Io non mi adeguo

Ancora cinque canzoni su di me

Postato il Aggiornato il

Nel passaggio da splinder, sono andati persi anche i testi delle canzoni che tenevo a lato del template… di “You Can’t Kill Rock ‘n’Roll” di Ozzy Osbourne e Randy Rhoads ho già parlato ma, oltre a questa c’erano 4 canzoni più una che, tra le altre, avevo scelto per parlare di me:

1. Negazione “Niente”: Inno adolescenziale, di un ragazzo che si sente diverso, furente e poco incline a riconoscersi nei modelli esterni proposti da quanto lo circonda, anzi li odia proprio… “Per tutto questo solo ed unicamente odio”! Da qualche parte ho ancora tutta quella rabbia…

2. Sepultura “Inner Self”: Canzone leggermente più matura, si affaccia la consapevolezza del sé “Non conformity in my inner self, only I rule my innerself”!

3. Alice In Chains “Nutshell”: La consapevolezza aumenta e comincia a far male “If I can’t be my own I’d feel better dead”.

4. Nine Inch Nails “Hurt”: La consapevolezza si fa autodistruttiva “I focus on the pain, the only thing that’s real”, solitaria “everyone I know, goes away in the end” , ineludibile “try to kill it all away, but I remember everything” e intransigente “You are someone else, I am still right here”.

5. Steve Von Till “Breathe”: Il brano aggiunto. Questa canzone è legata all’estate disastrosamente calda del 2003 e ad una delle poche sincere dimostrazioni di amicizia che io abbia mai avuto in anni, un’ ancora di salvezza anche da me stesso. Grazie Steve e grazie a chi era con me. “A lifetime is too long to sleep” cercherò di ricordarmene…

Anatomia di una battaglia persa

Postato il Aggiornato il

A volte ho la tentazione di considerare la mia vita una battaglia persa. A volte, come ora, ne sono sicuro.  A cosa serva poi studiarne l’anatomia mi risulta oscuro, ma tanto lo farò lo stesso -mi conosco bene, testardo idiota che sono- fino al parossismo. Come quando mi rosicchio le dita fino a vedere il sangue: strappi ogni piccola cuticola e loro continuano beatamente a riformarsi, ora dopo ora secondo dopo secondo.

Uno impiega una vita a capire chi è, a costruirsi impegnativamente una personalità perchè non sopporta l’idea di vivere trasportato dalla corrente di parole e consuetudini, non sopporta l’idea di essere guidato dagli altri nelle sue scelte. Costa fatica, concedetemelo… ebbene fa tutto questo per arrivare all’amara conclusione che ogni porta gli è stata chiusa in faccia: lavoro, affetti, soddisfazioni di qualsiasi tipo. Ok, non è tutto nero, ma grigio antracite sì, direi carbonifero, visto che siamo in tema.

Ed in testa questo marasma che non accenna a tacere, questa festa di dissonanze dodecafoniche sparate a tutto volume. Pensieri che non vengono mai a capo di nulla. Pensieri come scaglie di amianto, scaglie finissime, che si staccano dalla logica portante per conficcarsi in quell’alveolo più remoto del polmone senza possibilità di essere rimosse. Chissà che un giorno germoglino e finiscano per originare qualcosa di nuovo e migliore, di assolutamente adatto a questa realtà.

Per adesso vorresti solo fare, per la millesima volta, lo “zero”, trovare un minimo appiglio, un punto fermo dal quale ripartire, un po’ di conforto per l’anima. Vorresti avere solo gelo e neve attorno, visto che tutto il resto ti è clamorosamente negato. Ma neppure l’inverno fa il suo dannato mestiere.

Itis Galileo

Postato il Aggiornato il

Non so come funziona altrove, ma nella mia città, quando ero in età da scuole superiori, ITIS era sinonimo di scuola per uomini duri: gente che fumava a 16 anni, buttava sodio metallico nelle turche dei gabinetti, organizzava feste alcooliche, sempre nei suddetti (che, peraltro, erano un luogo di terrore se eri un “primino”) il giorno prima delle vacanze di Natale,  faceva avances spudorate in aula magna -e davanti a tutto il corpo docente- ad una professoressa che si presentava in minigonna di pelle. Ma era anche la scuola del massacro: non si contavano sezioni con magari uno o due promossi a giugno e tutti gli altri a settembre o a casa direttamente… la scuola dove in cinque anni ho rimediato una squallida gita di un giorno a Bergamo (che è una bella città ma i miei amici allo scientifico se ne andavano tipo a Parigi 5 giorni)… la scuola dove sono diventato anche metallaro, tra le altre cose, sfoggiando (in maniera molto pudica) una toppa a tutta schiena di “Somewhere in time” degli Iron Maiden, con la kefiah perennemente al collo.

