I gruppi musicali degni di venerazione

Torino e i negozi di dischi

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Ma che bella città!

Se abiti in Piemonte, prima o poi da Torino ci devi passare. Io ci arrivai con la musica, prima che fisicamente, nel senso che uno dei primi gruppi cui rivolsi l’attenzione furono i Negazione che a Torino ci sono nati e cresciuti. Non riuscendo a trovare i loro dischi, raccattai l’indirizzo di Marco Mathieu (forza Marco!) credo su HM e gli scrissi. Con mia grande meraviglia mi rispose di suo pugno e mi disse di imboscare i soldi in una lettera che i dischi me li avrebbe spediti lui. Ci rimasi di sasso, nella mia ingenuità gli scrissi anche due parole sulla mia vita privata e lui mi fece pure gli auguri per la scuola. Dopo un bel po’ di tempo i dischi arrivarono e fu subito amore per “Lo spirito continua”. Emblematicamente la canzone in cui mi rispecchiavo di più era “Niente” quella scritta da un giovane Roberto Farano che prende il tram da mirafiori e passa in rassegna tutto il panorama della città senza trovare niente su cui posare lo sguardo, niente che fa per lui. Io ero uguale, non mi rispecchiavo in nulla, mi sembrava che niente facesse per me e, molto spesso, è così ancora oggi.

Torino non era e non è certo Milano. Il suo carattere austero, la sua aura industriale e dura come un metallo temprato si percepiscono da subito. Ma col tempo si ammorbidisce e mostra il suo lato migliore, ha un carattere diffidente richiede tempo per entrare nelle sue logiche ma poi ti fa sentire a casa. Non ha il cuore in mano, ma ce l’ha. Non ha la madonnina bensì una stella sulla punta della mole, probabilmente è anche meglio.

Quando ci arrivai da universitario, per me era un mondo nuovo. Il mio sguardo, al contrario di quello di Tax, si perdeva dappertutto, le mie energie si disperdevano in mille direzioni, quasi mai in direzione del Politecnico. Non che avessi trovato la mia dimensione, su quella ho molti dubbi tutt’ora, ma avevo molte più strade da esplorare. Come quando andavo di nascosto alle lezioni di Vattimo a Palazzo nuovo (una volta mi interrogò pure), oppure quando uscivamo la sera guardandoci sempre le spalle a vicenda da bravi provinciali con la strizza incorporata, o magari tentavo la fortuna a titanici concerti come quelli dei Cure nel ’92 al palasport, dei Metallica al Delle Alpi o degli U2 durante il tour di Zooropa (quella sera chiamarono pure Agnelli al telefono). Molto più inevitabile fu gettarsi a capofitto nei negozi di dischi di allora nella ex-capitale d’Italia e, visto che è un settore pesantemente in crisi al quale tengo molto, con questo post continua la rassegna dei negozi di dischi che furono, perché quei luoghi meritano di essere ricordati.

Posto senza nome nel sottopasso di porta nuova: La memoria mi tradisce in quanto non sono più in grado di ricordarmi il nome del posto ma fatalmente, essendo vicino alla stazione, era il primo posto che ti saltava agli occhi. Era ottimo soprattutto perché aveva tantissime offerte riguardanti i dischi storici, chessò i dischi dei Black Sabbath in CD li ho presi lì e a dei prezzi stracciati. Era un buggigattolo ma strapieno di roba in offerta con anche dei cofanetti e delle edizioni ultra-economiche, una sezione poster e le vetrine (che erano la vera rovina del passante) lungo tutto il sottopasso: alla fine ti aspettava il negozio, come un ragno attende la preda nascosto alla fine della ragnatela.

Bancarelle varie: Questa è una bella e caratteristica modalità tutta torinese di vendere libri e dischi usati. Se ne trovavano in diversi posti. Mi ricordo soprattutto nei portici vicino a palazzo nuovo (queste credo ci siano ancora), in quelli vicino alla stazione di porta nuova e porta susa, proprio vicino a quest’ultima c’era la “Bancarella del Gorilla” forse quella più fornita del lotto e con gli articoli in condizioni migliori. Oggi molto di quello spirito si ritrova in Materiale Resistente negozio multimediale sempre in via Po.

Pagan Moon: Il nome potrebbe già dire tutto, vedi Sound Cave a Milano, Helvete a Oslo e via discorrendo. Se non ricordo male era sito in via San Massimo e gestito da un ragazzo costantemente rasato a zero. C’era anche una piccola etichetta indipendente correlata: tutto ovviamente incentrato sull’occulto e sul Black Metal, il ragazzo veniva anche al Babylonia con una bancarella in occasione dei concerti a lui musicalmente più affini, con buon assortimento anche di roba decisamente underground, anche se nulla di paragonabile all’omologo milanese per assortimento, si difendeva abbastanza.

Vero vinile: Impossibile ricordarsi la zona dov’era ubicato ma era leggermente decentrato. Specializzato in hardcore punk, ci si trovavano dei bei vinili tra cui anche dei pezzi da collezione. Atmosfera di sincero cameratismo. Non so se sia ancora attivo.

Zona vendita del CS El Paso: Per chi non lo sapesse l’ El Paso è il centro sociale n.1 di Torino almeno per quanto concerne il punk. È un ex- asilo ed è anche il più fantasioso artisticamente parlando tra murales e sculture post- industriali, negli anni si sono succeduti tantissimi concerti ed eventi culturali. C’era una sezione particolare con CD e Libri autoprodotti, tutta roba che difficilmente si trova in giro e rigorosamente fuori dai circuiti ufficiali.

Maschio:  Storico negozio in piazza castello, chiuso da anni, di dischi e strumenti musicali, sembrava un po’ analogo alla Ricordi di Milano, salvo che non apparteneva a nessuna catena era un negozio a se stante ed è stato uno dei primi negozi nei quali ho messo piede trovandoci “Collection 1” dei Misfits, gruppo che non ero mai riuscito a reperire a Biella. Da quel momento partì il risparmio volto al completamento della discografia, mi vennero gli occhi a cuoricino immediati…

Videomusic: Altro negozio storico di via Po che ha segnato il passo ormai da qualche anno. Specializzato in merchandising, ci si trovavano tranquillamente anche dischi, CD, VHS, DVD. Era bellissimo perché aveva della cianfrusaglia veramente originale e stravagante, oltre alle classiche magliette, toppe etc. Ci feci un salto la prima volta con un amico che frequentava filosofia, restammo inebriati dall’incenso e finimmo i soldi che avrebbero dovuto bastarci per una settimana. Penso avessero un tipo di incenso particolarmente interessante.

Rock and Folk: La storia dei negozi di dischi di Torino passa necessariamente da Via Bogino, perpendicolare di via Po. Niente da fare, rock and folk nonostante gli anni rimane il capostipite dei negozi di dischi di Torino, con le sue caratteristiche buste con dentro le fotocopie delle copertine dei CD. I dischi più impensabili li ho trovati qui nel corso del tempo. Ottimamente forniti, forse per evitare la crisi hanno cominciato a tenere anche action figures e cianfrusaglie varie, ma se passate da Torino e cercate un disco è il primo posto da visitare.

Il faccione di Frank Zappa da sempre capeggia nell’insegna di Rock and folk

Una storia d’amore: il Maryposa* Duomo e i negozi di dischi nella Milano anni ’90.

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Tanto per restare in tema di Milano e d’ammore

Ricordi che sfrecciano come treni su una tratta prestabilita, incuranti di spazio e tempo, si muovono in due direzioni andata e ritorno. Come un ideale ponte che copre in un istante un lasso di trent’anni. I treni sono diventati peggiori, invece che migliorare. Il tempo ha smussato gli angoli ma ha privato ogni cosa della appagante intensità che aveva un tempo. Milano negli anni ’90 era bellissima ai miei occhi: un turbine in continuo movimento, un’ebrezza di possibilità che non avevo mai avuto, un contenitore di stimoli che non si erano mai palesati. Andarci era un pellegrinaggio spirituale da perpetrarsi ogni fine settimana. Su tutti tre loghi del cuore: Brera, il Castello sforzesco e la zona di via Torino-Porta ticinese.

Brera spero che non perda mai il suo fascino, i suoi soffitti alti, i gessi per quanto sfregiati, l’orto botanico, le aule e gli anfratti per giovani amanti. La pinacoteca al piano superiore che sembra sovrastare l’accademia come una sorta di motto: Per Aspera, ad Astra. Del Castello ricordo meglio le panchine esterne e le ore spese allontanando il mondo: come a guardarlo da un binocolo al contrario e quella volta che esposero dentro un quadro attribuito da Federico Zeri a Antonello Da Messina. Via Torino all’epoca non era mondana come ora: passato il primo tratto c’erano i capannelli di ragazzi alle colonne di San Lorenzo, l’austera Sant’Eustorgio, la fiera di Sinigallia e porta Ticinese. Un’atmosfera quasi irreale ed io che ci galleggio dentro intontito dai miei stessi sentimenti al punto di non essere quasi per nulla disturbato dal caotico andamento che forse sarebbe la prima cosa che oggi non sopporterei e che allo stato odierno mi tiene lontano dalle spire del biscione.

