Io non mi adeguo

È solo un’influenza

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Questo è stato l’esordio classico di tutta la faccenda, qualche tempo fa, com’è andata a finire penso che sia sotto gli occhi di tutti. Ma con influenza non si intende solo la diffusione di un virus. Esercitare influenza su un’altra persona è qualcosa di ancora diverso. Significa indurre un’altra persona a pensarla in un certo modo, avere il potere di far cambiare punto di vista a qualcuno. Ed è pieno di persone di questi generi, si parte da quelli che cercano di venderti un maledetto shampoo, ad altri che cercheranno di vendere idee preconfezionate e pronte all’uso alla gente, ad altri ancora che metteranno a letto la democrazia con la scusa di un virus. Nessuno di questi è oggetto specifico di questo brano: qui voglio parlare di tutti quelli per cui il rock’n’roll è morto, il metal fa cagare, non torneranno mai gli anni ’70, ’80, ’90. Ora l’ultima osservazione è oggettivamente e incontestabilmente vera ma quando mi si dice che la musica pesante è morta ho, nell’ultimo periodo, almeno un paio di buoni motivi per dissentire.

Se pensi di essere troppo vecchio per il rock’n’roll allora lo sei, diceva san Lemmy, ed ascoltando il nuovo dei Kvelertak non posso che essere assolutamente d’accordo. Il disco è una bomba di rock’n’roll iperadrenalinico da togliere il fiato, di gran lunga quanto di meglio mi sia capitato di sentire ultimamente. Certo qui lo scan-rock dei primi Hellacopters e dei Turbonegro si sente tutto ma la cosa bella dei Kvelertak è l’eclettismo, la personalità che ci mettono. Se il primo disco era un fulgido esempio di commistione rock-black metal (e sfido chiunque a mischiare questi due generi risultando credibile…) ed il secondo aveva consolidato le cose, col terzo ammetto di essermeli un po’ persi. Ma questo disco, al netto di cambi di formazione e tutto quello che è intercorso nel frattempo, è forse, fin da subito, il migliore candidato a disco dell’anno in ambito pesante. La cosa bella di questo lavoro è la sua fluidità, scorre dall’inizio alla fine con una facilità invidiabile, poi è ben prodotto, ispirato e ci si ritrova con le corna in altro a scuotere la testa che è un piacere. Ci infilano dentro schegge impazzite di Black e thrash metal, come pure momenti decisamente più ariosi e melodici e mi sento di dire che tutto fila decisamente alla perfezione. Se non mi credete ascoltate questa:

Nel secondo caso, qualche mese fa siamo rimasti orfani degli Unsane. Tristezza per la fine (temporanea?) di una grandissima band che personalmente ho visto e rivisto dal vivo uscendone sempre con un sorriso a 32 denti, pur rischiando di lasciarne indietro qualcuno durante l’esibizione. Ma Chris Spencer non se ne sta certo con le mani in mano: recluta qualche vecchio amico e da vita agli Human Impact finendo sotto contratto con la Ipecac di Mike Patton niente meno. Ora non che gli Unsane abbiano mai variato di molto la loro proposta sonora, un pesantissimo macigno suburbano messo in musica, quindi non saprei cosa aspettarmi dal buon Chris. La sua impronta non può non esserci, ma qui siamo più dalle parti del progetto parallelo Celan, il cui disco era uscito qualche anno fa. La musica riduce il suo impatto frontale per insinuarsi ed assestare il colpo per vie traverse: i suoni si fanno cupi e adorni di inserti dal sapore vagamente industrial come se la violenza si fosse mutata da fisica a mentale. Un esperimento decisamente interessante e riuscito come non sempre la band madre era stata in grado di fare (mi viene in mente soprattutto il poco focalizzato “Blood Run”), un’evoluzione interessante pur guidata dall’inseparabile Telecaster nera.

Non date retta a nessuno.

Tredicesimo arcano

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13 è il titolo del disco della reunion dei Black Sabbath, 13 maggio 1970 è la data di uscita del primo album del gruppo e il 13 torna ancora perché il 13 settembre del 1980 usciva quel capolavoro che risponde al nome di “Blizzard of Ozz”. Quasi 40 anni. Oggi tutti parlano dell’ultimo disco di Ozzy ed io voglio spendere invece due parole sul primo. Del ritorno del Madman si è già scritto tanto, le fazioni si sono divise, si sono sprecate le parole. Ma io non l’ho ascoltato, lo farò con calma se ne avrò l’occasione, non mi sfiora l’ansia di doverlo fare. Blizzard però rimane, ad oggi, uno dei miei dischi preferiti in senso assoluto.

E “senso” è proprio una delle parole che mi tornano in mente più spesso pensando ai primi due dischi del principe delle tenebre, perché è successo spesso che mi gettassi tra le braccia di questi due lavori nei momenti di maggiore sconforto, quando sentivo spegnersi una speranza, quando, in qualche modo, sentivo spezzarsi qualcosa dentro. Bastano due o tre canzoni per ricordarmi perché sono vivo e cosa significa esserlo.In pratica servono a farmi sentire vivo di nuovo e non credo sia poco.Inoltre quando sento suonare Randy Rhoads spesso mi commuovo. Potrebbe succedere, ed in effetti succede, con mille altri musicisti o cantanti, però Randy che suona è sempre un’emozione speciale, qualcosa che stento a descrivere a parole, qualcosa che mi è impossibile rendere compiutamente agli altri.