Quindi quando Marco Paolini è giunto in città con uno spettacolo intitolato “Itis Galileo”, mi sono sentito in dovere di andarci, anche perchè l’attore, quasi conterraneo di mia madre, mi aveva emozionato tantissimo (come a molti credo) con la sua “Orazione civile sul Vajont”  e da lì avevo iniziato a seguirlo anche con i suoi “Albums” e a stupirmi notandolo in “Caro Diario” di Moretti. Inotre era un’ottima occasione per approfondire la mia conoscienza di Galileo Galilei, un personaggio per il quale nutro, da sempre, una stima sconfinata. E poi, con quella parlata, non potevo non sentirmi a casa…

Ebbene: era impossibile restare delusi, lo spettacolo vale assolutamente TUTTI i 17 € del biglietto. Coinvolgente, eclettico, versatile, divertente, rimarca molte cose dell’epoca in cui è vissuto il protagonista di questa piece teatrale… e soprattutto è stato incredibilmente efficace nel ribadire l’importanza suprema del pensiero in faccia all’ipse dixit, ai dogmi imposti dagli altri alla volontà di rifuggire da ogni comodità anche mentale. Per non restare fermi, ma muoversi di un moto chiamato ri-vo-lu-zio-ne.

Leggetene anche qui

(130 minuti di pausa dalla depressione, anche questo non è male)

i-crap

Postato il Aggiornato il

Qualche mese fa l‘isteria collettiva ha colpito tutti quanti alla morte di Steve Jobs, questo è indiscutibile. Come è indiscutibile che io non voglia avventarmi come una iena su questo fatto, la morte di qualcuno merita rispetto, sempre e comunque, questo non è in discussione, non venga in mente a nessuno di pensare differentemente.

Tuttavia, se posso dire la mia, penso che la Apple non sia stata esattamente una manna per una delle forme d’arte che mi sta più a cuore e cioè la musica. A parte che, alla morte del suddetto, le librerie si sono riempite di tomi dal titolo agghiacciante di “Pensare come Steve Jobs” e non si capisce perche io dovrei ridurmi ad uccidere la mia personalità e pensare come qualcun’altro, seppure tutto il mondo lo consideri un vincente il che -di solito– fa sì che io lo consideri un perdente, anche se in questo caso non sono acculturato a sufficienza per esprimere un parere circostanziato a dovere.

Comunque sia, voglio dirlo una volta per tutte, un i-pod ed il download NON SONO il modo migliore di fruire della musica. Se mi viene chiesto, per me, l’idealità sarebbe un amplificatore valvolare, due buone casse in legno solido ed un piatto per i vinili decente. Ma neppure il CD è tanto male (alla fine mi sono appassionato alla musica negli anni ’90!). Il punto comunque è che la musica, in se stessa, non basta. Molte delle persone che friuscono delle musica oggi giorno finisce per essere assuefatte a suoni plastificati e scadenti, alla scarsa considerazione di cose fondamentali come la progressione del suono di un gruppo, quello che intende comunicare nei suoi testi (sempre più ridotti ad un orpello insignificante), l’artwork in copertina… e poi come suona senza avere delle frequenze inesorabilmente tagliate, senza nessuna pietà.

A volte va bene farsi un’idea in questo modo e non voglio dire che il downloading sia da condannare incondizionatamente (un sito come bandcamp.com offre musica in un modo eticamente corretto e mp3 di qualità accettabile) soprattutto quando si vuole conoscere un gruppo senza averne mai ascoltato una sola nota, ma quando si è deciso di fare sul serio occorre andare in profondità, occorre conoscere la storia di un gruppo, emozionarsi di fronte ad una copertina, scandagliare le loro parole e ascolarli come si deve, se li sentiamo vicini a noi è una cosa che dobbiamo ai gruppi che abbiamo deciso di seguire. Mercificare una delle forme di comunicazione più alte che ci possano essere è un crimine, almeno su queste pagine.