Questa lunga introduzione per proseguire nel viaggio attraverso i negozi di dischi. Perché alla fine, andando a Milano tutti i sabati, era fatale che spendessi un sacco di soldi in dischi che dalle mie parti ero ben lungi dal poter pensare di reperire. La pandemia ha portato via un quarto luogo del cuore di Milano, il Maryposa Duomo. Se per coloro che mi precedevano di qualche anno il punto di riferimento era il Transex (altro posto leggendario) io ci andai solo di striscio prima che finisse per chiudere, e poi fu quasi solo Maryposa.

Busta del negozio con il nuovo logo e tre CD acquistati da loro

Prima però di parlare del Maryposa, vorrei fare un breve escursus nei negozi di dischi attivi nella città meneghina negli anni ’90:

Sound Cave: Attivo ancora oggi tramite mail order (non credo che il negozio fisico esista ancora). Era un buggigattolo vicino a porta ticinese, praticamente una sorta di replica italiana del leggendario Helvete di Oslo. Legato a doppio filo con l’etichetta Avantgarde music (quelli che hanno avuto a che fare con i Katatonia, Ulver e Ophtalamia per dire) era la patria della frangia più estrema del metal (Black e Death soprattutto, ma non solo): quando aprivi la porta venivi investito da un urlo preistorico a 1000 watt e cominciava la festa. Dentro era tutto un fiorire di etichette indipendenti e misconosciute, fanzine, edizioni limitate e quant’altro. Ammesso che riuscissi a farti sentire, i commessi erano assolutamente folkloristici e competenti: era anche un interscambio di informazioni tra i fan e tra le band. Forse oggi avrebbe poco senso con internet, ma all’epoca rappresentava una risorsa davvero preziosa.

Supporti Fonografici: Posto di fronte a Sant’Eustorgio era specializzato in musica alternativa, con un campionario interessante e ben fornito. Non ci acquistai molto ma ricordo di aver preso lì i miei primi dischi degli Einstürzende Neubauten, nello specifico un’edizione fantastica, doppio CD, di Strategien gegen architektur II: basta e avanza per ricordarselo.

Negozietto di cui non mi ricordo il nome: Anch’esso sito di fronte a Sant’Eustorgio era un po’ la continuazione del Transex (o di Videomusic di Torino, città a cui dedicherò un post più avanti) più improntato sul merchandising che sui dischi, abbigliamento “alternativo”, magliette, toppe, piercing, tinte stravaganti e chincaglieria varia soprattutto. Non era raro scovarci anche qualche bel disco. Aveva degli orari che non sono mai riuscito a memorizzare.

Zabrinskie point: a proposito di negozi che non si capisce bene quando siano aperti, Zabrinskie point era l’esempio perfetto: specializzato in punk HC, dovevi scovarlo ed il 90% delle volte era chiuso. In  anni non sono mai riuscito a capire come diavolo funzionasse…

Ma veniamo al Maryposa. Su segnalazione di Metalskunk vengo a sapere che il negozio ha chiuso più o meno nel periodo del primo lockdown che, evidentemente, dopo l’avvento del supporto digitale prima e dello streaming poi gli ha dato il colpo finale.  Non dico che sia stato come perdere un amico… ma quasi. Anche se non lo frequentavo da anni, sapere che c’era e sapere che se avessi fatto una puntata a Milano sarei potuto passare mi faceva sopportare di più l’idea di doverci andare. Negli anni novanta, durante i miei pellegrinaggi, era una tappa fissa. Si trovava nelle gallerie della metro sotto al duomo, lo trovavi subito se scendevi alla scala a lato della cattedrale dalla parte che punta verso San Babila. Forse secondo solo al Soundcave come ristrettezza delle dimensioni aveva i caratteristici espositori chiusi a chiave per i CD e i vinili messi dalla parte opposta (all’epoca se ne producevano comunque pochi) nella parte in fondo libri VHS e DVD, qualche gadget qui e lì. C’era un’ottima sezione di offerte e c’era anche un’aggiornata bacheca con le prevendite dei concerti: era piccolo ma c’era tutto insomma. Il vero valore aggiunto però erano i due commessi Dario e Valerio, il primo un appassionato di death metal dall’aspetto sobrio e austero che poi si stemperava con delle battute e degli ammiccamenti, il secondo un ragazzo dimesso, un po’ timido, che aveva una gran passione per la musica alternativa: nella memoria ho l’immagine sua con la felpa grigia dei Nine Inch Nails e la scritta “Now I am nothing” che penso renda bene l’idea.

Un punto di ritrovo, luogo di aggregazione e interscambio un po’ meno estremo e underground di Sound Cave ma per questo più inclusivo e meno settoriale, oltre al fatto che, trovandosi in una zona molto più frequentata ci andasse molta più gente “esterni” compresi, come il sottoscritto. Ovviamente non mi ricordo tutti i dischi comprati lì, alcuni casi però mi sono rimasti impressi tipo “World demise” degli Obituary o “Roots” dei Sepultura (tutti e due in edizione cartonata e limitata e tengo a precisare che, a scanso di equivoci, mi piacciono tutt’ora e per me sono grandissimi dischi). “Welcome to sky valley” dei Kyuss che, visto il fallimento della loro precedente etichetta ed il passaggio all’ Elektra, ci impiegò un’eternità ad uscire tanto che l’avevo ordinato in tre posti differenti (ovviamente amo il gruppo alla follia) e alla fine finì per prenderlo nel primo posto che ne avesse delle copie fisiche (il Maryposa appunto) e dovetti improvvisare delle scuse con gli altri del tipo me l’hanno regalato, sono rimasto chiuso nell’autolavaggio, ho le papille gustative interrotte etc…

Poi ci sono quegli acquisti legati a momenti particolari: mi ricordo soprattutto di “Sleep’s holy mountain” avvenuto in un momento in cui la vecchia magia era svanita ed i pellegrinaggi a Milano erano un ricordo assai doloroso, ci capitai e feci un giro nei vecchi luoghi: una pugnalata. Quando arrivai a pagare, forse fu un’impressione ma l’espressione di Dario fu una cosa tipo “mi ricordo chi sei e so anche che cosa stai passando” arraffai il disco e uscii, sapendo che per un bel periodo non ci avrei fatto ritorno. Inutile dire che adorai il disco nonostante le circostanze, comunque quella non fu l’ultima volta: dentro a quel negozio o nei suoi pressi successero tante altre cose, ma nulla fu più come prima e mi mancò non andarci con regolarità per un lungo periodo: una fase della vita si stava chiudendo ed era il caso di prenderne atto.

In tempi recenti però ogni volta che capitavo in città e ne avevo possibilità facevo un salto, quando fu passata più o meno la nottata. Ovviamente c’era sempre un retrogusto nostalgico, ma finalmente apprezzai il posto per quello che era: un negozio di dischi, di quelli dove comunque ti senti a casa. Un posto legato a doppio filo con la mia storia personale che potrà anche chiudere, patire una sorte avversa senza che tutti quelli che ne hanno usufruito e si sono sentiti a casa sotto terra, nel suo perimetro, ci possano fare nulla ma che ha influito in maniera importante nella mia formazione di musicofilo e di persona.

In definitiva un posto indelebilmente impresso nei ricordi e con un posto speciale in essi. Per il resto per riprendere la tematica ferroviaria iniziale Il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va… e non vedo un granché di nuovo in questo.

Mica pensavate che avrei messo l’originale eh?

L’ultimo disco acquistato fu “Been caught buttering” dei Pungent Stench, quello con la foto di Joel Peter Witkins in copertina: una cosa di tutto rispetto e che fece sorridere Dario, anche se non una chiusura col botto.

*Io mi ricordo della dicitura con la “y”: nel logo nuovo, quello senza farfalla e con le fiamme, c’è una “i”: ho preferito la versione dettata dalla mia memoria.

Cosa starà facendo?

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Non chiedetemi per quale motivo ma Roberto “Tax” Farano ha sempre suscitato in me e nel mio compare di avventura e concerti un fascino particolare. Certo era il chitarrista dei Negazione, aveva un volto che abbiamo sempre considerato particolarissimo, girava il mondo in furgoni scalcagnati, era vissuto in una Torino aspra, quella a cavallo tra i settanta e gli ottanta… ma non era solo questo. Avevamo preso anche a storpiarne il nome (ci perdoni) in qualcosa di onomatopeico che suonava circa come “tazfarrein” o “tazzefarrein” (pronunciato rigorosamente al rallentatore) e spesso c’era un ritornello che si ripresentava: “chissà cosa starà facendo tazfarrein?”. Non che volessimo fare gli stalker o altro, semplicemente in certi momenti finivamo col chiederci dove potesse essere e cosa stesse facendo, così senza motivo: saltava fuori la domanda e basta.

A forza di chiedercelo un paio di volte la nostra curiosità è stata soddisfatta: abbiamo avuto l’onore di incontrarlo in maniera del tutto fortuita. La prima volta all’ auditorium RAI di Torino per il concerto del tour di “Lament” degli Einstürzende Neubauten: non potevamo credere che ci fosse passato davanti e soprattutto non potevamo non salutarlo. L’Oltranzista pretese di lavarsi le mani prima di andare a stringergliele! Fu una cosa che ci fece un enorme piacere e sperammo di non averlo infastidito più di tanto.  La seconda volta ad un concerto di MGZ all’ Hirosgima Mon Amour. MGZ è un nostro eroe da sempre e come non ricordare in questa sede delle hit fantastiche come “Muovete le manine”, “Sempre più veloce”, “Sopravvivo senza un motivo” o “La belva del condominio”? Ma a parte questo ero ben consapevole che fosse in contatto con tazfarrein visto che al mio primo concerto in assoluto dei Negazione (e della vita) al “2” di Cigliano sul palco c’era anche lui che protestava vistosamente perché qualcuno gli aveva rubato la coda. oltre al fatto che, naturalmente, sono collaboratori di lunga data.

