Io non mi adeguo

Musica per organi freddi

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Nemmeno negli anni d’oro del movimento il black metal ha mai fatto troppa presa dalle mie parti. Anzi. L’ho sempre considerato musica per personaggini equivoci, per gente che fa della posa un’attitudine al punto di venerare satana senza nemmeno avere un minimo di retroterra culturale per capire cosa voglia dire, per gente che si trincera dietro corpse painting e pose malvage per nascondere la propria pochezza, per gente a cui piace provocare gli altri ma non è in grado di sostenere uno sguardo o argomentare un discorso, senza contare (perché sono palesemente fuori scala) quelli che proprio spensero il cervello facendo fuori persone e bruciando chiese. Adesso che a tutto questo si sono aggiunti (o c’erano già prima?) hipster, psicolabili, gente con idee reazionarie e altri discutibili (e rincoglioniti) figuri siamo messi ancora peggio.

Anche dal punto di vista musicale non mi sono mai piaciuti:

-Il cantato in screaming

-Il tono acuto delle chitarre

-Gli inserti tipo folk o neo folk (qui si tratta di metal estremo e alzateli sti cazzo di ampli!)

-Le derive sinfoniche (ancora peggio del folk)

-Le produzioni plastificate di mr. Tägtgren e della Nuclear Blast

-Le infinite dispute sul fronte trve/untrve (vedasi anche Batushka, di recente)

E pensare che le origini del movimento mi piacciono: io adoro i Celtic Frost e anche i Bathory… eppure, fatti salvi certi capi imprescindibili (Dark Throne, Mayhem…) tutto il resto mi risulta indigesto. Non che voglia fare una pessima generalizzazione del discorso, ci saranno sicuramente persone meritevoli nel giro black e poi c’è chi risolleva un minimo la situazione rinverdendo la formula vedi Klevertak e, perché no, Whiskey Ritual, chi invece lo prende come punto di partenza per giungere a risultati sublimi (…In The Woods, Ved Buens Ende/Virus, Ophthalamia) però per me qualcosa non torna ed è inutile: se voglio sentire qualcosa che davvero metta tutto sotto i propri cingoli mi tocca rivolgermi altrove. Al caro vecchio Death Metal, al fedele compagno Grindcore. Non c’è partita. Anche una cosa quasi universalmente riconosciuta come la tamarraggine scassatutto di “Panzer division marduk” alla fine non fa presa su di me. Ho un disperato bisogno di growling iper-gutturale, chitarre a motosega (grazie Tomas Skogsberg) e batteria a maglio.

Capita che  ogni tanto io, non dico mi dimentichi, ma metta da parte tutto questo. Tuttavia alla fine qualcosa giunge a sussurrarmi che avevo bisogno di della sana violenza messa in musica. ontro il logorio della vita moderna è meglio del Cynar, non me ne vogliano Ernesto Calindri ed Elio. Soprattutto meglio la violenza messa in musica che prendere a sprangate il prossimo. Questo è un messaggio che non è mai passato: non parlo per gli altri, ma per il sottoscritto questa non è incitazione alla violenza, è un modo per non diventare violenti:

Non sopporti la merdosa proposta musicale di radio e televisione? Metti “Left Hand Path” e subissali di volume.

Il lavoro ti opprime e non ne esci? Prova con “World Downfall” sparato al massimo.

Gli amici si imborghesiscono e svaniscono nel nulla? Credo che “Cause Of Death” faccia al caso tuo.

Ti fregano il parcheggio? Abbassa il finestrino e fai un furioso headbanging sulle note di “Hammer Smashed Face”, ti sentirai subito meglio.

Continuano a cercare di importi scelte non tue? Insistono nel dirti che musica ascoltare, come vestirti, cosa leggere, in cosa credere? La risposta è ovvia: lascia che siano i Nasum a chiarire il concetto:

 

Quale sogno sublime potrebbe essere rispondere a tutti i fastidi alzando il volume e zittendo tutti? Sarebbe una gran soddisfazione di sicuro. Ogni qualvolta la situazione si fa pesante, la manopola è la soluzione.

Ora (Grazie a Blogthrower per avermene parlato) abbiamo un nuovo gruppo che può accostarsi alla schiera e farci scapocciare tutti quanti alla faccia delle disavventure quotidiane. Benvenuti Thulsa Doom !