Potrebbe essere la suggestione per la fine prematura e tragica del giovane chitarrista, probabilmente c’è anche questa componente, tuttavia quello che importa è come mi fa sentire. Perché non sto parlando oggettivamente della musica contenuta nel disco, ne sto parlando soggettivamente e, rimarco, in modo fieramente soggettivo. In anni ho sentito mille critiche ai primi due dischi di Ozzy e lui stesso (sarebbe meglio dire la sua manager) quando fece risuonare le linee di basso e batteria di sicuro non ha smorzato la cosa, ma onestamente chissenefrega se l’intro di tastiera di “Mr. Crowley” ha un suono anni ottanta ai limiti del pacchiano, se esistono brani e leggeri che possono passare per riempitivi some “No bone movies” e “Little dolls” (“In diary of a madman”), oppure se sembra che lo stesso cantante non abbia scritto una parola dei testi… potete trovare mille difetti a questi due dischi e per me saranno sempre perfetti. Impermeabili a tutto, un po’ come quell’amico a cui concedete dei comportamenti che normalmente disapprovereste talmente è grande la vostra amicizia nei suoi riguardi.

Il disco si apre con un suono che non ho mai saputo meglio descrivere, non so esattamente cosa sia ma, complici i cartoni animati giapponesi dei quali abusavo in infanzia, ho sempre pensato che fosse il suono di un’astronave in arrivo. Quando parte “I don’t know” invece lo so benissimo cos’è successo: è partito un disco ed insieme ad esso sono partiti ricordi, sensazioni e pelle d’oca. Parte razionale, parte emotiva, tutto fuso assieme. Per i successivi 40 minuti è solo magia. Magia di un piccolo Chitarrista che quasi scompariva dietro la sua Les Paul bianca ma che poi usciva 30 volte più grande, mostrando la sua vera statura, da quei Marshall bianchi che lo contraddistinguevano. Un vero Gigante. Magia di un cantante con un timbro assolutamente unico (e checcazzo anche ineguagliato, nonostante tutto) dall’indole assolutamente folle, instabile e completamente fuori di testa. E diciamo anche che la sezione ritmica Kerslake/Daisley offre una prestazione assolutamente all’altezza dei due fuoriclasse di cui sopra… tanto che sia Bordin che Trujillo (assolutamente non i primi venuti) dichiarano tutto il loro disagio nel dover ri-registrare le parti nel 2001.

E poi possiamo parlare dei riff selvaggi ed immortali di “Suicide solution” (dedicata a Bon Scott, a quanto pare), dell’esoterica magia di “Mr. Crowley” nella quale gli assoli di RR sembrano squarciare l’aria con una grazia ultraterrena e terremotante al tempo stesso, dell’irruenza incontenibile dell’attacco di “Steal away (the night)” nella quale mi si ferma il cuore ogni volta che Ozzy canta “run away with me tonight”, della cupa riflessione di “Mother Earth”, della struggente “Dee” dedicata da Randy alla madre (purtroppo anch’essa passata a miglior vita in tempi recenti), di “Goodbye to romance” che in condizioni normali troverei trascurabile e sin troppo sentimentale e invece finisce sempre per farmi pensare agli amici che ho perso lungo la strada e alle ragazze cui ho voluto bene come un nostalgico cuore tenero qualsiasi, di “No bone movies” che giustamente regala un attimo di pausa allegra e della Bonus track emersa tempo dopo “You looking at me, looking at you” che apporta altra vita al disco. Ah, c’è anche “Crazy train” ma che ve ne parlo a fare? Perchè nonostante alcune volte le tematiche siano cupe o tristi ho sempre pensato, lo confesso, che “Blizzard” sia un disco assolutamente solare. Ha l’energia della vita e la vastità dell’orizzonte.

Il tredicesimo arcano, come molti già sapranno, è La Morte. È l’arcano della trasformazione e non ha necessariamente un significato negativo. Dai Black sabbath alla sua carriera solista il cambiamento è stato fortissimo, tutt’altro che indolore, ma a giudicare dal risultato, ne valeva la pena.

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La Morte (Bonifacio Bembo)-Wikipedia

A proposito di morte, per introdurre “Diary of a madman” del quale parlerò in un futuro ancora indefinito, magari l’anno prossimo visto l’anniversario, sappiate che questa è la canzone che voglio al mio funerale:

 

 

Perle ai porci

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Dite la verità… sentite la mancanza del pippone annuale Radikvlt contro sanremo, vero? Ebbene quest’anno ho saltato l’appuntamento, però c’è qualcosa che comunque voglio dire, tanto le mie motivazioni per il boicottaggio totale e senza compromessi della manifestazione sono arcinote. Il festival è concettualmente insostenibile: falso, vuoto ed inutile, se non per conformisti col cervello spento che mandano avanti un’ idea reazionaria ed asservita della musica. Il peggio è che i fondi per mantenere il baraccone li sborsiamo tutti.

Ah scusate sono nuovamente partito in quarta, è più forte di me. Stavolta però vorrei parlare di due personaggi che, in crisi discografica e di idee manifesta, si sono piegati miseramente alla logica della visibilità a tutti i costi presentandosi al festival canoro più amato dalle cap… ehm, dagli italiani.

Franco alta energia aka Frankie HI-NRG: Franco, onestamente, godeva di tutta la mia stima: componeva rime nient’affatto banali, parlava di cose serie con una lucidità ed un cipiglio ividiabili. Non fosse stato per lui non ascolterei nemmeno quel poco di rap che ascolto. Avendo ritenuto per lungo tempo insoddisfacente il rap per via del fatto che mi sembrava campionato piuttosto che propriamente suonato, decido di vederlo dal vivo: una folgorazione. Mi aspettavo di vedere lui ed un DJ con i piatti e basta. Si presenta al Babylonia con una band di strumentisti più il DJ e suonano. Bravi, non saprei dirlo altrimenti: un concerto duro e serrato, senza fronzoli e troppe concessioni all’intrattenimento. Una prestazione propria di chi ha dei concetti chiari e vuole che passino al pubblico, che smovano le coscienze e facciano riflettere. Ne esco conquistato e, benché continui a non essere casa mia musicalmente parlando, da lì è un crescere di Beastie Boys, Cypress Hill, RUN DMC, Public Enemy ma anche Assalti Frontali e Colle Der Fomento (se qualcuno non se ne fosse accorto adoro “Adversus” senza ritegno). Poi il buio degli ultimi anni: dischi che si filano in pochi e che qualitativamente sono nettamente inferiori, poco ispirati e poco incisivi. Partecipa pure a sanremo e a quella manifestazione pessima di jovanotti, tra le polemiche. Avevo anche la mezza intenzione di leggere il suo libro ma, vista la comparsata della scorsa estate, sinceramente mi è passata la voglia. Mi mette una gran tristezza, ora come ora. Scriverà mai più un brano come questo?

