I gruppi musicali degni di venerazione

Sette volte sette

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Una bella immagine di un eptagramma: fa tanto esoteria e simbolo del tutto

Le domande più frequenti sul nuovo disco dei Tool.

  1. Ma davvero costa 100/90/80€? Sì, si tratta di una versione particolare con tanto di schermo, altoparlanti, presa USB etc.
  2. Non esiste una versione normale? Al momento solo download… se abbia senso spendere tutti quei soldi non lo so, dal momento che l’ho scaricato su amazon music e non so cosa offra l’edizione limitata. In quella in download ci sono dei brani in più ma sono strumentali-interludi come poteva essere “ions(-)” per dirne una.
  3. Com’è? La domanda del secolo. E’ un buon disco ci sono delle bellissime composizioni, se ci si aspetta chissà quali evoluzioni, forse si rimane delusi. La qualità è comunque alta e i testi, per quello che si intuisce, meritano.
  4. Valeva la pena aspettare tutto questo tempo? No. Nel senso che se uno pensa che dal 2006 siano stati lì a cercare chissà quali soluzioni si sbaglia. Hanno palesemente fatto altro (si vedano anche tutti i progetti collaterali, il vino, gli effetti speciali e le cause in tribunale). Le soluzioni nuove ci sono: il cantato ha un approccio decisamente diverso dal passato, ed emerge una complessità nelle strutture decisamente interessante, ma non ci sono voluti 13 anni solo per questo.
  5. Hanno ancora qualcosa da dimostrare? No. Anche qui, ormai sono uno di quei gruppi che ha già ampliamente dimostrato il suo valore in passato. Adesso incidono quello che vogliono quando vogliono e non si fanno più nessun problema, secondo me. Se li odiate per il loro elitarismo, per quanto sono lenti a far uscire i loro dischi, per il modo scostante di fare che hanno con i loro fan è un problema vostro. Io questo “Fear Inoculum” me lo tengo stretto e spero di essere ancora vivo per il prossimo.
  6. Ma non sono dei meri derivati dei King Crimson sotto spoglie moderne? Basta, cheppalle. Può darsi che sia anche vero ma questa considerazione mi annoia oltremisura, io li ascolto anche i King Crimson e gli tributo il dovuto rispetto ed è innegabile che magari i filosofi greci abbiano detto certe cose prima di Nietzsche, però io mi trovo meglio e mi rispecchio nella versione moderna, se volete farmene una colpa accomodatevi pure. Ma basta continuare a rilevarlo.
  7. Danny Carey è extraterrestre? Sì. E gioca coi numeri su un altro pianeta.

Gruppi ai cui concerti non vorresti assistere e concerti che vedresti all’infinito

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Negli anni novanta esisteva una formazione milanese che si vantava, probabilmente essendo nel giusto, di essere tra i pionieri del thrash metal in Italia. Tale formazione aveva un chitarrista che era facile incontrare, nel ruolo di intortatore, in un altrimenti mitologico negozio di dischi sotto il Duomo a Milano. Il “Maryposa” era (ed è!) un posto fantastico (sono onorato di citarlo nelle mie umili pagine): i due commessi storici, che credo ci siano ancora, erano competenti e simpatici… perché volessero servirsi di un simile individuo mi è oscuro. Saccente ed insistente, ostenta il suo successo locale e cerca di propinarti i dischi che piacciono a lui, se non proprio quelli del suo gruppo. Non succede solo questo:

Evento n. 1: Concerto dei Metallica allo stadio delle alpi (To) nel ’92: un’occasione fantastica, gruppi enormi nel bill (Voivod, The Cult, Suicidal Tendencies e, incredibilmente Megadeth che paiono aver fatto pace con il gruppo di punta). Notizia spiacevole: I Voivod danno forfait… e a sostituirli il suddetto gruppo milanese. Dopo una mezz’oretta di scimmiottamenti ai Pantera la loro esibizione finisce e, più tardi, hanno pure l’ardire di pubblicare un EP con la registrazione del concerto e alcune foto che li ritraggiono immersi in un bagno di folla evidentemente non intervenuta per loro. Va bene.

