche considerazione sui gruppi che vanno assolutamente visti dal vivo. In molti casi ben poco di quello che potete sentire su disco sarà in grado di rendere un’ idea di quello che vi aspetta in sede di concerto. Con questi gruppi infatti, ciò che hanno dato alle stampe lambisce appena le emozioni che sono in grado di suscitare nel momento in cui salgono sul palco.

Einstürzende Neubauten: Un bel giorno arriva il momento nel quale uno fa finta di suonare la batteria con  le pentole, l’abbiamo fatto tutti. Ma l’arte suprema del Signor Bargeld e soci sta nel portare tutto ad un livello sublime utilizzando letteralmente qualsiasi cosa come strumento a percussione, facendo suonare saldatori e molle, tubi di plastica ed aria compressa, inventandosi letteralmente gli strumenti in officina e creandogli attorno una proposta musicale che funziona con tanto di cantato in tedesco. Basta ed avanza a far crollare la mandibola… solo che poi si finisce per chiedersi come porteranno tutto questo dal vivo. Io sinceramente mi aspettavo di rimanere deluso: nemmeno per idea. E’ la loro dimensione congeniale, fanno tutto come e meglio che su disco, con una naturalezza disarmante. Su tutti svetta Blixa: quando urla ti fa rizzare peli che nemmeno sapevi di avere, ma il resto del gruppo segue a ruota con una resa sonora che ha dello stupefacente se consideriamo quello che suonano: il palco è una ferramenta ricoperta da microfoni in ogni dove. Forse su disco non si apprezzano altrettanto bene perché non si ha un’idea effettiva di cosa facciano mentre suonano, mentre dal vivo è tutto lì davanti ai tuoi occhi esterrefatti: incredibile. Catturano la tua attenzione come gli sarebbe impossibile fare su disco e suonano come degli dei.

Si vocifera di un nuovo disco nel 2020, speriamo ne segua un tour!

 

Zu: Anche su di loro mi sono già sperticato in lodi più volte, probabilmente (anche per questioni di comodità) sono il gruppo che ho visto più volte dal vivo in senso assoluto e quindi posso ben dirmi esperto delle loro esibizioni live. Già in studio hanno dato più volte prova della loro maestria, dal vivo risultano esplosivi, sia che si esibiscano da soli che in compagnia (negli anni li abbiamo visti con Mike Patton, Joe Lally ed altri) la loro proposta musicale diventa una scheggia impazzita che finisce per afferrarti i sensi e farti concentrare su quell’amalgama assoluta di suoni. Assolutamente da vedere, adesso che è tornato anche Jacopo Battaglia alla batteria e si è aggiunta una chitarra non ci sono scuse che tengano: Nell’ultimo concerto a Torino dissero, usando un francesismo, che non avrebbero più suonato “Carboniferous” perché si sono rotti il cazzo: speriamo che questo implichi nuovo materiale presto…

Godspeed you! Black emperor : L’ ensamble canadese rappresenta la supremazia assoluta della musica: minime concessioni ai singoli strumentisti e impatto corale debordante. Si muovono in sordina entrano sul palco trafelati e silenziosi come ombre e dal silenzio parte la loro progressione sonora senza eguali. Il termine “progressivo” è forse quello che li descrive meglio, ma nella sua definizione originale che poco ha a che fare con l’idea che ci si è fatti di questo termine per definire un genere  negli anni ’70. Pulite lo schermo da idee preconcette i GY!BE le trascendono con una naturalezza impressionante, la loro progressione significa proprio partire dal silenzio per arrivare ad un estasi sonora con pochi eguali nella scena attuale, tanto che vedendoli dal vivo (e azzardando un paragone) la cosa che mi sembra più vicina a loro potrebbe essere il “Bolero” di Ravel traslitterato secondo una decodificazione moderna, elettrica e appassionata:  un crescendo travolgente di emozioni.