Cristian Bugatti aka Bugo: Bugo è storia attuale ma solo per i meno attenti. Essendo molto vicini territorialmente parlando, sento circolare il suo nome più o mano dai tempi di “Sentimento westernato”, ovvero quasi dalla notte dei tempi. Ovviamente risulta sconosciuto alla maggior parte di coloro che seguono l’odiato festival, eppure mi ricordo ancora di quando me ne parlò un caro amico dicendomi di ascoltarlo. Anche qui mi conquistò, l’ovvio accostamento con Beck (quello di “Mellow Gold” più o meno) però nella mia testa Bugo era molto più loser: proveniva dalla provincia italiana il che, parlando di perdenti e di sfigati, è già un ottimo biglietto da visita: più o meno come venire da Aberdeen per un americano. Arrangiamenti lo-fi, insofferenza ostentata e apatia latente, aspetto trasandato e trasognato, si circondava di strumentisti underground seri (all’inizio lo supportavano addirittura dei membri dei leggendari R.U.N.I.) e incideva per un’etichetta (Bar La Muerte) che, credo, nessuno di voi abbia mai sentito nominare (e se l’avete sentita avete la mia stima). Insomma era un vero fenomeno underground i cui testi rimandavano a sfighe quotidiane, episodi insignificanti e figuracce varie, non impegnati, ma comunque assolutamente lontani dallo standard sanremese. Persi le sue tracce dopo un divertente concerto al Babylonia e l’uscita del suo quarto disco. Pensavo fosse scomparso. Invece ha ancora fatto qualcosa, perdendo ciò che lo rendeva particolare e quindi la stima di quelli che lo seguivano fin dall’inizio, cercando di incuriosire un pubblico più vasto, senza per altro riuscirci in modo significativo. Com’è finita lo sapete e io non commenterò… ma anche lui mi mette una gran tristezza, se ci penso. Almeno quella di questo brano fa sorridere, lui nemmeno più quello.

Quando Endrigo vinse il festival con la canzone che hanno rifatto quei due mentecatti, fuori c’era gente che protestava contro l’insensatezza del festival (era il ’68 o giù di lì). Oggi nemmeno più quello. Sono 70 anni che ci ingozzano con certa triste pochezza culturale. E quel che è peggio è constatare che pure gli alternativi lo seguono con la scusa dei percularlo. Bravi.

Riflessioni e divergenze tra il fedele Ferretti e me nell’anno della data palindroma.

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Giovanni. Lindo. Ferretti. Qualche anno fa ricevetti un invito da parte di un amico per recarmi a vedere l’ex voce dei CCCP/CSI che avrebbe tenuto un concerto di lì a poco in un paesino vicino a casa. Fu un’occasione che non colsi. Volontariamente. Io c’ero quando i CSI vennero a Biella costringendo gli organizzatori del concerto a sportarlo al palasport per il numero inaspettato di biglietti venduti. Fui uno di quelli che fece fare a “Tabula rasa elettrificata” il clamoroso balzo in avanti nelle classifiche nazionali.

Volevo tenermi stretti quei ricordi. Volevo tenermi stretti tutti quelli che riempiriono il palasport, perché mai avrei pensato che la mia città potesse rispondere a quel modo, volevo ricordarmi quegli anni dove finalmente era permesso ai sedicenti alternativi di uscire dal guscio. Sono un nostalgico, non per tutto, ma per questi cari ricordi lo sono.

Adesso vedere Ferretti dal vivo non so che effetto potrebbe farmi, ma nemmeno mi interessa di scoprirlo. Sono cambiate troppe cose e esiste una pagina facebook che si chiama “Convinciamo Ferretti a drogarsi di nuovo”. Se esiste ci sarà un motivo. Anche piuttosto serio. Il punto però non è che lui ha fatto del punk filosovietico ed ora vota dall’altra parte. La gente ha il diritto di cambiare idea come e quanto vuole. Quello che non perdono a Ferretti e di aver perso lo spirito critico, il gusto di sfottere l’ideologia. Non è mai stato uno allineato nemmeno al punk, i punk del Virus di Milano lo contestavano violentemente (mai letti i libri di Philopat?), non è stato allineato nemmeno al comunismo, anche se aveva la tessera del PCI, gli sberleffi alla parte politica propria della sua regione non si contavano. Adesso è l’ombra di quello che era, uno che l’ha fatta finita con la contestazione, con l’ironia, con la destabilizzazione.

Uno allineato. E che il termine incuta terrore è palese. Riflettendo su tutto questo mi sono detto che, con tutto l’affetto per il suo passato, non potevo andare a vedere un suo concerto. La voce poteva essere ancora quella, ma l’uomo dietro alla voce che fine ha fatto? Soprattutto perché non applica al suo nuovo credo quello che all’epoca applicò al comunismo? Perché non lo irride, perché non lo critica, perché non lo destabilizza? Il materiale non manca di certo. La risposta non la conosco. So solo che allinearsi è comodo, fa sentire le spalle coperte e ti irradia di quella sensazione di protezione che si prova ad appartenere ad un gruppo, di illude di esser parte di una storia ed una tradizione, ti offre di mimetizzarti in un’idea pensata da altri che tu devi solo fare un minimo sforzo per sostenere. Bada solo che il tuo naso sia ben tappato prima di cedere, perché quel calore deriva dall’intestino di qualcun’altro.

