Io non mi adeguo

La questione principale

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Biella sta vivendo un momento di strana popolarità legata al fatto di essere stata inserita da Zerocalcare nella sua serie a disegni animati “strappare lungo i bordi”. Ogni tanto capita che la città finisca sotto dei riflettori dalla luce tenue: era successo anche con “I due Carabinieri” con Montesano e Verdone millenni or sono o quando Dario Argento si mise in testa di girarci alcune scene di un fantomatico Dracula con Rutger Hauer (l’attore poi sparì nella campagna e lo cercarono tutti…), cose così.  Adesso il disegnatore romano ambienta alcune scene della sua serie su netflix nella nostra città ed alcuni si risentono perché, a loro dire, non ne esce in modo propriamente lusinghiero.

Chissenefrega. Questo è un posto impermeabile a qualsiasi cosa, si farà scivolare addosso anche questo. Intanto il modo in cui il fumettista romano si attiene alla corrispondenza dei luoghi è quasi sbalorditivo e, comunque aldilà di tutto, la serie è ben fatta e tratta molti temi interessanti.

Zerocalcare è bravo ma è un po’ limitato. Soprattutto, per quello che può contare il mio umile parere, è decisamente troppo ancorato alla sua realtà quotidiana. Parla sempre e soltanto delle sue esperienze, di quello che gli capita e delle sue riflessioni in merito. Lo fa bene, le sue riflessioni offrono spunti interessanti e un punto di vista fresco sulla vita di ognuno di noi, una voce fuori dal coro, appartenente ad una di quelle controculture che raramente escono dal loro guscio inoltre ha una sensibilità fuori dal comune. Però, pur ammettendo di non essere un suo conoscitore ai massimi livelli, io non gli ho mai visto fare nulla di diverso da questo. Personalmente poi non ho mai amato le cose troppo ancorate al presente. Mi chiedo cosa potrebbe pensare qualcuno che legga i suoi fumetti tra vent’anni, probabilmente avranno un interesse storico di un qualche tipo, ma a parte questo? Gli va riconosciuto di parlare sempre a proposito: difficilmente blatera a vanvera di cose che non conosce o si lancia in giudizi affrettati, anzi, spesso da anche la parola a persone più competenti.

Esempio di quanto appena detto. Veramente ben fatto.

Benissimo. Temo però che prima o poi questo modo di raccontare la realtà mostri i suoi limiti… restando a Roma pensate a Moretti che in “Caro diario” parla di Beautiful (nell’episodio “Isole” di “Caro diario”) e ne fa una sorta di icona: uno che guardi oggi quell’ episodio difficilmente riuscirà a coglierlo fino in fondo. Per contro il bellissimo percorso fatto in vespa fino al luogo dell’assassino di Pasolini con The Köln Concert di Keith Jarrett in sottofondo: credo che possa colpire chiunque in qualsiasi epoca anche ammesso che nemmeno sappia chi sia l’intellettuale friulano.

Ogni volta che ne parlo non riesco a non rimetterlo, è uno dei momenti più alti della storia del cinema a mio parere.

Manca una cosa del genere nella narrazione del fumettista romano: la ricerca di qualcosa che trascenda il mero qui ed ora, una tensione che vada oltre la dimensione personale. Inoltre non si capisce bene perché uno che fa controcultura si appoggi a netflix o disegni anche i brand sulle scarpe. Tuttavia non siamo qui per disquisire di Zerocalcare bensì di Biella, Zerocalcare giustamente ci darà lo spunto.

Che poi ci ha anche descritto meglio di quello che siamo per certi versi. Non è mai arrivato un freccia rossa a Biella, e nemmeno c’è mai stato un treno che parta da Biella e arrivi a Roma Termini. Minimo sono tre coincidenze e nemmeno delle più agevoli. Un tempo c’era UN diretto per Torino al mattino in andata e UN diretto al Pomeriggio al ritorno. Fine. Ora, credo, nemmeno quello. Con Milano non abbiamo mai nemmeno avuto collegamenti diretti. Allargando il discorso, per dirla tutta, non arriva nemmeno l’autostrada. Siamo isolati, almeno per quello che riguarda le vie di comunicazione principali. Da adolescente mi pesava tantissimo. Adesso sono contento. Mi rendo conto che sia da egoisti, da misantropi, ma essere fuori dal giro grosso ha il suo perché e comunque non è che i collegamenti non ci siano, solo sono meno… diretti, il che spesso basta a scoraggiare la gente dal venirci a trovare. Non siamo un posto di passaggio, devi proprio voler venire a Biella. Anche il Covid c’è arrivato meno che da altre parti. Certo se stai a Roma, a Milano o a Torino hai molte più possibilità e strade aperte, puoi trovare più facilmente persone che ti somiglino, vedere mostre, andare a concerti ed è anche molto più facile trovare un lavoro. Tutte cose che mi interessavano di più quando avevo vent’ anni. Ma ho sempre molto apprezzato il fatto di poter chiudere la porta in faccia al mondo quando ne avevo bisogno e a Biella una cosa del genere ti riesce molto meglio. In piemontese si dice sü da doss. Probabilmente si apprezza con l’età e con la permanenza in loco, tutte cose che Zerocalcare non ha avuto modo di sperimentare anche se da misantropo quale si professa mi stupisce che non abbia considerato la cosa. Nelle grandi città ti stanno tutti col fiato sul collo, c’è sempre casino, la gente ti sommerge da ogni parte e io non lo reggo.

I love living in the city

Adesso se ho bisogno di andare in una grande città ci vado faccio quello che devo e scappo alla massima velocità, senza guardarmi indietro. Di Roma in particolare ho anche un pessimo ricordo, ma questa è un’altra storia.

L’assenza di possibilità ha anche dei risvolti interessanti: ti spinge a sbatterti per farti le cose da solo. Ho sempre avuto l’idea che chi vive nelle grandi città non coltivi mai veramente le cose: forse sono io, ma conosco persone che vivono nelle grandi città che si stupiscono quando gli racconto che ho amicizie che durano dall’ asilo. Il punto è che quando hai poco, di solito ti sbatti per far funzionare quel poco che hai e non abbandoni le persone alla prima divergenza. Ogni amico che ho perso, ogni ragazza andata sono sempre state tragedie per me… piccole o grandi. Significava in qualche modo aver fallito.