Una componente aggiuntiva notevole è inoltre quella visiva: in particolare in una occasione si portarono dietro un proiezionista che mandava spezzoni di film in 8mm come farebbe un dj con la musica, avendo a disposizione diversi proiettori. A un certo punto cominciò ad aggiungere effetti (lenti), filtri, a far bruciare la pellicola creando un’atmosfera assolutamente unica.

 

Sunn O))): Qui siamo all’apoteosi, al punto che uno finisce per comprare i vinili per dare supporto al progetto, li ascolta anche, ma da quando li ha visti dal vivo, sa che nulla è in grado di eguagliare quell’esperienza unica, quel momento estetico di creazione di realtà parallele senza spazio e tempo. Le luci, il fumo, le vibrazioni, l’ aura di un concerto dei Sunn O))) non possono essere riportate su supporto fisico. Occorre esserci e perdersi. Visti nelle situazioni più incredibili (in carcere a Torino, nel labirinto in Emilia, in un cinema di Losanna) ogni volta è un viaggio, ogni volta una scoperta. La prima volta a Bologna c’era di che essere sconvolti, solo in due sul palco produssero una tale ventata sonora che occorreva aggrapparsi per stare fermi, con tutti gli organi interni in vibrazione… Potrei stare qui per ore a parlarne e comunque non riuscirei a rendere l’idea. Il prossimo gennaio saranno a Trezzo, un po’ di delusione per il locale, fin troppo convenzionale, però ho già i biglietti in tasca.

N.B.: Ho lasciato fuori gruppi assolutamente meritevoli come Neurosis, Tool, High On Fire, Melvins etc… non perché vederli dal vivo non sia intenso o emozionante, ma perché non mi ha spiazzato così tanto rispetto a sentirli su disco (a parte l’aspetto visivo degli show dei primi due che è assolutamente notevole), qui ci sono gruppi che dal vivo assumono una statura tale che è quasi inimmaginabile sentendoli su disco.

Il futuro della musica II

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chelsea
Deranged for rock’n’roll

Se mi avessero chiesto una quindicina di anni fa quali gruppi avessero in mano il futuro della musica, avrei risposto senza esitazioni: Neurosis, Tool e Converge. Mi fa piacere che oggi quei gruppi siano ancora in relativa buona salute. Solo che, nel frattempo, Tool e Neurosis sono diventati gruppi dalle tempistiche mastodontiche, un po’ per narcisismo e un po’ per necessità e non si intravvedono in esse i margini di evoluzione del suono che sembravano esserci un tempo. Circa i Converge, godono di buona salute devo dire, “The dusk in us” è un disco che tiene altissimo lo standard qualitativo dei loro lavori. Con qualche momento di stanchezza relativa nella loro discografia (chi ha detto “No heroes”?) e qualche distrazione di troppo di Kurt Ballou, impegnatissimo sul fronte produzione, sono forse quelli che hanno retto meglio il passare degli anni.

Ma oggi, sinceramente, cosa tiene viva la musica? Si fa prima a dire cosa la ammazza: i maledetti talent show, la maledetta mania del tutto e subito di porcherie come spotify, i concerti faraonici dal prezzo impopolare ed ingiusto: cose come queste. Io mi sento braccato da queste cose, ma non mi hanno ancora preso. E resisterò fino alla morte.

Poi in un mese escono tre dischi come l’ultimo dei Tool, “Free” di Iggy Pop e “Birth of violence” di Chelsea Wolfe. Non può che essere un segno che non sono solo nella mia battaglia. Sul primo posso accettare obiezioni, e qualcuna è venuta in mente anche a me, sugli altri due no.

Lo sapevo che ascoltare un brano in anteprima su you tube sarebbe stata una mossa sbagliata, infatti con le altre anteprime ho resistito. Ma era talmente tale tanta l’attesa di lasciare entrare nelle orecchie qualcosa di nuovo firmato da CW che per liberarmi della tentazione ho dovuto cedere. Ero già consapevole dell’errore: “The mother road” non mi fece una bella impressione, invece ascoltata su disco mi ha ammaliato, per un attimo ho quasi pensato che Siouxsie si fosse appropriata del microfono, e da lì in poi è stata solo adorazione per questa fantastica artista californiana che ben difficilmente si fa cogliere in fallo con lavori che siano anche solo meno che coinvolgenti.