Col tempo ho imparato che mai è una parola troppo definitiva. Chi sa di che siamo capaci tutti? Vanificato il limite oramai. L’unica strada che si può provare a percorrere è quella di essere attenti per essere padroni di sé stessi. Ed io ho intenzione di provarci. Ancora.

Allo stesso modo in cui mi ritrovo a pregare ogni volta che varco la soglia di un ospedale perchè l’ultima cosa che io veda non siano delle infermiere che mi girano attorno o la faccia preoccupata di qualcuno, il pavimento di linoleum e le pareti bianche, nello stesso modo spero, con tutto me stesso, che non si spenga mai in me la scintilla della riflessione, l’attitudine alla ribellione, il piacere dello stupore e l’orgoglio di averci provato. Fino alla fine. Non importa quante volte sarà necessario cambiare per non sentirsi soffocare, non importa se a qualcun’altro possa sembrare che io sia sceso a compromessi, non importa nulla, se non restare attivo e fedele a me stesso.

E sì, ogni tanto prego anche io, un dio diverso dal suo.

Sudditanza psicologica: vale la pena curarla

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Quando leggevo ancora le riviste su carta stampata riguardanti la musica metal e tutte quelle cose lì, soprattutto nel primo periodo, si parlava spesso del fatto che, in un mondo ideale, il seguace della musica metal era tale per la vita. Si parlava di fedeltà ai gruppi, allo stile di vita, alla scena. Tutto molto nobile e bello, anche abbastanza naïf, al punto che si arrivava anche ad ipotizzare di una cosa chiamata fratellanza all’interno del movimento, cosa che si concretizzava in molti casi. Fin qui tutti lati direi positivi della questione, in media l’ascoltatore medio di metal pre-Nirvana e Guns’n’roses (che poi sono quelli che più di tutti hanno sdoganato un certo tipo di sonorità pur non essendo metal in senso stretto) era una sorta di personaggio strano, da una parte un ribelle, ma dall’altra nemmeno troppo, non così tanto come avrebbero potuto esserlo gli autonomi o certe frangie estreme di punk-hardcore. Le due correnti di pensiero, all’inizio, erano ben lungi dal mischiarsi e, anzi, i punk vedevano i metallari quasi come dei reazionari a dirla tutta.

C’era dunque bisogno di unità, c’era bisogno di figure carismatiche intorno alle quali stringersi, fare gruppo e, in qualche modo, resistere dinnanzi agli sguardi quantomeno interdetti della “gente normale”. Adesso sembra fantascienza. Tutte queste cose hanno completamente perso il loro senso. La normalizzazione avanza.

Sbranano, sputtanano ogni cosa e la riducono ad un cliché.

Ce ne siamo accorti tutti: oggi chili di borchie, giubbotti di pelle, sguardo torvo e capelli lunghi (ad averceli ancora!) non spaventano più nessuno. Eppure a distanza di 35 anni c’è chi non vuole mollare i propri idoli. Credo che tutti i metallari, chi più chi meno, soffrano di questo atteggiamento e, a ben vedere, ogni fan di qualsiasi gruppo rimane deve rimanere decisamente deluso dai suoi beniamini per non volerne più sapere. Infatti c’è ancora gente capace di spendere fior di bigliettoni per vedere i merdallica (mai visto gruppo meno rispettoso dei propri fan), che nonostante tutto continua a ritenere fighi gli Iron Maiden, anche se non rilasciano più un disco significativo dai tempi di “Fear of the dark” (anche se l’ultimo veramente bello è “7th son”), che non ammette che gli Slayer sono finiti da tempo, che non può fare a meno dell’ultimo isostenibile lavoro degli Opeth, che ancora sopporta Manowar e Judas Priest che io, per altro, non ho mai potuto reggere.

Io stesso sono vittima di questo processo: cerco i Black Sabbath costantemente nei gruppi che ascolto, a volte provando anche un piacere sottile ma  intenso (tipo ascoltando l’ultimo dei Monolord: ragazzi vi voglio bene!). Anni fa (2010), in Norvegia, capitai a Bergen il giorno stesso di un concerto degli Iron Maiden e come potevo non fare di tutto per andarci? Poi ok, mi sono sorbito tutte quelle canzoni nuove che mi hanno tritato i maroni da morire (a parte “Blood brothers” perché sentirla cantare da 35000 vichinghi è una gran cosa) ma le mie lacrime si sono confuse con la pioggia durante “Hallowed be thy name”…nessuno è immune.

Solo che a un certo punto basta. Adesso si paventa addirittura una cosa ignobile tipo Iron Maiden 2.0. Putroppo le cose finiscono e per diventare leggende si muore giovani, facciamocene una ragione. Poi, anche chi dice che ormai certa musica è finita sbaglia. Si tratta solo di evolvere, di guardare altrove senza aver paura di ammettere che certe cose hanno inesorabilmente fatto il loro tempo.

Tra parentesi, Iggy Pop ha fatto un disco clamoroso superati i 70 anni. L’eccezione è possibile. Bisogna continuare a crederci.

 

 

Epitaffio digitale

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La morte di una persona è un evento tragico, una perdita, un distacco eterno e forzato. La dipartita di persone famose lascia un vuoto diverso nell’immaginario collettivo: si fa spesso riferimento a quanto prodotto in vita, all’apporto che un artista, uno scienziato,un attivista hanno fornito alla collettività e si fa correre il pensiaro al fatto che quell’apporto non potrà più essere elargito se non come memoria postuma, come lascito intellettuale. Ultimamente il ricordo delle persone che vengono a mancare è affidato ad epitaffi digitali: le bacheche, i blog, qualsiasi altra forma di comunicazione si riempie di messaggi di cordoglio: le facce delle persone riempiono i pixel degli schermi, le date diligentemente riportate come su una lapide digitale. Tutto questo stillicidio di messaggi  dapprima mi faceva pensare di essere parte di un diffuso sentimento di cordoglio e quindi più di una volta ho partecipato anche io.