 

 

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Gruppi ai cui concerti non vorresti assistere e concerti che vedresti all’infinito

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Negli anni novanta esisteva una formazione milanese che si vantava, probabilmente essendo nel giusto, di essere tra i pionieri del thrash metal in Italia. Tale formazione aveva un chitarrista che era facile incontrare, nel ruolo di intortatore, in un altrimenti mitologico negozio di dischi sotto il Duomo a Milano. Il “Maryposa” era (ed è!) un posto fantastico (sono onorato di citarlo nelle mie umili pagine): i due commessi storici, che credo ci siano ancora, erano competenti e simpatici… perché volessero servirsi di un simile individuo mi è oscuro. Saccente ed insistente, ostenta il suo successo locale e cerca di propinarti i dischi che piacciono a lui, se non proprio quelli del suo gruppo. Non succede solo questo:

Evento n. 1: Concerto dei Metallica allo stadio delle alpi (To) nel ’92: un’occasione fantastica, gruppi enormi nel bill (Voivod, The Cult, Suicidal Tendencies e, incredibilmente Megadeth che paiono aver fatto pace con il gruppo di punta). Notizia spiacevole: I Voivod danno forfait… e a sostituirli il suddetto gruppo milanese. Dopo una mezz’oretta di scimmiottamenti ai Pantera la loro esibizione finisce e, più tardi, hanno pure l’ardire di pubblicare un EP con la registrazione del concerto e alcune foto che li ritraggiono immersi in un bagno di folla evidentemente non intervenuta per loro. Va bene.

Evento n.2: Negli anni ’90 al parco Acquatica di Milano si svolgeva un grosso festival chiamato Sonoria (sono sicuro di due edizioni, ma potrebbero anche essere state tre o quattro), di solito aveva lo sgradevole, almeno per il sottoscritto, vizio di mettere insieme gruppi che non c’entravano nulla ma un anno propone un programma di tutto rispetto: Pardise Lost, Rollins Band, Danzig, Primus, Faith no more. Se non che il giorno stesso (internet era un miraggio e l’organizzazione italiana di certi eventi ha sempre lasciato a desiderare) si apprende che Danzig e Primus danno forfait e… indovinate un po’ chi prende il loro posto? Ma certo! La suddetta band milanese e Paul Weller (PAUL WELLER?!?!?!?).

Innanzitutto su biglietti campeggiava la scritta: “in caso di rinuncia di uno dei gruppi, la sostituzione avverrà con un gruppo di pari livello”… che fate, prendete in giro la gente?! E poi chissà perché sempre lo stesso gruppo chiamato a tappare i buchi. Misteri sepolti nel tempo.

Misteri che continuano anche oggi, nel giro di pochi mesi mi sorbisco due volte un gruppo nei cui componenti milita qualcuno coinvolto con la grafica di taluni manifesti dei concerti, fortunatamente l’altra sera arrivo in ritardo e me li risparmio.

Scusate, sono un sonicopatico e divento di pessimo umore (tra l’imbufalito e il nevrotico) se devo sorbirmi musica che detesto… non che normalmente sia una persona solare e di ottimo umore, chiaramente. Tuttavia è incredibile come, nonostante proprio non ti piaccia la loro proposta musicale, certi gruppi ti risaltino fuori solo perché qualcuno li ritenga simili ai tuoi gusti musicali. Credo sia lo stessa ragione per cui gli algoritmi dei social falliscono spesso inesorabilmente.

Fortunatamente un valido motivo per sorbirsi certi gruppi c’è: il gruppo principale della serata, ovviamente. Nel caso dello scorso venerdì sera i Neurosis. ho fatto pochissime foto, un po’ per l’assenza di memoria nella scheda della fotocamera un po’ perché, una volta tanto, mi sono goduto il concerto. Credo che sia circa (?) la quarta volta che li vedo e non deludono mai. Sono uno dei pochi gruppi in grado di trasportarti in una dimensione parallela con una energia intrinseca tale da ammutolire. Mi ricordo un paio d’anni fa, dopo 10 minuti ritrovarsi a pensare che avevano già polverizzato tutto quello che ti era capitato di vedere quell’anno. Questa volta si fanno ben pagare (35 sudatissimi euro) e sono supportati, oltre che dai suddetti, anche dagli Yob che non faccio parimenti in tempo a seguire. Stare qui a fare la telecronaca del concerto è inutile, posso solo dare un consiglio, per quel che può valere: andateli a vedere, fatevi questo piacere.