Inoltre Biella ha avuto dei suoi seri perché, molti di più di molte altre città. Forse proprio perché la mentalità biellese era testa bassa e lavorare ci sono state tantissime realtà che ci hanno allietato la vita da adolescenti a fare da contraltare. C’era una selva di gruppi musicali niente male, alcuni anche con delle idee grandiose (su tutti i Festina Lente, i Sentence To Blunder, i Keen o gli Yahozna che da poco si sono riformati), ovviamente c’era il Babylonia, il locale senza il quale la nostra vita sarebbe stata infinitamente più grigia, c’erano negozi di dischi (Valerio e Paper Moon su tutti), l’informagiovani funzionava davvero bene, c’erano molti locali che facevano suonare dal vivo e non solo coverband. Addirittura ci fu chi tentò la via dell’autogestione (il collettivo “Arsenio Lupin”) che ovviamente finì in malo modo: non ci potevamo spingere così oltre.

Grandissimi Festina!

Poi dai, siamo sinceri, Biella non ne esce male: nella serie è semplicemente un posto dove è successo qualcosa di terribile, avrebbe potuto essere benissimo qualsiasi altro posto di provincia in Italia, solo che il personaggio era di qui. E viveva male il fatto di esserci dovuta tornare dopo aver fatto la fuori sede a Roma. Ma, suvvia, l’autore mantiene un atteggiamento davvero neutro circa la città stessa.

Oggi mi appare molto meno attiva ma non è che non ci siano cose comunque meritevoli. Non è passato molto tempo da quando fa il Cervo -un fiume locale- si è portato via l’Hydro forse l’unico locale veramente alternativo della città e, certo, con la pandemia ogni cosa è diventata ancora più difficile. Ma non manca la gente che ha voglia di sbattersi.

Gente che organizza festival come il Reload che propone cose che non mi interessano, ma rimane una bella realtà che è riuscita a fermarsi il meno possibile, cosa che, di questi tempi, è tutt’altro che scontata. Gente che propone posti per suonare ai gruppi locali che non siano cover band come il Vecchio mulino o il Sekhmet e poi c’è il concertone del primo maggio all’ARCI di Lessona (son due anni che mancate ragazzi). Gente che promuove l’arte come la fondazione Pistoletto, il museo del territorio o la fondazione della cassa di risparmio di Biella. Basta saper cercare. Basta darsi da fare: non saremo Roma ma nemmeno ci tengo che lo diventiamo.

Resterebbero altre considerazioni da fare sul tema centrale della serie. Solo che son cose che è meglio lasciare alla coscienza del singolo. Bisogna dare atto a Zerocalcare di aver parlato in un modo partecipe e sincero di un tema delicatissimo nel quale la tristezza alla fine la fa da padrone da qualunque angolazione la si consideri. Biella, anche questa volta, non è la questione principale con buona pace di chi vorrebbe farla diventare tale.

Voi (non) siete qui. (fonte Wikipedia)

2/10/1999

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È una data che difficilmente riuscirò a scordare quella del 2 ottobre del 1999. Al Leoncavallo suonano i Fugazi, il CSA salito alla ribalta della cronaca pochi anni prima per la cacciata dalla sede storica ospita il gruppo che rappresenta il simbolo stesso della musica indipendente. È una delle prime trasferte in assoluto, una delle prime occasioni in cui io e l’Oltranzista ci muoviamo in coppia per assistere ad un concerto. Quale occasione migliore. Quale gruppo migliore se non un gruppo leggendario come i Fugazi. Ebbi addirittura l’ardire di immortalare l’evento su una musicassetta da 90minuti che tuttavia non furono sufficienti. All’inizio ci siamo noi due che scherziamo sull’insegna dei fratelli G., che avevano la propria impresa a due passi dal luogo del concerto.

Nessuno dei due c’era mai stato. Nessuno dei due era poi questo grande fan dei Fugazi in quel momento, più per ignoranza che per scetticismo: li conoscevamo ancora troppo poco. Uscimmo da lì che erano diventati uno dei nostri gruppi preferiti e lo saranno per sempre. Due ore e passa di concerto più di trenta canzoni suonate, un’atmosfera di festa senza forzature: partecipe, appassionata. Qualcosa di unico. Un capannone industriale stipato di persone in estasi. Per il modico prezzo di 5000 lire in barba alla SIAE, con l’unico rammarico di non avere tra le mani nemmeno il feticcio del biglietto, solo i ricordi. Solo una MC HF Sony da 90 minuti che poi sarebbe stata soppiantata dal download quando il gruppo di Washigton D.C. rese disponibile in concerto sul sito della loro etichetta, la dischord rec.

Riportare alla mente quei momenti è sempre molto bello, e non solo per la nostalgia, per il fatto che si era più giovani. Il punto è proprio lo stupore: trovarsi davanti un gruppo, fatto di persone semplici e fiere, sinceramente coinvolte in quello che stavano facendo. Ian Mac Kaye che prega tutti di non essere violenti nel pogo, di saltare anziché spingersi, che ricorda un concerto passato al vecchio Lenocavallo nel quale in tetto era andato. E poi un modo di suonare generoso e appagante, una vera e propria esperienza. Chi oggi affronta due ore e passa di concerto? Chi propone una scaletta con 34 brani (!!!), chi porta ancora sulle spalle la propria musica sbattendo fieramente le porte in faccia al music business? È rispondendo a queste domande che ti rendi conto di aver assistito ad un vero e proprio evento, ti rendi conto di essere diventato parte di qualcosa che trascende anche il concetto stesso di movimento musicale, è un vero e proprio modo di essere.

Come dicevano i Minor Threat: almeno loro ci hanno provato! E, per fortuna, ci sono riusciti: i circa 4 milioni di dischi (!!!) complessivi venduti dagli artisti della dischord stanno lì a dimostrarlo. E facendo tutto praticamente  da soli: quando, per esempio Dave Grohl (di Wasinghton D.C. anche lui, oltre ad aver militato negli Scream) intervista Ian nel documentario sonic highways e lui parla di tutte le proposte ricevute dalle major e rispedite al mittente, ti rendi conto della loro grandezza e, al tempo stesso, di quanto potrebbero guardare tutti dall’altro invece non lo fanno. Nel lungometraggio “Instrument” c’è quella lunga carrellata su tutti i volti dei ragazzi che assistevano alle loro esibizioni, quale altro gruppo si priva del ruolo di protagonisti a quel modo?

Quella sera i Fugazi furono stellari, non riesco ad usare un’altra parola per descriverli, semplicemente nel novero dei migliori artisti mai visti dal vivo, si percepiva un’intesa fuori dal comune, una coesione di intenti artistici che, a ben guardare, rappresenta un caso più unico che raro con 10 anni di carriera alle spalle. Vederli suonare fu come imprimere un’immagine indelebile nella memoria, quella di un gruppo che ha sfidato con successo le leggi del mercato, quelle scritte e quelle taciute, che è riuscita a togliersi ben più di una soddisfazione producendo Arte, esprimendosi ai massimi livelli.