Ebbene, a distanza di pochi mesi, rieccolo li, al bancone dell’ Hiroshima, questa volta ci vede lui e ci saluta e noi restiamo quasi di sasso. Avevamo smosso delle energie cosmiche con il mostro tormentone? Resterà un mistero ma qualcosa ci fa sperare di avere dei poteri sovrannaturali.

Tutto questo per dire che Area Pirata ha ristampato “Voglio di più”, secondo lavoro degli Angeli. Chiedersi “chi sono gli Angeli” è come chiedersi “Cosa starà facendo tazfarrein” dopo i Negazione e la collaborazione con i Fluxus (assieme all’altro transfuga Marco Mathieu a cui va sempre un pensiero di speranza e forza) che aveva prodotto il bellissimo “Non Esistere” cosa poteva mai fare? Creare un nuovo gruppo e questi sono gli Angeli.

Nati dalla collaborazione con Massimino Ferrusi (e Marco Conti al basso), diedero alle stampe il primo album intitolato come il nome del gruppo e cantato in massima parte in inglese. Il tocco del nostro è sempre pienamente presente, il suo suono di chitarra si impone subito all’attenzione, ma le sfumature sono più varie che in passato e Farano sfodera una bella voce abrasiva in contrasto con lo stile urlato di Zazzo Sassola che aveva caratterizzato i Negazione e anche con il timbro particolare di Franz Goria nei Fluxus. Ne risulta una miscela interessante che non rinnega le proprie origini HC ma aggiunge delle componenti in più che troveranno una forma compiuta nel secondo lavoro, quello oggetto di ristampa.

Rilasciato all’ inizio del ’99 dopo aver chiamato Luca Marzello in qualità di bassista, ritorna al cantato in italiano ed inizialmente lascia un minimo spaesati: i testi sembrano ingenui e fin troppo naif e quasi incastrati a forza nelle metriche delle canzoni. Dopo alcuni ascolti però, una volta abituati alla madrelingua, il disco mostra appieno il suo valore.  E allora la soddisfazione prende corpo nell’ascoltare l’impatto iniziale della canzone che dà il titolo al disco, l’assalto esplosivo di “Vivo”, la melodia di “Con le mie scuse”, lo sconfinamento nel metal dell’unica traccia cantata in inglese “Breakfast in hell”. A distanza di 22 anni ritorna un disco assolutamente da riscoprire. Chi c’era lo sa già, gli altri si facciano sotto e gli rendano giustizia come merita! Noi ci chiederemo ancora “chissà cosa starà facendo tazzefarrein?” Ma adesso ne sappiamo un po’ di più e, soprattutto, qualsiasi cosa stia facendo gli si vuole bene!

Per noi chiedersi cosa starà facendo tazfarrein è un po’ come chiedersi dove vanno le anatre in inverno a Central Park quando il lago ghiaccia.

Dieci dischi per gli anni 10

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Traggo ispirazione per questo post dagli amici di Metalskunk per stilare una lista dei dieci dischi del passato decennio che ritengo maggiormente meritevoli… spesso poi non sono gli stessi che hanno vinto il classificone di fine anno, con il tempo gli ascolti si stratificano e le cose cambiano. Io sono un tipo solitamente categorico e monolitico, ma mi vengo a noia spesso, quindi può succedere anche un clamoroso cambio di idea o che con gli ascolti emergano cose che mi convincono poco. Poi c’è il fattore affettivo, poiché accade spesso che ci si affezioni a un disco con il passare del tempo… ma bando ai sentimentalismi in nessun ordine particolare ecco la lista:

Edda: Graziosa Utopia (2017).

Se dovessi (a forza) scegliere un disco di musica popolare italiana sceglierei Edda a mani basse. Questo disco rappresenta probabilmente il miglior disco di musica italiana degli anni 10. E “Spaziale” nello specifico la migliore canzone italiana del decennio. Edda è un personaggio vero, schietto, imprevedibile, appassionato e stralunato. In una parola: unico, questo è il suo pregio più grande. E non conosce pudore, fa saltare gli schemi, irride i filtri. Non so quanti, oggi giorno, possano fare altrettanto nel panorama italiano, sicuramente nessuno al suo livello. Questo è il suo disco più popolare, quello che maggiormente lo vede avvicinarsi alla tradizione italiana, ma niente paura: la sua versione della musica italiana potrebbe assomigliare alla una versione della sobrietà proposta da Bukowski.

STORM{O}: Finis Terrae (2019).

Se invece dovessi scegliere un disco di musica incazzata italiana, con gli STORM{O} vado sul sicuro. Il furore dei feltrini non ha, al momento, eguali nel nostro paese. Ci sono molte altre realtà interessanti ma loro rappresentano senza dubbio la punta di diamante di quanto prodotto nel nostro paese al momento. Con dei testi a metà fra la poesia e l’ermetismo, una proposta musicale che, partendo da una solida base HC, ne evolve la concezione fino a portarla a un livello superiore come solo i migliori sanno fare (Converge?) in “Finis Terrae” fissano nuovi standard per il genere in Italia ed all’ estero. Un assalto che lascia spiazzati, una veemenza che annichilisce e non può lasciare indifferenti. Soprattutto sono personali e coinvolti, persone con una coscienza sociale e un’ attitudine che è direttamente discendente dalla gloriosa tradizione italiana hardcore dei primi anni ’80. Solo rispetto e ammirazione per loro.

Messa: Feast for water (2018).

Non troppo distanti sul territorio ma decisamente distanti musicalmente parlando ci sono i Messa. La loro musica notturna ed avvolgente, una diretta evoluzione del doom in chiave personale e passionale, ribattezzata da loro stessi scarlet doom. “Feast for water” è stata una scoperta bellissima, un disco che è seriamente riuscito ad ipnotizzarmi con le sue spire che sanno di buio ed incenso. Se ne sono accorti anche all’ estero tant’è che attualmente, dopo aver suonato in mezza Europa, stanno lavorando al nuovo disco su Svart records, le premesse per un altro lavoro intenso e di “spessore” ci sono tutte.

Colle Der Fomento: Adversus (2018)

Ammetto candidamente di non essere un super appassionato del genere: per me il rap in Italia si è sempre identificato con tre, quattro nomi al massimo: Assalti frontali, Frankie HI NRG (che pessima fine ha fatto?), al limite Caparezza e poi i Colle Der Fomento. Ebbene, detto da un non esperto: Adversus è il miglior disco di rap mai inciso in Italia. Senza troppi giri di parole: non ho mai sentito di meglio quanto a musica e testi, semplicemente un disco imbattibile. Costruito pezzo su pezzo, mattone su mattone, trave su trave mentre la vita continua a scorrere e a lasciare cicatrici visibili e ferite profonde, scalfitture sulla maschera da guerra. Nonostante il selvaggio impoverimento stilistico-culturale della scena, nonostante le difficoltà e le tragedie personali, nonostante le avversità della vita quotidiana: in faccia a tutto questo nel 2018 esce questo disco magistrale.

Clutch: Earth Rocker (2013)

Se il rap è messo molto male rispetto ad un glorioso passato, saranno almeno cinquant’anni che si vocifera che il rock è morto. Credeteci, oppure ascoltate questo disco dei Clutch. Un solido concentrato di adrenalina e orgoglio di un gruppo che ha sbagliato poco nella sua carriera, ma che qui raggiunge probabilmente il suo apice recente. Un disco genuino, fiero e colmo di attitudine, qualcosa che tutti cominciavano a dare per dispersa. Preparatevi ad essere travolti e a ricredervi. Neil Fallon e compagnia non si daranno mai per vinti: non fatelo nemmeno voi!

High On Fire: Luminiferous (2015)

A proposito di risurrezioni, come sta messo l’heavy metal? Non sta benissimo pure lui, se qualcuno a metà degli anni 10 mi avesse chiesto di fargli sentire qualcosa di indiscutibilmente pesante e potente con “Luminiferous” non avrei avuto dubbi. Lasciata alle spalle la pesantissima e sfortunata eredità degli Sleep, Matt Pike nemmeno volendo sarebbe stato in grado di fermare quella cascata di riff che gli sgorga spontanea dalle dita. E almeno fino a “Luminiferous” la sua è stata una cavalcata travolgente. Brani serrati, furenti, con poco spazio per rifiatare (forse solo durante “The Falconist” e “The Cave” che comunque si presentano rocciose al punto giusto) e sorretti da una sezione ritmica dirompente, difficile muovere un appunto a questo trio. Purtroppo le cose si sfasceranno dopo: “Electric Messiah”, con tanto si dedica a Lemmy, risulta un disco stanco anche se non del tutto pessimo… i problemi di salute dello stesso Pike e gli anni on the road cominciano a farsi sentire e alla fine anche l’abbandono del batterista storico Des Kensel (bravissimo) lanciano qualche ombra sul loro futuro, ma Pike saprà prendere la situazione in mano anche questa volta!