Evento n.2: Negli anni ’90 al parco Acquatica di Milano si svolgeva un grosso festival chiamato Sonoria (sono sicuro di due edizioni, ma potrebbero anche essere state tre o quattro), di solito aveva lo sgradevole, almeno per il sottoscritto, vizio di mettere insieme gruppi che non c’entravano nulla ma un anno propone un programma di tutto rispetto: Pardise Lost, Rollins Band, Danzig, Primus, Faith no more. Se non che il giorno stesso (internet era un miraggio e l’organizzazione italiana di certi eventi ha sempre lasciato a desiderare) si apprende che Danzig e Primus danno forfait e… indovinate un po’ chi prende il loro posto? Ma certo! La suddetta band milanese e Paul Weller (PAUL WELLER?!?!?!?).

Innanzitutto su biglietti campeggiava la scritta: “in caso di rinuncia di uno dei gruppi, la sostituzione avverrà con un gruppo di pari livello”… che fate, prendete in giro la gente?! E poi chissà perché sempre lo stesso gruppo chiamato a tappare i buchi. Misteri sepolti nel tempo.

Misteri che continuano anche oggi, nel giro di pochi mesi mi sorbisco due volte un gruppo nei cui componenti milita qualcuno coinvolto con la grafica di taluni manifesti dei concerti, fortunatamente l’altra sera arrivo in ritardo e me li risparmio.

Scusate, sono un sonicopatico e divento di pessimo umore (tra l’imbufalito e il nevrotico) se devo sorbirmi musica che detesto… non che normalmente sia una persona solare e di ottimo umore, chiaramente. Tuttavia è incredibile come, nonostante proprio non ti piaccia la loro proposta musicale, certi gruppi ti risaltino fuori solo perché qualcuno li ritenga simili ai tuoi gusti musicali. Credo sia lo stessa ragione per cui gli algoritmi dei social falliscono spesso inesorabilmente.

Fortunatamente un valido motivo per sorbirsi certi gruppi c’è: il gruppo principale della serata, ovviamente. Nel caso dello scorso venerdì sera i Neurosis. ho fatto pochissime foto, un po’ per l’assenza di memoria nella scheda della fotocamera un po’ perché, una volta tanto, mi sono goduto il concerto. Credo che sia circa (?) la quarta volta che li vedo e non deludono mai. Sono uno dei pochi gruppi in grado di trasportarti in una dimensione parallela con una energia intrinseca tale da ammutolire. Mi ricordo un paio d’anni fa, dopo 10 minuti ritrovarsi a pensare che avevano già polverizzato tutto quello che ti era capitato di vedere quell’anno. Questa volta si fanno ben pagare (35 sudatissimi euro) e sono supportati, oltre che dai suddetti, anche dagli Yob che non faccio parimenti in tempo a seguire. Stare qui a fare la telecronaca del concerto è inutile, posso solo dare un consiglio, per quel che può valere: andateli a vedere, fatevi questo piacere.

Dall’apertura affidata a “A sun that never sets” a quando Scott Kelly se ne esce zoppicando vistosamente (!) sono coesi, concreti ed incredibilmente intensi. Ecco: se non avete idea di cosa sia un concerto intenso, vado sul sicuro a consigliarvi una loro performance. Nonostante da più parti li accusino di un certo immobilismo creativo, di avere delle tempistiche da pachiderma per dischi e tour (vengono in Italia senza un disco da promuovere…) non stateli a sentire: non sono più dei giovincelli, hanno lavori e famiglie cui badare (lo stesso Scott è una specie di patriarca), abitano in diversi stati e tutto questo ne limita l’azione, ma quando si riuniscono su un palco è pura magia. P1020587

 

All’inferno (e ritorno)

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Poco tempo ha ho rivisto “Mediterraneo” e se nel 1991 o giù di lì mi piacque, nel 2019 ho pensato che il film di Salvatores oscar come miglior film straniero fosse invecchiato davvero male. Fa ancora più male pensare che vinse il premio lasciando a bocca asciutta un’opera di valore assoluto come “Lanterne rosse” che non vinse nulla. Per quanto possa valere un Oscar.