Solo che poi da una palla di neve è diventata una valanga. Particolarmente nel 2016, anno di dipartita di numerose personalità importanti, la cosa ha assunto dimensioni abnormi e anche ora non accenna a diminuire. Un compianto funebre senza fine che ha finito per svilire la cosa riducendo le bacheche in immensi muri del pianto dozzinali che, tirando le somme, mi lasciano indifferente se non proprio annoiato, fermo restando il dispiacere per colui/cole che ci ha lasciati.

Alla seconda/terza epigrafe elettronica mi assale un senso di oppressione ed una domanda: ma non sarà che attraverso questo mecccanismo non si cerchi di “dare per primi la notizia”, di rendersi in qualche modo visibili in modo che poi ti sovvenga, oltre che il nome del defunto anche quello di chi ha diffuso la notizia? E non sto parlando delle persone che giustamente rendono omaggio al dipartito con un sentito post circostanziato, nel quale almeno spiegano le loro sensazioni, quanto l’opera del personaggio ha significato per loro e via discorrendo. Sto parlando di tutti gli altri.

Alla fine mi sembra una sorta di moda, come quelli che fotografano il cibo e poi lo postano o quelli che si fanno gli autoritratti con le persone famose. Non posso che giungere sempre alla conclusione che terrò per me stesso i miei sentimenti, lasciando trasparire solo poco all’esterno perchè le modalità con cui lo si fa al giorno d’oggi non mi appartengono e mi sembrano squallide e dozzinali. Fecebook et similia hanno dei lati positivi (per quanto mi riguarda segnlarmi i concerti e qualche uscita discografica che  potrebbe sfuggirmi e, magari, tenermi in contatto con persone alle quali tengo ma che non riesco a vedere spesso) ma mi appaiono totalmente inadeguati a contenere riflessioni e sentimenti profondi quali possono essere dei cordogli sentiti, nel caso. Sono un mezzo superficiale e come tali vanno utilizzati.

In questi termini, mi sovviene spesso una canzone di CSI:

Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più.

 

Musica per organi freddi

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Nemmeno negli anni d’oro del movimento il black metal ha mai fatto troppa presa dalle mie parti. Anzi. L’ho sempre considerato musica per personaggini equivoci, per gente che fa della posa un’attitudine al punto di venerare satana senza nemmeno avere un minimo di retroterra culturale per capire cosa voglia dire, per gente che si trincera dietro corpse painting e pose malvage per nascondere la propria pochezza, per gente a cui piace provocare gli altri ma non è in grado di sostenere uno sguardo o argomentare un discorso, senza contare (perché sono palesemente fuori scala) quelli che proprio spensero il cervello facendo fuori persone e bruciando chiese. Adesso che a tutto questo si sono aggiunti (o c’erano già prima?) hipster, psicolabili, gente con idee reazionarie e altri discutibili (e rincoglioniti) figuri siamo messi ancora peggio.

Anche dal punto di vista musicale non mi sono mai piaciuti:

-Il cantato in screaming

-Il tono acuto delle chitarre

-Gli inserti tipo folk o neo folk (qui si tratta di metal estremo e alzateli sti cazzo di ampli!)

-Le derive sinfoniche (ancora peggio del folk)

-Le produzioni plastificate di mr. Tägtgren e della Nuclear Blast

-Le infinite dispute sul fronte trve/untrve (vedasi anche Batushka, di recente)

E pensare che le origini del movimento mi piacciono: io adoro i Celtic Frost e anche i Bathory… eppure, fatti salvi certi capi imprescindibili (Dark Throne, Mayhem…) tutto il resto mi risulta indigesto. Non che voglia fare una pessima generalizzazione del discorso, ci saranno sicuramente persone meritevoli nel giro black e poi c’è chi risolleva un minimo la situazione rinverdendo la formula vedi Klevertak e, perché no, Whiskey Ritual, chi invece lo prende come punto di partenza per giungere a risultati sublimi (…In The Woods, Ved Buens Ende/Virus, Ophthalamia) però per me qualcosa non torna ed è inutile: se voglio sentire qualcosa che davvero metta tutto sotto i propri cingoli mi tocca rivolgermi altrove. Al caro vecchio Death Metal, al fedele compagno Grindcore. Non c’è partita. Anche una cosa quasi universalmente riconosciuta come la tamarraggine scassatutto di “Panzer division marduk” alla fine non fa presa su di me. Ho un disperato bisogno di growling iper-gutturale, chitarre a motosega (grazie Tomas Skogsberg) e batteria a maglio.

Capita che  ogni tanto io, non dico mi dimentichi, ma metta da parte tutto questo. Tuttavia alla fine qualcosa giunge a sussurrarmi che avevo bisogno di della sana violenza messa in musica. Contro il logorio della vita moderna è meglio del Cynar, non me ne vogliano Ernesto Calindri ed Elio. Soprattutto meglio la violenza messa in musica che prendere a sprangate il prossimo. Questo è un messaggio che non è mai passato: non parlo per gli altri, ma per il sottoscritto questa non è incitazione alla violenza, è un modo per non diventare violenti:

Non sopporti la merdosa proposta musicale di radio e televisione? Metti “Left Hand Path” e subissali di volume.

Il lavoro ti opprime e non ne esci? Prova con “World Downfall” sparato al massimo.

Gli amici si imborghesiscono e svaniscono nel nulla? Credo che “Cause Of Death” faccia al caso tuo.