Oggi resta sul web una pallida e sfuocata testimonianza in un video di pochi minuti.

Ma la memoria e l’anima ancora fremono per quello di cui sono state testimoni: uno dei più bei concerti di sempre.

I Fugazi non si sono mai ufficialmente sciolti, sono sospesi in un limbo temporale dal quale escono, si dice, a volte per suonare assieme, ma senza pubblico e senza pubblicare più nulla da “The argument” del 2001. I componenti sono comunque rimasti attivi in svariati progetti, di cui il più significativo appare Coriky dell’anno scorso.

Il Leoncavallo è rimasto al suo posto, ma non ci andiamo da secoli.

Io e l’oltranzista siamo orfani di concerti con trasferta dal 17 febbraio 2019. Per questo sto tentando di ricordarmi tutti i più belli ai quali ho assistito, non potevo che partire da questo.

L’Europa gira a 33 e 1/3

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Dopo Biella, Torino e Milano, adesso siamo alla volta dell’ Europa, alla scoperta dei negozi di dischi che mi sono rimasti maggiormente nel cuore. Si tratta di Europa del nord, ovvero di quella parte di continente che sento maggiormente affine a me. Scandinavia e isole britanniche soprattutto, posti che, in qualche modo, mi porto nel cuore. Ma bando ai sentimentalismi e partiamo subito.

Cardiff- Spillers.

Vi siete mai chiesti quale sia il più vecchio negozio di dischi del mondo? Potrei essere smentito ma sono abbastanza sicuro che sia Spillers. Più che un negozio, una leggenda che ha rischiato di sparire ma che tutt’ora resiste nel cuore della capitale Gallese. E dire che ci sono capitato per caso, durante un tirocinio in terra d’Albione, mai più mi sarei aspettato di imbattermi nella storia dei negozi di dischi. Invece in Regno Unito c’è una grandissima passione per la musica, del resto, ragionandoci tutte (o quasi) le più grandi band della storia arrivano da lì e ci sarà pure un motivo. Tutti hanno una vasta cultura musicale molto meno settaria e chiusa che da noi ed è bellissimo, sia che trovi l’appassionato di musica classica che il sessantenne che conosce i Neurosis.

Cardiff è una città molto sveglia culturalmente parlando, ha un centro che la sera diventa quasi un centro svaghi per ubriachi e se ci capiti nel momento giusto non è raro che si trasformi in una festa gigante (io ci sono finito per halloween!). Al contrario di altre città decisamente molto meno rassicuranti (su tutte Liverpool: al sabato sera c’era quasi guerriglia per le strade!) è accogliente e a misura d’uomo. Spillers era un negozio quasi dimesso, se ne stava nel suo angolo ad aspettare quasi che io passassi di lì, da fuori sembra un negozio comune, dentro respiri la storia. Specializzato quasi solo in musica alternativa (e meno male) ti fa respirare l’aria dei veri negozi di dischi. Scaffali di legno, riviste, musica di sottofondo, qualcosa di un po’ polveroso qua e là, c’è tutto.

Non ebbi la possibilità di fare la radiografia al posto, però sono lieto di sapere che, con qualche traversia e boicottaggio a Morrisey perle sue ultime derive estremiste, il posto resiste. Anche solo averci agguantato “Abbattoir blues/ The lyre of orpheus” di Nick Cave and the Bad Seeds è sufficiente a tenere vivo il ricordo (tra l’altro è un disco bellissimo).

Borderline – Dublino

Uno almeno un sabato sera nella vita dovrebbe passarlo a Temple Bar, tanto per capire perché gli irlandesi hanno la fama che hanno. Anni fa (oggi purtroppo il negozio è chiuso) durante una scorribanda in quel posto magico dove i fiumi sono fatti di Guinness, la pioggia sa di luppolo e la terra raccoglie bicchieri rotti, mi imbattei nel negozio di cui sopra, meglio: nella saracinesca del negozio decorata con un murale. Alzando lo sguardo vidi l’insegna che prometteva decisamente bene e feci il possibile di ricordarmi dove fosse il matt… ehm il pomeriggio dopo. Tra la statua di Phil Lynott, la strato di Rory Gallagher, il vago sentore di U2 che aleggiano sulla città alla fine lo ritrovai e fui ripagato dello sforzo mnemonico post serata ululante.

Un piccolo negozio di dischi ma strapieno di roba… alcuna anche mai vista prima. Una vera delizia. Peccato che dopo giornate di gozzoviglie i fondi da investire scarseggiassero e dovetti fare una cernita dolorosissima portando a casa, tra l’altro, una edizione in vinile verde di Sons of Kyuss… niente meno!

Tiger – Oslo

Dalle mie parti Norvegia fa rima con Black Metal. Ed è vero, se fate un giro ad Oslo è d’obbligo che vi mettiate a cercare il posto dove sorgeva l’Helvete e vi facciate accompagnare nei sotterranei alla ricerca della famosa scritta “Black Metal”, ma resta poco più di questo. Avrebbe molto più senso aspettare Fenriz fuori dalle poste per stringergli la mano. Detto questo quel mondo si è abbastanza disgregato ma questo non significa che non ci siano altri negozi di dischi meritevoli in città. Tiger è uno di questi, forse il migliore. E non c’è da confondersi con l’omonimo negozio di cianfrusaglie danesi, questo è un signor negozio vecchio stile con scaffali e tutto in regola.

Specializzato soprattutto in musica indipendente è piccolo e accogliente, con un’atmosfera che ti fa sentire a casa e dei prezzi ragionevoli, soprattutto se considerate che siete nella terra dove tutto costa quasi il triplo rispetto all’Italia. Scovai una copia in vinile di “Steady diet of nothing” dei Fugazi, potevo abbandonarla lì?

Music Hunter – Helsinki

Ecco uno dei negozi più forniti che io abbia mai visto, l’unico, tra l’altro che mi abbia permesso di vedere una copia in vinile del White Album autografato dai fantastici quattro di Liverpool (ed era pure in vendita a trattativa privata). Music Hunter rappresenta la Mecca di ogni collezionista, praticamente un paese dei balocchi per chi ami la musica. Dischi stipati ovunque, un posto dove veramente se ti metti a scartabellare puoi passarci le ore senza accorgerti che il tempo ti sfugge di mano. Ne esci quasi stordito con la testa ciondolante e qualcosa tra le mani. All’epoca della mia visita ero in fissa con i Reverend Bizarre, quindi nella loro terra mi aspettavo di trovare delle chicche mai viste in patria, visti anche i loro trascorsi in classifica. Non ci trovai nulla e il gestore mi guardò anche con un grosso punto interrogativo stampato in faccia quando glielo chiesi. Dovetti ripiegare su “Quietus” degli Evoken, Doom Over The World!