Alla fine del film mi colpì la frase “dedicato a tutti quelli che stanno scappando” al termine dei titoli di coda. Personalmente invece dedicherei qualcosa a tutti quelli che hanno il coraggio di tornare. E’ una tematica che mi ricorre spesso ultimamente e non ultima durante la lettura delle memorie di Lol Torhurst dei The Cure.

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Leggere biografie di componenti (o di gruppi) che ammiro è uno sport che pratico spesso. Parlo di sport perché questo mi sembra piuttosto che lettura propriamente intesa. Tra un romanzo ed un altro mi immergo nella lettura di libri che narrano della vita di alcuni dei miei eroi musicali. Quella con i The Cure è una storia che dura da lunghissimo tempo, forse dai primi anni delle superiori, quando ancora giravano le cassette. Il loro concerto, nel tour di “Wish”, fu uno dei primi che vidi non ancora ventenne: una piccola avventura al palasport di Torino, quando a causa di “ondate di folla”, caddi tra i piedi del pubblico e probabilmente non mi sarei più rialzato se qualcuno non mi avesse notato e mi avesse fatto spazio. Un’ esperienza che mi sarei aspettato di fare ai concerti di musica violenta più che a un loro concerto.

Comunque sapevo (e forse so) poco di loro, quindi il libro di Tolhurst è stato una bella esperienza consumata nel giro di un paio di settimane. A parte la parte sugli esordi ed un simpatico aneddoto sul nostro che piscia su una gamba di Billy Idol quando ancora era nei Generation X, narra dei suoi trascorsi nel gruppo e dei suoi problemi personali che lo hanno portato a rompere col gruppo prima dell’uscita di quel capolavoro che risponde al nome di “Disintegration”.

C’era di mezzo l’alcolismo, certo, forse anche l’abuso di sostanze, può darsi. Ma aveva dentro qualcosa che ha dovuto affrontare e che lo ha fatto deragliare in malo modo. Sono demoni che qualcuno di noi si porta dentro e che, ad un certo punto dobbiamo fronteggiare, demoni che possono far perdere il lume della ragione, demoni che spesso fanno in modo che distruggiamo tutto (o quasi) quel che ci circonda. Soprattutto le persone che più ci stanno a cuore. Una perdita di lucidità inaudita, della quale non siamo consapevoli, o comunque non abbastanza. Come spesso non siamo altresì consapevoli che si tratta di una fase, tragica a volte, che però è destinata, prima o poi, a finire.

La crisi può essere lunga, i ragionamenti estenuanti, gli sforzi tremendi. Ma nessuna crisi dura per sempre, sia che abbia una risoluzione tragica oppure no.

E se un giorno ci si sveglia senza quel macigno sul petto, se si riesce a vincere quella guerra coi propri demoni, non è una cosa da poco. Se, oltre a questo, si riesce  guardarsi indietro e fare ammenda o semplicemente trovare la pace con chi è stato coinvolto (o travolto) è un atto degno di ammirazione, comunque la si voglia vedere.

Tolhurst è riuscito a fare pace con Smith, hanno anche suonato ancora insieme. É solo una delle tante storie del genere che conosco e che, di solito, finiscono bene. Vale comunque la pena provarci, vale comunque la pena di non lasciare irrisolto il proprio passato. Una sorta di guarigione, anche spirituale. Ed è una delle (poche) cose per le quali vado fiero di me stesso.

Devo aver già scritto qualcosa su quanto significa per me questa canzone, comunque son due settimane che ascolto The Cure a ripetizione… e non capita spesso.

Hai sentito le bombe che cadono?