Sleep: The Sciences (2018)

Altro giro, altro Pike: questo disco doveva esserci. La carriera degli Sleep si era chiusa con un’ingiustizia tale da chiedere vendetta. Tutto il casino successo con “Jerusalem/dopesmoker” dimostra quanto triste possa diventare suonare quando si ha a che fare con case discografiche incompetenti che mettono sotto contratto i gruppi senza nemmeno informarsi un minimo su chi siano e quale sia la loro attitudine. Ci sarebbe anche da rincarare la dose sulla libertà artistica ma non mi sembra questa la sede. il 20 Aprile 2018 esce, quasi senza preavviso, il nuovo degli Sleep. Dopo molti concerti con Jason Roader dei Neurosis alla batteria (il batterista originario Chris Hakius si è ritirato dalle scene ma non lo dimenticheremo mai!) la cosa era abbastanza nell’aria, ma nessuno sapeva dove e quando… e alla fine l’hanno fatto: senza tante cerimonie. Chi ha amati non può prescindere da questo disco, che non tradisce le aspettative e glorifica appieno il loro sfortunato passato.

Chelsea Wolfe: Abyss (2015)

Se non conoscete ancora la Sig.ra Wolfe, il mio personale consiglio è quello di procurarvi tutta la sua discografia. detto ciò questo disco rappresenta quello cui sono maggiormente affezionato. Suppongo che per i fan di vecchia data questo disco abbia rappresentato un colpo: non che sia un taglio netto con il passato in termini di tematiche, tuttavia musicalmente le tinte si fanno cupissime, elettriche e grevi, tanto che più volte sono stati fatti accostamenti a generi come il doom o addirittura il drone che sicuramente nessuno avrebbe tirato in ballo prima. Personalmente non posso che gioire della svolta, la Wolfe dimostra un’apertura musicale con un’ispirazione e una bravura (sembra un termine banale, trovatene voi un altro se ci riuscite!) non comuni, facendo centro al primo tentativo… non mi sembra assolutamente una cosa da poco.

Triptycon: Melana Chasmata 2014

Probabilmente il disco più oscuro del decennio. Tom G. Fischer, unico sopravvissuto dei fondamentali Celtic Frost, fa uscire un disco bellissimo, per quanto di difficile ed impegnativo ascolto. Un lavoro che costringe l’ascoltatore ad un lavoro su se stesso per attenzione e coinvolgimento, un vero e proprio viaggio nell’immaginario del musicista svizzero, con tanto di supporto visivo di H.R. Giger (che grandissimo maestro dell’immaginario abbiamo perso!), un percorso nel quale perdere ogni riferimento, come se tutto si facesse oscuro, senza nemmeno la stella polare cui rivolgersi. Un movimento concettuale che si spinge oltre le coordinate tracciate con il compagno scomparso (Martin Eric Ain, altra grandissima perdita) nello spazio più remoto ed inquietante, dal quale non è possibile ritornare uguali a prima.

N.B.: Sono rimasti fuori molti dischi che ho amato (es.: Monolord, Goatsnake, Tool, Neurosis, Converge, Unsane, Melvins etc…) ed alcuni miei gruppi feticcio (Godspeed You! Black Emperor, Sunn 0))), Zu etc…), nel primo caso si tratta solo di aver dovuto limitare il discorso a 10 dischi, nel secondo caso dipende dal fatto di preferirli nettamente dal vivo, magari si potrebbero rifare con i concerti del decennio! DOVEROSO aggiungere che, Ovviamente, mancano i Black Sabbath ed il loro “13“, ma non credo fosse necessario includerlo: nonostante il non riuscitissimo innesto di Brad Wilk alla batteria, rimane un disco realizzato molto meglio di quanto fosse lecito aspettarsi. chi li ama li segue e io sono fra questi, non sono un gruppo, sono un culto!

In attesa della fine

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Poniamo che voi siate canadesi: vivete in uno degli stati più civili al mondo dove i concetti di giustizia sociale e welfare non sono un mero tentativo di non limitarsi alla teoria, vivete in un posto dominato da una natura strabordante con un panorama che letteralmente è in grado di abbagliarvi con la sua imponenza. In definitiva state bene, le possibilità non vi mancano e nemmeno il sostentamento; eppure un tarlo vi perseguita, un pensiero in fondo alla vostra testa che non vuole andarsene: una necessità di anticonformismo e di ribellione (anche violenta) che non trova sfogo. D’inverno le nottate sono infinite, domina il freddo che minaccia di strapparvi la faccia ogni volta che uscite dalla porta. Osservate il buio dalla finestra tentando di placare i pensieri che invece si amplificano. Sapete di dover trovare, se non proprio una via di d’uscita, almeno una valvola di sfogo.

Dopo svariate nottate (mattine, pomeriggi o sere) passate a questo modo imbracciate uno strumento e tutto sembra tornare a scorrere fluido, vi unite ad altre anime affini prendete un nome da un oscuro documentario giapponese che parla di motociclisti e costituite un gruppo, formate un collettivo, plasmate un flusso musicale, iniziate a dare un senso alle vostre riflessioni, cominciate a vivere e non solamente ad esistere. Non so se sia così che si sono formati i Godspeed you! Black Emperor, ma mi piace immaginare che sia qualcosa di estremamente simile a ciò che ho romanzato poco sopra.

Seguo i canadesi fin da Lift your skinny fists ed ho anche il privilegio di averli visti più volte dal vivo. Sono uno dei pochi gruppi a cui non riesco a muovere un appunto nemmeno volendo. L’unica cosa che mi sento di dire è che li preferisco nettamente dal vivo, ma è un problema mio. Li preferisco dal vivo perché il loro spettacolo è incredibile, visionario, intimo e lirico, ma soprattutto perché a casa non riesco mai a trovare il tempo e la tranquillità per godere appieno delle loro registrazioni. È chiaro che dal vivo ti trovi in un contesto totalmente diverso e privo di distrazioni (e interruzioni) e con una presenza fisica della musica imponente, a volte corredata da un supporto visivo assolutamente affascinante. La musica dei GY!BE deve essere lasciata fluire, necessita di tempo e di trasporto da parte dell’ascoltatore. Funziona anche come sottofondo ma è fatale che si perda e si squalifichi utilizzata a quel modo.

Il quattro febbraio è uscito il loro nuovo lavoro. La versione vinilica è andata esaurita in pochi minuti (forse la ristampano?), con il download e il CD forse ve la cavate ancora. Va detto che il nuovo lavoro non fa eccezione: composto tra la strada e l’isolamento, quando ancora si potevano fare i concerti dal vivo e quando invece siamo stati tutti costretti a chiuderci in casa e limitare i contatti; si muove al crepuscolo, in attesa del buio, in attesa della fine.

Parlare di un nuovo lavoro dei canadesi è come un sentiero estremamente impervio. Perché limitarsi all’aspetto strettamente musicale risulta troppo riduttivo: l’ascolto non può rimanere un mero processo intuitivo né barricarsi dietro una fredda analisi tecnica. Un gruppo come questo necessita di coinvolgimento personale che riguardi la parte emotiva come quella razionale, una disposizione d’animo che prepari ad un’ esperienza spirituale. Io almeno l’ho sempre vissuta a questo modo. E non sopporto interruzioni e distrazioni quando li ascolto. Il nuovo lavoro non si discosta dal resto della discografia, almeno al livello concettuale, a livello musicale, rilevo una maggiore attenzione alla melodia e fruibilità dei brani (se un termine del genere ha senso nel contesto nel quale ci stiamo muovendo) che più che in passato rimangono in testa anche una volta terminato l’ascolto. Permane il loro lirismo estremo, la loro spiccata propensione a creare paesaggi sonori commoventi e richiami musicali struggenti, la loro marcata vena progressiva (nel senso letterale del termine, non inteso come rock-progressivo) che fa fluire il brano come solo loro sanno fare.

Scoprire il resto è un piacere che non voglio togliere a nessuno, rimando al loro Bandcamp per i loro proclami che qui non saranno oggetto di discussione in quanto ognuno può trarne ciò che vuole (ed è, a mio insignificante parere, tenuto a farlo se ama questa compagine).

L’ultima volta che vennero a Milano, ai magazzini generali, li persi… mi consolai pensando “pazienza torneranno a breve” ecco, a volte, certe cose non bisognerebbe darle per scontate.

Il punto della situazione sui Melvins ed il nuovo dei Tomahawk

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Capitolo 1: Melvins (1983)

Ammetto di essere giunto alla nuova pubblicazione di casa Osborne/Crover estremamente prevenuto. Gli va dato atto di essere uno dei gruppi che continua a lavorare più sodo dell’intero panorama, gli va dato ancora atto di essere rimasti per anni in cima alla lista dei personaggi indipendenti ed indecifrabili, con una cifra artistica invidiabile, almeno fino alla dipartita della “sezione ritmica aggiunta” dei Big Business. Poi il caos: la formazione, che comunque non è mai stata stabile, diventa caotica con un andirivieni di personaggi che si susseguono al basso e la pubblicazione continua e ostinata di almeno un disco all’anno più i progetti solisti. Obbiettivamente mantenere un elevato standard qualitativo in queste condizioni sarebbe difficile per chiunque, a maggior ragione se hai tra i 25 e i 30 anni di carriera alle spalle. Oltre a questo aggiungete l’arrivo di un bassista (il pagliaccio Ronald ehm… Steven McDonald) che proveniendo da uno dei gruppi più mosci di sempre (i Redd Kross, già dal nome uno ci potrebbe arrivare, ma suonano come una versione asfittica degli Who, che è tutto dire) ne influenza negativamente la vena fino a portare a quello che, per chi scrive, è il loro peggior album di sempre ovvero l’infame “A walk with love and death” che per quanto mi riguarda ha la sinistra caratteristica di far suonare i Melvins come un gruppo rock “convenzionale” cosa che è una bestemmia in termini.