Ti fregano il parcheggio? Abbassa il finestrino e fai un furioso headbanging sulle note di “Hammer Smashed Face”, ti sentirai subito meglio.

Continuano a cercare di importi scelte non tue? Insistono nel dirti che musica ascoltare, come vestirti, cosa leggere, in cosa credere? La risposta è ovvia: lascia che siano i Nasum a chiarire il concetto:

 

Quale sogno sublime potrebbe essere rispondere a tutti i fastidi alzando il volume e zittendo tutti? Sarebbe una gran soddisfazione di sicuro. Ogni qualvolta la situazione si fa pesante, la manopola è la soluzione.

Ora (Grazie a Blogthrower per avermene parlato) abbiamo un nuovo gruppo che può accostarsi alla schiera e farci scapocciare tutti quanti alla faccia delle disavventure quotidiane. Benvenuti Thulsa Doom !

 

 

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Gruppi ai cui concerti non vorresti assistere e concerti che vedresti all’infinito

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Negli anni novanta esisteva una formazione milanese che si vantava, probabilmente essendo nel giusto, di essere tra i pionieri del thrash metal in Italia. Tale formazione aveva un chitarrista che era facile incontrare, nel ruolo di intortatore, in un altrimenti mitologico negozio di dischi sotto il Duomo a Milano. Il “Maryposa” era (ed è!) un posto fantastico (sono onorato di citarlo nelle mie umili pagine): i due commessi storici, che credo ci siano ancora, erano competenti e simpatici… perché volessero servirsi di un simile individuo mi è oscuro. Saccente ed insistente, ostenta il suo successo locale e cerca di propinarti i dischi che piacciono a lui, se non proprio quelli del suo gruppo. Non succede solo questo:

Evento n. 1: Concerto dei Metallica allo stadio delle alpi (To) nel ’92: un’occasione fantastica, gruppi enormi nel bill (Voivod, The Cult, Suicidal Tendencies e, incredibilmente Megadeth che paiono aver fatto pace con il gruppo di punta). Notizia spiacevole: I Voivod danno forfait… e a sostituirli il suddetto gruppo milanese. Dopo una mezz’oretta di scimmiottamenti ai Pantera la loro esibizione finisce e, più tardi, hanno pure l’ardire di pubblicare un EP con la registrazione del concerto e alcune foto che li ritraggiono immersi in un bagno di folla evidentemente non intervenuta per loro. Va bene.

Evento n.2: Negli anni ’90 al parco Acquatica di Milano si svolgeva un grosso festival chiamato Sonoria (sono sicuro di due edizioni, ma potrebbero anche essere state tre o quattro), di solito aveva lo sgradevole, almeno per il sottoscritto, vizio di mettere insieme gruppi che non c’entravano nulla ma un anno propone un programma di tutto rispetto: Pardise Lost, Rollins Band, Danzig, Primus, Faith no more. Se non che il giorno stesso (internet era un miraggio e l’organizzazione italiana di certi eventi ha sempre lasciato a desiderare) si apprende che Danzig e Primus danno forfait e… indovinate un po’ chi prende il loro posto? Ma certo! La suddetta band milanese e Paul Weller (PAUL WELLER?!?!?!?).

Innanzitutto su biglietti campeggiava la scritta: “in caso di rinuncia di uno dei gruppi, la sostituzione avverrà con un gruppo di pari livello”… che fate, prendete in giro la gente?! E poi chissà perché sempre lo stesso gruppo chiamato a tappare i buchi. Misteri sepolti nel tempo.

Misteri che continuano anche oggi, nel giro di pochi mesi mi sorbisco due volte un gruppo nei cui componenti milita qualcuno coinvolto con la grafica di taluni manifesti dei concerti, fortunatamente l’altra sera arrivo in ritardo e me li risparmio.

Scusate, sono un sonicopatico e divento di pessimo umore (tra l’imbufalito e il nevrotico) se devo sorbirmi musica che detesto… non che normalmente sia una persona solare e di ottimo umore, chiaramente. Tuttavia è incredibile come, nonostante proprio non ti piaccia la loro proposta musicale, certi gruppi ti risaltino fuori solo perché qualcuno li ritenga simili ai tuoi gusti musicali. Credo sia lo stessa ragione per cui gli algoritmi dei social falliscono spesso inesorabilmente.

Fortunatamente un valido motivo per sorbirsi certi gruppi c’è: il gruppo principale della serata, ovviamente. Nel caso dello scorso venerdì sera i Neurosis. ho fatto pochissime foto, un po’ per l’assenza di memoria nella scheda della fotocamera un po’ perché, una volta tanto, mi sono goduto il concerto. Credo che sia circa (?) la quarta volta che li vedo e non deludono mai. Sono uno dei pochi gruppi in grado di trasportarti in una dimensione parallela con una energia intrinseca tale da ammutolire. Mi ricordo un paio d’anni fa, dopo 10 minuti ritrovarsi a pensare che avevano già polverizzato tutto quello che ti era capitato di vedere quell’anno. Questa volta si fanno ben pagare (35 sudatissimi euro) e sono supportati, oltre che dai suddetti, anche dagli Yob che non faccio parimenti in tempo a seguire. Stare qui a fare la telecronaca del concerto è inutile, posso solo dare un consiglio, per quel che può valere: andateli a vedere, fatevi questo piacere.

Dall’apertura affidata a “A sun that never sets” a quando Scott Kelly se ne esce zoppicando vistosamente (!) sono coesi, concreti ed incredibilmente intensi. Ecco: se non avete idea di cosa sia un concerto intenso, vado sul sicuro a consigliarvi una loro performance. Nonostante da più parti li accusino di un certo immobilismo creativo, di avere delle tempistiche da pachiderma per dischi e tour (vengono in Italia senza un disco da promuovere…) non stateli a sentire: non sono più dei giovincelli, hanno lavori e famiglie cui badare (lo stesso Scott è una specie di patriarca), abitano in diversi stati e tutto questo ne limita l’azione, ma quando si riuniscono su un palco è pura magia. P1020587

 

10 anni dopo Carboniferous: la vera eccellenza italiana!