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Ecco, io amo profondamente “Crazy love” perché ha in se stessa il suono delle bombe che cadono. Un precipitare cupo e disperato. Anche se si tratta di un sentimento positivo, eppure forse pericoloso, forse irrealizzabile, forse eccessivo. Ti mette in allarme perché ti sta per cadere addosso qualcosa che ti travolgerà, che accelererà il tuo battito cardiaco, che ti sconvolgerà fino a farti impazzire, fino a farti desiderare di non vivere più senza di esso. Sono concetti già trattati, parole già spese e forse ridondanti eppure mi ipnotizzano, mi scavano dentro e mi lasciano esposti i nervi, le sensazioni, mi lasciano piacevolmente vulnerabile, pronto ad essere sconvolto ancora una volta.

Dopo verrà la paura, dopo verranno i pensieri, dopo verranno le conseguenze. Verranno ma, per una volta, verranno dopo. Verranno quando la canzone finisce, quando l’idillio si spezzerà, quando riaprirai gli occhi e ridiventerai il te stesso quotidiano, quello forzato ad affrontare la vita di ogni giorno. Tuttavia per quei pochi istanti, in quella successione di note, a causa di quella flebile voce hai sognato di essere travolto ed è stato estasiante come staccarsi dalla realtà, come distruggere le sterili abitudini ed essere al di sopra di tutto. Volteggiare eterei, come la musica e perdersi in essa come in un sentimento meraviglioso. Crazy Love.

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Era nel bellissimo”Abyss” e, dopo il parimenti meritevole “Hiss Spun” del 2017, secondo la sua pagina Facebook, la settimana prossima esce il nuovo disco di Chelsea Wolfe. Un’altra bomba che sta per cadermi addosso… e sono felice.

Brina celtica sul trono oscuro della contessa Bathory.

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E’ il 1984, in una zona non meglio specificata di Zurigo qualcuno si sta armando. Quel qualcuno ha appena chiuso una delle parentesi, musicalmente parlando, più grezze e violente degli anni ’80, tuttavia sente stretto per le proprie ambizioni quel nome, Hellhammer, che pure tanto ha seminato senza vedere praticamente germogliare nulla, almeno nell’immediato. In quel bunker si stanno gettando le basi della musica estrema che verrà, lì ed in qualche parte di Stoccolma, stanno prendendo forma delle minacciose entità musicali che porteranno quelle abbozzate da Venom e Motorhead ad un altro livello. Un’ ondata malefica si sta per abbattere prima in Europa e poi nel resto del mondo… i responsabili si chiamano Martin Eric Ain, Tom Gabriel Fisher e Quorthon.

Stiamo palando di Celtic Frost e Bathory. Detto questo tutti i metallari che vogliano fregiarsi dell’appellativo “estremi” dovrebbero già essersi tolti il cappello, se non proprio fatti lo scalpo in loro onore. Tutto parte da qui. Niente sarà più come prima.

A questi combattenti del metal va tributato ogni onore e gloria, come fece il gestore di un negozio di dischi di musica estrema sulla St. Erik Gatan a Stoccolma, che teneva regolarmente il “santino” di Quorthon vicino al registratore di cassa. Che ci proteggano  dalla musica melensa e senza spina dorsale, che salvaguardino il mondo dalle produzioni plastificate di etichette come la Nuclear Blast, che sorreggano  lo spirito autentico dietro ogni genere di nicchia e che salvaguardino anche il sacrosanto desiderio di evolvere nella musica. Possibilmente in eterno. Sì perché non ripeterono sempre e solo gli schemi che li portarono al successo (sia pure ben lontano dalla scena principale). Sono uomini che hanno portato avanti un’idea, che hanno fatto progredire un certo tipo di concetto musicale che ancora resiste. Almeno fin quando ci saranno Fenriz e Nocturno Culto.