Un disco intimo ed intimistico. L’ho ascoltato per la prima volta nell’isolazione di un abitacolo, col sole che giocava a fare l’ effetto serra per farlo sbocciare meglio. In autostrada e stanco dopo una giornata di lavoro. Mi ha tenuto sveglio ed attento pur cullandomi. Perché, in questo lavoro, è questo che fa Chelsea: da una parte ti avvolge e ti riscalda con poche note acustiche e con la sua voce meravigliosa e, quando hai abbassato la guardia, inietta il ghiaccio nelle tue vene, l’inquetudine nell’anima, il buio nei pensieri.

Nonostante questo, ti fa sentire maledettamente vivo: allontana la solitudine con un soffio di grazia inaudita. Senza nascondere la realtà, getta un ponte in direzione dell’ascoltatore, offre una possibilità di salvezza nella condivisione. Almeno questa è la sensazione che ne ho ricavato fin’ora perchè mancano ancora svariati ascolti per cogliere quest’ opera in modo maggiormente compiuto. Mi manca di addentrarmi meglio nei testi, di scorgere i dettagli sonori sfuggiti e mi manca di far germogliare le canzoni con attenzione amorevole negli organi sensoriali.

Comunque appare assolutamente chiaro che chi riesce ad evocare tale sensazioni, chi riesce a dipingere scenari musicali di una tale intensità ha in mano il futuro della musica. E non si può fare a meno di volerle bene.

Il futuro della musica I

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Si può dire quello che si vuole della iconica figura dell’ Iguana di Detrot, James Osterberg, tranne che a 72 anni rappresenti il passato della musica. L’ ultimo disco uscito a suo nome è di pochi giorni fa e si intitola “Free”. Libero. Non esiste un altro artista dal percorso uguale al suo. Non esiste nessun altro cantante che possa dire di aver esporato così tanti aspetti del suo io. Dalla veemenza incontrollata ed incontrollabile degli esordi alla fuga creativa berlinese, dal rock’n’roll fisico e possente di dischi come “Instict” alla ricercatezza di “Avenue B”.

Senza menzionare aspetti non propriamente legati alla musica come le collaborazioni con Jim Jarmusch (esilarante il ruolo in “Dead man”, quasi surreale il dialogo con Tom Waits in “Coffee and cigarettes”: una cosa che avresti pagato parecchio per poter vedere dal vivo oppure nel recente “I morti non muoiono”), senza tralasciare “Restare vivi” una sorta di toccante esperimento cinematografico con lo scrittore Michel Houllenbecq circa il male di vivere.

L’Iguana è vivo, lunga vita all’Iguana, L’Iguana è libero, libertà per l’Iguana.

Il ricordo personale che ho legato a Iggy è senz’altro il concerto gratuito al parco della pellerina a Torino nel 2004. Un parco pieno a dismisura. Prima degli apriprista Dirty Americans, dei quali non credo qualcuno si ricordi ancora, parte la versione di Hurt di Johnny Cash e nonostante il marasma, rimango pietrificato ad ascoltarla in un misto di stupore e reverenza, visto che probabilmente ero l’unico a non sapere che l’avesse rifatta (credo che lo stesso Trent Reznor espresse sentimenti simili circa il rifacimento). Poi, giustamente introdotti da “Kick out the jams” (calciate fuori le inibizioni!), entrano Mike Watt (che ancora sembrava frastornato nel sostituire lo sfortunato Dave Alexander al basso), i due fratelli Asheton e Iggy. Un’ora circa di delirio ed estasi. Moltissimi estratti dall’omonimo primo album, da “Fun house”, nessuno da “Raw Power”(!!!) e qualcosa da “Skull ring”… ma al centro della scena un 57enne (allora) che salta, corre e finisce inesorabilmente per “scoparsi” una montagna di amplificatori, nonstante la convalescenza per un’operazione all’anca che lo rendeva ancora un po’ claudicante. Animale da palco, artista allo sbando, rocker per antonomasia. Molte altre cose che è difficile esprimere a parole. Iggy ha suonato e collaborato con chiunque e, tutto sommato, è rimasto sempre un artista vicino al suo pubblico e autentico.