I Melvins all’epoca Big Business (Fonte: Wikipedia)

Qua e là ci sono anche state cose divertenti e pregevoli: il simpatico “Tres Cabrones”, il cazzutissimo progetto “Crystal fairy” (assolutamente da recuperare!), “Hold it in”… e qualche canzone qua e là da tutto il resto. I progetti solistici in vero risultati piuttosto deludenti del duo (fatto salvo che il primo di King, del 2014 se mi ricordo correttamente, invece era assai godibile) e, come al solito, un’intensa attività live fin quando è stato possibile li hanno portati fin qui. L’ultima Fatica “Pinkus Abortion Technician” era un lavoro eterogeneo, solidamente radicato negli anni ’90, un disco che riprendeva in mano molte delle atmosfere musicali che si era soliti respirare allora, non era del tutto disprezzabile. Però ancora sembrava piuttosto fragile: parlando dei Melvins quello che si è soliti ricordare, al netto di stranezze e divagazioni che pure sono una parte importante della loro produzione musicale, sono i riff massicci e pesanti di Buzz (per chi scrive uno dei migliori riff master dopo il supremo Iommi), la potenza ritmica di Dale, assolutamente eclettica nel suo essere pachidermica. Ecco questo era fatalmente venuto a mancare. Oggi, come al tempo dei Cabrones, recuperano Mike Dillard dalla loro formazione storica e provano a ripartire. E ci riescono molto più che in passato. Finalmente dei brani possenti e trascinanti, finalmente un lavoro continuo e che fila con pochi cedimenti (“Hot Fish”?) , finalmente il vocione di Buzz che sale in cattedra a trascinare il gruppo con verve ritrovata e fresca, all’altezza del loro blasone. Dale prende in mano il basso e lascia la batteria al loro compagno storico e la differenza quasi non si sente. Personalmente avevo bisogno di un disco come questo, avevo bisogno di rinfrancarmi con uno dei miei gruppi preferiti. Finalmente segato, in maniera spero definitiva, il ramo marcio McDonald riecco i Melvins con l’attitudine da sberleffo che li ha sempre caratterizzati, si vedano l’omaggio ai Beach Boys di “I fuck around” e “1 Fuck you”, ma soprattutto riff che ti colpiscono come un autotreno a 100 all’ora vedi “Negative no no”, “Boy Mike” o “Hund”.

In conclusione: È meglio della trilogia Atlantic? Nemmeno per sogno, meglio di quella Ipecac? Nemmeno si avvicina. È alla loro altezza? Finalmente sì!

Capitolo 2: Tomahawk

Mike Patton, Kevin Rutmanis, John Stainer e Duane Denison. I nomi potrebbero bastare ma spesso la somma di grandi cifre produce un’addizione dagli scarsi risultati. Non è questo il caso: almeno per i primi due lavori (e soprattutto per l’oscuro “Mit Gas”) possiamo sicuramente parlare di lavori riusciti ed efficaci. Per quanto concerne gli altri due (“Anonimous” e “Odd Fellows”) la curva pareva in fase discendente seppur non in caduta libera; alla fine la classe ed il mestiere dei singoli riesce nell’intento di farli galleggiare anche se appaiono un po’ spenti rispetto alla prima parte della carriera. C’è da dire che quando Patton trova un contesto in un gruppo (come è successo con i Mr. Bungle l’anno scorso) effettivamente funziona meglio. L’attitudine con i piedi per terra di un classico gruppo a quattro elementi gli impedisce di pisciare fuori dal vaso, come in altri contesti forse un po’ forzati (vedi quando gorgheggia inseguendo Luciano Berio). I suoi fan ormai sono abituati a tutto, vedi anche quando si mette a rifare, rivaleggiando con gli originali in modo assolutamente sorprendente, i classiconi della musica italiana anni ’60 con il progetto Mondo Cane o quando collabora con compositori norvegesi come con Kaada, quindi qui si gioca sul facile.

Il nuovo lavoro, riprende la classica atmosfera allucinata e sbilenca propria dei Tomahawk, seppur in maniera più rocciosa e solida che nell’immediato passato. Il primo estratto da “Tonic immobility”, “Predators and scavengers” funziona alla grande ed è un’ottima iniezione di fiducia nel nuovo materiale. I nostri sembrano tornati in piena forma, forse più concreti che in passato.

E alla fine il disco scivola via piacevole con anche degli episodi che si muovono su territori meno canonici come la triade “Eureka” (forse un rifermento alla città di origine di Patton?), “Sidewinder” dove per un attimo riappare il crooner e “Recoil” o, ancora, “Doomsday fatigue”. In definitiva un buon rientro, sicuramente scorrevole e coinvolgente.

Accade a marzo 2021

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Il mese inizia con una notifica di Facebook mi ricorda che il 6 di questo mese ricorre il compleanno di Marco Mathieu, caduto in coma ormai diverso tempo fa a seguito di un ictus che lo colse nel 2017 mentre era in vespa. Il bassista dei Negazione fu il primo musicista a cui scrissi una lettera che forse ancora non ero maggiorenne. Ci sono molto affezionato perché mi rispose a mano (!!!) e fu davvero un grande facendomi anche gli auguri per la scuola. Inoltre poco dopo li vidi in concerto e fu il primo vero concerto visto in solitaria (seppur con il provvidenziale passaggio genitoriale) che finì per cambiarmi la vita. Non ho potuto fare a meno di rivolgergli un pensiero di speranza, seppur velato dal tempo trascorso dal suo incidente che ormai comincia ad essere veramente tanto. Mi resterà sempre nel cuore, la sua musica e i suoi scritti; mi rammarico ancora di non aver avuto l’opportunità di accedere al suo lavoro su Socrates.

Lo spirito continua, Sempre!

Il giorno 8 irrompe la notizia del decesso di Lars Goran Petrov, storica voce degli Entombed.

Lars Goran Petrov (1972-2021) Fonte Wikipedia

Ho dovuto trasgredire alla mia regola autoimposta di non partecipare al carrozzone di cordoglio che di solito si scatena sul web, perché l’estate del 2007 è un ricodo ancora vivido nella memoria. Dopo anni di attesa finalmente posso permettermi un viaggio in nord Europa, e per i quattro anni successivi sarà una costante delle mie estati. Scelgo subito Stoccolma, che diverrà a buon titolo una delle mie città preferite. Appena arrivato mi guardo attorno come un animale randagio, il posto mi sembra da subito troppo bello per essere vero. Fatico ad integrarmi: c’è un sole splendente ma non fa caldo anzi, l’aria è frizzantina e si sta benissimo, la gente sorride, il Baltico è a due passi e mi sembra di non aver bisogno d’altro. Solo i prezzi mi fanno rabbrividire e la prima sera mangio una pizza da asporto fatta dai turchi in un parco cittadino. Torno all’ albergo dicendomi che quella sarà la mia casa per i successivi 15 giorni. Mi basta questo.

Il secondo giorno mi fiondo a Gamla Stan, il centro medioevale della città con l’idea di girarmi tutti i suoi vicoli e vederla tutta. L’ idea naufraga clamorosamente quando vedo l’insegna di Sound Pollution, storico negozio di dischi in centro, patria della musica estrema. Entro con una maglietta degli Unearthly Trance e il commesso mi fa i complimenti: più a casa di così… I dischi alla fine non sono poi così cari (provate a farvi una birra per ridere) alla fine però esco con un libro “Swedish Death Metal” di Daniel Ekeroth, storico libro sulla scena svedese con Entombed, Grave, Dismember e Unleashed in primissima linea. Sarà la lettura che accompagnerà l’intera vacanza con tanto di sopralluoghi nei posti citati nel libro: Il punto di ritrovo alla stazione centrale, il cimitero di Skogskyrkogården (patrimonio dell’ Unesco e protagonista della storica foto interna di “Left Hand Path”), qualche locale citato (anche se i nostri non potevano ancora entrarci in quanto sotto ai 21 anni), i Sunlight Studios etc… A quel punto mi sento veramente a casa, Sebbene in giro non ci sia il minimo sentore di Death Metal, respiro la stessa aria dei protagonisti e ne sono felice. Posso girarmela tutta la città e scoprire che è bellissima, trovare il più accogliente ristorante vegetariano di Stoccolma (l’Hermitage a due passi dal Sound pollution, spero ci sia ancora: erano tutti gentilissimi), girare per i musei (Il veliero Vasa, il museo civico, quello di storia naturale… ho saltato quello degli Abba), visitare la torre comunale.