Postilla: Helsinki è veramente un posto magico per musica e dischi, spero che sia ancora così ma all’epoca c’erano veramente negozi ovunque. Music Hunter rappresenta un po’ la punta di diamante ma anche altri erano veramente interessanti (se non mi ricordo male ce ne era uno molto bello chiamato Combat Rock incentrato soprattutto sul punk). E poi sentire le auto che sfrecciano con i Black Sabbath appalla non ha prezzo.

Sex Beat Records – Copenhagen

Nella città che contiene un luogo fuori dalla legge e dall’ Europa (Cristiania), la musica di un certo livello viene veicolata da questo negozio che si trova giusto sopra un parrucchiere alternativo. All’inizio non capivo dove si trovasse di preciso, l’insegna c’è ma l’entrata non mi era chiarissima. Poi una volta dentro ci trovo Michael Poulsen dei Volbeat con consorte e cane: mi è subito chiaro che è il posto giusto. Sembra all’improvviso che siamo tornati nei fantastici anni ’60, pavimenti di legno, vinili e devozione per Elvis (il cantante ha tatuato fieramente “Elvis Aaron Presley” sull’avanbraccio con caratteri vagamente in odore di film western. Della Danimarca io mi ricordo soprattutto i DAD (“No fuel left for the pilgrims” e “Riskin’ it all” per me erano più fondamentali dei Guns ‘n’ roses o dei Motley Crue, per dire), Von Trier (e per le imprecazioni dal tetto del Regno del medico svedese!) e la Carlsberg (la birra è molto nella media ma lo stabilimento è un posto da vedere!), però anche quest’esperienza mi lasciò il segno. Ne esco con un disco (vecchio) dei Volbeat e il commesso che mi dice di correre dietro a Michael per farmelo autografare, ha una voce che ammiro sinceramente ma stavolta passo…

I tetti di Copenhagen

Sound pollution – Stoccolma

Stoccolma è un luogo del cuore, Gamla Stan è il cuore del luogo del cuore. In questo scenario fantastico di stradine, vicoli, medioevo e turismo si incastra Sound Pollution, altro storico negozio che ha visto nascere la scena svedese, partendo dal Death metal per arrivare allo Scan rock, il luogo di riferimento per acquistare dischi nella capitale. Due stanze, una tonnellata di dischi, libri e tutto il necessario a farsi una cultura musicale sulla musica pesante. Entro la prima volta con indosso una maglietta degli Unearthly Trance e la prima cosa che mi dicono sono dei complimenti, non puoi sbagliare: quando si parte in questo modo, sei nel posto giusto. Esco un’ora e mezza dopo con in mano una copia di “Swedish death metal” di Daniel Ekeroth che mi servirà da guida turistica nei successivi 15 giorni di magia.

Appena fuori scovo il ristorante vegetariano Hermitage, gestito da due signore hippy con i rispettivi figlioli e ho anche trovato di che sfamarmi il corpo oltre che la mente. Direi che sono a posto. Da lì in poi i pellegrinaggi sono continui e ripetuti, impossibile ricordare tutti i dischi acquistati, a parte uno dei Thergothon che cercavo da tempo immemore: divertente pensare che hanno pure inciso per una etichetta italiana.

Finisco il viaggio in allegria con un bel brano di Funeral Doom Metal… non male eh?

Più forte delle parole

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451 gradi Farenheit è la temperatura alla quale la carta si incendia. Se non vi dice nulla credo che non abbiate mai letto il libro di Ray Bradbury e mi chiedo come mai. Se non l’ avete fatto probabilmente vi manca uno spunto per ragionare circa l’essere offensivi nei confronti degli altri, magari nemmeno vi sentite a disagio nei confronti dell’imperante necessità di non offendere nessuno, almeno in apparenza.

Anche un film di Truffault per la verità

Probabilmente vivete bene in quest’epoca di gente che pretende che tu ti muova sul ghiaccio sottile nella speranza che nessuno si offenda mai per quello che dici. Il principio è giusto, le conseguenze tremende. Nel libro, oramai nemmeno più tanto di fantascienza di Bradbury, i libri vengono messi all’indice e poi bruciati per paura che possano offendere qualcuno… persone di colore, omosessuali, devoti di una religione a caso, infine una qualsiasi categoria di persone. Adesso un campanello vi risuona in testa o ancora no?

Ci si muove esattamente come la buonanima di Carla Fracci, in punta di piedi, cercando di non gravare troppo sul terreno perché altrimenti potrebbe creparsi. Quindi si mettono all’indice film come “Via col vento” (che andrebbe semmai oscurato perché è un mattone tremendo, ma questa è un’altra storia), addirittura la Disney ha più di un dubbio su molti suoi cartoni animati: cose del genere che, a un certo punto, mi sono rifiutato di sentire ancora. E poi arriva Bill Hicks e fa il punto della situazione:

“This idea of “I’m offended”. I got news for you I’m offended by a lot of things too. Where do I send my list? Life is offensive. You know what I mean? Get in touch with your outer adult and grow up, move on.”

Vuoi vedere che la colpa non è della ballerina che si muove pesantemente, quanto piuttosto del terreno che è troppo fragile? Non sarà che non stiamo dando alle persone gli strumenti per non offendersi per le parole degli altri? Offendersi a volte significa non capire il contesto. Le persone di colore in “Via col vento” sono trattate nel modo in cui erano trattate all’epoca dell’ ambientazione del romanzo, io piuttosto mi scaglierei contro il tentativo di normalizzazione squallido di chi mette la testa sotto la sabbia proibendone la visione. Molte conquiste civili sono state fatte partendo da un’ offesa, molta controcultura si basa su cose oltraggiose, offensive, scorrette. La libertà di parola non funziona a senso unico, a meno che non si sfoci in un reato. Ma i reati li giudica la magistratura, non le emittenti televisive, i giornali o chiunque altro.