In questi giorni esce il nuovo lavoro dei Dark Throne. E a qualche disattento potranno sembrare dei reazionari del metal. Invece partono con il Death, approdano al Black e finiscono con i Celtic Frost ahahah. Soprattutto Fenriz è un vero malato di musica: vive, respira e trasuda musica e passione da tutti i pori. Zero chiacchiere, zero pose, attitudine pura e fiera devozione alle onde sonore. Se qualcuno di voi ha visto “Until the light take us” (invece del romanzato “Gods of chaos”) si sarà reso conto che tra tutti gli intervistati uno solo parla sempre e solo di musica (si esalta davanti ad una copia di “The Ritual” dei Testament… il che forse è anche troppo). Gli altri blaterano delle loro imprese TRVE: dagli omicidi alle chiese bruciate oppure danno vita a gratuite performances dal retrogusto autolesionista. Ora, con tutto il rispetto per salme e chiese bruciate del caso, queste sono pose di gente con l’aria compressa nel cervello che può anche aver tirato fuori qualcosa di significativo a livello musicale, ma poi ha spento il cervello e si è abbandonata a questi atti inutili (anche dai risvolti tragici) che nulla hanno a che fare con la musica. Tutte le scemenze su satana, sul dover apparire malvagi a tutti i costi, sulle tradizioni e la purezza della razza, per non parlare degli alieni (avete letto bene: il libro “Gods of chaos” è intriso pure di tali castronerie) non servono a nulla: sono un atteggiamento da ragazzini deficienti portato all’estremo. La musica era l’unica cosa che doveva contare.

Magari in ritardo (e facendo qualche errore) ma Fenriz l’ha capito. E adesso va avanti per la sua strada, con Ted (Nocturno Culto) ha stretto una fratellanza senza eguali, nella quale addirittura non conta confrontarsi col pubblico. Loro bastano a loro stessi. Su le corna per i Dark Throne: ora e sempre, evviva la musica.

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Indipendenza dichiarata

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Se la parola “indipendente” ha mai assunto un qualche significato quando si tratta del mondo della musica, questo significato si deve, in massima parte, a tutte le persone che fieramente si sono costruite da sole la propria etichetta discografica al di fuori delle logiche corporative e di affari.

Sia sempre lode e gloria a voi etichette indipendenti, solo voi sapete quanta fatica sta dietro al vostro lavoro, quanto impegno e quanta dedizione siano necessari a portare avanti un progetto senza contare su uffici stampa e promoter prezzolati, infischiandosene (o quasi, pure loro devono restare in vita!) delle logiche di mecato massive, delle mode e delle tendenze commerciali.

La madre di tutte voi, mi sento di dirlo, è la Dischord Records, l’etichetta dei mai troppo celebrati Fugazi, di Ian MacKaye e tutti gli amici suoi. Proprio in questi giorni è circolata la notizia del grande rifiuto dei nostri di riunirsi dietro compenso. Ian si è limitato a dire che gli sembrava più un’ attestazione di stima che una reale offerta, quindi ringrazia per le belle parole ma non ritiene che ci sia nulla da prendere in considerazione. Ciao ciao Ted Leonsis, il quale dal canto suo, dichiarò che avrebbe offerto dei soldi a nome della band alle principali associazioni di carità locali ma poi non ha nemmeno insistito troppo: forse non ci credeva fino in fondo.

Di quando in quando, è risaputo, i nostri si incontrano ancora per suonare. Lo fanno per loro stessi. In anni e anni il loro telefono ha squillato tantissime volte: dall’altra parte del filo etichette maggiori, impresari, agenzie di promozione di vario tipo… tutte le loro proposte sono sempre state rispedite al mittente, sia per riformare il gruppo, sia per assorbire l’etichetta.

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Joe Lally e Brendan Canty

Questi ragazzi iniziarono presentandosi di tipografi con copertine di LP “smontate” e gli chiesero se potevano farne di similari, poi se le incollarono da soli, cominciando a prendere contatti per far stampare i vinili.  Iniziarono in questo modo e finirono per vendere circa 4 milioni di dischi in tutto il mondo. La loro esperienza è stata fonte di ispirazione per tantissime altre realtà nella musica indipendente, la dimostrazione che l’impegno e la passione pagano. E, alla fine, anche l’integrità morale.