Questo per dire che la scena svedese fu davvero qualcosa di unico ed importante, qualcosa in grado di smuovere le persone ed aprire nuovi orizzonti. Il tape trading allora era davvero qualcosa di avventuroso e romantico, magari facevi chilometri per incontrare una persona sentita solo per lettera partendo armato solo di passione e fiducia, oppure contattavi uno studio di registrazione perché ti aveva catturato quel suono e partivi all’avventura perché volevi registrare lì e finivi per tornare in quel posto in vacanza perché avevi stretto delle amicizie lassù. Gli Entombed ebbero una parte fondamentale in tutto questo e LG Petrov era una parte fondamentale degli Entombed, l’unico a non mollare fino alla fine, fatta salva una parentesi di scazzo con il mastermind Nicke Andersson a causa (pare) di una ragazza all’ epoca di “Clandestine”. Un personaggio schietto e reale che dava il 100% ed oltre sul palco, un puro concentrato di attitudine e metal, che ho avuto l’onore di vedere in azione al Master of death metal e a Rossiglione nel festival organizzato sa Trevor dei Sadist all’epoca. Una perdita tristissima e incommensurabile per chiunque abbia amato quella scena e anche quel paese meraviglioso che è la Svezia.

Al sound pollution sono tornato altre volte, in una occasione acquistai anche Serpent saints con relativa magletta omaggio che resiste tutt’oggi dal 2007!

10 domande a Marco De Grandi (Electric Ballroom, Sabbia)

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Ho sempre avuto dei seri problemi ad accettare la fine di qualcosa che mi appassionasse, sia esso un libro, una serie televisiva, un disco, una situazione sentimentale. Mi piace coltivare l’illusione che certe cose possano non finire, anche se spesso si finisce col farsi del male. Sul finire dello scorso anno è arrivata la notizia dello scioglimento di uno dei gruppi più significativi della scena locale biellese ed è stato un po’ un fulmine a ciel sereno, qualcosa di inaspettato che mi ha fatto riflettere perché per l’ennesima volta perdevo un pezzo di qualcosa cui ero seriamente affezionato. L’annuncio è stato dato in modo piuttosto asciutto, senza molte spiegazioni, anche per questo ho sentito la necessita di scambiare due parole con Marco De Grandi, batterista del gruppo. Ci siamo scambiati alcuni messaggi su facebook: nonostante li seguissi quando possibile non ci siamo mai incontrati di persona quindi quale migliore occasione anche considerando che, nello scorso mese, posso dire che “Wrong in blue” è stato una piccola ossessione fatta di ascolti ripetuti e nostalgia.

Oltre a questo, la validissima iniziativa “La Biella che suonava” * nell’ultimo periodo ha riportato alla luce molti dei vecchi gruppi biellesi facendomi riflettere molto sulla scena locale e su tutti i gruppi che si sono succeduti all’interno di essa. Mi è dunque sembrato giusto cercare di approfondire un po’ l’evoluzione delle cose per gli Electric Ballroom e Marco è stato così cortese (e rapido) nel rispondere alle mie domande, da questo nasce quanto potete leggere di seguito… Subito dopo dovete scaricare il disco sul loro bandcamp.

La discografia degli Electric Ballroom fa bella mostra di sé sulla mia scrivania

      •     Per partire con questa chiacchierata sugli Electric Ballroom purtroppo cominciamo dalla fine. Quando il 2020 volgeva ormai al termine arriva come un fulmine a ciel sereno l’annuncio del vostro scioglimento. Personalmente ero rimasto ad un vostro concerto al Vecchio Mulino di Valdengo (tra l’altro qualcuno assistette al concerto proprio sdraiato davanti alla cassa di Marco n.d.a.) nel quale avevate annunciato l’uscita del vostro primo album e da allora ero rimasto in fervente attesa. Cos’è successo poi?

Con il passare del tempo ci siamo resi conto che l’Alchimia del gruppo stava pian piano svanendo, trovare dei compromessi era sempre più complesso e un’idea comune era sempre più rara. Ci siamo quindi trovati a prendere la decisione, che è quella dello scioglimento del progetto.

      •     Alla fine il vostro album è stato fatto uscire postumo, con un’edizione fisica limitatissima (30 copie in cassetta), si tratta di un disco “assemblato” sulla base dei brani già registrati prima del vostro scioglimento o è uscito esattamente nella forma in cui l’avevate concepito fin dall’inizio?

L’idea del disco è mutata con il passare del tempo, abbiamo fatto molti cambiamenti dall’idea originaria. In realtà il disco era già pronto anni fa ma eravamo insicuri sui suoni e sul prodotto finale. Ci siamo quindi affidati alle mani di Kono Dischi prendendoci il tempo necessario. Wrong in Blue è il risultato di tutti questi cambiamenti.

      •     Andando a vedere la vostra pagina su Facebook è un continuo susseguirsi di concerti, foto e ricordi. Indubitabilmente eravate un gruppo per il quale l’attività live era fondamentale: avete suonato un po’ dovunque, facendo anche qualche puntata all’estero e supportando anche gruppi di discreta fama. C’è stata qualche situazione particolare che ti ha colpito o qualche luogo o persona che ti sono rimasti nella memoria?

Sicuramente i due tour fatti all’estero. Sono stati una grande formazione sia dal punto di vista musicale che umano, ci hanno aiutato a comprendere altre dimensioni portandoci a maturare un’altra visione rispetto quella locale italiana.

      •     Gli Electric Ballroom basavano molta della propria musica su delle solide basi blues. Pur essendo questo genere di musica alla base di buona parte di tutto ciò che è venuto dopo, oggi viene spesso ritenuta musica datata, poco attuale. Ovviamente io non sono affatto d’accordo, ma sono incuriosito da voi, cosa vi ha fatto prendere il via da questo genere di musica?

Filippo è stato la chiave di questa scelta musicale, la base blues era solo un punto di partenza. L’unione fra i vari gusti musicali, molto distanti tra loro, ci ha incuriositi, portandoci a mescolare le varie influenze.

      •     Una domanda al batterista: la vostra musica si basa su batteria, chitarra e voce e siete stati davvero molto bravi ad ottenere un suono così pieno con solo due strumenti. Che effetto fa suonare senza un basso, senza una vera e propria sezione ritmica classicamente intesa?

L’assenza del basso non è mai stata un problema, la base ritmica della chitarra di Filippo era sufficiente a tenere in piedi il groove. Inoltre non abbiamo mai sentito la necessita di un quarto membro all’interno del progetto. (per quel che vale sono assolutamente d’accordo n.d.a.)

      •     Parlando ancora del tuo strumento: spesso i batteristi si ritrovano a dover utilizzare pezzi di batteria altrui dal vivo, portandosi dietro magari solo il rullante o i piatti, è sempre difficile adattarsi a questo tipo di soluzioni oppure riesci a trovare un suono soddisfacente? Dove sta il segreto in questi casi?

L’unica risposta, a mio avviso, è quella di avere la capacità di adattarsi alle varie situazioni, nessun trucco o segreto. Non ho mai avuto grandi pretese di backline.

      •     Voi provenite da Biella, in questi giorni esiste un’ iniziativa (La Biella che suonava) che sta raccogliendo materiale sui gruppi biellesi di fine anni ’80 e del decennio successivo. Per essere una piccola provincia, si scopre che, se uno va a scavare, ci sono stati molti gruppi, alcuni anche decisamente dotati, nel passato che però difficilmente si sono poi imposti all’attenzione generale. Se avessi dovuto scommettere su un gruppo che avrebbe potuto farcela io avrei scommesso su di voi ad occhi chiusi (e magari sui Fermat’s Last Theorem quando c’erano ancora). Avete suonato molto sul nostro territorio ma che rapporto avevate con Biella? Pensi che provenire dalla provincia vi abbia limitato?

Biella essendo una piccola provincia, dà a piccoli gruppi la possibilità di emergere, ma è limitante perché è lontana dalle grandi città. Nelle piccole province, essendoci meno realtà, i gruppi sono più uniti e questo aiuta la formazione di collettivi, pronti a sostenersi l’un l’altro. Nelle Grandi province invece, secondo me, tende a perdersi un po’ questo fattore, dando però molti più spazi in cui esibirsi e far sentire la propria musica.

      •     Proseguendo sul filone Biella, vale la pena di parlare anche della Kono dischi, un’etichetta assolutamente importante per la scena locale. Conosci sicuramente altri gruppi di questa etichetta, ti piace qualcuno in particolare? E come vi siete trovati a collaborare con loro?

Kono Dischi è una realtà che a noi piace definire Famiglia, è stata sempre di enorme supporto al progetto. Il catalogo Kono invece, è molto vicino ai miei gusti musicali, non sento di avere preferenze, posso solo dire che sono tutti grandi musicisti dal buon gusto.

      •     Prima abbiamo parlato del Blues, che altra musica ascolti e quanto quello che ascolti si riflette nel tuo modo di suonare e concepire la musica?

Ho iniziato il mio percorso musicale da piccino con le influenze rock psichedeliche ’70 di mio padre, passando poi a cose più spinte come Grunge, Stoner e Hardcore. Queste influenze si sono poi intrecciate nel mio modo di suonare la batteria e si sono poi unite alla base “Blues” degli Electric Ballroom.

      •     Ora, per concludere, uno sguardo oltre gli Electric Ballroom. Tu, Giulia e Filippo siete tre musicisti molto dotati e spero che continuiate a produrre musica nel futuro. Siete rimasti in contatto? Ci sono all’orizzonte nuovi progetti?