“Post pop depression” doveva forse essere il suo ultimo disco, un lavoro misinterpretato dai più che si aspettavano fuoco e fiamme dalla collaborazione con Josh Homme: decisamente un artista, quest’ultimo, che sta vivendo una stagione poco felice dal punto di vista artistico, nonostante sia osannato da un certo pubblico alternativo ma massificato che probabilmente lo avrebbe fatto inorridire una ventina di anni fa. Eppure ne uscì un bell’album che invece di pescare nella furia grezza degli Stooges (cosa che i più si aspettavano), si rifaceva esplicitamente (un titolo come “German days” dovrebbe essere sufficientemente eloquente per tutti) al periodo della felice unione artistca con David Bowie riuscendo nel difficile compito di rianimarne lo spirito. “Free” è diverso: non pesca dal passato ma getta uno sguardo sereno e fresco sul presente, sul fatto che, dopo una vita dedita al rock, il nostro si è sgravato dai fantasmi e si libera nell’etere come un fiato di tromba, come un urlo o come un vibrare di corda… come qualcosa che spicca il volo. Per sua stessa ammissione è un disco non cercato: l’artista l’ha “lasciato succedere” grazie alla collaborazione con nuovi musicisti (Leron Thomas e Noveller) che hanno offerto un ulteriore cambio di prospettiva. Tutto in questo disco sembra molto disinibito e  leggero, anche quando il discorso si fa elevato declamando Dylan Thomas. Un’opera risucita e scevra da ancoraggi gravitazionali. Ancora un’ altra sfumatura iridescente della lucida pelle di rettile dell’Iguana.

Sette volte sette

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ep
Una bella immagine di un eptagramma: fa tanto esoteria e simbolo del tutto

Le domande più frequenti sul nuovo disco dei Tool.

  1. Ma davvero costa 100/90/80€? Sì, si tratta di una versione particolare con tanto di schermo, altoparlanti, presa USB etc.
  2. Non esiste una versione normale? Al momento solo download… se abbia senso spendere tutti quei soldi non lo so, dal momento che l’ho scaricato su amazon music e non so cosa offra l’edizione limitata. In quella in download ci sono dei brani in più ma sono strumentali-interludi come poteva essere “ions(-)” per dirne una.
  3. Com’è? La domanda del secolo. E’ un buon disco ci sono delle bellissime composizioni, se ci si aspetta chissà quali evoluzioni, forse si rimane delusi. La qualità è comunque alta e i testi, per quello che si intuisce, meritano.
  4. Valeva la pena aspettare tutto questo tempo? No. Nel senso che se uno pensa che dal 2006 siano stati lì a cercare chissà quali soluzioni si sbaglia. Hanno palesemente fatto altro (si vedano anche tutti i progetti collaterali, il vino, gli effetti speciali e le cause in tribunale). Le soluzioni nuove ci sono: il cantato ha un approccio decisamente diverso dal passato, ed emerge una complessità nelle strutture decisamente interessante, ma non ci sono voluti 13 anni solo per questo.
  5. Hanno ancora qualcosa da dimostrare? No. Anche qui, ormai sono uno di quei gruppi che ha già ampliamente dimostrato il suo valore in passato. Adesso incidono quello che vogliono quando vogliono e non si fanno più nessun problema, secondo me. Se li odiate per il loro elitarismo, per quanto sono lenti a far uscire i loro dischi, per il modo scostante di fare che hanno con i loro fan è un problema vostro. Io questo “Fear Inoculum” me lo tengo stretto e spero di essere ancora vivo per il prossimo.
  6. Ma non sono dei meri derivati dei King Crimson sotto spoglie moderne? Basta, cheppalle. Può darsi che sia anche vero ma questa considerazione mi annoia oltremisura, io li ascolto anche i King Crimson e gli tributo il dovuto rispetto ed è innegabile che magari i filosofi greci abbiano detto certe cose prima di Nietzsche, però io mi trovo meglio e mi rispecchio nella versione moderna, se volete farmene una colpa accomodatevi pure. Ma basta continuare a rilevarlo.
  7. Danny Carey è extraterrestre? Sì. E gioca coi numeri su un altro pianeta.