Dall’apertura affidata a “A sun that never sets” a quando Scott Kelly se ne esce zoppicando vistosamente (!) sono coesi, concreti ed incredibilmente intensi. Ecco: se non avete idea di cosa sia un concerto intenso, vado sul sicuro a consigliarvi una loro performance. Nonostante da più parti li accusino di un certo immobilismo creativo, di avere delle tempistiche da pachiderma per dischi e tour (vengono in Italia senza un disco da promuovere…) non stateli a sentire: non sono più dei giovincelli, hanno lavori e famiglie cui badare (lo stesso Scott è una specie di patriarca), abitano in diversi stati e tutto questo ne limita l’azione, ma quando si riuniscono su un palco è pura magia. P1020587

 

10 anni dopo Carboniferous: la vera eccellenza italiana!

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Vista la pochezza dell’offerta musicale attuale, spesso si è costretti a guardare indietro per trovare dei lavori che veramente abbiano rappresentato un significativo apporto alla causa della musica. Su “Carboniferous” degli Zu mi auguro non ci siano dubbi. Dopo dieci anni i romani tornano a riproporre quello che, probabilmente, risulta essere il loro lavoro più popolare dal vivo e l’occasione è clamorosa perché alla batteria torna a sedere, dopo anni di defezione, il Signor Jacopo Battaglia. Un mostro di bravura, stile, potenza e tecnica. Ho visto gli Zu con almeno tre batteristi diversi e, per quanto tutti bravi, Jacopo è IL loro batterista e non si discute.

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Personalmente non ho mai avuto ben chiare le motivazioni della scissione, tuttavia solo rivederlo dietro ai tamburi mi rincuora, vederlo agitarsi con le bacchette in mano, mi rimette in pace con il mondo. Quanto ci sei mancato Jacopo. Alla fine gli avrei anche fregato le bacchette, ma  mi son trovato davanti la batteria e mi sembrava di profanarla. Ci ha comunque pensato una ragazza, senza troppe remore reverenziali.

Tutto questo, forse, andava scritto alla fine. Questo è stato un concerto voluto, bramato, inseguito fin dall’annuncio, dato con mesi di anticipo. Lo Spazio 211 (locale cui siamo affezionati da anni dopo averci visto Suffocation, Unsane, Electric wizard, Neurosis, Isis et cetera) finalmente si risolleva da un torpore atarassico e propone una serata degna di questo nome (magari poi vedremo se presenziare anche per The Messthetics di fugaziana sezione ritmica).

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Gli Zu, come i Sunn 0))) o gli Einstürzende Neubauten, sono un gruppo che VA VISTO DAL VIVO. I dischi vanno bene, ben fatti anche dal punto di vista estetico, ma la fisicità di un loro live è un’altra cosa. Sono di un’intensità senza pari o quasi. Suonano per circa un’ ora e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti di quanto siano bravi talmente ti lasciano senza fiato. Seguirli mentre suonano ipnotizza e la musica diventa una scheggia impazzita che rimbalza da ogni parte mentre tu tenti di seguirne invano la traiettoria come farebbe un gatto con un puntatore laser. Ed il bello è che, come nel caso del felino, ti sembra la cosa più emozionante del mondo. Come per gli altri due gruppi citati in precedenza, la mia sensazione, quando si assiste ad una loro esibizione, è quella di essere trasportato in un altrove fantastico dove, per la durata del concerto, esistono solo la musica, lo stupore e la meraviglia. Qualcosa di molto vicino al concetto di felicità. Se non proprio ad uno stato di grazia.

Basterebbe questo per parlare del concerto di ieri sera. Esibizioni come le loro ti ricordano perché ami così tanto la musica, cosa di essa ti smuove così tanto l’anima. E’ qualcosa che, se non lo provi, non lo puoi spiegare. Ma è dannatamente reale.

Stasera Jacopo è loquace: presenta i brani come se fossimo a sanremo e l’ospite Stefano Pilia risulta, senz’altro, un gradito inserimento… poi ad un certo punto dichiara “questa è l’ultima volta che sentite Carboniferous a Torino” gettando tutti nello sconforto. Finché un valoroso lo prende in contropiede “Vi aspettiamo a Grugliasco!!!!”. Anche a Biella, quando volete!