Lo scioglimento del gruppo non ha per nulla incrinato i rapporti, siamo comunque in contatto. Riguardo i progetti, ognuno proseguirà il proprio percorso musicale; Giulia con i suoi progetti a Milano, Filippo con il progetto Ho.Bo ed io con i Sabbia.

Alla fine degli Electric Ballroom segue allora nuova musica, seppur in altri contesti. Non resta che tener vivo il ricordo delle loro esibizioni e dei loro brani e volgere lo sguardo a ciò che seguirà in termini musicali. Grazie di tutto!

*Se interessati, andete al link relativo: c’è un sacco di materiale in podcast!

Nine inch nails: The downward spiral

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Nine Inch Nails: The downward Spiral (Wikipedia)

Come altri dischi “The downward spiral” esce esattamente al momento giusto. Uno dei dischi fondamentali degli anni ’90, esce nel momento in cui uno sconvogimento del mondo musicale era necessario e decisamente nell’aria. l’ 8 marzo 1994, poco meno di un mese prima della morte di Kurt Cobain, il disco esce ed è un successo quasi immediato. Coincidenze che mettono i brividi, soprattutto se si considerano le tematiche che permeano l’album e le circostanze in cui prese forma.

Perché parlarne adesso? Senza nessun motivo particolare, semplicemente perché una domenica mattina mentre la maggior parte delle persone stava ancora dormendo mi aggiravo in campi brinati con questo disco nelle orecchie dopo anni che non lo ascoltavo più. Il motivo dei mancati ascolti negli anni risiede nel fatto che i Nine Inch Nails hanno gradualmente perso di suscitare il mio interesse dopo il bellissimo “The Fragile” e dopo averli visti dal vivo all’ Alcatraz di Milano nel tour che segui l’uscita di quel meraviglioso doppio CD. E poi va detto che artisticamente sono molto calati dopo l’uno-due micidiale Spiral-Fragile.

Il momento, dunque, era perfetto: il disco spacca in due il decennio, se la prima parte era stata entusiasmo per una miriade di movimenti in seno al rock che avevano iniziato a prendere piede, di cui il grunge rappresentava forse quello più evidente ma non era certo l’unico, la seconda vedeva la deriva e la fine di quella che, con buona probabilità, può considerarsi la seconda epoca d’oro del rock dopo gli anni ’70. Dopo la morte di Cobain le cose hanno cominciato a cambiare, l’atmosfera si tinse di tinte cupe e fosche e le cose presero a precipitare verso il basso, esattamente come la spirale di Trent Reznor.

Il disco viene registrato nella casa dove la famosa family di Charles Manson ha compiuto il crimine efferato che tutti conosciamo ai danni di Sharon Tate e dei suoi amici, esattamente come l’ e.p. “Broken” che l’ha preceduto e l’esordio di Marilyn Manson che sarà una scoperta dello stesso Reznor. Una scelta ambigua, controversa e strana alla quale Reznor non da nemmeno troppo peso inizialmente ma che gli esplode in faccia dopo un incontro fortuito con la sorella della stessa Tate che gli fa realizzare che non sta semplicemente realizzando un disco in un posto legato alla cronaca nera americana, ma nel posto dove hanno trucidato delle persone. Ironia della sorte, la casa in questione verrà demolita poco tempo dopo che le registrazioni dell’album avranno termine.

Reznor cura tutto in modo assolutamente maniacale, ogni nota, ogni strumento, ogni effetto, ogni voce, facendo un lavoro immane coadiuvato da pochissimi musicisti e dal produttore Flood, già noto per i suoi lavori con gli U2 (!). I Nine inch nails sono Trent Reznor, probabilmente non ha davvero senso identificarli in un gruppo propriamente detto, anche se dal vivo e in studio dei musicisti sono effettivamente presenti. Il risultato è un disco che 26 anni dopo la sua uscita non ha ancora smesso di affascinare con le sue atmosfere sinistre, cosa non da poco se si considera che la maggior parte dei dischi registrati con massicce dosi di elettronica sembrano suonate con una tastiera bontempi una decina di anni dopo.

Effettivamente, ad ascoltarlo adesso, la cosa che stupisce di più è proprio quanto suoni bene, quanto suoni ancora bene. Non sembra esserci un suono fuori posto, una nota stonata, un qualcosa che, forse, avrebbe potuto essere fatto diversamente.

Ebbi notizia dell’uscita del disco da una recensione di Rumore, all’epoca era una rivista che compravo di tanto in tanto quando mi stava stretto quel muro del suono di amplificatori saturi e feedback che da sempre mi fa da colonna sonora. Va detto che mi è sempre sembrata una rivista valida, però ha dei difetti evidenti: è fin troppo generalista e, negli anni, ha supportato fin troppi gruppi sull’onda della sensazione prima che si sgonfiassero come palloncini chiusi male. Inoltre ha fin troppa puzza sotto il naso e tolte un paio di firme (il grandissimo Claudio Sorge su tutti) gli altri di musica pesante non ne capiscono un granché e spesso risulta evidente fino a quasi sfiorare il ridicolo. Con “The downward spiral” però ci presero alla grande. Lessi la recensione con toni entusiastici e, nonostante la mia proverbiale ritrosia per i suoni elettronici, finii per comprare il disco.

Interdetto è dire poco. Fu uno di quei dischi che mi costrinse a cambiare il mio modo di ascoltare la musica perché fondamentalmente era diverso pressoché da qualsiasi altra cosa io avessi ascoltato in precedenza. Ricordo quasi tutti i dischi che mi fecero un effetto del genere: “Black sabbath”, “Blizzard of ozz”, “Blues for the red sun”, “Frizzle fry”, “Live killers”, “Omnio”, “The angel and the dark river”, “Morbid tales”, “The end complete”, “Shift” e chissà quanti altri. Sono tutti dischi che hanno lasciato il segno perché mi hanno introdotto a un mondo, hanno scoperchiato la pentola su piatti che non avevo mai gustato prima. Come quando mangi per la prima volta i funghi e pensi che siano viscidi, ma piano piano quel gusto così particolare comincia a piacerti e ogni volta che hai occasione di mangiarne è una festa. Stessa cosa per questo disco: difficile digerire tutta quell’elettronica, ma dopo le prime volte una gran soddisfazione.

Il disco si apre con qualcuno che viene preso a bastonate, no so se sia un sample, non l’ ho mai capito, ma i suoni dei colpi mi sono sempre sembrati talmente fasulli che le prime volte mi scappava da ridere. Ma col tempo finii per comprendere che era una sorta di riso nervoso, soprattutto considerando tutto quello che seguiva quella breve intro. Quando parte “Mr. Self destruct” ti colpisce in faccia e subito non hai scampo. La spirale comincia a discendere. C’è qualcosa si estremamente magnetico in questo disco, come un abisso nel quale non ti stanchi di guardare restandone ipnotizzato.

Apre ad uno scenario apocalittico, al disfacimento degli ideali. Ho già detto degli anni novanta intesi come un decennio di rinascita spirituale dopo gli eccessi rampanti e senz’anima degli anni ’80, ebbene si incominciava, in quel periodo, a riprendere in mano il proprio spirito… ma non sarebbe finita come negli anni ’70. L’utopia era definitivamente morta e aveva lasciato dietro di sé un enorme vuoto, che tutto il mondo si era rifiutato di guardare in faccia per un decennio. Finiti gli sfavillanti anni ’80 mai troppo celebrati in tema di frivolezza e disimpegno, dove tutti si erano impegnati al massimo a non impegnarsi, col partire del nuovo decennio, certe realtà divennero impossibili da ignorare. E Trent Reznor, con questo disco, impartisce a tutti una sorta di “cura ludovico” costringendoci a guardare a forza tutto ciò che avevamo deciso di ignorare. Violenza e nichilismo (piggy), autoritarismo (march of the pigs), decadimento dello spirito (heresy), perversione (closer), autolesionismo (mr. self destruct): volete che continui? Prese addirittura sotto la sua ala lo spauracchio di ogni mamma del periodo ovvero Mr. Marlyn Manson (il black metal era troppo underground per spaventare le mamme). Tutto molto provocatorio ed esplicito, ben al di là di quello che erano soliti esprimere le iconiche decalcomanie imposte dalla simpaticissima Tipper Gore che, prima che il marito tentasse di salvare l’ecosistema, tentava di salvare la moralità della gioventù col risultato di provare al legalizzare la censura prima e di rendersi ridicola e fare la fortuna dei censurati poi (per fortuna!). Nell’epoca della correttezza ad ogni costo, degli asterischi di genere di mille altre scempiaggini ipocrite ci vorrebbe proprio un disco come questo e sarebbe curioso vedere come verrebbe accolto. Nessun adesivo nessuna censura o altro riuscì a fermare la forza deflagrante di questo disco che, a tutt’oggi, rimane un caposaldo musicalmente e tematicamente.

Poi, ovviamente, c’è la conosciutissima “Hurt”, personalmente uno dei brani migliori mai usciti dagli anni ’90, talmente ben scritta da essere poi ripresa addirittura dal Man in black per eccellenza, Johnny Cash che ne fece una versione altrettanto bella ed intensa, seppur cambiando leggermente il testo (non credo che esista un suo testo con la parola “shit” al suo interno), mantenendone lo spirito intimista e la tristezza di fondo.