Tutto questo preambolo iniziale per introdurre le cose che ritengo figlie del politicamente corretto che mi fanno maggiormente reagire:

  1. Non ti piace qualcosa? Non ne parlare. La madre di tutti i mali. C..redici che non lo faccio! Il solo fatto che non mi piaccia/ non mi stia bene qualcosa non mi autorizza a parlarne? Una bella consuetudine da social network sempre più radicata. Mai visto nulla di più sbagliato, paradossalmente proprio delle cose che non sopportiamo dovremmo parlare di più per cercare di cambiarle attraverso critiche costruttive che nessuno accetta più per tanto spesso si sfocia nel turpiloquio direttamente. È sicuramente sbagliato, ma è un atteggiamento figlio dell’assurdità del disquisire negato. IO NE PARLO ECCOME! E mi permetto pure di usare l’ironia e lo sberleffo con chi me lo vieta. Da qui a bruciare i libri ci si arriva in 3.2.1…
  2. La censura tipo PMRC. No grazie. A parte che l’esperienza Tipper Gore insegna: ha avuto più che altro l’effetto di fare pubblicità e far vendere le magliette con il famoso adesivo. È un problema vecchio come il mondo: le persone (e anche i gruppi musicali) possono parlare delle tematiche che vogliono. Si suppone che le persone siano dotate di cervello pensante tale da operare in coscienza opera di discernimento. Se non hanno tali capacità o è perché sono troppo piccoli o è perché non sono in grado (e in questo caso sta alla società di tutelarli) o non hanno gli strumenti (e in questo caso sta sempre alla società forniglieli). Scaricare la colpa sugli altri è sempre comodo.
  3. Non mi ci scaglio contro ma nemmeno tutta questa attenzione ai generi maschili/femminili, gli * messi al posto delle vocali mi suscita particolare simpatia. Sono solo parole. Quello che conta sono i fatti, prima di cambiare la lingua non sarebbe male cambiare le persone. Poi lo so che le parole sono importanti ma, anche qui, il contesto è che la lingua italiana ha sempre avuto i generi e certi sostantivi o sono maschili o sono femminili e io non ci vedo nulla di male in questo. Comunque sia a Vera Gheno le si vuole bene, sia chiaro.

Hanno tentato di offendermi un buon numero di volte in vita mia: per il mio corpo (body shaming adesso si chiama così?), per le mie idee (il bello di non affiliarsi mai…), per essere vegetariano (adesso fa figo, dovevate provare nel 1994), per la musica che ascolto, per i capelli che avevo e per l a mia capoccia pelata di adesso… con ogni argomentazione possibile, insomma. Spesso, soprattutto all’inizio, ci sono riusciti, mi hanno fatto male, mi hanno gettato nella depressione, anche persone vicine. Poi ho trovato la forza, ho smesso di dare peso alle offese: è un percorso duro, accidentato ed è giusto tutelare chi non riesce a farlo in solitaria, però non bisogna nemmeno arrivare a certi eccessi nei quali il contesto non conta più nulla, si spegne il cervello e non se ne tiene più conto sparando indebitamente a zero. La società moderna ci dà apparentemente il diritto di offenderci per qualsiasi cosa, io rinuncio a questo diritto. Occorre essere più forti delle parole.

Pippone finito.

Un piccolo disco scorretto, per gradire.

SÜ ALEGHER!

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Come se tutto il resto non bastasse arriva anche l’allegria. Arriva anche la newsletter di bastonate che parla di nostalgia e dei suoi costrutti, se non fosse stato per loro almeno mi sarei beato della mia ignoranza. Invece ora so tutto: Rick Rubin produce Gianni Morandi. E io sto male. E io affondo nel disagio, nella voglia di scomparire. Già il periodo non è allegro perché da sempre detesto l’estate, il caldo, gli schiamazzi, le zanzare, la musica dimmerda e i tamarri e alla fine arriva sempre qualcuno a rincarare la dose.

Rick ma che cazzo ti prende? Seriamente hai bisogno di mandare a puttane la tua carriera in questo modo? Davvero ti servono quei quattro soldi maledetti che ti avranno offerto? Qual è il tuo problema congenito per venire a produrre robaccia schifosa in Italia? Che c’è, dopo gli Slayer e i Beastie Boys, dopo aver levato dalla naftalina (con buoni se non ottimi risultati) Johnny Cash e i Black Sabbath, ancora non ti bastava? Dovevi tentare l’impresa impossibile vero? Lo dovevi proprio fare eh? Non bastava quel fenomeno da baraccone di lorenzo cherubini? No non bastava.

La canzone, sia detto subito, fa cagare. Quindi no, l’esperimento non ti è riuscito. È terribile la musica, un pastiche dai suoni plastificati e tremendi (a all’inizio pure vagamente latini), è un obbrobrio il testo con i suoli velati ammiccamenti alla ripresa post covid: ve lo darei io un calcio per ripartire, ma che vi spedisca lontano. Adesso tremo alla tua prossima mossa: se posso suggerire vorrei vederti alle prese con un qualche vuoto cosmico come uno young signorino o magari, se vuoi proseguire con quest’operazione geriatrica, buttati sullo spadone nazionale. Spero solo che qualcuno non si metta nuovamente a pontificare sulla tua prossima impresa ed io riesca bellamente ad ignorarla. Non ne posso più di bere questo amaro calice della cultura popolare. Davvero non ce la posso più fare. E poi fa caldo e tendo a incazzarmi il triplo.

P.s.: Meno male che poi arriva la Vanoni e i suoi toy boys, quello sì.

Stringere alleanze

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Nonostante il mio amore incondizionato per i negozi di dischi, c’è stato un bel periodo nel quale non li ho frequentati affatto. Tra gli svantaggi del vivere in provincia c’è senz’altro quello di avere la possibilità di imbattersi in negozianti che sembra siano lì per caso. Come già detto nel caso del Discclub, negli anni ’80 era normale: la provincia era un luogo d’ombra assolutamente refrattario a qualsiasi cosa non fosse la norma, sembrava di vivere in farenheit 431 e coloro che avevano una cultura musicale sembravano uomini-disco, votati alla conservazione del patrimonio musicale avulso dal contesto comune. Quando dico questo intendo che anche trovare un semplice fan, chessò, dei Led Zeppelin era difficile e facevi la ola quando qualcuno capiva di che diavolo stessi parlando. La situazione migliorò molto negli anni ’90, complice forse il Babylonia o il ruolo assunto dal suo gestore che contribuiva anche con un negozio di dischi (Paper moon). Aveva un pessimo carattere, trattava tutti con sufficienza, ma alla fine, dopo mille patimenti, i dischi te li trovava: rimembro ancora il giubilo per “Blues for the red sun” dei Kyuss o “How the gods kill” di Danzig in edizione cartonata lunga americana e primo incontro -alien escluso- con H.R. Giger.