Postilla: Questo post era nato come un immenso pippone sul fatto che i concerti di grandi dimensioni sono pessimi: costano un sacco di soldi, sono male organizzati, spesso con suoni indecorosi e gruppi bolliti da seguire magari solo su megaschermo, asfissiati da troppa gente che se va bene poga, se va male ti prende a pestoni o a spintoni senza conoscere il passato glorioso del gruppo. Il tutto adesso viene reso ulteriormente inaccettabile con biglietti vip il cui prezzo rasenta la follia, per non parlare del bagarinaggio legalizzato del secondary ticket. Dopo aver assistito ai Sabbath sull’ asfalto nel ’98 ho chiuso con festival e megaconcerti… in giro c’è di molto meglio e alla fine se la gente non lo capisce, peggio per loro. Del resto quando continui a seguire un gruppo nonostante abbia usufruito dell’illegalità per poi scagliarsi contro di essa e nonostante 25/30 anni di dischi pessimi, te li meriti i metallica a 90€ (o anche dippiù).

25 anni dopo

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Venticinque anni dopo è tutto un fiorire di ricorrenze. Di fotografie postate a memoria, di video nostalgici, di lacrime a comando. Mi chiedo se le ricorrenze servano a qualcosa, gli anniversari, le cifre tonde o semi-tonde. Oppure sono solo scadenze autoimposte per guardarsi indietro e rendersi conto del tempo passato, magari fare un bilancio che, a ben vedere, non serve a nessuno. Perchè quello che conta è il quotidiano quello che si vive sulla propria pelle giorno dopo giorno. Lo sanno bene quelle persone che si sono svegliate dieci anni fa senza una casa e sono corse in strada nel cuore della notte. Tutto questo è senza senso, non ha alcun peso reale. Non hanno peso le fotografie, non hanno peso le parole, le fiaccolate, i ricordi.

Venticinque anni fa moriva Kurt Cobain. Da allora di suo ho ascoltato ben poco perchè mi metteva a disagio. C’era quasi da sentirsi in colpa ad aver acquistato un suo disco, secondo quello che trapela da una sua canzone (e non solo da quella), ad avergli dato parte di ciò che non voleva. E alla fine i CD hanno continuato a prendere polvere su uno scaffale, ripresi in mano pochissime volte, quasi a voler guardare dentro un abisso non mio, un’ operazione non sempre delle più agevoli o costruttive. Anzi.

Intanto il tempo è passato ed ogni cosa si è trasformata. Tutto si è spento lentamente, al contrario di Kurt che, invece, è bruciato in fretta. E adesso stanno tutti a ricordarselo più o meno all’improvviso. Negli anni trascorsi dalla suo morte sono usciti alcuni dischi, alcuni libri suoi e non suoi (mi piace ricordare Tommaso Pincio e anche Tuono Pettinato), il ricordo non si è mai più o meno spento. Anche grazie a tutti i dubbi del caso sulla sua morte, sulla sua signora e su El Duce.

Non siamo qui per parlare di questo. Come per tutte le persone morte, non serve a nulla parlarne quando sono andate. Occorreva vivere assieme a loro il tempo concesso per calpestare la stessa terra. Tutto il resto è una sorta di esercizio masturbatorio anche se non sempre fine a se stesso.

Gli anni novanta erano il mio decennio e quindi c’ero. Non ringrazierò mai abbastanza di aver avuto vent’anni in quel periodo: ero depresso ma mai quanto avrei potuto esserlo se avessi avuto vent’anni negli anni 80 o nei duemila. In primis per la musica che, salvo rare eccezioni, avrebbe fatto pena e che, invece, mi ha pressappoco salvato la vita . Poi anche per l’atmosfera che era elettrica, ti caricavi anche solo respirando… peccato che me ne sia accorto solo dopo. Ero un ragazzetto universitario insicuro con una fragilità interiore che non ero in grado di identifcare, perfettamente in linea con i turbamenti esistenziali dell’epoca. Dopo un decennio di eccessi e di apparire ma non essere, gli anni ’90 furono una brusca frenata, un rimettersi in discussione, ma anche una sorta di rinascita spirituale, uno strenuo tentativo di riprendere in mano la propria anima dopo averci sputato sopra per un decennio. Non a caso tutti guardavamo con ammirazione agli anni ’70, vera epoca d’oro per la musica e per mille altri motivi, solo che ora avevamo una cosa in più rispetto ai ragazzi di quell’epoca: la consapevolezza, qualcosa di decisamente scomodo con cui confrontarsi.