Personalmente ho anche una predilezione per lo strumentale “A warm place”, un intermezzo tra tranquillità ed inquietudine che introduce la fine del disco.

L’artwork aggiunge qualcosa di profondamente evocativo al disco. Da un disco così pregno di tecnologia, uno si aspetterebbe immagini digitalizzate o cose del genere. Niente affatto. Si tratta di un’opera di Russel Mills fatta di ferro arrugginito, insetti, sangue, bende, cera su un pannello di legno. Qualcosa di assolutamente tangibile e in perenne stato di degradazione, lontano dalla freddezza asettica della tecnologia, come a voler ricordare che dietro la musica c’è un uomo che ha vissuto sulla sua pelle ciò di cui sta cantando.

Un disco da rispolverare o da scoprire se ancora non è giunto alle vostre orecchie. Un ascolto che ancora oggi non può lasciare indifferenti.

2020

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10. Jesu- Terminus.

Avevo lasciato un po’ perdere di seguire quello che a tutti gli effetti si può ben considerare uno dei massimi padri della musica estrema, Mr. Justin Broadrick dopo l’ ultima uscita di questo stesso progetto denominato Jesu. Premesso che i primi due capitoli erano di una qualità indiscutibile per quanto mi riguarda, successivamente hanno cominciato a venirmi a noia, a sembrarmi meno ispirati e, per quanto concerne l’ultimo capitolo, a svoltare pericolosamente verso un addolcimento sonoro tale da farli diventare stucchevoli. Onestamente dopo 8 anni non sapevo cosa aspettarmi. L’ho comprato un po’ per supportare il notevolissimo negozio di dischi di Ivrea discoccasione e un po’ per nostalgia. Da principio mi sono detto subito che era una palla, fino a sentirmi davvero infastidito dall’uso di certi effetti vocali (“Consciousness”). L’effetto è durato un altro paio di ascolti, poi piano piano il disco ha cominciato ad insinuarsi e adesso mi ritorna in mente a spezzoni e sono arrivato ad assimilarlo. Se volete farvi un’idea di come suona guardate la copertina: abeti, nebbia, neve. Un inno al silenzio, al morbido sprofondare dei passi tra le cotri candide: lento, leggero eppure intenso con scariche elettriche ad appuntare il maestoso paesaggio. Sono quasi arrivato a sopportare anche la molestissima effttistica di cui sopra, credo che meriti dunque una certa attenzione: bentornati.

9. Scorched Oak -Withering Earth.

Non so voi ma io sento il bisogno di omaggiare i Black Sabbath con un disco di loro adepti almeno una volta all’anno. Fortunatamente qualcosa di decente su questa falsariga di solito si palesa: l’anno scorso i Monolord (sempre corna al cielo per loro!), quest’ anno gli Scorched Oak. Tedeschi, alternano voce maschile e femminile in brani che non indugiano molto sulla lentezza o sulla pesantezza del suono considerato il genere. Si muovono in un’atmosfera decisamente grassa musicalmente parlando ma mantengono un sound dinamico e ricercato (grande merito al batterista che sorregge la struttura alla grande) che li porta a comporre brani dalla lunghezza medio-alta ma non giocata su effetti ipnotici, quanto sulla costruzione del brano a partire dai riff. Decisamente una buona prova, se potete soprassedere ( in questo caso lo si fa volentieri) sull’ originalità a tutti i costi.

8. Mr. Bungle- The Raging Wrath Of The Eastern Bunny.

Altro caso in cui occorre non aspettarsi chissà quale innovazione, anche se da un gruppo come i Mr. Bungle sembra assurdo non aspettarsela. In realtà questo disco è senz’altro la loro uscita più canonica: hanno ripreso un vecchio demo e lo hanno risunato ad anni di distanza con l’aiuto di Scott Ian degli Anthrax e Dave Lombardo degli Slayer. Quello che ne esce è un disco di thrash metal con le palle fumanti, come si diceva una volta. Un superlativo esempio di come i vari Municipal waste, Toxic holocaust e compagnia siano davvero poca cosa rispetto a chi con il thrash c’è nato. Semplicemente questo. Chi si accontenta gode e tanto!

7. Kvelertak-Spid.

Un gruppo che, per molti, ha rappresentato una sana ventata di aria fresca nell’asfittico panorama del metal post 2000, uno dei pochi a uscirsene con qualcosa di personale e ben architettato, una diretta evoluzione di quello che c’era prima ma con un valore aggiunto importante che rendesse loro il merito di aver codificato un nuovo stile. Purtroppo, dopo il botto del primo disco (assolutamente ottimo), la conferma del secondo, comunque non all’altezza del primo, il terzo disco suonava decisamente sottotono e diversi punti interrogativi si palesavano all’orizzonte per il proseguio della loro carriera. Dopo aver cambiato formazione si ripresentano invece in una forma più che buona, rilasciando un disco fresco, in continuità con i primi due, ma soprattutto in grado di restare in mente e di esaltare in diversi passaggi da headbanging e corna al cielo. Una rimonta come se ne vedono poche.

6. Zolle-Macello.

Unico gruppo italiano della lista (forse), unico duo e unico disco (quasi) strumentale. Di loro ho già detto tanto, mi hanno anche fatto l’onore di concedermi un’intervista. Sono ruspanti, genuini e combattono dalla bassa lombarda a colpi di riff, disegni (animati), salami e vino. Dall’alto dei loro trattori nonostante i ritardi in sala prove… avete bisogno di altro?

5. Deftones-Ohms.

Ennesima prova per il gruppo di Chino Moreno e Stephen Carpenter. Ennesimo bel lavoro, anche loro in rimonta vista la prova un po’ sottotono (per i loro standard, sia chiaro) del disco precedente. Da un disco dei Deftones chiunque dovrebbe ormai sapere cosa aspettarsi, più che altro la domanda da porsi è quale forrma daranno questa volta alla loro proposta, come saranno in grado di miscelare i vari elementi che contraddistinguono la loro musica e quanto sapranno essere coinvolgenti nel farlo. Bene, in questo caso, tutto riesce alla grande, sono tornati a dei livelli più che buoni con un disco che a pieno titolo entra in molti listoni di fine anno. Grazie: la musica ha bisogno di un gruppo come voi.

4. Nothing-The Great Dismail.

Questa è storia recente, come potete leggere dal post precedente a questo. Un disco ispirato e avvolgente, a tratti intriso di inquietutine e sogni. Sanno far viaggiare l’immaginazione per poi abbatterla con bordate ad un volume smodato. Un lavoro che cresce con gli ascolti e si perde nel cielo notturno, affascinante e assordante, chilometri al di sopra delle strade deserte.

3. Celestial Season- The Secret Teachings.

Qui gioco in casa, “Solar Lovers” è uno dei miei dischi preferiti di sempre, anche se giocare in casa a volte è più difficile che in trasferta. La pressione è molto maggiore e qui era alle stelle: era questione di rimettere in gioco i propri sentimenti, di confrontarsi con un passato impossibile da eludere. Missione compiuta, se parliamo di essere all’altezza del proprio passato, il resto lo dirà il tempo e gli ascolti accumulati. Ovviamente ho preso tutto il cofanetto “The Doom Era”, non c’era nemmeno da chiederlo.

2. Human Impact- S/T.

Altra vecchia conoscenza: Chris Spencer, che posso farci se ben pochi giovani sono in grado di smuovere le mie emozioni? Messi in soffitta gli Unsane, ecco gli Human Impact esordire praticamente assieme alla pandemia. Il disco pesca a piene mani nel sound degli Unsane ma riesce a rivisitarlo e a mettere in evidenza diverse sfaccettature interessanti che nella band madre non emergevano vista la natura monolitica della loro proposta. Come già i Celan, anche gli Human Impact riescono quindi a ritagliarsi una fetta di personalità distinta, soprattutto grazie ai tocchi elettronici di Jim Coleman che inseriscono una sfumatura greve e delineano le nuove coordinate stilistiche del gruppo, già dotato di una coesione e comunione di intenti ammirabile e solida.

1 .Coriky-S/T.

Disco dell’anno. Finalmente Ian MacKaye rompe la quiete dei suoi progetti post Fugazi (gli Evens, soprattutto) e torna a scrivere una musica con un grado di intensità finalmente elevato. Non che mancasse la qualità, ma era proprio il trasporto a mancare: gli Evens erano soprattutto la parte calma e riflessiva di MacKaye e della sua compagna, a volte però lo erano fin troppo, al punto che, pur riconoscendone i meriti si correva il rischio di annoiarsi (anche a morte). Nulla di tutto questo qui. Un disco che riprende il discorso dei Fugazi e gli dona nuova linfa e nuove voci, dimostrando che la fiamma non è spenta, il cammino non è finito, l’integrità paga e il cielo non è più il limite.

Alla fine dell’anno giunge la notizia dello scioglimento del gruppo biellese Electric Ballroom. Sinceramente una bruttissima notizia, visto che erano senz’altro uno dei gruppi più promettenti della nostra zona. Lascia l’amaro in bocca che l’annuncio venga dato in concomitanza con la pubblicazione on line delle loro ultime registrazioni. Lasciano con un solo EP all’attivo oltre al disco postumo di cui sopra, con una miriade di potenzialità inespresse, come se questi 366 giorni non fossero già stati pesanti abbastanza. Andate sul loro Bandcamp e abbracciateli idealmente, il disco è gratis.