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Vista la pochezza dell’offerta musicale attuale, spesso si è costretti a guardare indietro per trovare dei lavori che veramente abbiano rappresentato un significativo apporto alla causa della musica. Su “Carboniferous” degli Zu mi auguro non ci siano dubbi. Dopo dieci anni i romani tornano a riproporre quello che, probabilmente, risulta essere il loro lavoro più popolare dal vivo e l’occasione è clamorosa perché alla batteria torna a sedere, dopo anni di defezione, il Signor Jacopo Battaglia. Un mostro di bravura, stile, potenza e tecnica. Ho visto gli Zu con almeno tre batteristi diversi e, per quanto tutti bravi, Jacopo è IL loro batterista e non si discute.

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Personalmente non ho mai avuto ben chiare le motivazioni della scissione, tuttavia solo rivederlo dietro ai tamburi mi rincuora, vederlo agitarsi con le bacchette in mano, mi rimette in pace con il mondo. Quanto ci sei mancato Jacopo. Alla fine gli avrei anche fregato le bacchette, ma  mi son trovato davanti la batteria e mi sembrava di profanarla. Ci ha comunque pensato una ragazza, senza troppe remore reverenziali.

Tutto questo, forse, andava scritto alla fine. Questo è stato un concerto voluto, bramato, inseguito fin dall’annuncio, dato con mesi di anticipo. Lo Spazio 211 (locale cui siamo affezionati da anni dopo averci visto Suffocation, Unsane, Electric wizard, Neurosis, Isis et cetera) finalmente si risolleva da un torpore atarassico e propone una serata degna di questo nome (magari poi vedremo se presenziare anche per The Messthetics di fugaziana sezione ritmica).

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Gli Zu, come i Sunn 0))) o gli Einstürzende Neubauten, sono un gruppo che VA VISTO DAL VIVO. I dischi vanno bene, ben fatti anche dal punto di vista estetico, ma la fisicità di un loro live è un’altra cosa. Sono di un’intensità senza pari o quasi. Suonano per circa un’ ora e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti di quanto siano bravi talmente ti lasciano senza fiato. Seguirli mentre suonano ipnotizza e la musica diventa una scheggia impazzita che rimbalza da ogni parte mentre tu tenti di seguirne invano la traiettoria come farebbe un gatto con un puntatore laser. Ed il bello è che, come nel caso del felino, ti sembra la cosa più emozionante del mondo. Come per gli altri due gruppi citati in precedenza, la mia sensazione, quando si assiste ad una loro esibizione, è quella di essere trasportato in un altrove fantastico dove, per la durata del concerto, esistono solo la musica, lo stupore e la meraviglia. Qualcosa di molto vicino al concetto di felicità. Se non proprio ad uno stato di grazia.

Basterebbe questo per parlare del concerto di ieri sera. Esibizioni come le loro ti ricordano perché ami così tanto la musica, cosa di essa ti smuove così tanto l’anima. E’ qualcosa che, se non lo provi, non lo puoi spiegare. Ma è dannatamente reale.

Stasera Jacopo è loquace: presenta i brani come se fossimo a sanremo e l’ospite Stefano Pilia risulta, senz’altro, un gradito inserimento… poi ad un certo punto dichiara “questa è l’ultima volta che sentite Carboniferous a Torino” gettando tutti nello sconforto. Finché un valoroso lo prende in contropiede “Vi aspettiamo a Grugliasco!!!!”. Anche a Biella, quando volete!

Postilla: Questo post era nato come un immenso pippone sul fatto che i concerti di grandi dimensioni sono pessimi: costano un sacco di soldi, sono male organizzati, spesso con suoni indecorosi e gruppi bolliti da seguire magari solo su megaschermo, asfissiati da troppa gente che se va bene poga, se va male ti prende a pestoni o a spintoni senza conoscere il passato glorioso del gruppo. Il tutto adesso viene reso ulteriormente inaccettabile con biglietti vip il cui prezzo rasenta la follia, per non parlare del bagarinaggio legalizzato del secondary ticket. Dopo aver assistito ai Sabbath sull’ asfalto nel ’98 ho chiuso con festival e megaconcerti… in giro c’è di molto meglio e alla fine se la gente non lo capisce, peggio per loro. Del resto quando continui a seguire un gruppo nonostante abbia usufruito dell’illegalità per poi scagliarsi contro di essa e nonostante 25/30 anni di dischi pessimi, te li meriti i metallica a 90€ (o anche dippiù).

25 anni dopo

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Venticinque anni dopo è tutto un fiorire di ricorrenze. Di fotografie postate a memoria, di video nostalgici, di lacrime a comando. Mi chiedo se le ricorrenze servano a qualcosa, gli anniversari, le cifre tonde o semi-tonde. Oppure sono solo scadenze autoimposte per guardarsi indietro e rendersi conto del tempo passato, magari fare un bilancio che, a ben vedere, non serve a nessuno. Perchè quello che conta è il quotidiano quello che si vive sulla propria pelle giorno dopo giorno. Lo sanno bene quelle persone che si sono svegliate dieci anni fa senza una casa e sono corse in strada nel cuore della notte. Tutto questo è senza senso, non ha alcun peso reale. Non hanno peso le fotografie, non hanno peso le parole, le fiaccolate, i ricordi.