Avevamo la consapevolezza che le utopie sarebbero rimaste tali, che eravamo manovrati tutti e legati ad un futuro del quale avremmo deciso ben poco, che certi fantasmi non potevano essere elusi. Se ci pensate suona assai similare alla storia di Kurt Cobain. Non era la voce di una generazione, ne faceva parte. Era un ragazzo comune che si è trovato ad aver scritto qualcosa che non era progettato per il successo ma che ne ebbe a dismisura. E nessuno era pronto per questo. Nessuno era pronto, ma era fatale che succedesse, era proprio nell’aria. Doveva succedere che quel sentimento strisciante, quell’aura di inquetudine trovasse una valvola di sfogo. Quella più evidente si chiamava “Smells like teen spirits”, la conoscete tutti.

Non sopporto quando parlano di Cobain come l’icona di una generazione, come il portavoce di una cultura, quelli che si esprimono in questo modo non hanno capito nulla. Peggio per loro. Peggio per tutti quelli che continuano ad affibbiagli un ruolo che detestava apertamente. Era uno di noi messo sotto dei riflettori che non aveva cercato. Non c’era poi molto da stupirsi se è andata come è andata, soprattutto se aggiungiamo anche i malanni fisici oltre ai sentimenti che aveva dentro.

Nello scorso fine settimana ero in viaggio con la mia auto e mi sono messo a riascoltare “In utero”: bastava quello, dentro quel disco c’è già tutto, c’è scritta ogni cosa, ogni testo è un presagio, un’indicazione, uno sfogo. Risentirlo è stato come rivedere un amico che non senti da vent’anni: schiaffi e carezze, vuoti e pieni, tristezza e allegria. Con il panorama che ti sfreccia a lato e la meta davanti. Bastavano i suoi occhi quando parteciparono a tunnel, introdotti con difficoltà/imbarazzo dalla Dandini continuamente disturbata da Guzzanti. Un’ apparizione che, ancora adesso, mi domando se fosse reale.

Il tempo non conta un accidente di niente, basta un attimo e tutto ti investe di nuovo, come se fossero passati cinque minuti. Mi ricordo lo sbeffeggiamento di amici e professori quando seppero che si era suicidato (?), mi ricordo i concerti persi nei quali avrei potuto vederli (tra l’altro con i Melvins di supporto, parliamone!), mi ricordo le mie sensazioni autodistruttive amplificate dal suo gesto. Durò poco. Non era la mia tragedia, che si sarebbe consumata di lì a tre anni, avevo una vita da vivere (almeno provarci) e tirai avanti. Fino a scoprire che, ma questa è storia fin troppo recente, il centro di tutto stava lì, nel non permettere a niente e nessuno di fermarti, nel non dare a niente e nessuno tutto quel potere su di te. Nel comprendere che chi si ferma è davvero perduto, ma che a volte nel mare dei sargassi si trovano gli strumenti per guardare le cose nella giusta prospettiva. Questo si impara ad essere stati morti per tanti anni. Ma c’è chi l’ha detto meglio di me:

“Tra gli undici e i quattordici anni la bambina era morta per molti secoli. Quegli anni da celacanto le avevano fornito l’accesso all’archivio degli inferi. Adesso che era tornata alla vita poteva richiamare quella memoria a suo piacimento. Si guardò dal dirlo e si accontentò di un’alzata di spalle.

La persona che ama è sempre la più forte”

A. Nothomb.

Parental Advisory

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Avviso: Conformemente a quanto proposto da “Tipper” Gore nel lontano 1984 appongo prima di questo post una apposita etichetta che avverte dei contenuti espliciti ed (eventualmente) offensivi del medesimo. Inoltre mi riservo di non ledere la sensibilità di coloro che leggono mediante l’avviso iniziale, credo almeno di aver avvertito. Ribadisco che la mia “linea editoriale” (ahahah) non prevede la correttezza, questa non è una testata giornalistica ma rispecchia solo le mie idee: criticabili, soggettive, arroganti ma pur sempre mie. Io sono aperto al dialogo e consapevole di non essere depositario della verità assoluta. Non mi stancherò di ripeterlo, anche perché è un concetto che, evidentemente, non passa.