Quando lasciò il negozio, per un po’ le cose continuarono a girare. Poi ricominciò un tira e molla fatto di mille difficoltà a reperire quello che chiedevo, poi diciamolo… era arrivato internet. E non sto parlando di canzoni scaricate da Napster (che usai davvero poco rispetto alle sue potenzialità) e nemmeno di streaming (quello arrivò dopo), sto parlando di ordinare on-line. Per un bel periodo ordinai dagli USA, laggiù avevano dei prezzi talmente bassi da compensare tasse e spese di spedizione (purtroppo quella cuccagna è finita da un pezzo, ho completato fior di discografie a quel modo), poi arrivarono ebay, discogs, amazon, la feltrinelli, IBS, qualsiasi sito dal quale fosse possibile farsi arrivare della musica.

Se uno come me abbandona i negozi di dischi sicuramente ha un motivo valido per farlo, altrimenti negozi di dischi tutta la vita. Per quanto mi concerne i motivi sono i seguenti:

  • L’attesa: capisco che sia impossibile rivaleggiare con amazon et similia in rapidità ma, inserite un’imprecazione pesante a scelta, attendere 3 mesi un disco che a me arriverebbe in due settimane dagli USA, io non lo trovo accettabile. Voglio dire: io sono un privato qualsiasi e riesco a farmi arrivare la roba mesi prima di te che dovresti avere dei canali di distribuzione come si deve? Qualcosa non va. Alle volte (vedi il disco dei Coriky) ho perfino disdetto il disco dalla disperazione: il disco era stato posticipato causa covid e poi si erano bellamente dimenticati di rimetterlo in ordine (inni sacri a volume assordante a coprire gli improperi): chissà perché non mi son fatto più vedere.
  • La competenza: senza troppi giri di parole (e scusando la volgarità in  veneto) mi sono rotto il casso di dover fare lo spelling del nome dei gruppi. Non pretendo che conoscano l’ oscuro progetto underground della, chessò, Bielorussia, ma se ordino (perché non sia mai che tu li abbia già in negozio) un disco degli High On Fire o dei Clutch, almeno che tu sappia come si scrivono (altre imprecazioni, ma si sappia che sono esempi reali).

Totalmente deluso dai rivenditori della mia zona, fortunatamente non sono il tipo che demorde. A circa una mezz’ora da dove vivo per fortuna c’è  Ivrea e Discooccasione. Frequentavo già il negozio saltuariamente non essendo particolarmente comodo andarci, tuttavia vedevo che era assortito e che il titolare, Roberto, sapeva assolutamente il fatto suo. Più tardi scoprii che teneva banchetti in varie occasioni di concerti dal vivo (vedi Desertfest e altri) e mercatini dell’usato, comunque stringemmo alleanza quando acquistai un CD dei Belzebong ( …sì è un gruppo stoner, per giunta polacco), quando mi disse “finalmente qualcuno che ascolta roba pesante!”

Galeotto fu il disco e chi lo registrò!

… da allora mi faccio mezz’ora di strada (di solito in moto) con il sorriso stampato sulla faccia, ordino via whatsapp e sono felice alla faccia di amazon e di tutti gli altri. Credo di aver avuto le lacrime agli occhi quando, l’ultima volta che ci siamo visti gli chiesi se aveva delle copie in vinile dell’ultimo dei Godspeed you! Black emperor, conscio dell’impresa impossibile visto che era esaurito su bandcamp, e ne aveva ben tre copie in casa, di cui una sotto il mio naso imbarazzato. Poco importa se avevo già ordinato il CD che sarebbe arrivato con nota autografa (!) tre settimane dopo dal Canada: ne ho preso una copia per me e una per l’Oltranzista (è in salute, grazie per l’interessamento).

Lacrime!

Il negozio è piuttosto piccolo, ma è stipato di dischi, in penombra si scorgono anche manifesti e riviste musicali, tutto molto bello, tutto molto vecchio stile. Situato in una via laterale rispetto al corso pedonale principale della città eporediese, va quasi scovato ma difficilmente lascia indifferenti. Il titolare è in contatto con diverse distro, garantisce sempre prezzi al di sotto della media ed è ben difficile che gli chiediate un disco di un gruppo che non ha sentito almeno nominare; spesso si trovano dischi lì direttamente, ma anche ordinandoli non si resta delusi.

Il momento non è facile per tutti i negozi di dischi tra covid (i negozi di dischi restano chiusi più delle librerie: evidentemente è cultura di serie B rispetto ai libri, se ci devi campare peggio per te), filesharing e streaming. Quelli meritevoli vanno assolutamente supportati, datevi da fare a trovarli perché esistono!

Vinyl is not dead, long live record shops!

Al Discclub

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Quando sei un ragazzino delle medie e vivi negli anni ottanta nella provincia italiana non è che tu possa avere chissà quale accesso alla musica alternativa. Vivacchi tra il fascino di tuo padre per Jimi Hendrix (“quello che suona la chitarra coi denti” cit.), il sacro vinile di “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band” di tua madre (che poi, con uno scellerato gesto, verrà disperso dalla genitrice), la tua vicina di casa più grande innamorata di Rod Stewart, Leif Garrett e Miguel Bosè e ti fai tanta tenerezza a rivederti com’eri.

La stessa vicina ti instrada verso la musica attraverso una radio di Alessandria la B.B.S.I. (che sia una coincidenza che si pronunci come la radio/TV di stato inglese?) e verso un negozio di dischi (il”Discclub” appunto) dove poter comprare le scempiaggini trasmesse dalla suddetta radio che vive di dediche e annunci pubblicitari. Ascolti quello che passa il convento del tutto ignaro del fatto che un paio di lustri prima il mondo è stato sconvolto dal punk e qualche decennio prima c’era la summer of love, la psichedelia, l’hard rock eccetera eccetera.

Il negozio, fallito e (giustamente?) dimenticato da anni si trovava nella via centrale della città allora non ancora capoluogo di provincia. Era un buggigattolo stretto con dentro quasi solo musica commerciale e dei commessi attempati non in grado di vedere più in là del loro naso. Un ottimo impatto iniziale, ne converrete. Ti rilascia una simpatica “Tessera fedeltà” che garantisce un disco omaggio (o uno sconto, non ricordo più bene) quando sia completa di timbrini.

Tanto per capirci il livello era questo… “Are you a boy or a girl?”

Se la televisione non brillava per apertura mentale e cultura, nella provincia era anche peggio. Fortunatamente la tessera non arriverà mai alla fine. Arrivi alle superiori e ti si spalanca un mondo e capisci che quello racchiuso tra quelle quattro mura in centro e quella musica alla radio non ti appartiene più e probabilmente non l’ha mai fatto, solo che non avevi gli strumenti per saperlo. La prima volta che provi a chiedere qualcosa di diverso da quello che trattano, pensando ingenuamente che in un negozio di dischi ci fossero tutti i dischi, ti guardano storto e tutto quello che riescono a proporti sono gli Scorpions (che non fosse per “Still loving you” non avrebbero nessuna probabilità di conoscere) ed è un punto di svolta. Ti lasci tutto alle spalle e cominci ad essere te stesso.