Dalla fine dei Fugazi hanno avuto origine alcune altre compagini e, tra queste, The Massthetics che ereditano dalla band madre la sezione ritmica ovvero Joe Lally e Brendan Canty. Si tratta di un trio, completato alla chitarra da un nerdissimo Anthony Pirog, dedito a composizioni musicali che si muovono da qualche parte tra il rock ed il jazz, senza una parola cantata. Ad un primo ascolto si rimane un po’ interdetti, ma lentamente le loro canzoni si insinuano nell’apparato uditivo come un accompagnamento cangiante nei toni e nell’umore, ed alla fine entrano. E sono un bel sentire.

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Anthony Pirog

Personalmente quest’ anno ricorre l’anniversario della prima (ed unica) volta che vidi il gruppo di Washington D.C., nel 1999 appunto al Leoncavallo. Inutile dire che fu un evento storico che aprì le porte ad una serie di concerti che perdura ancora oggi. Per 5000 lire avevi l’opportunità di assistere ad un concerto indimenticabile, due ore e più di musica (chi diavolo è che, ad oggi, suona ancora per due ore!?) suonata con un’intensità incredibile pescando da quasi tutto il repertorio dei quattro. Una roba da libidinosi sonori. Ne uscii con una cassettina registrata clandestinamente e le costellazioni di stelle negli occhi. Più tardi, una volta scoperto che molti loro concerti erano disponibili in rete, mi scaricai l’intero concerto che, a mia insaputa, era stato a sua volta catturato.

E così il capitolo si chiuse. Fino all’altra sera quando, dopo 25 anni, ho rivisto Joe e Brendan allo Spazio 211 di Torino. In realtà Joe l’avevo già visto qualche anno fa alla gloriosa associazione “Perché no?” di Verbania (un posto che rimane consegnato alla storia) dove suonò assieme agli Zu… però era decisamente un contesto diverso.

Credo che tutti quelli dell’ambiente Dischord siano persone che, per i loro meriti artistici e non, potrebbero tranquillamente peccare di superbia con chiunque. Invece sono umili, semplici e con i piedi per terra: Joe e Brendan sono esattamente così, tranquilli ed alla mano… li vedi da come si mischiano alla gente, da come ti sorridono, da come salgono sul palco. E, a parte la musica, quest’attitudine ti colpisce: fanno sembrare tutto naturale e semplice… hanno un’aura da belle persone, anche se non li conosco, non so come dirlo altrimenti, quindi non uso giri di parole.

Il concerto fila via liscio, concreto e coinvolgente. Come dicevo, loro a parte, il chirarrista è un prototipo di secchione dello strumento, suona circondato da effetti sui quali mette le mani in continuazione e a tratti pare pure una versione dimagrita di Verdone. Però nulla da dire su come suona:  il suo compito è ricamare su quello che gli altri due costruiscono e, probabilmente, gli elementi jazz sono un suo retaggio. Non c’è traccia di nostalgia o elementi che possano eccessivamente rimandare alla band madre, vivono di vita propria con una personalità ben definita pur essendo, in parte, le stesse persone.  Era la prima esibizione in terra italiana ed è stato un privilegio assistervi e dimenticare la quotidianità per tutta la durata del concerto.

La Dischord (ed i Fugazi) appartengono alla storia, ma la fiamma è accesa, arde e freme e spero che non smetta mai.

10 anni dopo Carboniferous: la vera eccellenza italiana!

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Vista la pochezza dell’offerta musicale attuale, spesso si è costretti a guardare indietro per trovare dei lavori che veramente abbiano rappresentato un significativo apporto alla causa della musica. Su “Carboniferous” degli Zu mi auguro non ci siano dubbi. Dopo dieci anni i romani tornano a riproporre quello che, probabilmente, risulta essere il loro lavoro più popolare dal vivo e l’occasione è clamorosa perché alla batteria torna a sedere, dopo anni di defezione, il Signor Jacopo Battaglia. Un mostro di bravura, stile, potenza e tecnica. Ho visto gli Zu con almeno tre batteristi diversi e, per quanto tutti bravi, Jacopo è IL loro batterista e non si discute.