Gruppi ai cui concerti non vorresti assistere e concerti che vedresti all’infinito

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Negli anni novanta esisteva una formazione milanese che si vantava, probabilmente essendo nel giusto, di essere tra i pionieri del thrash metal in Italia. Tale formazione aveva un chitarrista che era facile incontrare, nel ruolo di intortatore, in un altrimenti mitologico negozio di dischi sotto il Duomo a Milano. Il “Maryposa” era (ed è!) un posto fantastico (sono onorato di citarlo nelle mie umili pagine): i due commessi storici, che credo ci siano ancora, erano competenti e simpatici… perché volessero servirsi di un simile individuo mi è oscuro. Saccente ed insistente, ostenta il suo successo locale e cerca di propinarti i dischi che piacciono a lui, se non proprio quelli del suo gruppo. Non succede solo questo:

Evento n. 1: Concerto dei Metallica allo stadio delle alpi (To) nel ’92: un’occasione fantastica, gruppi enormi nel bill (Voivod, The Cult, Suicidal Tendencies e, incredibilmente Megadeth che paiono aver fatto pace con il gruppo di punta). Notizia spiacevole: I Voivod danno forfait… e a sostituirli il suddetto gruppo milanese. Dopo una mezz’oretta di scimmiottamenti ai Pantera la loro esibizione finisce e, più tardi, hanno pure l’ardire di pubblicare un EP con la registrazione del concerto e alcune foto che li ritraggiono immersi in un bagno di folla evidentemente non intervenuta per loro. Va bene.

Evento n.2: Negli anni ’90 al parco Acquatica di Milano si svolgeva un grosso festival chiamato Sonoria (sono sicuro di due edizioni, ma potrebbero anche essere state tre o quattro), di solito aveva lo sgradevole, almeno per il sottoscritto, vizio di mettere insieme gruppi che non c’entravano nulla ma un anno propone un programma di tutto rispetto: Pardise Lost, Rollins Band, Danzig, Primus, Faith no more. Se non che il giorno stesso (internet era un miraggio e l’organizzazione italiana di certi eventi ha sempre lasciato a desiderare) si apprende che Danzig e Primus danno forfait e… indovinate un po’ chi prende il loro posto? Ma certo! La suddetta band milanese e Paul Weller (PAUL WELLER?!?!?!?).

Innanzitutto su biglietti campeggiava la scritta: “in caso di rinuncia di uno dei gruppi, la sostituzione avverrà con un gruppo di pari livello”… che fate, prendete in giro la gente?! E poi chissà perché sempre lo stesso gruppo chiamato a tappare i buchi. Misteri sepolti nel tempo.

Misteri che continuano anche oggi, nel giro di pochi mesi mi sorbisco due volte un gruppo nei cui componenti milita qualcuno coinvolto con la grafica di taluni manifesti dei concerti, fortunatamente l’altra sera arrivo in ritardo e me li risparmio.