A un certo punto degli anni novanta, verso la fine credo, nella mia cerchia di amici dediti alla musica più o meno alternativa vennero fuori dei nuovi nomi che si misero ad ascoltare più o meno tutti. Incuriosito da questa nuova, ed in taluni casi spasmodica, attenzione incomiciai a prestare l’orecchio a queste nuove sonorità, trovandole rivoltanti.

I colpevoli di tali nefandezze sonore si chiama(va)no Daft Punk, Prodigy e Chemical Brothers. Ci ho provato e riprovato ma non c’è verso, mi fanno proprio venire in mente la scena de “L’attimo fuggente” quando il professore parla di ridurre ad un grafico l’importanza di un componimento, un allievo scrive una cosa tipo “la gatta è sul tetto” ed il professor Keating gli fa i complimenti per aver centrato l’origine degli assi cartesiani. Se mettiamo sull’asse delle x la musica e su quello delle y il testo, questi gruppi (?) centrano esattamente l’origine, proprio come il componimento risibile del ragazzo. Sono lo zero assoluto.

Musicalmente li trovo insopportabili. Come se, ad un certo punto, si tentasse di nobilitare i tamarri al rango degli alternativi. Ma per piacere, l’operazione gli sarà anche riuscita con i più, con me non attacca. Non vedo molta differenza tra loro e la musica da discoteca, gente che smanetta con piatti, campionatori o react table tirandone fuori un suono plastificato e vuoto, con un costrutto ed un intenzione sonora che musicalmente, se il metal sta alle elementari, loro forse sono alla nursery se non addirittura ancora nell’embrione. C’era tutta questa mania per i “suoni”, si diceva all’epoca: “senti che bei suoni” bah.

Premesso che preferisco sempre quello che si suona al come lo si suona, se mi parlate di cose come il trip hop che pure era un genere tirava all’ epoca posso darvi ragione, se mi parlate di Bijork anche. Nel metal ci furono Fear Factory (“Demanufacture”!), Nine Inch Nails (“The downward spiral” entra di diritto nei primi 5/10 dischi da avere degli anni ’90) e Genghis Tron (se non li avete mai sentiti provate “Board up the house” che è una bomba! Anche se è del 2008) a tentare con successo la carta dell’elettronica. Ma nel caso dei gruppi (?) di cui sopra direi proprio che non ci siamo e non solo perchè niente batterà mai una SG con un amplificatore valvolare sull’ 11 (anche per questo chiaramente).

Vogliamo davvero soffermarci sui testi? Il top lo si è raggiunto in un libro che mi hanno fatto leggere dove si afferma che il testo di “hey boy, hey girl” sta alla nostra (?) generazione come “mi illumino d’immenso” sta a quella di Ungaretti. No dai non fatemi davvero commentare questa roba che poi divento cattivo sul serio. Davvero volete che io dica qualcosa su una canzone che ripete un numero ignoto di volte Suck my ketchup oh, scusate, Smack my bitch up!? o Around the world, around the world? Va a finire che nemmeno il bollino che ho messo all’inizio diventa sufficiente per coprire le mie sensazioni a riguardo.

Tutto questo per dire che la morte di una persona (in questo caso, il suicidio) è una tragedia, anche se questa persona fa parte di un gruppo che propone musica che detesto, ma non sarò mai abbastanza ipocrita da dire niente di diverso da quello che ho scritto sopra.