Venticinque anni fa moriva Kurt Cobain. Da allora di suo ho ascoltato ben poco perchè mi metteva a disagio. C’era quasi da sentirsi in colpa ad aver acquistato un suo disco, secondo quello che trapela da una sua canzone (e non solo da quella), ad avergli dato parte di ciò che non voleva. E alla fine i CD hanno continuato a prendere polvere su uno scaffale, ripresi in mano pochissime volte, quasi a voler guardare dentro un abisso non mio, un’ operazione non sempre delle più agevoli o costruttive. Anzi.

Intanto il tempo è passato ed ogni cosa si è trasformata. Tutto si è spento lentamente, al contrario di Kurt che, invece, è bruciato in fretta. E adesso stanno tutti a ricordarselo più o meno all’improvviso. Negli anni trascorsi dalla suo morte sono usciti alcuni dischi, alcuni libri suoi e non suoi (mi piace ricordare Tommaso Pincio e anche Tuono Pettinato), il ricordo non si è mai più o meno spento. Anche grazie a tutti i dubbi del caso sulla sua morte, sulla sua signora e su El Duce.

Non siamo qui per parlare di questo. Come per tutte le persone morte, non serve a nulla parlarne quando sono andate. Occorreva vivere assieme a loro il tempo concesso per calpestare la stessa terra. Tutto il resto è una sorta di esercizio masturbatorio anche se non sempre fine a se stesso.

Gli anni novanta erano il mio decennio e quindi c’ero. Non ringrazierò mai abbastanza di aver avuto vent’anni in quel periodo: ero depresso ma mai quanto avrei potuto esserlo se avessi avuto vent’anni negli anni 80 o nei duemila. In primis per la musica che, salvo rare eccezioni, avrebbe fatto pena e che, invece, mi ha pressappoco salvato la vita . Poi anche per l’atmosfera che era elettrica, ti caricavi anche solo respirando… peccato che me ne sia accorto solo dopo. Ero un ragazzetto universitario insicuro con una fragilità interiore che non ero in grado di identifcare, perfettamente in linea con i turbamenti esistenziali dell’epoca. Dopo un decennio di eccessi e di apparire ma non essere, gli anni ’90 furono una brusca frenata, un rimettersi in discussione, ma anche una sorta di rinascita spirituale, uno strenuo tentativo di riprendere in mano la propria anima dopo averci sputato sopra per un decennio. Non a caso tutti guardavamo con ammirazione agli anni ’70, vera epoca d’oro per la musica e per mille altri motivi, solo che ora avevamo una cosa in più rispetto ai ragazzi di quell’epoca: la consapevolezza, qualcosa di decisamente scomodo con cui confrontarsi.

Avevamo la consapevolezza che le utopie sarebbero rimaste tali, che eravamo manovrati tutti e legati ad un futuro del quale avremmo deciso ben poco, che certi fantasmi non potevano essere elusi. Se ci pensate suona assai similare alla storia di Kurt Cobain. Non era la voce di una generazione, ne faceva parte. Era un ragazzo comune che si è trovato ad aver scritto qualcosa che non era progettato per il successo ma che ne ebbe a dismisura. E nessuno era pronto per questo. Nessuno era pronto, ma era fatale che succedesse, era proprio nell’aria. Doveva succedere che quel sentimento strisciante, quell’aura di inquetudine trovasse una valvola di sfogo. Quella più evidente si chiamava “Smells like teen spirits”, la conoscete tutti.

Non sopporto quando parlano di Cobain come l’icona di una generazione, come il portavoce di una cultura, quelli che si esprimono in questo modo non hanno capito nulla. Peggio per loro. Peggio per tutti quelli che continuano ad affibbiagli un ruolo che detestava apertamente. Era uno di noi messo sotto dei riflettori che non aveva cercato. Non c’era poi molto da stupirsi se è andata come è andata, soprattutto se aggiungiamo anche i malanni fisici oltre ai sentimenti che aveva dentro.

Nello scorso fine settimana ero in viaggio con la mia auto e mi sono messo a riascoltare “In utero”: bastava quello, dentro quel disco c’è già tutto, c’è scritta ogni cosa, ogni testo è un presagio, un’indicazione, uno sfogo. Risentirlo è stato come rivedere un amico che non senti da vent’anni: schiaffi e carezze, vuoti e pieni, tristezza e allegria. Con il panorama che ti sfreccia a lato e la meta davanti. Bastavano i suoi occhi quando parteciparono a tunnel, introdotti con difficoltà/imbarazzo dalla Dandini continuamente disturbata da Guzzanti. Un’ apparizione che, ancora adesso, mi domando se fosse reale.

Il tempo non conta un accidente di niente, basta un attimo e tutto ti investe di nuovo, come se fossero passati cinque minuti. Mi ricordo lo sbeffeggiamento di amici e professori quando seppero che si era suicidato (?), mi ricordo i concerti persi nei quali avrei potuto vederli (tra l’altro con i Melvins di supporto, parliamone!), mi ricordo le mie sensazioni autodistruttive amplificate dal suo gesto. Durò poco. Non era la mia tragedia, che si sarebbe consumata di lì a tre anni, avevo una vita da vivere (almeno provarci) e tirai avanti. Fino a scoprire che, ma questa è storia fin troppo recente, il centro di tutto stava lì, nel non permettere a niente e nessuno di fermarti, nel non dare a niente e nessuno tutto quel potere su di te. Nel comprendere che chi si ferma è davvero perduto, ma che a volte nel mare dei sargassi si trovano gli strumenti per guardare le cose nella giusta prospettiva. Questo si impara ad essere stati morti per tanti anni. Ma c’è chi l’ha detto meglio di me:

“Tra gli undici e i quattordici anni la bambina era morta per molti secoli. Quegli anni da celacanto le avevano fornito l’accesso all’archivio degli inferi. Adesso che era tornata alla vita poteva richiamare quella memoria a suo piacimento. Si guardò dal dirlo e si accontentò di un’alzata di spalle.

La persona che ama è sempre la più forte”

A. Nothomb.