Una volta Blixa Bargeld disse di essere maggiormente influenzato dalla pessima musica, perché gli dava modo si sapere esattamente ciò che non voleva essere. Ecco, Devo proprio dire grazie al Discclub in questo senso.

Parafrasando Paul Nizan: “Erano gli anni ’80 e non permetterò più a nessuno di dire che questo decennio sia stato il più bello dello scorso secolo”.

In attesa della fine

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Poniamo che voi siate canadesi: vivete in uno degli stati più civili al mondo dove i concetti di giustizia sociale e welfare non sono un mero tentativo di non limitarsi alla teoria, vivete in un posto dominato da una natura strabordante con un panorama che letteralmente è in grado di abbagliarvi con la sua imponenza. In definitiva state bene, le possibilità non vi mancano e nemmeno il sostentamento; eppure un tarlo vi perseguita, un pensiero in fondo alla vostra testa che non vuole andarsene: una necessità di anticonformismo e di ribellione (anche violenta) che non trova sfogo. D’inverno le nottate sono infinite, domina il freddo che minaccia di strapparvi la faccia ogni volta che uscite dalla porta. Osservate il buio dalla finestra tentando di placare i pensieri che invece si amplificano. Sapete di dover trovare, se non proprio una via di d’uscita, almeno una valvola di sfogo.

Dopo svariate nottate (mattine, pomeriggi o sere) passate a questo modo imbracciate uno strumento e tutto sembra tornare a scorrere fluido, vi unite ad altre anime affini prendete un nome da un oscuro documentario giapponese che parla di motociclisti e costituite un gruppo, formate un collettivo, plasmate un flusso musicale, iniziate a dare un senso alle vostre riflessioni, cominciate a vivere e non solamente ad esistere. Non so se sia così che si sono formati i Godspeed you! Black Emperor, ma mi piace immaginare che sia qualcosa di estremamente simile a ciò che ho romanzato poco sopra.

Seguo i canadesi fin da Lift your skinny fists ed ho anche il privilegio di averli visti più volte dal vivo. Sono uno dei pochi gruppi a cui non riesco a muovere un appunto nemmeno volendo. L’unica cosa che mi sento di dire è che li preferisco nettamente dal vivo, ma è un problema mio. Li preferisco dal vivo perché il loro spettacolo è incredibile, visionario, intimo e lirico, ma soprattutto perché a casa non riesco mai a trovare il tempo e la tranquillità per godere appieno delle loro registrazioni. È chiaro che dal vivo ti trovi in un contesto totalmente diverso e privo di distrazioni (e interruzioni) e con una presenza fisica della musica imponente, a volte corredata da un supporto visivo assolutamente affascinante. La musica dei GY!BE deve essere lasciata fluire, necessita di tempo e di trasporto da parte dell’ascoltatore. Funziona anche come sottofondo ma è fatale che si perda e si squalifichi utilizzata a quel modo.

Il quattro febbraio è uscito il loro nuovo lavoro. La versione vinilica è andata esaurita in pochi minuti (forse la ristampano?), con il download e il CD forse ve la cavate ancora. Va detto che il nuovo lavoro non fa eccezione: composto tra la strada e l’isolamento, quando ancora si potevano fare i concerti dal vivo e quando invece siamo stati tutti costretti a chiuderci in casa e limitare i contatti; si muove al crepuscolo, in attesa del buio, in attesa della fine.

Parlare di un nuovo lavoro dei canadesi è come un sentiero estremamente impervio. Perché limitarsi all’aspetto strettamente musicale risulta troppo riduttivo: l’ascolto non può rimanere un mero processo intuitivo né barricarsi dietro una fredda analisi tecnica. Un gruppo come questo necessita di coinvolgimento personale che riguardi la parte emotiva come quella razionale, una disposizione d’animo che prepari ad un’ esperienza spirituale. Io almeno l’ho sempre vissuta a questo modo. E non sopporto interruzioni e distrazioni quando li ascolto. Il nuovo lavoro non si discosta dal resto della discografia, almeno al livello concettuale, a livello musicale, rilevo una maggiore attenzione alla melodia e fruibilità dei brani (se un termine del genere ha senso nel contesto nel quale ci stiamo muovendo) che più che in passato rimangono in testa anche una volta terminato l’ascolto. Permane il loro lirismo estremo, la loro spiccata propensione a creare paesaggi sonori commoventi e richiami musicali struggenti, la loro marcata vena progressiva (nel senso letterale del termine, non inteso come rock-progressivo) che fa fluire il brano come solo loro sanno fare.

Scoprire il resto è un piacere che non voglio togliere a nessuno, rimando al loro Bandcamp per i loro proclami che qui non saranno oggetto di discussione in quanto ognuno può trarne ciò che vuole (ed è, a mio insignificante parere, tenuto a farlo se ama questa compagine).

L’ultima volta che vennero a Milano, ai magazzini generali, li persi… mi consolai pensando “pazienza torneranno a breve” ecco, a volte, certe cose non bisognerebbe darle per scontate.

Notizie di febbraio

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Febbraio è da sempre, per me, un mese significativo per scagliarmi contro un certo evento ligure. Quest’anno, come qualcuno che va in overdose di zuccheri, ho cominciato ad avere delle strane allucinazioni percettive, sembrava quasi che l’invisa kermesse dovesse saltare a causa della pandemia. Insieme all’ abbassamento delle emissioni gassose sarebbe stato uno dei pochi benefici effetti della situazione delirante che stiamo vivendo. Poi la curva glicemica è scesa, e pare che alla fine ce la facciano.

Fortunatamente ieri sera un’ altra bella notizia: si ritirano i daft punk. Ah, che liberazione. Il primo pensiero è stato: speriamo che seguano presto i chemical brothers. Poi si sono riempite le bacheche di facebook di questi due figuri e dei loro caschi. Anche bacheche di gente insospettabile che ascolta grindcore, per dire. Io no. Li detesto fin da quando un amico, ai tempi, fece una C90 con solo il simpatico motivetto around the world. Che gioia salire in quell’auto!