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Personalmente non ho mai avuto ben chiare le motivazioni della scissione, tuttavia solo rivederlo dietro ai tamburi mi rincuora, vederlo agitarsi con le bacchette in mano, mi rimette in pace con il mondo. Quanto ci sei mancato Jacopo. Alla fine gli avrei anche fregato le bacchette, ma  mi son trovato davanti la batteria e mi sembrava di profanarla. Ci ha comunque pensato una ragazza, senza troppe remore reverenziali.

Tutto questo, forse, andava scritto alla fine. Questo è stato un concerto voluto, bramato, inseguito fin dall’annuncio, dato con mesi di anticipo. Lo Spazio 211 (locale cui siamo affezionati da anni dopo averci visto Suffocation, Unsane, Electric wizard, Neurosis, Isis et cetera) finalmente si risolleva da un torpore atarassico e propone una serata degna di questo nome (magari poi vedremo se presenziare anche per The Messthetics di fugaziana sezione ritmica).

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Gli Zu, come i Sunn 0))) o gli Einstürzende Neubauten, sono un gruppo che VA VISTO DAL VIVO. I dischi vanno bene, ben fatti anche dal punto di vista estetico, ma la fisicità di un loro live è un’altra cosa. Sono di un’intensità senza pari o quasi. Suonano per circa un’ ora e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti di quanto siano bravi talmente ti lasciano senza fiato. Seguirli mentre suonano ipnotizza e la musica diventa una scheggia impazzita che rimbalza da ogni parte mentre tu tenti di seguirne invano la traiettoria come farebbe un gatto con un puntatore laser. Ed il bello è che, come nel caso del felino, ti sembra la cosa più emozionante del mondo. Come per gli altri due gruppi citati in precedenza, la mia sensazione, quando si assiste ad una loro esibizione, è quella di essere trasportato in un altrove fantastico dove, per la durata del concerto, esistono solo la musica, lo stupore e la meraviglia. Qualcosa di molto vicino al concetto di felicità. Se non proprio ad uno stato di grazia.

Basterebbe questo per parlare del concerto di ieri sera. Esibizioni come le loro ti ricordano perché ami così tanto la musica, cosa di essa ti smuove così tanto l’anima. E’ qualcosa che, se non lo provi, non lo puoi spiegare. Ma è dannatamente reale.

Stasera Jacopo è loquace: presenta i brani come se fossimo a sanremo e l’ospite Stefano Pilia risulta, senz’altro, un gradito inserimento… poi ad un certo punto dichiara “questa è l’ultima volta che sentite Carboniferous a Torino” gettando tutti nello sconforto. Finché un valoroso lo prende in contropiede “Vi aspettiamo a Grugliasco!!!!”. Anche a Biella, quando volete!

Postilla: Questo post era nato come un immenso pippone sul fatto che i concerti di grandi dimensioni sono pessimi: costano un sacco di soldi, sono male organizzati, spesso con suoni indecorosi e gruppi bolliti da seguire magari solo su megaschermo, asfissiati da troppa gente che se va bene poga, se va male ti prende a pestoni o a spintoni senza conoscere il passato glorioso del gruppo. Il tutto adesso viene reso ulteriormente inaccettabile con biglietti vip il cui prezzo rasenta la follia, per non parlare del bagarinaggio legalizzato del secondary ticket. Dopo aver assistito ai Sabbath sull’ asfalto nel ’98 ho chiuso con festival e megaconcerti… in giro c’è di molto meglio e alla fine se la gente non lo capisce, peggio per loro. Del resto quando continui a seguire un gruppo nonostante abbia usufruito dell’illegalità per poi scagliarsi contro di essa e nonostante 25/30 anni di dischi pessimi, te li meriti i metallica a 90€ (o anche dippiù).