Scusate, sono un sonicopatico e divento di pessimo umore (tra l’imbufalito e il nevrotico) se devo sorbirmi musica che detesto… non che normalmente sia una persona solare e di ottimo umore, chiaramente. Tuttavia è incredibile come, nonostante proprio non ti piaccia la loro proposta musicale, certi gruppi ti risaltino fuori solo perché qualcuno li ritenga simili ai tuoi gusti musicali. Credo sia lo stessa ragione per cui gli algoritmi dei social falliscono spesso inesorabilmente.

Fortunatamente un valido motivo per sorbirsi certi gruppi c’è: il gruppo principale della serata, ovviamente. Nel caso dello scorso venerdì sera i Neurosis. ho fatto pochissime foto, un po’ per l’assenza di memoria nella scheda della fotocamera un po’ perché, una volta tanto, mi sono goduto il concerto. Credo che sia circa (?) la quarta volta che li vedo e non deludono mai. Sono uno dei pochi gruppi in grado di trasportarti in una dimensione parallela con una energia intrinseca tale da ammutolire. Mi ricordo un paio d’anni fa, dopo 10 minuti ritrovarsi a pensare che avevano già polverizzato tutto quello che ti era capitato di vedere quell’anno. Questa volta si fanno ben pagare (35 sudatissimi euro) e sono supportati, oltre che dai suddetti, anche dagli Yob che non faccio parimenti in tempo a seguire. Stare qui a fare la telecronaca del concerto è inutile, posso solo dare un consiglio, per quel che può valere: andateli a vedere, fatevi questo piacere.

Dall’apertura affidata a “A sun that never sets” a quando Scott Kelly se ne esce zoppicando vistosamente (!) sono coesi, concreti ed incredibilmente intensi. Ecco: se non avete idea di cosa sia un concerto intenso, vado sul sicuro a consigliarvi una loro performance. Nonostante da più parti li accusino di un certo immobilismo creativo, di avere delle tempistiche da pachiderma per dischi e tour (vengono in Italia senza un disco da promuovere…) non stateli a sentire: non sono più dei giovincelli, hanno lavori e famiglie cui badare (lo stesso Scott è una specie di patriarca), abitano in diversi stati e tutto questo ne limita l’azione, ma quando si riuniscono su un palco è pura magia. P1020587

 

All’inferno (e ritorno)

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Poco tempo ha ho rivisto “Mediterraneo” e se nel 1991 o giù di lì mi piacque, nel 2019 ho pensato che il film di Salvatores oscar come miglior film straniero fosse invecchiato davvero male. Fa ancora più male pensare che vinse il premio lasciando a bocca asciutta un’opera di valore assoluto come “Lanterne rosse” che non vinse nulla. Per quanto possa valere un Oscar.

Alla fine del film mi colpì la frase “dedicato a tutti quelli che stanno scappando” al termine dei titoli di coda. Personalmente invece dedicherei qualcosa a tutti quelli che hanno il coraggio di tornare. E’ una tematica che mi ricorre spesso ultimamente e non ultima durante la lettura delle memorie di Lol Torhurst dei The Cure.

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Leggere biografie di componenti (o di gruppi) che ammiro è uno sport che pratico spesso. Parlo di sport perché questo mi sembra piuttosto che lettura propriamente intesa. Tra un romanzo ed un altro mi immergo nella lettura di libri che narrano della vita di alcuni dei miei eroi musicali. Quella con i The Cure è una storia che dura da lunghissimo tempo, forse dai primi anni delle superiori, quando ancora giravano le cassette. Il loro concerto, nel tour di “Wish”, fu uno dei primi che vidi non ancora ventenne: una piccola avventura al palasport di Torino, quando a causa di “ondate di folla”, caddi tra i piedi del pubblico e probabilmente non mi sarei più rialzato se qualcuno non mi avesse notato e mi avesse fatto spazio. Un’ esperienza che mi sarei aspettato di fare ai concerti di musica violenta più che a un loro concerto.