Intanto pare che i Genghis Tron ritornino sulla scena…

Sensi unici

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Per questa mia uscita parto dal commento di Pippo, avevo cominciato a rispondere con un commento, ma il discorso è troppo lungo allora riporto il suo e a quello rispondo:
Carissimo, permettimi di dirti che questi tuoi post in cui ti scagli contro chi non la pensa come te danno un impressione abbastanza puerile. Se una cosa non ti piace puoi decidere di non seguirla. Considera che ciò che non piace a te magari piace ad altri e viceversa. Credo che prima di tutto ci vada il rispetto perché in mancanza di esso si generano l’intolleranza e l’odio. E la musica qualunque essa sia non nasce per dividere ma per unire le persone.
Per quanto riguarda la cultura musicale tu sei convinto di averla ? Io credo che aver cultura musicale voglia dire conoscere la musica a 360 gradi senza preconcetti. Anche ciò che non piace o che non suscita emozioni. Cultura vuole dire coltivare e conoscere, e come si fa a conoscere se ti scagli in maniera preconcetta contro chi non la pensa come te?
Saludos
Innanzitutto saluti ricambiati, tra alti e bassi mi pare che Pippo sia uno che legge con una certa assiduità e la cosa non può che farmi piacere, quindi grazie anche per il tono del messaggio che mi permette di riprendere e fare chiarezza su certi punti espressi.
Il mio non è un attacco alle persone quanto al diffuso modo di pensare del paese in cui vivo. Son pieno di amici che ascoltano vasco e che insulto per questo regolarmente, ma non mi permetterei mai di attaccarli al livello personale: poveretti son figli dalla nostra cultura, che devono fare. Poi non è bello sparare sulla croce rossa, decisamente è da vigliacchi. Ovviamente sto scherzando.
Tempo fa la pensavo come te, ovvero ritenevo fosse puerile un atteggiamento come quello del mio post. Adesso sono dell’avviso opposto: tutta la correttezza insincera che si è instaurata negli ultimi anni ha fatto si che tutti si trincerino dietro a esternazioni che si guardano bene dall’esprimere il loro reale pensiero per evitare che tizio o caio si sentano offesi. In realtà a me questo sembra un atteggiamento puerile. Son punti di vista ma, per quanto mi riguarda, preferisco dire le cose in faccia esprimendo il mio pensiero senza curarmi di poter offendere qualcuno. Non mi trincero dietro una supposta correttezza perché mi sembra una scelta di comodo, un bel giorno non metteremo mai nulla in discussione di questo passo. E questo è un errore, perché la mancanza di confronto genera un’aridità culturale che mette paura. Non discuto di avere un atteggiamento se vuoi grezzo, sprezzante ed a tratti arrogante, ho un carattere dimmerda non ci posso fare molto. Del resto l’hai detto tu: se una cosa non ti piace puoi anche non seguirla.
E qui sta un’altra parte del problema, ovvero: il rispetto non è una strada a senso unico. Tu puoi anche decidere di non seguire questo blog. Dimenticatene: è una cosa piccola lo leggono in pochi, non ti verrò  a cercare, sei stato libero di scegliere. Io no! san remo e vasco, me li ritrovo dovunque praticamente da quando sono nato. Certo potevo diventare un eremita, azzerare tv, radio e giornali, ma comunque per mantenere quel carrozone inutile avrebbero attinto alle mie tasche, quindi dove sta il rispetto nei miei confronti che non ne voglio sentire parlare, figuriamoci mantenerli? Dove sarebbe il rispetto nei miei di confronti quando da sempre mi sento dire che la musica che ascolto è musica da drogati, delinquenti, satanisti, sovversivi, reietti, sfigati… dico abbiamo mai preso un caffè assieme che potete giudicare i miei gusti o la mia persona? Chi sarebbe che ha dei preconcetti?
Per quanto concerne la cultura musicale… dall’89 circa ad oggi seguo concerti, compro libri e riviste e dischi in quantità copiosa, quindi sì ritengo di avere una discreta cultura musicale. Sono cresciuto in un’ epoca in cui gli acculturati in materia musicale in Italia si chiamavano Mario Luzzato Fegiz e non Lester Bangs, non so se mi spiego. Se quelli come Fegiz svengono ritenuti acculturati, allora quasi quasi è meglio essere ignoranti. Hai mai letto un suo articolo sul metal? All’epoca c’erano grasse risate da farsi. Conosco gente che ascoltava certa musica di nascosto. Questo per via della cultura dominante che era molto più refrattaria e preconcetta di quanto lo sia io. Che poi preconcetto mi ci sento fino ad un certo punto visto che, seppur controvoglia, di certe cose continuo a sentir parlare anche se vorrei farne a meno, certa musica la butti fuori dalla porta e ti rientra dalla finestra. Fortunatamente quest’ anno ho saputo poco su san remo ma due cose mi sono arrivate e mi hanno fatto inorridire: la partecipazione dagli Zen Circus e poi l’apice, ovvero Mr. Baudo che presenta la canzone di Baglioni definendola la canzone d’amore del secolo cancellando, con un colpo di spugna ridicolo, John Lennon (“Real love” è la mia canzone d’amore del secolo, detto per inciso), Elvis Presley, Johnny Cash, Serge Gainsbourg, Nick Cave, I Depeche mode oppure magari De André, Tenco o Gino Paoli… devo continuare? Sentite queste due cose dovrei anche approfondire per amore di non-cultura? A mio parere la vita è troppo breve per ascoltare roba che non ti piace, se sei un ascoltatore vorace la vita è troppo breve anche per ascoltare solo la musica che ti piace.
Non sono d’accordo nemmeno sul fatto che la musica dovrebbe unire e non dividere. Per conto mio la musica dovrebbe arricchire e far riflettere, se poi dalla riflessione arriva una divisione pazienza, non siamo fatti per essere sempre d’accordo su tutto. E meno male.
Per amore di scorrettezza segue ora una play list con tutte le canzoni più scorrette che mi sono venute in mente.