In molti sostengono che quando leggi qualcosa che non ti piace dovresti semplicemente passare oltre senza rompere l’anima a tutti. Falso. Questa sarebbe un a prassi accettabile e socialmente corretta se fosse unilaterale, invece in televisione, in radio, e nell’auto degli amici mi è toccato sorbirmi questi due cascomuniti, quindi ho diritto di parola. Pur non amando Le Iene andai in sollucchero quella volta che Agresti rincorse ovunque per un giorno o due l’autrice del pulcino pio per farle ascoltare e riascoltare il suo maledetto tormentone, pensai che almeno un barlume di giustizia si fosse palesato in questo mondo. Mi viene sempre in mente anche quella scena di “Caro diario” dove Moretti rilegge a un malcapitato recensore i suoi articoli prima che vada a dormire e quello si mette a piangere perché capisce di aver messo su carta delle nefandezze immonde. Ecco cari daft punk, non solo mi avete ammorbato con quella benedetta cassetta da novanta minuti, ma anche con le terribili get lucky e happy e per questo gioisco del vostro ritiro, non ve ne potrà fregare di meno, non lo leggerete nemmeno questo post, ma volevo scriverlo come puro atto liberatorio, perché rimanesse vergato da qualche parte che mi sono finalmente liberato della vostra musica odiosa e senza contenuti, nonché dei vostri caschi non omologati.

Nemmeno il tempo di gioire come si deve che compare la sagoma di Davide Tofolo (ultima volta che uso le maiuscole?) nella copertina di TV sorrisi e canzoni con tutti i partecipanti al festival. Non dico niente, ma è un mondo difficile.

Gente con ancora qualcosa da dire? Parte 2: Deftones.

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Ohms è gia uscito da più di un mese, ho avuto tempo per pensare se acquistarlo o meno. Alla fine ho deciso per il sì. Alla fine anche perché ho tutte le altre uscite del gruppo di Sacramento (che sembra una esclamazione folkloristica che era solito utilizzare mio nonno, con diversi punti esclamativi successivi), sono un loro fan dall’uscita di “Around the fur” e credo che siano uno dei pochi gruppi longevi e con scarsi cambiamenti di formazione rimasti. Già questo di per sé non è poco, nel loro caso poi il cambio del bassista è anche dovuto ad un evento tragico, quindi la sorte nel loro caso ha avuto un corso beffardo: si narra infatti che Stephen Carpenter abbia avuto la possibilità di imparare a suonare la chitarra a causa di un incidente in skateboard (che con i dovuti rimborsi servì anche a comprare l’attrezzatura) e sempre per lo stesso motivo persero il loro bassista storico Chi Cheng.

Nonostante questo hanno tirato avanti dagli anni ’90 ai giorni nostri. Ingiustamente, fino a quando il fenomeno è durato, accostati al movimento del cosiddetto nu-metal un po’ per il periodo storico, un po’ per certe assonanze stilistiche (chitarroni ribassati, uso della voce e groove ritmici) hanno saputo guardare oltre e rinnovarsi, con alterne fortune fino ai giorni nostri. Solo per questo mi verrebbe da dire: avercene.

Ovviamente non è tutto così perfetto, almeno un paio di episodi debolucci nella loro carriera sono indubitabili: “Saturday night wrist” e il disco precedente a questo “Gore” suonano un po’ sottotono nonostante alcuni picchi notevoli a livello di singoli episodi siano innegabili (io continuo ad avere un debole per “Phantom Bride” per esempio), anche “Diamond eyes” girava un po’ su regimi bassi per i loro standard. Quindi il dubbio se fosse la pena di acquistare il nuovo “Ohms” lo ritenevo legittimo.

C’è da dire subito che i loro punti più alti in carriera: “Around the fur”, “White pony” e “Koi no yokan” rimangono lontani all’orizzonte, non aspettatevi un rientro su tali livelli. Se sapete ascoltare però alcuni punti a suo favore il nuovo disco li ha. Carpenter continua ad aggiungere corde alla sua chitarra (siamo a nove tipo Matt Pike? il prossimo traguardo forse è lo stickman di Tony Levin con 10 corde) chissà se poi servono oppure no, rimane il fatto che l’ispirazione, pur con qualche calo sembra non esaurirsi e, se a un primo ascolto sembra non esserci un guizzo particolare in questo disco, man mano che si continua ad ascoltarlo, le melodie ti si piazzano in testa e riemergono di quando in quando nei momenti più inaspettati. ho sempre pensato che la capacità di un disco di rimanerti in testa viaggi di pari passo con la sua qualità.

Almeno per decidere se acquistarlo o meno, per decretare il capolavoro è poi necessario andare oltre… spingere avanti il suono, cercare il lampo di originalità, fare emergere la propria personalità e ispirazione. Sulla personalità dei nostri mi auguro non ci siano dubbi, mentre forse quello che manca a questo disco è una spinta innovativa spiccata. Mi viene anche da pensare però che in questo loro hanno già dato in passato: non voglio ripetere le considerazioni fatte per i Tool, ma anche nel loro caso forse non è più il loro ruolo quello di cercare nuove strade, quanto piuttosto quello di ribadire quelle che loro stessi hanno tracciato rendendole grandi ancora una volta: in questo si può dire che siano riusciti. A più di vent’anni dall’ esordio è sempre meglio che vivacchiare all’ombra del loro stesso nome con dischi scialbi e troppo ripetitivi.

Deftones (Fonte Wikipedia)

Quindi riecco l’elettronica, l’amore mai sopito per gli anni ’80 (“Pompeij” sembra uscito dalla colonna sonora di Twin peaks), i chitarroni ribassati, la voce capace di passare attraverso vari registri con scioltezza le ritmiche serrate e sfaccettate, in poche parole i Deftones, uguali a loro stessi ma senza annoiare, senza restare troppo a corto di argomenti. Scusate se è poco.

Postilla personale: il mio attaccamento ai Deftones arriva direttamente da una delle loro canzoni più famose “Be quiet and drive (far away)” , quando uscì arrivai ad ascoltarla quasi prima che il mondo stesso si accorgesse della loro esistenza. Mi colpì come un diretto alla bocca dello stomaco, mi fece quasi male: era esattamente la summa dei miei sentimenti di inadeguatezza, della mia sensibilità instancabile che mi costringeva a ridurre ogni cosa ad un’estenuante riflessione, che mi teneva ingabbiato al tetro me stesso che ero allora. Sentirmi sussurrare “Now drive me far… don’t care where but far” era esattamente ciò di cui avevo bisogno: che qualcuno mi allontanasse dal mio stesso mare dei sargassi perché da solo non avevo abbastanza forza per farlo e sarebbe stato così ancora per tanto tantissimo tempo. Non importava dove ma lontano, da me e da tutto.