Comunque sapevo (e forse so) poco di loro, quindi il libro di Tolhurst è stato una bella esperienza consumata nel giro di un paio di settimane. A parte la parte sugli esordi ed un simpatico aneddoto sul nostro che piscia su una gamba di Billy Idol quando ancora era nei Generation X, narra dei suoi trascorsi nel gruppo e dei suoi problemi personali che lo hanno portato a rompere col gruppo prima dell’uscita di quel capolavoro che risponde al nome di “Disintegration”.

C’era di mezzo l’alcolismo, certo, forse anche l’abuso di sostanze, può darsi. Ma aveva dentro qualcosa che ha dovuto affrontare e che lo ha fatto deragliare in malo modo. Sono demoni che qualcuno di noi si porta dentro e che, ad un certo punto dobbiamo fronteggiare, demoni che possono far perdere il lume della ragione, demoni che spesso fanno in modo che distruggiamo tutto (o quasi) quel che ci circonda. Soprattutto le persone che più ci stanno a cuore. Una perdita di lucidità inaudita, della quale non siamo consapevoli, o comunque non abbastanza. Come spesso non siamo altresì consapevoli che si tratta di una fase, tragica a volte, che però è destinata, prima o poi, a finire.

La crisi può essere lunga, i ragionamenti estenuanti, gli sforzi tremendi. Ma nessuna crisi dura per sempre, sia che abbia una risoluzione tragica oppure no.

E se un giorno ci si sveglia senza quel macigno sul petto, se si riesce a vincere quella guerra coi propri demoni, non è una cosa da poco. Se, oltre a questo, si riesce  guardarsi indietro e fare ammenda o semplicemente trovare la pace con chi è stato coinvolto (o travolto) è un atto degno di ammirazione, comunque la si voglia vedere.

Tolhurst è riuscito a fare pace con Smith, hanno anche suonato ancora insieme. É solo una delle tante storie del genere che conosco e che, di solito, finiscono bene. Vale comunque la pena provarci, vale comunque la pena di non lasciare irrisolto il proprio passato. Una sorta di guarigione, anche spirituale. Ed è una delle (poche) cose per le quali vado fiero di me stesso.

Devo aver già scritto qualcosa su quanto significa per me questa canzone, comunque son due settimane che ascolto The Cure a ripetizione… e non capita spesso.

Hai sentito le bombe che cadono?

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Ecco, io amo profondamente “Crazy love” perché ha in se stessa il suono delle bombe che cadono. Un precipitare cupo e disperato. Anche se si tratta di un sentimento positivo, eppure forse pericoloso, forse irrealizzabile, forse eccessivo. Ti mette in allarme perché ti sta per cadere addosso qualcosa che ti travolgerà, che accelererà il tuo battito cardiaco, che ti sconvolgerà fino a farti impazzire, fino a farti desiderare di non vivere più senza di esso. Sono concetti già trattati, parole già spese e forse ridondanti eppure mi ipnotizzano, mi scavano dentro e mi lasciano esposti i nervi, le sensazioni, mi lasciano piacevolmente vulnerabile, pronto ad essere sconvolto ancora una volta.

Dopo verrà la paura, dopo verranno i pensieri, dopo verranno le conseguenze. Verranno ma, per una volta, verranno dopo. Verranno quando la canzone finisce, quando l’idillio si spezzerà, quando riaprirai gli occhi e ridiventerai il te stesso quotidiano, quello forzato ad affrontare la vita di ogni giorno. Tuttavia per quei pochi istanti, in quella successione di note, a causa di quella flebile voce hai sognato di essere travolto ed è stato estasiante come staccarsi dalla realtà, come distruggere le sterili abitudini ed essere al di sopra di tutto. Volteggiare eterei, come la musica e perdersi in essa come in un sentimento meraviglioso. Crazy Love.

cw

Era nel bellissimo”Abyss” e, dopo il parimenti meritevole “Hiss Spun” del 2017, secondo la sua pagina Facebook, la settimana prossima esce il nuovo disco di Chelsea Wolfe. Un’altra bomba che sta per cadermi addosso… e sono felice.