The Aritist

Postato il Aggiornato il

La scommessa era grande, enorme. Fare un film muto circa 90 anni dopo che l’epoca della mimica facciale è andata ufficialmente in pensione… pare un impresa titanica. La serata è freddissima, fino all’ultimo mi interrogo circa la possibilità di andare a vedere questo film che, nal mio solito rifugio d’essai, è giunto all’ultima serata di programmazione. Alla fine vinco la mia proverbiale pigrizia, accentuata anche dalla depressione altalenante (verso il basso sia chiaro) dell’ultimo periodo, e ci vado (se c’è una cosa che può salvarmi è definitivamente l’arte).

Le strade sono più che deserte: come sempre nel periodo invernale vanno tutti in letargo, per poi risvegliarsi sempre più chiassosi e molesti a primavera inoltrata… (ci sarà un motivo se amo l’inverno!) Arrivo sempre in anticipo se posso, in primis perchè parcheggiare è sempre un grossissimo problema, poi per fare un giro per il locale ricetto, un borgo medioevale che stasera si ripropone deserto gelido e dai colori a tratti pungenti, a tratti rarefatti, sempre suggestivo comunque.

Digressioni a parte, mi trovo di fronte ad un film veramente riuscito e assolutamente coinvolgente, tutti i premi vinti (recentissimi Golden Globe e Cannes per dirne un paio) una volta tanto non sono stati dati a caso e, anche nel caso di magheggi, probabilmente non ce ne sarebbe stato bisogno. Il film riporta realmente la settima arte alle origini: grandi musiche, splendide coreografie e, finalmente, una storia in grado di coinvolgere, di farti parteggiare per i protagonisti, partecipare emotivamente alle loro vicissitudini e, personalmente, non è affatto poco. In più certe chicche tipo l’auto-abbraccio della protagonista alle prese con la giacca dell’artista, il medesimo che rivede se stesso con il vestito dei tempi che furono attraverso una vetrina oppure le bocche parlanti che lo perseguitano che mi hanno ricordato certe soluzioni di langhiana memoria (gli occhi che compaiono sullo sfondo di “Metropolis” in una scena)… veramente bello, in una parola.

In più affronta una tematica che mi è sempre stata cara da “C’era una volta in America” di Sergio Leone a “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick, ovvero la stoica lotta per non adeguarsi e restare fedeli a se stessi, contro tutto e tutti… ovviamente spesso è una battaglia persa e, comunque, è una battaglia che, per essere vinta, ci fa uscire sconfitti dalla vita…

Detto questo il cane Uggy si è ufficialmente conquistato la mia venerazione sia dal punto di vista cinefilo che da quello cinofilo. Grande!

Fugazi. F**ked Up Situation.

Postato il Aggiornato il

Una situazione fottuta. Come camminare in pantaloncini corti per il proprio paese all’alba del 3 gennaio e leggere lo stupore sulla faccia delle persone, mentre le foglie marce di ghiaccio ed acqua gelida ti scricchiolano sotto le suole, vecchie di tre anni, lise e consunte, a tratti abbrustolite dal tempo. Come una libera associazione di idee che ti fa star male.

Libertà. Incomunicabilità. Verità. Fiducia. Solitudine. Speranza.

Ognuno trovi le sue connessioni seguendo il filo rosso del ragionamento e dell’esperienza: è un percorso irto di spine esistenziali, di contusioni morali, di sfibramenti nervosi, di umiliazioni sostanziali: unire i puntini da  qui al giorno della nostra dipartita più o meno definitiva. Non arrendersi innanzi alla pochezza dei risultati, non essere soddisfatti di quozienti deludenti, non fidarsi di risultati falsati dal prossimo e nemmeno delle parole pronunciate al di fuori della nostra testa.

Ognuno di noi è un codice in attesa di essere decifrato correttamente, una sonda scagliata nel buio e freddo ignoto, nella speranza di venire raccolta ed accolta. Una prospettiva affascinante ma a tratti tragica, poiché ciò che va perso nell’opera di decriptaggio ci restituisce la misura del nostro isolamento non volontario. E mina pesantemente la strenua opera di avvicinamento tra esseri (si suppone) simili. Ancora una volta occorre dedizione, impegno e forza di volontà nel tentativo quotidiano di superare l’oceano di pressapochismo spirituale che ci circonda, ancora una volta la sensazione è quella di essere cani impazziti che tentano di mordere la propria coda. Un gioco che stanca in fretta, una situazione fottuta, come ogni essere umano sensibile e pensante.