E ho lasciato fuori G.G. Allin e Seth Putnam perchè non mi piace vincere facile.

 

Giù la testa!

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Mi sono lasciato alle spalle miriadi di post smozzicati, anche solo accennati nella testa, nell’ultimo periodo ma anche negli ultimi anni, nei quali questo blog ha vegetato più che vivere realmente. Discorsi iniziati ed abbandonati per mille motivi tra cui giganteggia il già sentito, serpeggia la noia o l’incapacità di articolare un pensiero come andrebbe fatto, se non altro per rispetto verso quei pochi che leggono. Ma a febbraio ho sempre e solo un pensiero: evitare (userei anche termini più pesanti ma non me ne vengono) san remo. Fortunatamente quest’anno ci sono riuscito più che in molte altre occasioni. il festival è la riprova ennesima che, come sonsteneva Freak Antoni, l’Italia è sempre la provincia di qualche altro posto.

Vorrei essere in grado di fare come Zerocalcare che su wired anni ed anni fa confessava di non potercela proprio fare anche solo a sviluppare un qualcosa su san remo. Invece a me fa proprio imbufalire come il successo di vasco rossi o di sferaebbasta. Per inciso: non vi spiegate il successo dello sfera? Genitori che ascoltano vasco secondo voi che genere di figli possono covare?

Ammettiamolo: in Italia la cultura musicale non esiste, o meglio esiste solo in una ristretta cerchia di persone (e qui parte la voce fuori campo di Nanni Moretti: “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”- “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”-“mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone”-“mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone” ad libitum) una realtà che va esplicitata ogni volta a un volume maggiore così, per acquisire consapevolezza.

La verità è semplicemente questa. Questo il motivo per cui il festival continua non solo ad esistere ma ad essere una sorta di superbowl italiano in fatto di ascolti. E quelli che lo commentano sprezzanti comunque ingrossano le fila perchè, di fatto, per commentare devi seguire. E quelli che lo schivano vengono bollati come radical chic. Per quanto mi riguarda mi smarco subito: un radical chic non ascolta death metal svedese, tanto meno ne fa una religione, per tanto cominciate a beccarvi questo:

Inoltre io non mi limito a schivarlo, lo detesto proprio. E’ uno dei tanti simboli dell’Italia conformista. Quella nazione che, per intenderci, fa dell’ignoranza un vanto e non una vergogna. Quello stato che riduce tutto ad uno squallido luogo comune. Quel modo di pensare ipocrita che si sente rappresentativo di tutto e di tutti.

Ebbene non in mia rappresentanza, giammai in mia rappresentanza.

In condizioni normali ignorarli basterebbe ma, per mia disgrazia, so bene che nonostante io non mi leghi a quella schiera (e morrò pecora nera cit.) parte delle mie tasse e del mio canone tv va a foraggiare tutto questo. Oltre al danno la beffa, mi tocca pure di mantenerli, quindi almeno che sia consentito esprimere un violento dissenso, un crudele disagio.  Purtroppo non verrà mai il giorno in cui vedrò finire questo scempio. E non verrà mai nemmeno il giorno in cui non dovrò levare la stima a gruppi che ritenevo meritevoli almeno di rispetto ma che si piegano a queste logiche infami per motivi a me ignoti (o forse fin troppo noti), per cui addio Zen Circus: mi avete profondamente deluso (e pure Brunori).

In definitiva però esiste un’ Italia musicale meritevole? Sì esiste, in questo momento sta sopra un Colle, ma non solo lì.

La diversità è un pregio e non un difetto.

Per fare l’opera completa faccio anche i miei complimenti ai talent show. Alla vecchia giuria di x factor e alla nuova di the voice. Non guarderò mai nessuno di voi e mi aguro che il vostro non-pensiero e la vostra non-arte si estingua.

Ostinati e contrari. Sempre.